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Restauri ad Assisi
03-09-2009
Bruno Zanardi

Pubblichiamo qui di seguito due articoli editi, e un terzo mai pubblicato, in merito al restauro eseguito dall’Icr sulle due vele della Basilica superiore di Assisi – una monocroma, l’altra opera di Cimabue ¬– crollate a terra con il terremoto del 26 settembre 1997.

Primo intervento

Si inaugurerà nei prossimi giorni il restauro di due vele nelle volte d’incrocio tra navata e transetto della Basilica superiore di San Francesco a Assisi: una dipinta da Cimabue con l’Evangelista Matteo, l’altra monocroma a “finto cielo”. Un restauro che chiude la lunga stagione degli interventi condotti in Basilica dopo l’immane tragedia del terremoto del 26 settembre 1997. Come tutti certamente ricordano, il terremoto che causò quattro morti sepolti dalla caduta a terra di parte dell’imbotte d’ingresso affrescato con figure di Santi dallo stesso maestro romano autore della parte iniziale delle celeberrime “Storie di San Francesco”, e delle due vele testé restaurate. Tutte opere realizzate all’interno dell’immensa impresa decorativa della basilica superiore promossa tra il 1288 e il 1292 da Niccolò IV, primo papa francescano della storia della Chiesa; e opere polverizzate in centinaia di migliaia di frammenti alla cui raccolta subito dopo il sisma si dedicò amorevolmente Paola Passalacqua, restauratrice della Soprintendenza dell’Umbria, lavoro che qualche mese dopo fu avocato dall’Icr.
Diciamo subito che il restauro delle due vele, e in particolare di quella di Cimabue, convince ancora meno dell’altro nell’imbotte concluso quattro anni fa. Tutti interventi eseguiti dall’Istituto centrale del restauro (Icr) con l’apporto esterno di alcuni restauratori privati.
Innanzitutto, non è qui il caso di chiedersi di nuovo se la tragedia del 26 settembre 1997 poteva essere evitata. Chiedersi cioè per quale ragione Icr e Soprintendenza dell’Umbria abbiano atteso il crollo della volta della Basilica per rendersi conto che la sostituzione nel 1955 dell’originaria struttura lignea con travi in cemento armato aveva reso il tetto della chiesa tre volte più pesante, inoltre che quella stessa volta era stata molto appesantita anche dal materiale di scarto depositato nei suoi rinfianchi in secoli di lavori di manutenzione del tetto, infine che Assisi si trova in una zona endemicamente soggetta a terremoti. In altre parole, chiedersi perché Icr e Soprintendenza non abbiano applicato almeno alla gloriosissima Basilica di Assisi i principi di prevenzione dai rischi ambientali, quello sismico su tutti, che invano si tentarono d’introdurre [da parte di Giovanni Urbani] nel mondo della tutela una trentina di anni fa.
Evitato l’insidioso quesito, torniamo alle vele appena restaurate considerandole come due pagine del grande palinsesto della civiltà figurativa dell’Occidente che è la decorazione della Basilica d’Assisi. Né per caso uso qui l’abusata metafora di palinsesto, pertinente in origine lo studio dei testi letterari. Infatti, dalla seconda metà del Novecento è divenuto uso comune certificare il buon restauro dei manufatti artistici nel nome di una più o meno sottintesa equazione tra filologia testuale e restauro. Il “restauro filologico”, invocato anche per la ricollocazione dei frammenti di Assisi su un nuovo supporto.
Ma è davvero possibile parlare di filologia per il restauro dei manufatti artistici e in particolare delle vele di Assisi? Da tempo, e di nuovo nella giornata in onore di Giovanni Urbani organizzata un paio di anni fa da Salvatore Settis alla Normale di Pisa, Gianfranco Fiaccadori ha mostrato tutta l’inconsistenza della ricorrente equazione tra filologia testuale e restauro. E l’intervento di Assisi rivela in effetti la formidabile differenza di statuto tra le due discipline.
Partiamo da un dato di generale definizione. Da Karl Lachmann in poi, vale a dire dalla prima metà dell’Ottocento, la filologia testuale è la scienza che mira alla ricostituzione dell’originale di un testo letterario per via documentaria e/o attraverso la critica interna. Ebbene, le due vele, monocroma e di Cimabue, non pongono problema alcuno di natura filologica né in sede documentaria, né d’interpretazione congetturale, essendo il testo (figurativo) noto in ogni minimo particolare nelle mille e mille fotografie e nei rilievi tecnici eseguiti prima del loro disfacimento a causa del terremoto: quello sulle giornate d’esecuzione lo realizzò John Withe nel 1980, con l’aiuto di Sabina Vedovello e mio.
Sulla base di quali principi si è proceduto allora a Assisi? Sulla base di una concezione artigianale della filologia si sono ricollocati in situ i frammenti conducendo l’operazione “a occhio” e parzialmente, cioè lasciandone decine di migliaia a terra, in casse, perché in barba alle magnifiche sorti e progressive del restauro scientifico non si sono trovati (né esistono) computer e quant’altre macchine in grado di stabilire l’esatta loro posizione nelle vele. Dopo di ché si è passati a un’inedita filologia che consente interventi metodologicamente diversi su parti, le vele, di uno stesso testo (figurativo), distinguendo tra storia e cronaca. Storia è stata evidentemente ritenuta la vela di Cimabue, dove con molta attenzione si sono incollati su un fondo reso in una tinta grigiastra, perciò detta “neutra”, solo i pochissimi frammenti di cui si è riusciti a ritrovare l’esatta posizione originale. Cronaca è stata invece classificata la vela monocroma “a finto cielo” compagna di rovina della contermine vela di Cimabue, dove non si è posto in opera alcun frammento dell’azzurro duecentesco, creando invece una nuova superficie campita con un’uniforme tinta grigia, detta “sottotono”.
Davvero una curiosa filologia quella applicata a Assisi. All’interno dello stesso intervento si è prodotta una versione stinta, cioè “sottotono”, del testo (figurativo) autografo della vela monocroma, mentre per la vela di Cimabue si è confuso tra “originale” e “autografo”, negando che si potesse risarcire il perduto testo (figurativo) autografo, come invece si poteva fare in tutta verità filologica riproducendolo in originale dalla più che completa documentazione esistente; e si è privilegiato la ricollocazione nella vela di una serie non organica di frammenti autografi inservibili dal punto di vista critico, inutili dal punto di vista estetico. Con il risultato d’aver restituito alla comunità scientifica e alla società civile una delle opere di decisiva importanza per la storia della nostra civiltà figurativa, il San Matteo dipinto da Cimabue nella Basilica di Assisi, ridotto a una grande spiaggia sabbiosa (la cosiddetta tinta neutra) su cui vola in ordine sparso un informe sciame di piccole farfalle (i frammenti autografi di colore).

(«Il Sole 24 Ore», 2 apr. 2006 [ins. «La Domenica», p. 31]).


* * *

Secondo intervento

Rispetto alla vela [in realtà l’imbotte d’ingresso, ndt] di San Gerolamo (inaugurata nel settembre del 2002 nella Basilica Superiore di Assisi), il problema per la vela di Cimabue con San Matteo e della vela stellata - del quale si è occupato Bruno Zanardi domenica scorsa su queste pagine - è stato ben più difficile e complesso, a cominciare dall’estensione del danno (due vele anzichè una) e dalla maggior frantumazione dei frammenti, che hanno subito una doppia caduta (sull’altar maggiore e sul pavimento). La vela con San Matteo di Cimabue, infatti, nonostante la ricerca sui frammenti fosse stata eseguita con la stessa metodologia messa a punto per le precedenti, è stata recuperata solo per un 25% all’incirca della superficie dipinta: pochi frammenti, quindi, e distribuiti in modo da rendere impossibile ricostruire l’immagine dell’opera. A questo punto eravamo di fronte a un bivio: o rinunciare a ricollocare la vela in situ, eventualmente destinando i frammenti ritrovati e ricollocati sui pannelli a un “museo del terremoto” annesso alla Basilica, o al contrario ricollocarli, confidando che il recupero, percentualmente più consistente, dei frammenti del costolone e delle fasce decorative potesse attutire l’impatto visivo della perdita quasi totale della vela di San Matteo, inquadrandola architettonicamente.
Nel maggio 2005, in seguito a una giornata di studio nella quale vennero coinvolti i padri francescani, le istituzioni preposte alla tutela centrali e periferiche, storici dell’arte e restauratori italiani e stranieri, fra i quali Giorgio Bonsanti, Maria Andaloro, Gianluigi Colalucci, si decise, di comune accordo, di ricollocare comunque i frammenti ritrovati della vela di Cimabue, come atto estremo di salvaguardia di quanto resta della materia originale, spinti soprattutto dalla preoccupazione che, lasciati nei cassetti, quei frammenti ritrovati potessero correre un rischio potenziale di dispersione e un rischio certo di non essere mai più visibili nel contesto architettonico cui appartenevano. Si decise anche di non proseguire per la vela stellata la ricerca dei frammenti come era stato fatto per il San Matteo, certamente non per una distinzione gerarchica fra parti figurate e parti decorative (o fra “storia” e “cronaca”, come ha supposto Bruno Zanardi) ma, semplicemente (e dolorosamente) perchè sulla vela stellata la documentazione fotografica precedente al crollo del 1997 aveva un grado di definizione insufficiente per poter eseguire la ricerca efficacemente. Come tutte le scelte, può non essere condivisa e quindi prendiamo atto che Zanardi non la condivida e che proponga, come terza possibilità, argomentando attraverso una sottile quanto pretestuosa distinzione fra le parole “originale” e “autografo”, l’esecuzione di un falso al 75% per la rimanente superficie della vela di Cimabue.
Non credo possa essere sufficiente la comunicazione a un convegno di un illustre filologo, docente di archeologia cristiana [Gianfranco Fiaccadori] citata da Zanardi nel suo articolo, come argomento, non sperimentato se non a livello accademico, per mettere in pratica nel corpore nobili del San Matteo cimabuesco un assunto ancora da dimostrare. La soluzione per la ricostruzione dell’immagine della vela di Cimabue, irrimediabilmente perduta se non per quei pochi frammenti ritrovati e ricollocati, potrà venire, invece, dalle nuove tecnologie: la ditta Sat Survey di Venezia, infatti, e le società Seac02 di Torino e Geomedia Group di Treviso hanno sponsorizzato per l’lcr una ricerca che consentirà una ricostruzione virtuale del testo figurativo, il cui prototipo è stato illustrato alla conferenza stampa del 5 aprile. Un’ultima precisazione: nel 1991 il ministero per i Beni culturali e ambientali e Iritecnica avevano presentato al pubblico il «Progetto Assisi», nel quale, per l’appunto, si metteva a fuoco il problema del rischio sismico in relazione proprio alle Storie francescane della Basilica Superiore grazie anche ai più che ventennali interventi di controllo e manutenzione effettuati dall’Icr sotto le direzioni di Brandi e Urbani.

(«Il Sole 24 Ore», 9 apr. 2006 [ins. «La Domenica», p. 7]).


* * *

Terzo intervento (inedito)

Circa l’articolo della dottoressa Bon del 9 aprile, due le osservazioni principali. La prima riguarda la mia – secondo la d.ssa Bon – «sottile quanto pretestuosa distinzione fra le parole “originale” e “autografo”». Ebbene la distinzione si trova lontanissima dall’essere vano pretesto polemico. «Originale e autografo» non sono infatti semplici «parole», come la d.ssa Bon scrive, ma termini scientifici da un paio di secoli alla base dell’enorme mole di studi di filologia testuale scritti da giganti del pensiero occidentale quali Wolf, Lachmann, Wilamowitz, Pasquali, Timpanaro, Contini, per citarne solo alcuni. Quanto all’obliqua allusione a Gianfranco Fiaccadori, le cui competenze vanno comunque ben oltre la filologia e l’archeologia cristiana, non mi è chiaro come, dopo l’inoppugnabile dimostrazione da lui fornita a Pisa (e già in un volume del 1991), si possa parlare di «argomento non sperimentato se non a livello accademico»: a quale altro livello, mi chiedo, deve condursi una discussione sulla legittimità dell’equazione tra filologia e restauro e la relativa differenza di statuto disciplinare? A meno, appunto, di ritornare a una concezione vulgata e approssimativa – non scientifica: quella, per Fiaccadori, degli «inesperti» – che fa di ogni restauratore un filologo e di ogni filologo un restauratore. Ma la scienza e i suoi metodi sono ovviamente un’altra cosa.
Seconda osservazione. Sempre avendo ben chiaro che il problema da risolvere era molto, molto complesso, credo all’Icr non abbiano ben considerato come si possa legittimamente sostenere che un falso non sia la copia autentica di un autografo, quindi in sé originale, da me proposta, bensì la «Vela» di Cimabue, resa oggi dal restauro in una immagine del tutto inconfrontabile con la figura di Matteo vista da tutti noi ancora gloriosamente in situ. Quella di cui resta, appunto, testimonianza autentica in mille fotografie originali. Senza poi dire che è lo stesso Brandi a operare una distinzione tra autentico e originale laddove scrive nella sua Teoria del restauro (“L’unità potenziale dell’opera d’arte”), che nella reintegrazione di un’opera in frammenti ci si deve “limitare a svolgere i suggerimenti (...) reperibili in testimonianze autentiche dello stato originario”: appunto le mille fotografie appena citate. Evidentemente a Brandi era ben chiaro come gran parte della storia dell’arte greca antica sia nota grazie a copie autentiche derivate da autografi che nessuno ha mai visto; e anche su questo argomento esistono montagne di libri: dall’Account dei due Richardson (1722) in poi. Senza poi dire che è lo stesso Brandi (laureato in Legge nel 1926, prima che in Storia dell’arte nel 1927) a chiarire nella Teoria («Falsificazione») che «il dolo è essenziale per il giudizio di falso»; e parlare di dolo per la copia (non un falso al 75% come la Bon dice) di un’opera la cui rovina è stata resa nota in tutto il mondo da un’infinita serie di libri, fotografie, documentazioni video eccetera mi pare francamente fuori luogo.
Tre altre osservazioni “di servizio”.
La prima riguarda il 25% (è la percentuale indicata dalla d.sa Bon) dei poveri frammenti del San Matteo di Cimabue ricollocati in situ, anche per la «preoccupazione che, lasciati nei cassetti, quei frammenti ritrovati potessero correre un rischio potenziale di dispersione». Quindi quel rischio permane per il 75% dei frammenti rimasti a terra appunto nei cassetti, i quali quasi certamente per sempre lì resteranno. In più, l’affermazione della Bon potrebbe far intendere che in Italia siamo incapaci di assicurare la custodia di quelle che restano (pur così ridotte) reliquie della nostra civiltà figurativa.
La seconda. A differenza della d.ssa Bon, credo che Cesare Brandi e Giovanni Urbani debbano essere tenuti fuori dal problema dal crollo della volta. Gli interventi eseguiti dall’Icr guidato dai due (e da Rotondi), citati dalla Bon, credo vadano dal 1941 al 1983, quindi si fermano 14 anni prima del 1997. Né quegli interventi sono stati manutenzioni, come la d.sa Bon scrive, ma restauri a tutti gli effetti: strappi di affreschi (Torriti, Simone Martini), consolidamento, pulitura e reintegrazione di testi figurativi altrimenti ingiudicabili (Maestro di San Francesco, Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Puccio Capanna eccetera), riscoperte di testi trecenteschi sotto altri intonaci (Andrea da Bologna) e così via. Una lunga serie di restauri a molti dei quali io stesso ho lavorato, prima come allievo dell’Icr, poi come libero professionista.
Infine, fossi nella d.sa Bon, glisserei sul convegno del 1991 sul rischio sismico della Basilica di Assisi, da lei citato come esempio dell’attenzione data dall’Icr al problema. Infatti, chi legge di quel convegno avrebbe tutte le ragioni per chiederle: “Dottoressa Bon, benissimo il suo Convegno. Ma quali ne sono stati gli esiti se, sei anni dopo, è crollata parte della volta della Basilica Superiore, uccidendo quattro persone e distruggendo per sempre parte dei dipinti murali di Cimabue e Torriti?”; magari aggiungendo: “È stato in quel Convegno che la Soprintendenza dell’Umbria ha deciso di esperire un’indagine sul rischio sismico della Fontana Maggiore di Perugia, alta forse tre metri, e non sull’immenso edificio della Basilica di Assisi, tra l’altro collocato in una zona notoriamente a alto rischio sismico?”.



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