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Fiumedinisi. Parco archeologico, perso 1mln di dollari. Lettera-denuncia al presidente Raffaele Lombardo
07-01-2009
Pietro Villari

Il dott Pietro Villari, direttore degli Scavi dell’Università della South Florida di una campagna di ricerca archeologica a Fiumedinisi (Messina), tramite il nostro sito, risponde alla lettera d'augurio indirizzata dal presidente della Regione, Raffaele Lombardo, ai siciliani all'estero.Villari, tra l'altro, coglie l'occasione per raccontare del fallimento dell'iniziativa di scavi nell'area del castello Belvedere di Fiumedinisi; progetto internazionale della Universita’ della South Florida.con soldi di ricercartori americani, che avevano stanziato un milione di dollari. Lo studioso, nella lettera, denuncia anche lo scempio compiuto nel corso della ristrutturazione del Castello di Fiumedinisi e il proposito di realizzare a ridosso dell'area archeologica un mega impianto eolico. Pietro Villari, originario di un paese della riviera ionica messinese, attualmente vive all'estero.
''Gentile Presidente Lombardo, ho letto piu’volte la sua lettera, indirizzata ai Siciliani residenti all’estero, cercando un appiglio per non cedere alla tentazione di scriverle la risposta che adesso mi sento in dovere di darle, forse non solo a mio nome. Ogni mia reticenza è miseramente crollata di fronte alla sua frase, dalla forte impronta berlusconiana “nel futuro che stiamo costruendo in Sicilia vogliamo tener presente anche tutti voi...”.
''Ebbene, oltre a toccare ferro, non riesco a comprendere il motivo che l’abbia spinta a inviare a gente come noi la sua tiritera in stile populista con la quale lei è riuscito a rovinarmi le festività natalizie persino nella mia casetta sperduta tra le piatte e gelide lande di una terra straniera.
''Chi le scrive è un bioarcheologo siciliano costretto alla diaspora circa vent'anni orsono per avere osato contrastare l’attivita’ di un gruppo di colletti bianchi appartenente a un “sistema” ancora oggi saldamente al potere.
Anziché alla mia Sicilia, sono stato costretto a consacrare la mia professionalità, iniziata con molti sacrifici presso quella che fu la gloriosa Scuola Speciale dell’Universita’ di Pisa, come un mercenario al servizio delle nazioni di ben cinque continenti, in siti archeologici che altri considererebbero da favola quali l’Isola di Pasqua e il Peru, il Deserto Giordano e le Isole Canarie.
''Una vita avventurosa e un pane quotidianamente amaro che avrei preferito evitare, restando nella mia terra che amo e in difesa della quale non esitai a sacrificare quello che prometteva di essere un brillante futuro a livello locale e perdere persino i miei affetti familiari.
''Malgrado il profondo dolore per un esilio ingiusto, al quale non mi sono mai rassegnato, le dico che oggi rifarei esattamente le stesse scelte: contro l’orrore della disuguaglianza sociale, la corruzione capillare, contro il “sistema” criminale di una nomenklatura che devasta e umilia la terra dei miei avi.
''Con il suo incitamento a guardare con fiducia al futuro che state costruendo, lei mi ha proprio tirato per la giacchetta costringendomi a risponderle con questa lettera, sopratutto per disilludere quei pochi che forse le hanno creduto, dell’immensa truppa di noi emigranti.
''A fronte delle sue promesse le testimonierò il triste esempio di quanto sta accadendo nella Valle del Nisi in provincia di Messina, in Sicilia, ad un progetto internazionale diretto dalla Università della South Florida. Un progetto a costo zero per la Regione Sicilia che avrebbe rimodellato l’economia della fascia ionica Messinese.
Desidero raccontarla quale esempio ai miei corregionali in terra straniera ed a quelli che si preparano a raggiungerci: come un gruppo di ricercatori internazionali e finanziatori americani sono stati costretti alla fuga dalla Sicilia che lei sta costruendo, quasi fosse il Bronx.
''Nell’estate del 2006 mi recai in provincia di Messina con la famiglia, per trascorrere qualche giorno di vacanza. Casualmente, durante una gita presi visione del rarissimo esempio di totale scempio operato dal restauro del Castello di Fiumedinisi, direi un esempio unico al mondo che genera nel visitatore ora risate a cuore aperto, ora il mugugno di chi le tasse le paga e se le ritrova tutte spese a quel modo, con l’estemporanea sofisticazione di muri medievali, di finestre trapezoidali in stile Incaico, tutto ricoperto da una colata di uno scarso impasto a base di cemento. Sono certo che persino quel pastore che vi porta quotidianamnte il gregge a pascolare, avrebbe fatto molto meglio. Si possono anche osservare gli effetti di un disastroso intervento di scavo archeologico effettuato dalla soprintendenza ai Beni culturali e ambientali. di Messina, ovvero da alcuni operai edili sporadicamente controllati.
''Chiesi un appuntamento al soprintendente e le risposte avute circa il motivo di quella devastazione costata ai contribuenti europei milioni di euro, mi convinsero a cercare una via per contrastare quello che presagiva il verificarsi di una serie di disastri ancora peggiori.
''Era la terra dei miei avi e decisi di attivarmi immediatamente chiedendo assistenza ad una decina di colleghi appartenenti ad altrettanti istituzioni europee e nordamericane. Il Fiumedinisi Project nacque cosi’, dalla spontanea reazione di un gruppo di liberi ricercatori al massimo livello scientifico. Ci riunimmo piu’volte in varie sedi europee, sino a presentare il progetto e il gruppo di ricerca alla prestigiosa assemblea annuale dell’European Association of Archaeologists che ci dedicò una tavola rotonda.
''Grazie anche ai finanziamenti privati statunitensi riuscimmo a mettere assieme fondi per un milione di dollari, e dopo una serie di ritardi dovuti a intralci posti da una parte a noi ostile del potente apparato burocratico siciliano, nell’aprile 2008 ottenemmo una concessione di scavo della durata triennale, intestata al Dipartimento di Antropologia dell’Università della South Florida. Questa pose il progetto sotto la responsabilita’ del prof. Robert Tykot, affidando allo scrivente la direzione generale delle attivita’ di scavo.
''Organizzammo cosi’ una campagna di ricerche per il periodo di maggio-giugno 2008 alla quale parteciparono decine di ricercatori e studenti provenienti da ben nove universita’ nordamericane ed europee. Si trattava della piu’ imponente missione archeologica in terra di Sicilia, ove avrebbero dovuto essere per la prima volta impiegati strumenti e tecniche delle moderne scienze bioarcheologiche ed in generale archeometriche. Il futuro arrivava in Sicilia: le nostre ricerche in ambito paleoecologico e paleoeconomico sarebbero state il fondamento della realizzazione di un parco bioarcheologico, finalizzato alla ricostruzione degli ambienti forestali e boschivi dalla tarda preistoria al medioevo e quindi ad un uso economico del territorio.
''I finanziatori americani erano molto entusiasti e si erano offerti di acquistare l’intera area e iniziare uno sfruttamento del territorio con l’impianto di attività di ecoturismo a livello internazionale. Eravamo tutti al massimo dell’entusiasmo e i piu’ celebri colleghi europei e americani preannunciavano la loro partecipazione o visita alla successiva campagna di nostri scavi.
''L’intero comprensorio nordorientale siciliano avrebbe ricevuto una fortissima spinta innovatrice dalla permanenza di quegli imprenditori americani, generando anche la formazione di nuove figure professionali, un importante indotto economico sull’esempio dei grandi parchi statunitensi e canadesi.
Fui più volte contattato, tra gli altri, da un noto personaggio legato alla finanza svizzera, interessato ad investire nella realizzazione di un parco attrezzato per un turismo culturale ad alto livello nel pieno rispetto dell’ambiente.
''Oltre alla protezione del sito archeologico e al suo studio, la nostra preoccupazione era di creare un parco che avrebbe salvato l’area dalla cementificazione e dalle selvagge devastazioni a seguito di opere pubbliche e private, alle quali iniziavamo ad assistere impotenti nella valle di Fiumedinisi, i cui primi scandalosi effetti sono oggi visibili.
''La burocrazia trovò il modo di bloccare ogni nostra attivita’ di scavo e a fronte delle ingenti spese sostenute, la missione fu uno dei più eclatanti fallimenti della storia dell’archeologia moderna. La vicenda mise in grave imbarazzo il Dipartimento di Antropologia nei confronti delle richieste di spiegazioni del senato accademico dell’Universita’ della South Florida, il quale si era reso garante della educazione in fase di scavo degli studenti provenienti da numerose universita’ statunitensi e canadesi.
''Il servizio archeologico della soprintendenza (di Messina), successivamente, ci intimò di non effettuare scavi all’interno del Castello di Fiumedinisi, ove mesi appresso, a settembre, nel corso di un blitz da me condotto grazie all’opera di volontariato di una squadra composta da colleghi siciliani, mettemmo in luce quello che qualcuno voleva tenere nascosto: il sotterraneo era stato colmato con lo scarico dei materiali di risulta del cantiere di scavo e di restauro eseguiti dalla soprintendenza e dal comune di Fiumedinisi con fondi comunitari e del cosiddetto “otto per mille”. Nonostante inviai, tempestivamente, per iscritto una segnalazione a diverse autorità per quanto di loro competenza, nessuno venne a effettuare rilevamenti sulla tossicita’ dei rifiuti, le cui inquietanti esalazioni mi indussero a sospendere ogni attività nell’area al fine di tutelare la salute del gruppo di ricerca.
''Potrei elencare una lunga serie di assurdi problemi creati dall’apparato burocratico dell’amministrazione regionale centrale e periferica, oltre al comportamento ostile delle locali amministrazioni comunali che di fatto snobbarono la nostra presenza nel territorio, e che hanno avuto come effetto la distruzione del Fiumedinisi Project. Ma quello che credo qui interessi maggiormente sia comprendere le cause, l’ambiente in cui e’ stato deciso il fallimento della nostra opera filantropica.
''A parte gli attriti con i dipendenti del locale servizio archeologico della soprintendenza messinese e il confuso alternante comportamento tenuto dai proprietari dei fondi ove avremmo dovuto svolgere gli scavi, ritengo che i guai siano stati generati dalla nostra totale indipendenza dal sistema siciliano degli appalti pubblici, del clientelismo politico.
Inoltre, noi eravamo decisi ad assumere colleghi e manovalanza senza sottostare a censure o imposizioni di nominativi.
Avremmo dovuto comprendere sin dall’inizio che la nostra metodologia di ricerca a costo zero per l’Amministrazione Regionale, ove le imprese edili sono sostituite da organizzazioni internazionali di professionisti e di studenti, sarebbe stata identificata quale un tentativo di irrimediabile compromissione, di stravolgimento, del “sistema” degli appalti in ambito archeologico.
''Tra poco tempo una delle amministrazioni comunali della Valle del Nisi, esattamente Nizza di Sicilia, deciderà circa la convenzione da firmare con una nota società, al fine di costruire un megaimpianto per la produzione di energia eolica. Un impatto ambientale e paesaggistico devastante, a ridosso dell’area archeologica, sulla terra che fu sede della riserva reale di caccia degli imperatori svevi e che il Fiumedinisi Project avrebbe voluto ricostruire con i dati delle nostre ricerche bioarcheologiche. Nel nome di quella carita’ cristiana di cui la sua lettera è intrisa, intervenga almeno a preservare quella terra, anche se appartenente ad un personaggio politico della zona.
Nel ricambiare gli auguri di buon anno, le invio distinti saluti''.
Pietro Villari
direttore degli Scavi dell’Universita’ della South Florida a Fiumedinisi





03/01/2009

http://www.tele90.it/news.asp?news_id=5476


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