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Lo scempio del Castello dei Conti dAquino a Roccasecca (FR)
09-12-2008
Luca bellincioni

Arroccate su uno sprone del Monte Cairo ed affacciate sulla verde Piana Aquinense, le rovine del Castello di Roccasecca rappresentano uno dei luoghi di maggior pregio paesaggistico dell'intera Provincia di Frosinone, e sono note per le memorie custoditevi della vita di San Tommaso d'Aquino, che proprio qui ebbe i natali. Un luogo di straordinaria bellezza, che abbandonato all'incuria e agli incendi dolosi per molti anni, recentemente stato interessato da un lento (anzi, inspiegabilmente, lentissimo) intervento di "valorizzazione turistica", al fine di crearvi un "parco archeologico". Un luogo in cui le memorie storiche si fondono (anzi, si "fondevano", e ora vi spiegheremo il perch) in sublime armonia con l'ambiente naturale. Ebbene, proprio i lavori di valorizzazione, che avrebbero dovuto esaltare queste caratteristiche di pregio, hanno finito coll'annientarle del tutto. Durante gli ultimi mesi di lavoro, infatti, per tutto il complesso dei resti della medievale citt di Roccasecca stata installata una lunghissima e larga scalinata lignea in salita, bordata da staccionata, con centinaia e centinaia di gradini che rendono pi difficile e faticosa, anzich pi facile, la salita al Castello dei d'Aquino.
Oltre all'inutilit dell'opera (in passato il sito era accessibile tramite una facilissima e magnifica passeggiata) e allo spreco mostruoso e francamente intollerabile di denaro pubblico e materiale ligneo (anch'esso in molti sensi da considerarsi "pubblico", in un'era di grave crisi ecologica come quella in cui viviamo), va detto soprattutto che i lavori sono stati progettati ed effettuati senza alcuna cognizione dei concetti basilari dell'architettura del paesaggio. La staccionata chiara, grossa e grezza, dall'aspetto schiettamente moderno (come pure gli orribili paletti delle luci ad essa annessi), appena uscita da una segheria industriale, nemmeno lavorata in modo tale da renderla pi rustica; essa, assieme alla gradinata con le sue tozze pedane (e alle panchinone "da parco di periferia", poste dappertutto come se il visitatore dovesse sedersi ogni minuto durante la salita!), forma un elemento altamente impattante (visibile sin da valle!!!), assolutamente cosa che avrebbe dovuto essere ovvia per i progettisti, la suggestione di tali ruderi (e di tutti i ruderi in generale, ovviamente) stava nel contrasto con l'ambiente naturale, dato qui dai prato-pascoli pietrosi calcarei tipici di quest'area appenninica, il che offriva l'incantevole impressione (oggi perduta) che le rovine sorgessero direttamente da terra come un elemento naturale. E proprio in questa fusione fra rovine in pietra locale e natura, con quest'ultima che tende a riappropriarsi dell'opera dell'uomo (e quindi ove la distinzione fra questi due elementi assai labile), consiste il fascino del ruderismo, come ci insegna il profluvio di letteratura del Grand Tour, che non a caso scelse come meta d'elezione l'Italia per le sue innumerevoli vestigia del passato, e ancor pi il Lazio ove esse erano, e sono, in numero davvero impressionante. Sicch, anche guardando la questione da questo punto di vista, ci appare come inquietante il fatto che l'installazione della gradinata e della staccionata sia stata effettuata in barba alla pur folta "letteratura del ruderismo" - da Goethe a Byron, da Gregorovius a Dennis, da Corot a Stendhal - che avrebbe sicuramente ispirato ai progettisti linee guida pi consone alla vocazione e alle peculiarit del sito. Fra l'altro esisteva in pi punti una vecchia, splendida mulattiera in pietra che si inerpicava sul sito, la quale avrebbe potuto essere consolidata e restaurata, e magari bordata da una piccola staccionata, senza l'assurda gradinata che fa attualmente sembrare i ruderi della dugentesca citt dove nacque San Tommaso una specie di anonimo cantiere suburbano. Il prato-pascolo non si vede nemmeno pi, ricoperto da questa specie di autostrada lignea, che all'occhio diviene assoluta protagonista della visita, cancellando fra l'altro anche i pregevoli scorci a valle che un tempo facevano la gioia dei fotoamatori, i quali oggi debbono saper "tagliare" nelle loro composizione (il che rende l'attivit fotografica piuttosto frustrante e il risultato mediocre). E, come sappiamo, bene, in un'era in cui l'immagine funge da fondamentale promotore turistico, l'aver privato i visitatori di tante belle "cartoline" far s che, tonati a casa, il loro racconto di viaggio non sar supportato da relativo "racconto visivo" riducendo cos il potenziale del "passaparola" con la loro cerchia di conoscenti. E nemmeno di questa considerazione turistica essenziale (la tutela della valenza scenografica del sito) i progettisti erano coscienti. Roba da "fondamentali" del marketing territoriale (il saper "porre sul mercato" e "vendere" le "specificit" di un sito o di un territorio) e di architettura del paesaggio. Ma non basta! Giunti sconsolati all'arco d'ingresso del Castello dei Conti d'Aquino, posto all'apice dei ruderi della cittadina, ci troviamo attualmente di fronte un brutto cancello che, oltre a deturpare ulteriormente il luogo, non permette nemmeno l'accesso al fortilizio - possibile fino a pochi mesi fa - che era il punto pi suggestivo e spettacolare di tutto il complesso di Roccasecca Vecchia. Il che - abbiamo potuto constatare - spinge molti visitatori - delusi dalla passeggiata (come attestano del resto alcune scritte ingiuriose gi vergate nei pressi del cancello da qualche turista giustamente seccato dall'inaspettato scempio...) - a scavalcare pericolosamente il muraglione presso un piccolo ed instabile varco nello stesso, alla ricerca dell'ultimo scampolo di quella teorica bellezza dalla quale erano stati attratti tramite guide e depliant, che riportano quel luogo favoloso quale effettivamente erano le rovine del Castello dei Conti d'Aquino. A questo punto viene da pensare a quale sia pi ormai il motivo di andare a visitare Roccasecca Vecchia, visto che quel che si avrebbe dovuto ammirare non si vede quasi pi e viceversa che quel che si vede praticamente solo una lunghissima e pacchiana gradinata. Dulcis in fundo, alla sommit di un rudere sono state innalzate le bandiere dell'Italia e dell'Unione Europea: ora, con tutto il rispetto per questi due simboli del nostro vivere civile, la loro collocazione su una struttura in rovina del XIII-XIV secolo risulta goffa e fuori luogo dal punto di vista storico-monumentale-paesaggistico, essendo tali bandiere pi adatte ad una struttura urbana a carattere pubblico (ad es. il municipio o una scuola o un museo civico) che a un castello in rovina. Anche tale scelta discutibile testimonia la scarsa competenza dei progettisti, laddove sarebbe stato pi corretto installare (come viene solitamente fatto in questi casi: si prenda l'esempio positivo della Rocca Monaldeschi di Bolsena) una bandiera con lo stemma, o meglio con i colori, del Comune.
Concludendo, siamo di fronte ad uno dei pi demenziali e tecnicamente peggiori interventi di valorizzazione (o meglio deturpazione) di un bene culturale che sia dato di vedere in Italia oggi, un vero scempio del quale si dovrebbero indignare tutte le persone colte, sensibili e di buon senso, non solo in Ciociaria (dove purtroppo ce ne sono evidentemente poche, visti i ripetuti scempi a cui questa meravigliosa terra da decenni sottoposta nel silenzio generale) ma anche nel resto del nostro Paese. Auspichiamo che con questo contributo vi sia un serio interessamento dal parte dell'opinione pubblica verso quest'episodio che in realt oggi solo l'ennesima prova di come gli interventi di restauro e valorizzazione dei beni culturali (siano essi archeologici, storici, artistici o paesaggistici) vengano troppo spesso effettuati da persone incompetenti e con spreco di risorse che sarebbero potute essere destinate a finalit ben pi importanti. Solo nel Lazio, ricordiamo il restauro del Ninfeo del Bramante e della porta d'ingresso al borgo di Genazzano (l'uno completamente stravolto e l'altro trasformato in una porta da castello di Gardaland), il restauro della torre di Valentano (con la pacchiana copertura moderna), la nuova mostruosa torre del Palazzo Chigi a Formello (segnalata peraltro ai "Luoghi del cuore 2008" del FAI), il nuovo insensato arco in tufo (!?) e il nuovo ponticello sul Fiora a Vulci (Montalto di Castro), il ridicolo casotto installato di fronte al suggestivo teatro romano di Tusculum (Frascati); appena in Umbria, invece, segnaliamo il restauro (tuttora in corso) del teatro romano di Ocriculum (Otricoli), deturpato da ringhiere e gettate di cemento e, anche qui, da brutte ed inutili staccionate.
Ripetiamo: in tutti i casi si tratta di ingenti somme di denaro pubblico, non soltanto gettate al vento ma usate addirittura per rovinare proprio i beni pubblici che avrebbero dovuto conservare e/o valorizzare. Un paradosso raccapricciante che meriterebbe approfondimenti ben maggiori, ma al quale non dobbiamo abituarci. Diciamo solo che "pare" che alcune amministrazioni od enti riescano a far pervenire nelle proprie casse - in vario modo, talvolta oscuro - grossi finanziamenti per fare lavori spesso totalmente inutili ed arbitrari (e per questo dannosi) a beneficio non sia sa bene di chi (alle solite ditte edili, ovviamente...). Vengono cos letteralmente inventati "dal giorno alla notte" interventi di cui il bisogno non si sentiva affatto. Per giunta, "pare" che i lavori progettati (non si sa bene da chi, e tanto meno con quale iter vengano scelti i progettisti) vengano svolti senza alcuna supervisione da parte ministeriale: sempre restando all'esempio di Roccasecca, qualcuno della Soprintendenza sa di quello che stato fatto? E se s, lo approva?
Invitiamo chiunque a visionare coi propri occhi i lavori effettuati a Roccasecca, che susciteranno certamente orrore in chi conosceva ed amava il posto com'era prima, e com'era sempre stato dal suo abbandono in poi, insomma com'era stato lasciato dalla Storia: certo, qualcosa per migliorare e rendere pi fruibile il posto si poteva fare, ma certo non nei modi in cui stato fatto. Auspichiamo, infine, che una vasta opinione pubblica possa far sentire la propria voce alle amministrazioni preposte, affinch sia quanto prima ripristinato lo status quo ante, magari con il riutilizzo del materiale della gradinata e della staccionata per interventi di valorizzazione nelle aree vallive, dal canto loro sempre pi degradate dall'abusivismo edilizio. A proposito: tutti i soldi buttati via per il "parco archeologico" non potevano essere pi intelligentemente e pi sensatamente usati per demolire gli abominevoli e vergognosi scheletri di cemento che punteggiano senza piet la campagna di Roccasecca, la quale, nonostante tutto nel complesso ancora piuttosto integra, dovrebbe essere soggetta - quella s che ne avrebbe bisogno! - ad un progetto di recupero, bonifica e di valorizzazione turistica, contando che ci passa anche un fiume importante (il Melfa)??? Ma probabilmente a queste ovvie domande non ci sar dato sapere, e quel che ci rimane la temporanea perdita di un altro pezzo del nostro patrimonio culturale. Ed ancora, ed quel che forse fa pi male, nel silenzio di tutti.



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