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Sui beni culturali in Italia. IL RISCHIO DI AZZERARE LA STORIA
14-05-2009
L'indice dei libri del mese, n. 5, maggio 2009, p. 2

Negli ultimi mesi alcuni avvenimenti hanno scosso il mondo stagnante dei beni culturali. Stagnante non per cause endemiche, ma per un crescente inaridirsi delle risorse finanziarie, per il costante diminuire degli addetti alla tutela, per l'insorgere in certi casi di conflittualit su ruoli e competenze fra stato, regioni, enti locali, fondazioni e via dicendo, il tutto contro la tela di fondo della crisi economica. Crisi che in Francia stata affrontata sul piano culturale con mezzi e obiettivi aumentati anzich diminuiti come avvenuto in Italia.
Intendiamoci, il quadro non interamente buio, sono stati affrontati con molto coraggio e portati a termine importanti restauri, come quello della Reggia di Venaria o della Madonna del cardellino di Raffaello, sono stati aperti nuovi musei (il Museo d'Arte orientale di Torino) sono state tenute importanti e assai ben curate mostre (Aspertini, Batoni, Egitto Tesori sommersi). Di contro, abbiamo assistito al solito proliferare di esposizioni assai poco esemplari (troppe per essere indicizzate senza omissioni), siamo stati testimoni (ma anche abbiamo reagito con vibrate proteste) di nomine di personaggi dalle indubbie capacit manageriali ma di altrettanto indubbia assenza di professionalit specifiche nel campo dei beni culturali, da quella di Mario Resca come consigliere del ministro Bondi, in attesa di pi alti destini una volta approvata la legge sulla riorganizzazione del ministero, a quella del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso a commissario dell'area archeologica di Roma e di Ostia, alla soppressione della Direzione generale dell'arte contemporanea (ripescata in extremis sotto il vago nome di "Direzione generale alle belle arti, paesaggio, arte e architettura contemporanea"), alle clamorose dimissioni del presidente (Salvatore Settis) e di alcuni membri (tra cui Andrea Emiliani mitica figura di soprintendente) dal Consiglio superiore dei Beni culturali, infine (per ora) ai pericoli insiti nel "Piano casa" che minacciano di alterare profondamente il paesaggio urbano e quello naturale, che forse, in un prossimo futuro, saremo costretti a leggere come un campionario di alieni siti naturalistici e rurali, se verr rispettato il lavoro che finora li ha censiti e protetti.
Studi e tesi dottorali sulle nostre periferie riguarderanno il cattivo gusto degli italiani e la loro capacit storica di autodistruzione? Evidentemente, per citare Amleto, "anything is rotten in the Kingdom of Danemark", c' qualcosa di marcio nel regno di Danimarca, id est nella Repubblica italiana, ma cosa?
Alla base di ogni osservazione e di ogni denuncia sulla situazione attuale occorre porsi una domanda: esiste un progetto culturale che intenda affermare quella cultura della tutela che ha gloriose tradizioni nella storia italiana? Oppure quella storia considerata un peso, un vincolo inibitorio?
Dovunque si guardi si riscontra un annullamento della storia e della memoria storica a favore della ricerca di nuove identit generiche e generalizzanti. L'unico progetto che si vede emergere quello di cancellare l'identit specifica, fondata sul know-how e sulla cultura storica, e di sostituire quella specificit con funzioni strumentali che, in quanto appiattite sulla attualit , impediscono ogni capacit di ricerca e quindi di sviluppo.
La cancellazione della storia vuole dire anche cancellazione del metodo e delle sue applicazioni, fatto che, nel caso italiano, ancora pi grave poich significa cancellazione delle variate identit geografico-culturali del territorio e di quel processo unitario che, quando attuato nel migliore dei modi, aveva affidato al metodo e non ai contenuti la ricomposizione in unit nazionale di quelle complesse identit specifiche.
La generale deriva sociale cui stiamo assistendo coinvolge soprattutto la spina dorsale del paese: l'istruzione e la tutela e, in particolare, per l'istruzione, i campi delle discipline umanistiche. Basti vedere come la benvenuta autonomia universitaria sia stata appiattita; come siano volentieri condannate a una progressiva estinzione discipline fondative quali la storia dell'arte (tema di un convegno italo-francese a Palazzo Strozzi il 22 e il 23 maggio), come la scolarizzazione del percorso formativo sia in controtendenza rispetto alle nazioni che vorremmo imitare, quali gli Stati Uniti, dove, al contrario, si cerca di favorire la liberalizzazione dei progetti formativi nel campo delle discipline umanistiche.
Che cosa voglia dire azzerare la storia, quale danno questa scelta produca per la cultura della tutela gi stato indicato da tempo da Salvatore Settis, che condannava l'estinzione delle soprintendenze ai beni artistici e architettonici come un'autentica cancellazione delle prerogative che distinguevano l'Italia nella sua azione di tutela, come destrutturazione degli archivi e quindi della concatenazione delle filiere della memoria, come inibizione delle competenze del sapere e del saper fare. Ora queste allarmanti considerazioni rischiano di essere persino superate. Siamo gi al day after?
Per evitare fraintendimenti sar bene precisare che non si tratta di difendere a spada tratta gli organi della tutela statale (che non sono esenti da colpe e difetti), a scapito delle competenze regionali e degli enti locali o delle competenze acquisite dalle fondazioni e dai consorzi privati o misti. Si tratta invece di ribadire la necessit di conservare l'ordine delle competenze, riconoscendo a ognuno le proprie funzioni e prerogative; di condannare quindi la confusione dei ruoli come strumento di governo. Si tratta insomma di programmare il consolidamento e non l'estinzione delle competenze, in modo che l'universit formi persone con strumenti di metodo per saper fare e proprio in questo fare quegli strumenti si consolidino e si sviluppino traducendo in efficacia della conoscenza e della tutela la corretta messa in valore del patrimonio culturale.
Alcuni dati confermano invece che le scelte vanno in direzione opposta. Basti considerare la questione degli organici delle soprintendenze. I nuovi concorsi dimostrano che a esaurimento sono destinati esclusivamente i settori dichiaratamente storici, ovvero quelli degli storici dell'arte e degli archivisti e bibliotecari: a dimostrazione che interessano esclusivamente quei ruoli che possono pi immediatamente essere strumentali al funzionamento di meccanismi immediatamente operativi. Misura gravissima dello scoraggiamento dei giovani storici dell'arte nei confronti del lavoro negli organi di tutela il numero in calo dei partecipanti ai concorsi di selezione per accedere alle scuole di specializzazione. N si pu dare torto a quei giovani, data la situazione dell'ultimo concorso, tuttora ancora da espletare. Parlano i numeri: 397 posti per assistenti museali; 3 per calcografi; 50 per funzionari architetti; 30 per funzionari archeologi; 5 per funzionari storici dell'arte. Eppure quella specie che si vuole estinguere, a partire da Adolfo Venturi ha reso riconoscibile e quindi tutelabile il patrimonio culturale italiano che, sicuramente, ha bisogno di competenze diverse compresenti e dialoganti, ma che deve essere ancorato, in ogni aspetto, alla qualit che deriva dal sapere storico.
Quanto all'incalzante mito della "managerialit" ascoltiamo le parole di Michel Laclotte, un grande uomo di musei ma al tempo stesso un grande manager, il creatore del Grand Louvre e del Muse d'Orsay: "Soltanto chi sia di formazione storico dell'arte e abbia avuto direttamente a che fare con le collezioni avr l'esperienza e i riflessi che occorrono per orientare una politica di mostre, di pubblicazioni scientifiche, di programmi culturali, di allestimenti museografici. Dovrebbe essere evidente". Purtroppo non sempre lo .
E' stato difficile decidere di consegnare alla stampa questo editoriale dopo il terremoto in Abruzzo. Ci sembrava infatti che un evento tragico e irrimediabile per le persone e per il patrimonio artistico dovesse essere il solo argomento da trattare. Attoniti e pieni d'angoscia abbiamo tuttavia deciso di voler dare il nostro contributo anche con questi "avvertimenti" sulla tutela, forse potranno servire.

L'indice dei libri del mese, n. 5, maggio 2009, p. 2


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