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La distruzione del paesaggio della Valle del Giovenzano
22-12-2008
Luca Bellincioni*

La Valle del Giovenzano, attraversata dall'omonimo corso d'acqua, è un'area interna del pre-appennino laziale, completamente in Provincia di Roma, di cui rappresenta uno dei territori di maggior pregio paesaggistico e naturalistico. Compresa fra i Monti Prenestini e i Monti Ruffi, la vallata da Sud è raggiungibile solo su lunghe strade montane, mentre da Nord la si può raggiungere tramite brevi deviazioni su strade provinciali che si staccano dalla Via Tiburtina o dalla A24 Roma-L'Aquila. La spiccata marginalità ha nel tempo contribuito al fenomeno dello spopolamento, qui ancor più forte che in altre aree montane provinciali per l'estrema difficoltà, per la popolazione locale, di sostenere il pendolarismo, mentre l'economia locale, in passato legata alle attività agro-pastorali, è venuta decadendo vertiginosamente negli ultimi decenni, con l'abbandono quasi totale delle coltivazioni (se si fa l'eccezione di una pur limitata produzione di olio d'oliva nel versante tiburtino) ma con la sussistenza di una pastorizia comunque di pregio, tipica di tutto l'Appennino laziale. Ma tale marginalità è stata anche il fattore determinante per la conservazione di un territorio sano e in ottime condizioni sia riguardo la fauna che la flora. Estese formazioni boschive, un fiume - il Giovenzano appunto - fra i più puliti del Lazio centrale, un patrimonio idrico di inestimabile valore protetto dalla natura carsica degli ambienti, che presentano canyon, grotte, inghiottitoi, pozzi naturali. A ciò si aggiunge il valore storico dei molti piccoli borghi, alcuni dei quali noti e visitati anche dai viaggiatori del Grand Tour, e la presenza, a dominio della vallata, dell'incantevole Santuario della Mentorella, il più antico cenobio d'Europa e uno dei luoghi più suggestivi di questa parte del Lazio, dove si dice che amasse ritirarsi Papa Wojtyla (al quale non a caso è stato dedicato un sentiero escursionistico). Il Santuario, abbarbicato su un ardito sperone di roccia, domina il cuore della Valle del Giovenzano, in cui essa si allarga in una vastissima conca, caratterizzata da estesi prato-pascoli e residuali coltivazioni seminative. Sorgono in questo angolo della valle, proprio di fronte al santuario e alle pendici dei boscosissimi Monti Ruffi, i paesi di Cerreto Laziale e Gerano, vicinissimi fra loro e pittorescamente opposti l'un all'altro allo sbocco di una valletta. Due paesi tutto sommato conservatisi in buono stato fino ad oggi, nonostante qualche intrusione moderna. Sullo sfondo, la splendida catena dei Monti Simbruini, con le sue creste tutte innevate d'inverno e con le sue foreste verdissime in primavera e in estate. Infine, in questo "mare" di boschi, monti e vallate, molti altri borghi medievali a punteggiare, come tante macchie grigie, un paesaggio che come pochi dà una perfetta testimonianza, quasi da "manuale", dell'incastellamento in Italia.
Un paesaggio delicatissimo e di notevole importanza insomma, che agli occhi del visitatore che si affacci dal santuario o dal soprastante paese di Guadagnolo appare come un dipinto ove ogni singolo dettaglio assume un valore e un significato. In realtà tale descrizione è ormai un ricordo e tutto ciò era vero fino a pochi anni fa: ora, purtroppo, non è più così. Innanzitutto abbiamo dovuto assistere (in verità già a partire dal Dopoguerra) alla crescita urbanistica di alcuni paesi come ad esempio Ciciliano, Pisoniano o la stessa Cerreto Laziale; crescita disordinata e di scarsissimo livello architettonico, determinata dalla vicinanza con la Capitale e dalla mancanza, qui come in buona parte del resto del Lazio, di una solida cultura urbanistica "storicamente" formata (per non parlare di episodi eclatanti di abusivismo e speculazione cui nessuno pare interessarsi a porre alcun freno). In secondo luogo, proprio ai piedi dei paesi di Cerreto Laziale e Gerano che come abbiamo accennato rappresentano il fulcro del paesaggio della vallata soprattutto laddove vista dalla Mentorella (e del resto è questo lo scorcio più turisticamente fruito) si osservano i segni di un degrado incomprensibile ed inaspettato. Oltre alle svariate nuove costruzioni private, negli ultimi anni sono sorti orripilanti capannoni industriali bianchi fra l'altro in ordine sparso, assolutamente incongrui ed incompatibili con il paesaggio circostante. Fra i due paesi, sopra un piccolo, verde altopiano, è invece stata recentemente edificata una struttura dalle forme "futuristiche", che oltre alla sua inconcepibile bruttezza è andata a corrodere ulteriormente lo spazio fra i due centri abitati, segnando il primo passo per la formazione (a breve, se i due comuni continueranno a costruire in questo modo) di una vera e propria "conurbazione montana". E non è ancora finita. Proprio sotto alla Mentorella, infine, è visibile un enorme sbancamento elicoidale che pare dovrà ospitare un altro "insediamento produttivo", ossia l'ennesima accozzaglia id capannoni. La scelta del sito, se è vero che dovrà diventare una zona industriale, è quanto meno assurda e raccapricciante, da far rizzare i capelli anche all'ultimo della classe degli urbanisti dell'ultimo paese del Terzo Mondo: lo sbancamento è situato lontanissimo da tutti i paesi circostanti, isolato nel bel mezzo di una pianura magnifica e dall'aspetto arcaico, e proprio alla base delle splendide montagne prenestine. Uno sfregio del più vero senso della parola.
E qui apriamo una parentesi. Il problema degli insediamenti produttivi in contesti montani, o comunque di pregio paesaggistico, non è certo nuovo e in tutta Italia sta compiendo scempi intollerabili e che sono ormai sotto gli occhi di tutti, prodotto di un modello di sviluppo ignobile e demenziale che spera di portare "sviluppo economico" in zone emarginate costruendo qualche “fabbrichetta” qua e là. Più spesso, però, si stratta di strutture legate a servizi essenziali della comunità (dal meccanico al supermercato, dalla macelleria e parco autobus) ma semplicemente costruite male o malissimo, senza alcuna sensibilità per tutto ciò che le circonda. Costruire un capannone può certamente essere necessario ma dotarlo in certi contesti, come quello della Valle del Giovenzano, almeno per esempio di una copertura a capanna (in luogo del tetto "piatto") che riporti i colori dei tetti delle abitazioni o almeno delle strutture rurali esistenti crediamo dovrebbe essere un provvedimento a dir poco scontato. Ma sappiamo bene che non è così, e che i permessi a costruire vengono dati il più delle volte (e a maggior ragione nei piccoli centri dove niente o poco è controllato) da persone incompetenti e culturalmente di bassissimo livello. E così assistiamo agli orrori commessi da amministrazioni composte da persone troppo impreparate per gestire il proprio patrimonio culturale, paesaggistico ed ambientale, che oramai proprio i piccoli centri sono gli ultimi a custodire, in un'Italia in cui le città sono ormai tutte o quasi al collasso urbanistico e preda del degrado architettonico, circondate da “capannonopoli” e “villettopoli”, e quindi dal più squallido anonimato, non raramente condito da discariche abusive, prostituzione e delinquenza o più semplicemente dalla mancanza dei servizi più essenziali.
Tornando al caso della Valle del Giovenzano, quel che più colpisce è il fatto che gli scempi stanno avvenendo in un'epoca in cui tutte queste considerazioni sono all'ordine del giorno e dovrebbero far parte della cultura e della coscienza di ogni buon amministratore. Le aree marginali, come quella in cui ricadono i comuni in questione, dovrebbero puntare alla valorizzazione delle proprie peculiarità ossia del "prodotto a costo zero" che essi già possiedono. Il problema è che tale valorizzazione non è facile da realizzare perché ci vogliono tecnici ed esperti di marketing, figure che in zone come le montagne laziali (ove quasi sempre il turismo culturale, ambientale ed enogastronomico è ancora allo stato embrionale) mancano del tutto. Ed è qui che ritorna la necessità di una supervisione dal parte delle autorità provinciali e regionali, oltre che delle soprintendenze, che vada a colmare le lacune degli enti locali nella gestione del loro patrimonio culturale (storico, artistico ed archeologico), paesaggistico e naturalistico, ai fini di uno sviluppo veramente sostenibile e a lungo termine. Andare a creare insediamenti produttivi sperduti in mezzo a montagne che nemmeno i turisti oggi sanno che esistono, dove spesso c'è la neve, le strade sono piccole e tortuose, le statali o le autostrade sono lontane, è già a livello di pianificazione territoriale un errore grossolano e che ci lascia molto da pensare sulla competenza (e sull'intelligenza) di chi progetta tali amenità. Qui - mi spiace dirlo - o c'è cattiva fede (quindi volontà di fare la solita speculazione edilizia) o c'è qualcuno che non sa fare il suo mestiere; la logica non dà altre soluzioni. Fra l'altro, se proprio un insediamento produttivo era necessario ai paesi della zona, la sua collocazione più sensata e razionale sarebbe stata certamente lungo la Tiburtina o l'A24, vale a dire lungo le due arterie principali che collegano la zona "al resto del mondo". A meno ovviamente che non si voglia urbanizzare tutta la vallata con la creazione di nuove infrastrutture, senza contare il traffico dei camion: tutti elementi che porterebbero ad un repentino degrado della vallata, con fenomeni di inquinamento ambientale (e culturale) finora sconosciuti in questi luoghi.
Ma "industrializzare" la Valle del Giovenzano ha poi così senso? In questi comuni i giovani sono pochissimi e potrebbero essere impiegati in attività dell'indotto turistico se il turismo qui fosse davvero promosso, e con mezzi moderni e al passo coi tempi, che vadano dunque "oltre" la sagra della bruschetta o della polenta un paio di volte l'anno: quando cioè i paesi vengono presi d'assalto dai turisti di Roma, i quali non trovano nemmeno i ristoranti sufficienti per mangiare, segno da un lato che la ricettività è scadentissima e dall'altro che un interesse turistico verso la zona già c'è e dovrebbe essere promosso ed incentivato!
Alla luce dei fatti, oggi assistiamo inermi alla devastazione della Valle del Giovenzano. Incredibilmente, questo "quadro" di straordinario pregio è stato negli ultimi tempi - e sta venendo tuttora - deturpato da interventi di ogni tipo, e ciò nell'indifferenza di tutti (e - mi preme dirlo - a cominciare dalle associazioni ambientaliste ed escursionistiche laziali). Uno scempio, quello della Valle del Giovenzano, che non può essere tollerato perché sta andando a cancellare uno dei paesaggi più unici ed incantevoli del Lazio. Tant'è che oggi affacciandosi dalle terrazze della Mentorella, non si avverte più quel senso di meravigliosa armonia e di rappacificante bellezza che per secoli e secoli era stato caratteristico del luogo: l'occhio, al contrario, è disturbato dalla lunga serie di brutture al punto tale che non riesce nemmeno più ad avvertire la bellezza del resto del paesaggio, pur notevolissima.
Contando che pochi mesi fa è stato attuato il Piano Territoriale Paesistico Regionale (PTPR), confidiamo in un interessamento da parte degli uffici della Regione Lazio e della Provincia di Roma e in un blocco immediato di ogni progetto di alterazione del paesaggio e dell'ambiente della vallata. Interventi di riqualificazione urbanistica ed architettonica e di restauro paesaggistico degli edifici e dei siti altamente impattanti già presenti crediamo inoltre debbano essere un'altra priorità. Un territorio forgiato da una natura indomita e da secoli di storia non può essere ridotto ad una misera accozzaglia di rigurgiti edilizi e rovinato per sempre. Ancora una volta, l'interesse e l'arroganza di pochi avidi speculatori e di pochi incompetenti non può sopraffare l'interesse comune, che, qui come altrove, prevede la conservazione di un territorio così importante per la nostra identità e per uno sviluppo sano e duraturo delle comunità che vi abitano.

* Segretario Ass. Cult. Onlus Oreas



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