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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Paesaggio S.O.S.: Torri di Jesolo
03-09-2009
Bruno Zanardi

Le recentissime vicende delle Torri di Jesolo, del Crescent di Salerno e delle villette petites bourgeoises di Monticchiello di Siena, ribadiscono il carattere di emergenza nazionale ormai assunto dall’architettura contemporanea in Italia. È il disastro urbanistico sotto gli occhi di tutti, creato dalla terribile miscela tra rapacità della speculazione edilizia e pochezza culturale della politica; la miscela che dà lavoro ai circa 150.000 architetti iscritti all’Ordine in Italia, senza contare gli architetti stranieri – vanno molto spagnoli, giapponesi e americani – le cui marchette chissà perché vengono sempre dette capolavori: la nuova Ara Pacis di Mayer, inutile e fuori proporzione, docet. Un disastro ambientale probabilmente irreversibile – i 4/5 degli edifici sono stati costruiti nell’ultimo mezzo secolo – in gran parte creato dalla storica incapacità degli organi tecnici dello Stato, le soprintendenze, d’uscire dalla routine burocratica d’una dilettantesca politica vincolistica che a nulla serve perché priva d’un qualsiasi scopo positivo e perciò continuamente aggirata: lo dimostra il generale sfascio del paesaggio italiano, coste marine per prime, tanto che, a Jesolo, la Torre Aquileia (22 piani) è già stata inaugurata e il Merville (24 piani) sta per esserlo, a conferma che la locale soprintendenza a nulla è servita. Ma quale avrebbe potuto essere il destino delle città e del paesaggio italiani se lo Stato avesse condotto una politica di tutela che rendeva finalmente inessenziale la distinzione tra beni immobili privati e pubblici perché entrambi visti come unico traguardo sia della pianificazione urbanistica, territoriale e paesistica¬, che dei criteri per le “valutazioni di impatto ambientale”? Una politica grazie alla quale la notifica non fosse più l’ottocentesca coercizione amministrativa che ancora oggi è (ovvero, nel peggiore dei casi, un demagogico e assurdo editto del tipo, per fare un caso astratto, “Vincolo mille km quadrati della zona tra la costa amalfitana e la piana del Sele”, così da passare per un eroe agli occhi dei dilettanti), ma potesse finalmente essere lo strumento di base d’una moderna, coerente e condivisa strategia di tutela del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente, facendo in tal modo delle soprintendenze dei moderni uffici organizzativi dedicati all’integrazione materiale del passato nel divenire dell’uomo, quindi del tutto in sintonia con gli interessi della società civile? E quale avrebbe potuto essere il destino delle città e del paesaggio italiani se le Scuole di Architettura avessero fissato – come avrebbero dovuto fare fin dal secondo dopoguerra: ma Bruno Zevi non voleva! – le regole d’una progettazione mirata a fare delle città storiche l’orizzonte urbanistico, proporzionale e tipologico (materiali da costruzione compresi) per la definizione dell’assetto dell’intera città, quindi anche delle nuove costruzioni? Una progettazione che ponesse al proprio centro le gravi responsabilità indotte dal dover collocare la nuova architettura in un contesto storico, estetico e paesaggistico fortemente strutturato, perciò ancora più fragile e problematico, quale è quello italiano su ogni altro paese dell’Occidente?



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