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NEW: Cultura, Beni Culturali e Ambiente.
11-11-2005
Vittorio Emiliani

Testo dell'intervento di Vittorio Emiliani alla Giornata Nazionale di Protesta dei Beni Culturali e Ambientali, organizzata dal Comitato per la Bellezza e dall'Associazione "R. Bianchi Bandinelli"

Federazione Nazionale della Stampa, 11 novembre 2005

Siamo qui stamattina per una Giornata di Protesta che investe tutta la materia della cultura, dei beni culturali, dell'ambiente, del territorio e della loro salvaguardia come servizio, risorsa, investimento pubblico. Siamo qui soprattutto per mettere a fuoco tutta una politica disastrosa per la cultura e per i suoi beni in modo strutturale e non soltanto congiunturale. Malgrado il recupero di una parte del FUS, i tagli inferti segnano ormai una linea nera continua rispetto al passato minacciano la funzionalità, la sopravvivenza stessa a volte, degli archivi, delle biblioteche, dei teatri, privati e stabili, del cinema intero, delle fondazioni musicali, delle orchestre, dei musei, delle accademie, ecc. Tutto ciò, insomma, che compone il volto e l'identità migliore di un Paese che abbia l'orgoglio e l'intelligenza di essere tale. Vi sono oltre 50 Istituzioni culturali italiane, riunite nell'AICI, le quali non hanno ancora ricevuto il contributo statale di legge dovuto per il 2005, e già sulla carta se lo vedono decurtato. Per molte di esse può essere la fine. Altri casi si potrebbero citare. La scure sta infatti per abbattersi, nuovamente, pure sugli Enti locali e regionali minacciando così le ultime risorse possibili per questo apparato culturale capillare. Questa politica si riassume in pochi dati, uno soprattutto: l'Italia destina alla cultura la miseria dello 0,16 per cento del proprio PIL, contro lo 0,35 del Portogallo, lo 0,90 della Spagna, l'1.0 della Francia e l'1,35 della Germania. La media UE è pari allo 0,50 per cento. Noi siamo tre volte più in basso. In quest'ultimo quadriennio è stata anzitutto scardinata, un'idea per noi fondamentale: l'idea dell'interesse generale prevalente. Sostituita da una pioggia di condoni e di sanatorie, di mance, di premi a chi, al contrario, ha perseguito illegalmente, a danno del Paese e del suo patrimonio pubblico (ambiente, paesaggio, ecc.), i propri interessi privati. Questa idea-cardine dell'interesse generale prevalente è la prima che bisogna riportare in onore, è la prima da ricostruire nelle coscienze richiamando con forza l'articolo 9 della Costituzione: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". Finché ci sono. Divelto il cardine dell'interesse pubblico prevalente con sanatorie in ogni settore (edilizio, ambientale, fiscale, previdenziale), si è teso ad abbassare il livello generale della tutela. Nel nostro Paese vigevano alcune leggi fondamentali, come quelle del 1939 (in realtà derivate da leggi giolittiane, beni storico-artistici, o crociane, paesaggio), aggiornate in base alla Costituzione del 1948 e a leggi successive quali la Galasso del 1985. Proprio fra anni '80 e '90 si era dato vita, con grande fatica e pure con compromessi, ad una stagione tuttavia importante di riformismo. Essa, oltre alla normativa sui piani paesistici, aveva prodotto la legge sulle acque e sulla difesa del suolo e quella sui parchi, sulle aree protette. Più oltre si era provveduto ad una legislazione sui rifiuti finalmente adeguata. Su questo corpo di norme di salvaguardia e di attiva, illuminata conservazione si è abbattuta un'offensiva senza precedenti che, ovviamente, ha teso ad indebolire le garanzie stesse della tutela e i suoi presidii. Il blocco di interessi individuali, personali, spesso speculativi (quando non criminosi), comunque particolari, che si è sostituito all'idea-cardine dell'interesse generale ha diretto tutta una serie di siluri al cuore della tutela: dell'ambiente (ne parlerà più ampiamente Gaetano Benedetto), del paesaggio, del patrimonio storico-artistico. Che nel Bel Paese rappresenta, chiaramente, un tutt'uno inscindibile e plurisecolare. Fra natura, cultura, arte e storia. Altra idea-cardine divelta: tutti i beni culturali e ambientali di proprietà pubblica erano considerati inalienabili, da secoli, fin dalle leggi medicee e pontificie, salvo eccezioni stabilite dagli organi di tutela. Qui è stato lucidamente perseguito un vero e proprio ribaltamento (già ai tempi del centrosinistra, in verità, allora però rimediato col regolamento 283 del settembre 2000, detto pure Regolamento Melandri). Tutti i beni culturali e ambientali pubblici sono così diventati vendibili, salvo eccezioni. E' la logica della Patrimonio SpA destinata, con le varie Scip, a finanziare le Grandi Infrastrutture, a fare cassa con pezzi di patrimonio pubblico. Alla base di tutto, c'è l'idea generale - che giudichiamo gravissima - secondo la quale la cultura e i suoi beni contano soltanto se sono produttivi e, scatto ulteriore, soltanto se "fruttano" denari, se "producono profitti". Con ciò si costituisce una esiziale gerarchia fra i beni culturali e ambientali suscettibili di dare un reddito mercantile e quanti invece non sono in grado di darlo, fra il grande museo, o il grande monumento-feticcio, e il piccolo museo, o la chiesa dell'Appennino spopolato. Un enorme arretramento culturale, e politico, rispetto alle acquisizioni della storia della tutela - avvenute anzitutto in Italia, sottolineiamolo! - che esaltavano il "contesto", il rapporto museo-territorio, che non costruivano gerarchie commerciali di sorta, fra testimonianze d'arte maggiori e minori, essendo la Cultura un "valore in sé e per sé" e non qualcosa che ha valore soltanto se è misurabile in rendite e in profitti. Idea, quest'ultima, che è stata applicata anche ai Parchi di ogni livello, che l'attuale ministro dell'Ambiente ha più volte ribadito di non voler "imbalsamare", di non voler "musealizzare". Quasi fossero dei luna-pak e non dei grandi parchi naturali e storici da conservare. L'intento, ovviamente, è quello di allentare vincoli e controlli e di estendere, nel contempo, la possibilità di buoni affari edilizi, di attività che configgono con l'ambiente (un recente supplemento del "Sole 24 Ore" ci dice che a Pescasseroli, dove tanto si è già costruito, gli alloggi viaggiano a 3-4.000 euro al mq., lo stesso a Cogne e anche a Norcia, nel Parco dei Sibillini). E' questo il momento di dire con grande forza e con altrettanta chiarezza - anche alle forze di centrosinistre - che tale deriva commerciale va contrastata in modo inequivocabile, restituendo alla cultura e ai suoi beni il valore "in sé" che essi hanno avuto e hanno. Come matrice della creatività di un popolo. Certo, la rete dei musei o quella dei parchi deve essere gestita in modo moderno ed efficiente per la salute fisica del Paese, per gli abitanti e per i fruitori. Nessuno lo mette in dubbio. Ma ciò deve eavvenire nell'interesse di tutti i cittadini e sotto una rigorosa guida tecnico-scientifica del più alto livello. Non nell'interesse di pochi gestori privati, di società di servizi, o, addirittura, dei costruttori, delle immobiliari. Uno degli strumenti giuridico-amministrativi che l'attuale governo ha messo in campo per affermare questa sua strategia di indebolimento generale della tutela, delle sue garanzie, dei suoi organismi e strumenti tecnici è stato, sicuramente, il cosiddetto Codice Urbani per i beni culturali e paesistici e si avvia ad esserlo la legge delega per l'Ambiente. Il primo ha accolto, di fatto, la linea dei ribaltamento dei valori sopra enunciata, che è poi quella della vendita del patrimonio pubblico salvo eccezioni. Inoltre esso ha tolto ai Soprintendenti il potere decisivo di bocciare a valle i progetti edilizi ritenuti inaccettabili (erano circa 3.000 all'anno) consentendo loro soltanto di poter esprimere un parere, peraltro consultivo, all'inizio dell'iter amministrativo della concessione. Misura quanto mai blanda, rispetto ai "mostri" che vediamo crescere in modo diffuso. E che magari crescevano pure prima (vedi Fuenti o Punta Perotti), con avalli imbarazzanti, e che però, con le leggi di allora, si potevano, con fatica, almeno contrastare. Il Codice Urbani ha assorbito anche la legge Galasso depotenziandola ampiamente: non sono stati fissati tempi e scadenze per i piani paesistici regionali (come se non si sapesse degli enormi ritardi in materia di alcune Regioni); né sono state ancora nominate le commissioni paesistiche previste per cui, nel caso del Parco del Conero, le salvaguardie di tipo naturalistico valgono quasi zero e bisogna aggrapparsi ai vincoli di carattere storico-artistico. Ovviamente contestati, per le solite ragioni di forma, dal Tar regionale. Di un simile Codice, dopo il Testo Unico del 1999, nessuno, salvo il ministro, ora traslocato senza troppa gloria alla Rai, sentiva il bisogno. Esso ha aggravato fino al marasma la confusione già esistente nei rapporti Stato-Regioni-Enti locali, nelle relazioni fra autorità di tutela, indebolita, e privati cittadini. Su questo penoso groviglio bisognerà intervenire senza timidezze, anzi con energia, chiarezza e coraggio, "ricostruendo" norme solide, insieme a organici competenti e attendibili perché selezionati in base al merito. Intaccati, frontalmente, i pilastri portanti delle cultura come valore "in sé" e della tutela dei suoi beni quale interesse generale, si è infatti passati ad attaccare l'apparato pubblico, in primo luogo quello statale, ministeriale, deputato a governare e a salvaguardare il patrimonio ambientale, paesistico, storico-artistico. Dello stato deplorevole in cui sono stati posti i Ministeri dei Beni e delle Attività culturali e dell'Ambiente (per non parlare delle Infrastrutture svilite ormai ormai a Ministero delle Grandi Opere e basta) parleranno i relatori che mi seguiranno. Io mi limiterò a sottolineare come nelle Soprintendenze siano tornati i tempi amari in cui non c'erano i soldi per i francobolli e per le interurbane o per la tassa rifiuti. Solo che, molti anni fa, a fronte di queste miserie, c'erano, quanto meno, poteri forti nelle mani dei Soprintendenti territoriali di settore, pure nei confronti del Ministero. Poteri che oggi i titolari della tutela non hanno più. Anche perché, con alcune mirate operazioni di spoil-system (aggravando, con la legge Frattini, la precedente legge Bassanini), e con lettere di richiamo immediate, si è creato un clima di paura che nell'Amministrazione non c'era mai stato, almeno dopo il 1946. Il più clamoroso, ma non il solo, è il caso di Paola Carucci rimossa in tal modo dalla direzione dell'Archivio Centrale dello Stato nonostante le molte e vibrate proteste. Alcuni dirigenti stimati sono stati trasferiti in aree culturali di cui mai si erano occupati, oppure retrocessi dalla cura di regioni di punta ad altre certamente meno importanti. Altri sono stati indotti a dimettersi. Nel settore strategico della difesa del suolo vorrei ricordare il caso clamoroso del bravissimo direttore del servizio antisismico nazionale, Roberto De Marco, rimosso per ragioni unicamente politiche e finito in tutt'altra branca ministeriale, lontanissima dalle sue alte competenze scientifiche. Del resto, la stessa "epurazione" di Giuseppe Chiarante, appena rieletto alla unanimità vice-presidente coordinatore del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, e di chi vi parla venne chiesta subito a gran voce dall'allora sottosegretario Vittorio Sgarbi e dal ministro Giuliano Urbani per aver noi "tradito" la fedeltà loro dovuta (???) plaudendo al documento, firmato dai direttori dei maggiori musei stranieri, in cui si chiedeva al nostro governo di ritrarsi dalla linea folle delle privatizzazioni a cascata dei Musei italiani, da essi ritenuti, per lo più, esemplari da ogni punto di vista. Dopo di che il Consiglio Nazionale stesso non venne più convocato e neppure quello successivo ebbe miglior sorte. Al punto che lo stesso Codice Urbani - esaminato in Parlamento soltanto in commissione e per poche ore - non conobbe in Consiglio Nazionale (oggi Superiore) alcun confronto di idee e di opinioni. Confronto ritenuto, palesemente, un rischio. O un fastidio democraticistico. Fatti e comportamenti inauditi se si ripensa al passato anche lontano. Si pensi soltanto che sulla riforma del Ministero ai tempi di Veltroni (con Chiarante a presiedere il CN dei Beni culturali) il Consiglio Nazionale dedicò ben otto animate sedute ai problemi posti, con posizioni critiche marcate su Poli Museali e Soprintendenze Regionali. Pure per questo è nata e si viene tuttora sviluppando (vedi legge delega ambientale) una legislazione decisamente mediocre dal punto di vista tecnico-scientifico, confusa, farraginosa, piena di buchi e di incongruenze, di assai improbabile applicazione. La quale favorisce e favorirà una ulteriore perdita di quadri validi e un vuoto amministrativo sempre gradito a furbi e speculatori. Con evidenti, pesanti contraddizioni: mentre, da una parte si propugna addirittura una "devoluzione" di poteri pubblici di tipo federale, dall'altra lo stesso governo consente al Ministero dei Beni e delle Attività culturali di operare il più gigantesco accentramento con ben 47 dirigenti centrali (da 7-8 che erano, addirittura 3-4 ai tempi di Spadolini). Una cosa mai vista. Al tempo stesso, ogni rispetto delle competenze e dei meriti è svanito e si ruotano quei dirigenti medesimi nei modi più assurdi. Oppure si nominano al livello di direttori regionali (è il caso del Piemonte) persone che hanno il solo titolo di componenti della segreteria del ministro. Tutto ciò indebolisce e demotiva ulteriormente una Amministrazione poco pagata (la meno pagata dello Stato) che, per i quadri di livello medio-alto, presenta una età media oltre i 50 anni e che, senza l'immissione, attraverso procedure rigorose, di giovani capaci e meritevoli sembra quindi destinata alla estinzione. Negli ultimi tempi, secondo criteri tanto sbrigativi quanto anti-storici, si sono abolite alcune Soprintendenze di tradizione, le quali, dalla fine dell'800, corrispondevano ad aree storico-culturali ben precise, come la Soprintendenza Archeologica dell'Etruria meridionale, finita del calderone laziale. Caso analogo quello della non meno storica e specifica Soprintendenza archeologica di Ostia Antica, retta con bravura da Anna Gallina Zevi. Si va verso Soprintendenze regionali che, in modo molto banale, ricalcano i confini delle regioni, dettati, molti anni fa, dalla burocrazia ministeriale. Tutto dovuto all'insipienza, all'incapacità? No, a nostro avviso, c'è pure un preciso disegno in tutto ciò: assestare al Ministero stesso, ai Musei o alle aree di scavo che più fanno gola ai privati un colpo decisivo onde poterli trasformare in Fondazioni ovviamente con fini di lucro (all'opposto di quelle americane), e secondo la ben nota legge mercantile del "mettere a frutto i beni culturali". Non a caso è sotto tiro la Soprintendenza autonoma speciale di Pompei retta da Pier Giovanni Guzzo, sottoposto, secondo i sindacatiu, ad una vera e propria "gogna mediatica", ad una sorta di assedio quotidiano. Non a caso nella Fondazione Museo Egizio di Torino (primo esempio di privatizzazione alla Urbani), inizialmente, era stato escluso ogni possibile egittologo. In questi casi - è una espressione che rubo ad Adriano La Regina - sarebe più serio aprire un Supermercato Egizio, con tanto di mummie sulla porta. Forse attirerebbe più persone e non snaturerebbe un Museo di valore. Certo è che nel settore-chiave dei Beni Architettonici e del Paesaggio, dove la speculazione risulta florida, anzi grassa, gli stanziamenti sono stati ridotti, negli ultimi anni, addirittura del 70 per cento, mentre risultano vacanti 39 posti di architetto (ce ne sono appena 300 in tutta l'Amministrazione, con centinaia di pratiche a testa). Con le ultime Finanziarie, si sono intaccate le stesse spese di mera sopravvivenza delle Soprintendenze che già prima non nuotavano nell'oro. L'istituzione del Lotto straordinario del mercoledì (ministro Veltroni) avvenne lo scopo precipuo di finanziare altri restauri e interventi di base apportando nuove risorse strutturali. Oggi, con quei fondi (fatto inaudito), si finanzia la spesa ordinaria, perché, come dice il suo debole ministro, il Ministero è "al limite estremo delle forze". Non ci sono più soldi, per nulla e per nessuno. O meglio, i soldi ce li ha la Società per Azioni "Arcus", alla quale va il 5 per cento delle somme degli appalti delle Grandi Opere (un finanziamento in qualche modo "incestuoso", derivante dall'imbruttimento del paesaggio). Ma quei cospicui fondi vengono decisi dal consiglio della SpA senza alcun passaggio né collegamento ministeriale. Basti dire che i primi 18 milioni di euro sono stati ripartiti assegnando circa il 20 per cento alla città di Parma, collegio del ministro Lunardi. Ecco la logica. La drammatica carenza di fondi (mancano soldi persino per le missioni) incide sulla qualità della tutela, sulla presenza sul campo dei funzionari, sulla gestione dei Musei statali, sulle risorse che gli Enti locali destinano alla loro rete museale, fittissima, dunque sulla offerta stessa del nostro turismo culturale. Che, per contro, è la sola componente del turismo italiano che "tiri" ancora: Pompei guida la classifica con un 15 per cento di aumento dei visitatori, ma in buona posizione sono anche Roma (+ 10 per cento negli arrivi, con molti Tedeschi), Firenze (+ 3,3 negli ingressi ai musei), Venezia (+ 8 per cento), Palermo ed altri centri, medi e minori. Tagliare i finanziamenti, rattrappire ancor più gli investimenti, chiudere parzialmente i musei, ridurre le ore di riscaldamento vuol dire togliere propellente al solo turismo che va, che funziona. Un suicidio. Anche da punto di vista esclusivamente economico. Ma v'è dell'altro e riguarda paesaggio e territorio. E' già passata alla Camera (con una assai blanda opposizione dell'Ulivo), e rischia di passare anche al Senato, una nuova legge urbanistica (legge Lupi dal nome del suo proponente) la quale trasferirà a livello nazionale il cosiddetto modello-Milano. Che significa tabula rasa della pianificazione urbanistica pubblica disegnata nel 1942 in funzione dell'interesse generale (ci risiamo) e sua sostituzione con uno sviluppo urbanistico contrattato coi detentori di aree edificabili, cioè coi poteri immobiliari forti. Sarebbe un altro durissimo colpo ad uno Stato fondato sulla tutela degli interessi generali. A tale legge nazionale si dovrebbero poi adeguare anche quelle Regioni le quali, oggettivamente, si sono date normative urbanistiche sicuramente più avanzate e partecipate. Verrebbe così ulteriormente esaltata la logica della rendita fondiaria e sacrificata, invece, quella del profitto imprenditoriale. Verrebbe ulteriormente esaltata la corsa - che già è dissennata - a sempre nuove costruzioni di ogni tipo nel verde delle campagne, mentre le città consolidate, ricche di ogni genere di servizi, vedono diminuire i loro abitanti fissi, sostituiti da residenti tanto precari quanto sfruttati. Nei centri storici e pure nelle fasce della prima periferia. In prossimità delle aree metropolitane non c'è più alcune distinzione fra città e campagna, al Nord come al Sud. Non c'è più soluzione di continuità fra città e città. Villettopoli, Fabbricopoli, Commerciopoli ed ora anche Filmopoli (le multisala) si "mangiano" sempre nuove porzioni di terra a coltivo, a prato o a bosco. I grandi impianti commerciali determinano essi l'assetto delle città esistenti svuotandole di punti commerciali, di servizi, di cinema, e costringendo quanti possono farlo a vivere, praticamente, in automobile, lasciando gli anziani e i diversamente abili soli con se stessi in città sempre più spettrali e disservite. Il nostro patrimonio abitativo ha superato da tempo i 120 milioni di vani ufficiali. Più quelli abusivi. Per una popolazione che ormai cresce poco, soprattutto in forza dell'immigrazione. Per la quale tuttavia, come per le giovani coppie, non c'è più, da tempo, edilizia pubblica, economica o sociale che sia. E non c'è nemmeno recupero urbano, se non sporadico, cioè restauro e riuso di palazzi e di quartieri semivuoti e ormai inabitabili, magari frutto di lontane lottizzazioni abusive o della più nera speculazione. Per cui si progettano altre migliaia e migliaia di nuove abitazioni che occuperanno con cemento e asfalto nuove migliaia di ettari ora a verde. In Gran Bretagna, di recente, il Grande Piano Casa Nazionale per 4 milioni di nuove abitazioni è stato contrastato da due organismi la Countryside Agency e la English Nature, che parlano di un piano che mette "seriamente a rischio" "paesaggi e habitat di rilevanza nazionale", con "danni significativi". In Gran Bretagna e negli Stati Uniti il dibattito scientifico e anche politico sull'urban sprawl, cioè sullo sviluppo disordinato delle città, sul continuo consumo di suoli e di ambienti agricoli è piuttosto intenso. In Francia è stato di recente pubblicato un Libro Bianco dal titolo di per sé significativo, anche se interrogativo: "La fin des Paysages?", la fine dei paesaggi? La stampa, la Tv non ne parlano. Ne leggiamo sulle riviste e soprattutto sul bellissimo sito di Edoardo Salzano, eddyburg. Da noi, dove ci siamo "mangiati" in mezzo secolo quasi 12 milioni di ettari di buona terra, se ne parla poco, mentre il Bel Paese viene spalmato di cemento e di asfalto, e l'edilizia è la sola attività che galoppa nella stagnazione generale. Ma è edilizia privata, di alto costo e di ancor più alto impatto ambientale e paesaggistico. Viviamo in un Paese che continua allegramente a sprecare, a dissipare i propri beni primari irriproducibili (fra i quali dobbiamo mettere, per primo, la bellezza della natura e del paesaggio) sull'altare della rendita fondiaria, della rendita parassitaria. Ma i beni primari irriproducibili sono di tutti, fanno parte degli interessi generali, mentre la rottura epocale che si è prodotta nella cultura dell'ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico-artistico ha puntato e punterà sugli interessi privati di quanti vogliono fare di tutto ciò un "business" per pochi. Voglio chiudere in modo inequivocabile, rivolto a Prodi, alle forze di centrosinistra: la strategia appena descritta non può essere corretta, e nemmeno imbellettata. Essa va semplicemente affossata e ribaltata. Se vogliamo tornare davvero all'articolo 9 della Costituzione, alle grandi leggi del passato (a volte vien voglia di gridare, provocatoriamente, ridateci Bottai!), di un passato anche relativamente recente oggi manomesso, se vogliamo ricominciare ad andare avanti, non possiamo in alcun modo venire a patti sulla Patrimonio SpA e sul silenzio-asseso, sulla alienabilità dei beni culturali pubblici, sulla privatizzazione mercantile dei Musei, sulla commercializzazione dei Parchi, sul Codice Urbani, sulla legge delega ambientale e su quanto ne è conseguito e ne consegue, in testa a tutto lo sbando attuale dei due Ministeri (Beni e Attività Culturali e Ambiente) e delle forme della tutela. Cosa vuol fare l'Unione in queste materie fondamentali? Lo chiediamo con molta forza anche perché nella vicenda della legge Lupi l'opposizione si è molto defilata e perché nelle stesse tesi esposte da Romano Prodi in vista delle primarie non abbiamo riscontrato impegni adeguati per queste fondamentali materie. C'era un "no" ad altre sanatorie edilizie e c'era la richiesta, assai generica, di valorizzare il patrimonio culturale del Paese. Ci vuol altro: si tratta davvero di rifare, di ricostruire l'Italia migliore, la quale è stata ferita, macchiata, spesso manomessa e violentata. Nel corpo e nelle leggi. Un compito di per sé immane da realizzare anzitutto nelle coscienze, sperando che troppe di esse non siano state contagiate e corrotte. Un compito al quale le forze della cultura debbono dedicarsi con forza, ben al di là dei tagli alla Finanziaria, incalzando la politica e i politici sul piano strutturale, reclamando con forza di concorrere ad un progetto Italia, ad una sorta di New Deal della cultura e dell'arte che sia correttamente alla base della ripresa di questo nostro bello e infelice Paese.



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