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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Beni e Attività culturali. Eutanasia di un Ministero
14-11-2005
Irene Berlingò, presidente Assotecnici

Comitato per la Bellezza-Associazione Bianchi Bandinelli
Giornata di protesta nazionale
“Beni Culturali e Ambiente, una Italia da rifare”
Venerdì 11 novembre 2005
Salone della FNSI, Roma

Parlare oggi di un sistema nazionale della tutela è solamente puro eufemismo; in realtà siamo arrivati ad una situazione cantonale, neanche regionale. Appare infatti tristemente superata la previsione che io stessa prefiguravo, poco più di un anno fa, evocando provocatoriamente l’abolizione del Ministero per i Beni e le Attività culturali (Bollettino di ItaliaNostra n. 401, giugno 2004, dossier, p. 2 ss.).
Ma cominciamo a considerare gli ambiti che abbraccia questo Ministero: è opinione comune dei tecnici che le attribuzioni in materia di spettacolo, sport e impiantistica sportiva, risalenti al 1998, Ministro Veltroni, invece che potenziare la struttura, l’abbiano resa pesante senza che a ciò siano corrisposti adeguati finanziamenti, impoverendo perciò ulteriormente i settori corrispondenti.
Oggi, invece che prendere coscienza dello stato di fatto, si continua ad improvvisare, addirittura prefigurando l’unione dei Beni culturali con il Turismo – mi riferisco a dichiarazioni dell’On. Fassino riportate pochi giorni fa dalla stampa-.
I due settori certamente sono connessi, ma diversificati e necessitano ambedue di finanziamenti adeguati, oltre che di una gestione centralizzata; infatti anche il Turismo allo stato odierno è decentrato in maniera oserei dire insensata, quando invece una delle nostre maggiori risorse dovrebbe giovarsi di direttive a livello nazionale e infatti i risultati si vedono nelle statistiche. Una politica efficace per i due settori dovrebbe perciò prevedere linee guida e finanziamenti diversificati, onde evitare sofferenze di un settore a scapito dell’altro, come oggi si verifica soprattutto per lo spettacolo. All’epoca il Consiglio nazionale approvò questa scelta, dato che l’alternativa, nella riorganizzazione ministeriale che si stava varando, sarebbe stata quella di essere accorpati con l’Istruzione e non con l’Università e la Ricerca.
Alla luce dei fatti la scelta si è rivelata perdente e oggi sembra più giusto semmai tornare a parlare di beni culturali e ambientali, in quanto si tratta di due categorie di beni strettamente connessi, dalle scelte e dai finanziamenti dell’uno dipendono infatti le sorti dell’altro e viceversa. In breve, siamo nella sfera della tutela del territorio, a cui attendono in primis archeologi, architetti e storici dell’arte, a cui si aggiungono una serie di professionalità specifiche di supporto.
Passiamo ora in breve ad analizzare l’odierna struttura ministeriale; non mi soffermo ad analizzare la struttura centrale, su cui già tante volte si è posto l’accento, solo ne ricordo le linee:
· un dipartimento per i beni culturali e paesaggistici con 4 direzioni generali, di cui una attualmente vacante, quella per i beni storico-artistici, che alternativamente viene data per soppressa o affidata ad un amministrativo;
· un dipartimento per i beni archivistici e librari con due direzioni generali;
· un dipartimento per la ricerca, l’innovazione e l’organizzazione, che sostituisce in parte il Segretariato, con due direzioni generali e un servizio ispettivo;
· un dipartimento per lo spettacolo e lo sport con due direzioni generali.
per un totale di 14 dirigenti generali, esclusi quelli di staff (in totale oltre 40 in tutta la struttura ministeriale).
Sul territorio abbiamo 17 direzioni regionali, ex soprintendenze regionali, da cui dipendono 17 soprintendenze architettoniche, con 6 reggenti o meglio ex, visto che la Corte dei Conti ha decretato la fine delle reggenze, che vengono sostituite con l’interim da parte del direttore regionale e che quindi vanno considerate vacanti o meglio ormai inglobate nella regionale, e 4 dirigenti esterni a contratto, 13 miste (architettoniche e storico-artistiche), di cui 8 vacanti, 16 storico-artistiche, di cui 6 vacanti e una a contratto, 20 archeologiche, di cui 7 vacanti, per un totale di 66 soprintendenze, di cui 27 vacanti, cioè quasi il 50% e 5 a contratto esterno. A questo proposito è stato presentato un emendamento in Finanziaria per inserire in ruolo tutti i dirigenti a contratto, i c.d. esterni; è inutile ogni commento, visto che non si fanno concorsi per la dirigenza nel settore da quasi 10 anni.
Stanno per essere banditi i concorsi per bibliotecari e storici, ma non sembra per archeologi e architetti, alla cui carenza si pensava di poter sopperire attingendo agli esiti di concorsi banditi quasi 10 anni fa, in deroga alle norme sulla dirigenza, per cui era valido solo l’unico posto messo a concorso, e invece nel tempo, piuttosto che bandirne nuovi, sono state prese altre unità, sia nel caso degli archeologi che degli architetti, anzi alcuni di questi ultimi sono stati assunti come esterni con contratto.
Qualche dato sui finanziamenti: per es. le soprintendenze archeologiche per le spese di funzionamento (telefono, missioni ecc.) dispongono di circa 7 milioni di euro, cioè a testa una media di circa € 400.000, con una decurtazione di circa il 50% rispetto al 2004 e la situazione non migliora per le altre soprintendenze; bisogna infatti considerare che ci sono 17 strutture in più, cioè le direzioni regionali, che assorbono oltre 2 milioni e mezzo di euro.
Per quanto riguarda i Lavori Pubblici, abbiamo sempre per le soprintendenze archeologiche sui fondi ordinari circa 39 milioni di euro, con una diminuzione nei finanziamenti di circa il 10% rispetto al 2004, percentuale comune anche agli altri settori. A questo va aggiunto il decreto taglia spese del 17 ottobre n. 211 che decurta per i Beni culturali 4 milioni di euro sulla competenza e 187 milioni di euro sulla cassa; il taglio più sostanzioso parrebbe quello operato sul dipartimento beni culturali e paesaggistici , da cui appunto dipendono le soprintendenze.
Certo, la situazione finanziaria è grave per tutto il Paese ma non si può fare a meno di constatare che non vi è più un solo esempio che si possa citare in campo nazionale di grande cantiere di scavo o di restauro in corso con fondi ministeriali e al contempo di riflettere sul preventivo di Arcus per il 2005, che ammonta solo per il funzionamento ad una cifra pari ad un bilancio di soprintendenza (un milione e mezzo di euro).
Dunque, siamo ormai di fronte alla soprintendenza unica - e in questa ottica vanno letti gli accorpamenti di soprintendenze, come Etruria e Lazio - , nata ufficialmente per semplificare i rapporti con l’Ente locale, ma in pratica per sostituire la competenza tecnica con la managerialità; nel caso specifico i direttori regionali che - giova ricordare - sono quasi tutti architetti con l’eccezione di un archeologo, uno storico dell’arte, un ingegnere e due direttori amministrativi, sono direttori generali, quindi soggetti allo spoil system, quindi nominati con il placet dei politici.
Non vi è più alcun rapporto diretto tra le direzioni generali e le soprintendenze, in quanto le pratiche devono andare prima al regionale, che le trasmette alle soprintendenze, a meno che non attenga alla sfera di propria competenza. Tra l’altro, appalti, accordi quadro, convenzioni e quanto attiene alla gestione è oggi materia del regionale.
Siamo convinti che questa sia la ricetta giusta per tutelare il nostro patrimonio e che gli enti locali siano soddisfatti? Veramente sembra che in molti casi si lamentino dell’assoluta genericità dell’interlocutore unico e cerchino disperatamente il referente tecnico territoriale, anche perché si è ormai alla paralisi. Si giunge all’assurdo che in una stessa regione il regionale ormai assommi l’interim di più soprintendenze, con una gestione per così dire “manageriale”, mentre magari persiste la titolarità tecnica in un settore con un tipo di tutela per così dire “tradizionale”.
Certo, basta aspettare l’andata in pensione dei restanti titolari e il disegno è completato, le soprintendenze saranno solo un ricordo, uffici distaccati della vera soprintendenza unica, che è la direzione regionale.
Ma cosa succede nel modello Sicilia, dagli anni ’90 vagheggiato e caldeggiato? I giornali dell’isola sono pieni di proteste in questi giorni da parte del personale tecnico-scientifico per quel che succede e c’è una petizione che invito a sottoscrivere; funzionari amministrativi alla direzione del Museo Archeologico Eoliano, creato da Bernabò Brea, un archeologo alla biblioteca di Catania, architetti a dirigere rispettivamente il Museo Archeologico di Palermo, il più antico museo archeologico siciliano e il Museo storico-artistico Bellomo di Siracusa e così via.
E’ opinione comune dei tecnici che questo modello stia ingenerando solo una gigantesca confusione e di conseguenza l’immobilismo, la morte delle competenze scientifiche in barba al moltiplicarsi in campo universitario degli indirizzi specialistici, e che tutto questo non sia altro che il preludio alla soppressione del Ministero, con il passaggio totale alle Regioni.
Se pensiamo che ancora valga la pena di tutelare il nostro territorio e di preservarlo, in quanto bene comune, patrimonio di tutti, per non parlare poi dei risvolti legati al turismo e a tutto l’indotto che ad esso è legato, e della speranza di occupazione che potrebbe dare ai giovani un settore come questo, l’unica ricetta in grado di funzionare è una struttura leggera al centro, come la vecchia Direzione antichità e Belle Arti, oggi potremmo chiamarla Agenzia, con le soprintendenze dotate di autonomia amministrativo-contabile, perchè non tutte, come Roma o Pompei, sono in grado di auto sostentarsi, e i musei legati al territorio.
Il Sen. Bordon solo due giorni fa ha dichiarato in pubblico che purtroppo questo è il settore più penalizzato perché anche il più silente, in breve arrivano solo flebili proteste ad ogni colpo inferto, ricordando contemporaneamente che ogni riforma ha dovuto fare i conti con le migliori leggi che siano mai state fatte per i Beni culturali e ambientali, cioè le leggi Bottai. E’ già molto importante ascoltare oggi una ammissione del genere, è un sentire diffuso tra gli operatori ma impopolare tra i nostri politici.
Le proteste sempre più flebili vengono da una classe di tecnici delusi e mortificati, vicini ormai alla pensione e decimati nei ruoli, gli archeologi sono per es. il 20% in meno.
Perché dovrebbero protestare, si tratta di eutanasia.

Irene Berlingò



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