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L'importanza dello "spazio" nell'era dell'Urbanesimo e la tutela del paesaggio tuscanese
19-01-2009
Luca Bellincioni

Affacciandosi dal parco-belvedere di Torre Lavello, a Tuscania, si può ammirare uno dei panorami più suggestivi e romantici del Lazio e dell'intera Etruria. Uno scenario sublime, ove il magnifico complesso monumentale delle antiche basiliche di San Pietro e Santa Maria Maggiore, capolavori dell'arte romanica, ed i pittoreschi ruderi del Rivellino convivono in equilibrio mirabile con il paesaggio agreste e naturale della Valle del Marta. Sull'amplissimo sfondo, poi, da un lato si ergono i verdi Monti Cimini (con la città di Viterbo che si intravede appena alle loro pendici) e dall'altro le tormentate e solitarie alture della Tolfa. Un paesaggio che appare al visitatore come una sorta di "dipinto vivente", dove ogni dettaglio assume un senso e un valore. Un paesaggio, come si può ben immaginare, estremamente vincolato, almeno formalmente, poiché di straordinario valore non soltanto estetico ma anche culturale. Del resto, l'affacciarsi da questo belvedere - che sorprende sempre i turisti, visto che ancor oggi Tuscania è marginale alle rotte più importanti del turismo culturale ed ambientale - dona allo sguardo attento e sensibile due elementi di estrema suggestione: in primo luogo quello più scontato, ossia il connubio fra monumenti antichi e ambiente naturale; in secondo luogo lo "spazio", dato dalla sussistenza di orizzonti vuoti ed inafferrabili, come quelli che si scorgono al di là della vallata verso le sagome appena pronunciate delle colline tolfetane. Ebbene, nell'epoca post-industriale ed iperconsumistica in cui viviamo, da molti chiamata "Urbanesimo", dove ogni aspetto della vita si restringe in luoghi chiusi e ristretti (il posto di lavoro, la casa, l'automobile, il centro commerciale, il condominio, la palestra, ecc...), lo "spazio" assume un valore di fondamentale importanza. Lo "spazio naturale" si intende, vale a dire la prima vittima del modello di sviluppo contemporaneo, che vede nella riduzione degli ambiti naturali ed agricoli il segno del progresso umano.
In realtà, il cinismo e soprattutto l'aridità che oggi paiono dominare gli atteggiamenti umani, la mancanza di slancio etico, o anche soltanto morale, negli uomini, e quindi anche di senso civico, dipendono - pur indirettamente - proprio dalla riduzione dello spazio. Lo spazio naturale è ormai relegato per lo più nella solitudine e nell'asperità delle montagne più isolate, dove pochi appassionati osano avventurarsi. Non fa più parte della vita dell'"uomo comune". Lo spazio naturale non è più un "problema", non incute più timore nell'uomo "civilizzato", semplicemente perché non c'è più. Eppure quel timore, proveniente dalla sensazione di ignoto ed inafferrabile, archetipica della nostra stessa esistenza, stimolava la fantasia, e con essa la riflessione, e in ultima analisi l'intelligenza. L'uomo gretto contemporaneo, invece, figlio dell'Urbanesimo e del Gigantismo cementificatore, e portato nella maggioranza dei casi - come abbiamo appena detto - a consumare la propria vita in ambienti ristretti e squallidi (compendiati nel triangolo casa-lavoro-centro commerciale) o nella stessa periferia (ove regna l'anomimato sia ambientale che umano), non può per natura essere più portato alla fantasia né al pensiero, tranne quella parvenza di "riflessioni" indotte dai mezzi di comunicazione (in primis la tv) che gli fanno credere di essere “libero” di pensare. Gli orizzonti spaziali ristretti portano gioco-forza a pensieri ristretti, e allo stesso modo conducono ad orizzonti di vita ristretti. In queste condizioni, ad esempio, non sarebbe più possibile ripetere fenomeni sociali e culturali straordinari della portata del Rinascimento o del primo Risorgimento: eppure la storia e la vita vanno avanti e le rivoluzioni culturali hanno sempre fatto parte della storia della civiltà. Anche l'uomo relativamente colto, oggi, se relegato nei luoghi ove lo spazio è pura e semplice ripetizione, essendo cioè privato degli spazi naturali e dell'ignoto, non sarà capace dello slancio intellettuale o spirituale ardito e coraggioso, ma incoscientemente diverrà ripetitore - seppur formalmente più elegante - di contenuti standardizzati e indotti dall'esterno. Certo, tali atteggiamenti e limiti dell'uomo sono presenti in tutte le epoche della storia, ma lo spazio naturale, che in passato era proprio ciò che distingueva i luoghi e forse in larga parte anche gli uomini che ci abitavano, era sempre lì, pronto a stimolare la mente e lo sguardo di chi avesse sensibilità ed occhi per vedere. L'arte, la letteratura, la stessa convivenza civile ne guadagnavano. Il senso civico e lo slancio etico potevano essere propri anche dell'uomo comune. Ora non è più così. Lo spazio naturale dava libertà di interpretazione, la dittatura dei mass media no. Lo spazio naturale dava la libertà di "cercare", l'Urbanesimo dà il diritto di ripetere.
E tornando all'esempio di Tuscania, alla luce di quanto scritto finora, lo sguardo che fugge all'orizzonte, oltre la splendida vallata etrusca del Marta fino ai Monti della Tolfa, assume un'importanza del tutto inaspettata. Quello sguardo che si perde in uno spazio dove i confini sono labili e mimetizzati - dove cioè alla natura subentra soltanto natura, sino a quella barriera celestina che chiude il quadro e che stimola ancor più la fantasia a pensare a ciò che potrebbe esservi oltre (una valle? un fiume? un ruscello? altre colline? ruderi antichi? campi coltivati? una città abbandonata?) - permette ancora all'uomo di sognare, di fantasticare, di pensare, di riflettere. In questo panorama non c'è nulla di scontato: non una città che interrompa lo sguardo sino alle alture tolfetane, non una "macchia bianca" di capannoni che riportino il pensiero allo squallore quotidiano: soltanto boschi, colline, pascoli, e campi sino a quella lontana barriera tolfetana. E' la stessa situazione che altri luoghi dell'Etruria ancor oggi magicamente conservano e ai quali per questo chi scrive è particolarmente legato: solo per fare due esempi noti, Pienza in Valdorcia o Civita di Bagnoregio nella Teverina (non a caso la prima già facente parte del patrimonio Unesco, la seconda in procinto di esservi inclusa).
Il lettore che con conosca Tuscania a questo punto potrebbe pensare ad una gestione impeccabile di un patrimonio così immenso, quello del paesaggio naturale, agrario, suburbano ed urbano tuscanese. In realtà, ben lungi dall'essere mai stata valorizzata appieno, la bellissima cittadina situata nel cuore della Maremma Laziale negli ultimi tempi ha visto il concretizzarsi di episodi inquietanti e gravissimi ai danni di questo stesso patrimonio. Indebite ristrutturazioni di casaletti ai piedi di Colle San Pietro con consistenti aumenti di cubature, interramento di giardini pensili a frutteto nel centro storico a favore di incongrui prati inglesi (con tanto di volgari recinzioni a rete), ville e villette sorte come funghi nelle campagne nei pressi della Madonna dell'Ulivo, discarichette abusive nei fossi, orribili teloni bianchi che spuntano negli orti accanto alla basilica di Santa Maria Maggiore, ecc..
E non basta. Accanto al progetto devastante del nuovo aeroporto di Viterbo, addirittura vari progetti di centrali eoliche (!) interessano attualmente tutto il territorio della Maremma laziale (ma anche di quella toscana, già colpita in più punti dall'eolico selvaggio). Per fare qualche megawatt (che potrebbe essere più intelligentemente e razionalmente prodotto incentivando il fotovoltaico sugli immensi spazi industriali disponibili), si svende uno dei pochi scampoli di "grande spazio naturale" e di "sguardo sconfinato" che ci sono rimasti senza dove per forza salire su una montagna sperduta. Uno degli ultimi grandi spazi naturali, cioè, disponibili a tutti e non solo ad alpinisti od escursionisti provetti. Di colpo lo sguardo che si emozionava guardando quel mare di colline fino all'orizzonte (un'emozione senza prezzo, di un valore non quantificabile) verrebbe spezzato dalla mostruosità di tralicci con pale roteanti alti quasi cento metri, innalzati nel nome dell'avidità di chi li produce e li installa e dalla demenza di chi, sostenendone l'utilizzo nelle aree agricole e naturali (in buona fede o in mala fede, questo ancora non si è capito), crede di poter “aiutare” l'ambiente distruggendolo. In più, guardando tristemente le "torri eoliche" (innalzate oltre quelle medievali dal caldo color bruno del tufo) interrompere l'orizzonte un tempo vuoto, al posto dei silenzi maremmani si ascolterebbero (e si vedrebbero pure probabilmente) i tanti aeroplani dei voli low cost verso il vicino nuovo scalo viterbese: che fra l'altro porterebbero semplicemente altro turismo di massa, "mordi e fuggi", dove c'è ne già anche troppo (Roma, Fienze, Siena, Perugia) e non apportando nulla a nessuno (tranne logicamente a chi costruirà e gestirà l'aeroporto).
A quel punto, sono sicuro che molti di coloro i quali oggi conoscono ed amano Tuscania non ci tornerebbero più per non soffrire. E il turismo verrebbe di colpo ridimensionato poiché i paesaggi tuscanesi, che oggi emozionano il visitatore dall'animo sensibile (e che attendono solo di essere ulteriormente promossi e valorizzati), non avrebbero più senso. E, con lo spazio negato, tutti noi perderemmo l'ennesimo spunto per sognare, per pensare e per riflettere: in ultima analisi l'ultima speranza, forse, di essere ancora uomini.







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