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Se Atene è legittimata a reclamare i “suoi” marmi, perché Urbino, Città di Castello, Ravenna, le Marche, l’Umbria, l’Emilia, non dovrebbero reclamare i “loro” quadri?
24-07-2009
Vittorio Emiliani

Se Atene è legittimata a reclamare i “suoi” marmi,
perché Urbino, Città di Castello, Ravenna, le Marche, l’Umbria, l’Emilia, non dovrebbero reclamare i “loro” quadri?

La decisione della Soprintendente di Brera, Sandrina Bandera, di richiedere all’Accademia Raffaello di Urbino di restituire subito la pala di Giovanni Santi, padre di Raffaello, ivi in deposito da un quarantennio, ha suscitato polemiche. Ma, soprattutto, ha sollevato o scoperchiato, non volendolo, una questione tanto grande quanto delicata. L’opera di Giovanni Santi fu infatti dipinta a Urbino e per Urbino, ma entrò nell’enorme lotto di opere d’arte (oltre un migliaio) che il vicerè d’Italia, Eugenio di Beauharneis, fece deportare a Milano dalle ex Legazioni pontificie, in specie dalle Marche, per fare di Milano ciò che il patrigno Napoleone stava cercando di fare di Parigi, cioè il “luogo eletto delle arti”. Con opere razziate soprattutto nel Centro Italia. Operazione contro la quale, nel 1796 e dalla prigione, aveva già scritto, nelle “Lettres à Miranda” (era il generale incaricato della depredazione), memorabili parole di fuoco uno dei più grandi teorici della tutela del “contesto” storico-artistico, e cioè il parigino Antoine Chrisostôme Quatremère de Quincy. Grande amico di Canova e collaboratore delle prime leggi pontificie sulla tutela, il chirografo di Pio VII di Carlo Fea e il successivo editto del cardinal Bartolomeo Pacca. Come comprovano i penetranti studi di Antonio Pinelli e del sapiente Edouard Pommier.
E’ così che, fra le tante opere segnalate al vicerè e ai suoi trafugatori da Andrea Appiani, giunsero, nel 1806, da Città di Castello lo Sposalizio della Vergine di Raffaello e, nel 1811, da Urbino la Pala di San Bernardino di Piero della Francesca. Con un contorno di opere considerate minori che, o finirono nei depositi di Brera, o vennero smistate, assurdamente, dopo il 1815, nelle chiese lombarde. Caduti sia Napoleone che Eugenio, arrivò ai parroci delle chiese depredate una lettera con cui li si invitava a riprendersi le loro tele. Ma, coi mezzi finanziari e coi trasporti di allora (carri tirati da buoi), non successe praticamente nulla. Rimasero a Brera opere fondamentali trafugate a Pesaro (La Madonna e i quattro Santi di Savoldo dalla chiesa di San Domenico) e a Ravenna (la Pala Portuense di Ercole Roberti da Santa Maria in Porto e il Martirio di San Vitale di Federico Barocci dalla chiesa di San Vitale). Tutti casi esemplari di asportazione.
Da qualche anno si sta muovendo in quelle terre, cioè dall’Emilia-Romagna e dalle Marche, un movimento d’opinione che tende a far “tornare a casa” quelle opere così deportate. La soprintendente di Brera va in senso opposto a tale movimento reclamando invece la restituzione a Milano della pala urbinate di Giovanni Santi per costruire una “Sala Urbino” prima dello Sposalizio della Vergine di Raffaello e della Pala di Piero. I diritti di Brera sono convalidati, sostiene, dai suoi 200 anni di storia (1809-2009). Si può obiettare che ben più lontani sono i diritti della storia e della storia dell’arte, sia per la Pala di San Bernardino a Urbino (Mausoleo dei Duchi di Francesco di Giorgio chiaramente orbato di quel capolavoro), sia per lo Sposalizio della Vergine a Città di Castello. Gli urbinati si chiedono, non senza ragione: se Atene appare sempre più legittimata a reclamare dal British Museum i marmi del “suo” Partenone, perché mai Urbino non dovrebbe essere abilitata a chiedere che tornino a casa la Pala di San Bernardino e altre opere d’arte di cui è stata privata manu militari (quando non manu latronis)? Oltre tutto il contesto sia architettonico che paesaggistico di Urbino è infinitamente meglio conservato di quello di Milano. Città che nella storia dell’arte non incrociò, minimamente, né Piero della Francesca né Raffaello. Come la mettiamo col “localismo” o col “municipalismo” di cui sono stati accusati gli urbinati?
Fra l’altro, alcune opere cosiddette minori della deportazione di massa voluta dal Beauharneis stanno effettivamente “tornando a casa”. E’ stato così per i due Filippi, il padre Camillo e il figlio Sebastiano più noto come Bastianino, della chiesa di San Cristoforo a Ferrara, che erano finiti, nientemeno, sopra il Lago Maggiore, smistati colà da Brera. A Urbino potrebbero intanto tornare i due Ridolfi della aggraziata e intatta Chiesa di Santo Spirito, che da Milano furono poi sbattuti uno a Novate Milanese e l’altro a Trezzo d’Adda. Collocazioni storicamente insensate. In chiese spesso chiuse, temo. Mentre a Urbino dovrebbe restare, all’Accademia Raffaello, dove è stato sin qui più che decorosamente conservato, il Giovanni Santi, nella bella casa di famiglia su per il Monte. Fu davanti a quella pala, se ben ricordo, che nel maggio del 1990 venne dato il diploma di accademico onorario a Carlo d’Inghilterra, attivo conservatore del patrimonio storico-artistico, buon acquerellista, ammiratore entusiasta di Urbino, e pronipote di quella regina Vittoria che favorì la nascita della attiva Accademia urbinata ora retta da Giorgio Cerboni Baiardi. E poi, da ultimo, Milano non è una delle capitali del nuovo federalismo e quindi della riattribuzione a ciascuna regione d’Italia della propria identità storica e culturale? Agli urbinati interessa poco, suppongo, sapere se sono etnicamente umbri, galli, romani, o altro. Interessa il fatto che il loro patrimonio, prevalentemente rinascimentale, è un tutt’uno, che esso ha già subito troppe spoliazioni, che quello rimasto è stato ben conservato da Stato e Comune, e quindi va, semmai, ricostituito. Certo non ulteriormente impoverito.
Vittorio Emiliani
Comitato per la Bellezza



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