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La bozza del Programma dellUnione sui beni culturali: un capitolo da riscrivere
07-02-2006
Ferruccio Ferruzzi, vicepres. Ass. Naz. Archivistica It.

Ferruccio Ferruzzi, vicepresidente Ass. Naz. Archivistica Italiana: Ferruccio Ferruzzi*

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La bozza del Programma dellUnione sui beni culturali: un capitolo da riscrivere

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La bozza finale del Programma elettorale dellUnione** dedica, su 274, 7 pagine del capitolo La ricchezza della cultura- forse un po poco - ai problemi generali della cultura e ai beni culturali. Gi la scelta della ricchezza come qualificazione sembra rivelare il debole che, anche nel centrosinistra, come rileva Settis, si ha per la visione economicistica del patrimonio culturale (una concezione di sviluppo che porti la cultura nelleconomia, p. 260), secondo la quale limpegno pubblico nei beni culturali deve giustificarsi collargomento che producono ricchezza (le attivit culturali stimolano leconomia, p. 259).

Intanto, ci bens vero, ma certo non per tutti i tipi di beni culturali nella stessa misura, e unimpostazione primaria di questo tipo tende inevitabilmente ad emarginare quei settori, come gli archivi e le biblioteche che, di gran lunga meno dei musei, monumenti e scavi, si prestano a stimolare attivit economiche (p. es. gli studiosi stranieri che vengono in Italia per consultare i nostri archivi e biblioteche sono poche migliaia allanno, mentre i turisti culturali sono decine di milioni).
Ma soprattutto non quella economica la prima funzione sociale dei beni culturali.

Come la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica Ciampi hanno pi volte ribadito, il patrimonio storico-artistico ha, nella Carta fondamentale, una destinazione culturale pubblica che deve prevalere sulla considerazione della sua eventuale valenza economica, e crediamo che un programma di centrosinistra dovrebbe fare di questi moniti la sua prima premessa, stabilendo il corretto ordine di funzione fra cultura ed economia, che coincide con quello fra tutela e fruizione.

Come pu esistere un uso del patrimonio, compreso quello economico, se questo non viene prima tutelato?

Non si pu daltronde certo dire che il documento privilegi poi in tutto la visione economicistica. Il fatto che nemmeno menziona in modo esplicito laltra, che chiameremo costituzionale, lasciando del tutto incerta ladesione ad essa. Anche lungo laltro asse di coordinate i cui estremi sono lo statalismo e la devoluzione
a regioni e enti locali, al di l di generiche invocazioni di leali collaborazioni, manca una scelta di fondo sul punto di equilibrio da realizzare, nonch ogni indicazione di concrete modalit attuative.

Limpressione che il documento lasci implicite diverse e opposte concezioni, come se fossero indifferentemente compatibili, senza pronunciarsi sul loro rapporto gerarchico e senza proporne una sintesi concreta, giustapponendo punti in cui prevale luna a punti in cui prevale laltra. Dallinsufficienza di chiarezza e coraggio politico sui principi fondamentali derivano cos leccessiva genericit e lambiguit del documento, che si manifestano nella mancanza di molte indicazioni necessarie e in palesi contraddizioni fra diversi suoi punti.

Molti punti esposti dalla bozza sono peraltro pienamente condivisibili e corrispondono alle aspettative maturate dal mondo della cultura nel recente periodo di grave crisi di risorse e di emarginazione politica del settore, a partire dal
fondamentale impegno di portare limpegno finanziario pubblico dallo 0,5 all1 per cento del PIL (un incremento di ben 6 miliardi di euro!) per potenziare strutture e interventi sui beni culturali, cio nella media dei paesi europei, che pur non hanno certo patrimoni pari al nostro.

Ci equivarrebbe - sarebbe bene dirlo esplicitamente
- a far salire i beni culturali nella graduatoria relativa delle priorit politiche del Paese, come hanno annunciato alcuni leader dellUnione, come per es. Massimo DAlema. Va dato atto di questo impegno fondamentale e di altri particolari punti
positivi fra cui la corretta elencazione della pioggia di provvedimenti negativi o incongrui e disfunzioni degli ultimi anni - di cui diremo oltre. Va per anche detto che la presenza di altri punti in diretta contraddizione con i primi ne rende problematica e incerta lattuabilit al punto da far mancare la determinatezza che dovrebbe avere un programma credibile al fine di essere valutato. Risulta quindi troppo arduo condividerlo in blocco per chi sostiene il primato della concezione costituzionale della tutela e chiede la maggiore chiarezza in merito.

Per quanto riguarda limpegno finanziario, sorgono per es. perplessit sulla sufficienza delle fonti delle risorse individuate. Per il documento, queste non dovrebbero tanto derivare da una semplice doverosa ridistribuzione nel bilancio
statale (con il solo costo della non certo necessaria portaerei Cavour - oltre 5 miliardi di euro - varata nel 2005 lintero settore statale avrebbe potuto finanziarsi per 4 anni ai ritmi attuali), ma da fonti aggiuntive quali lotto per mille e le quote del lotto, che sembra ignorare sono gi da tempo in parte assegnate al settore, pur se sempre pi decurtate.

Se vero che il sistema dei beni culturali il perno del sistema turistico italiano e produce indirettamente redditi di notevole entit (p. 262), il documento avrebbe potuto piuttosto proporre la soluzione logica e ben pi adeguata di dedicare al settore dei beni culturali una quota certa dei proventi tributari del turismo e del suo indotto, se non altro a titolo di partecipazione agli utili, analogamente a quanto propone per la pubblicit a favore dello spettacolo.

Per quanto riguarda il Ministero per i beni culturali, il documento propone da una parte di potenziare gli istituti centrali e le soprintendenze, conferendo ad esse forme di autonomia organizzativa e contabile, e di rafforzare poteri e autorevolezza dei soprintendenti e del personale scientifico (pp.264-265), tutti obiettivi di alto valore per il potenziamento del sistema della tutela nel suo insieme, da sempre segnalati dalle associazioni e esponenti del settore. Daltra parte contraddittoriamente, anzich sopprimere la societ Arcus, creata dalla riforma del 2004 - carrozzone destinato a spendere ingenti risorse pubbliche per interventi paralleli fuori di ogni controllo rispetto al sistema delle soprintendenze - e mettere le relative risorse a disposizione di questo, come richiesto da tutti i predetti esponenti del settore - propone (p. 260 e 265) di consolidarla indebolendo cos di fatto, sia sul piano politico che finanziario, il sistema delle soprintendenze.

Dopo aver correttamente elencato le gravissime carenze di risorse di mezzi (in effetti ben maggiori del 25% dal 2001 indicato) e di personale e le disfunzioni del Ministero cardine della tutela del patrimonio culturale, che le recenti riforme hanno reso elefantiaco (tre dipartimenti-carrozzone e ben 41 direttori generali), burocratizzato e inefficace, il documento si limita poi a promettere autonomia per gli istituti (ma era gi prevista dal d. l.vo 368/98 di Veltroni e non mai stata conferita) e a menzionare un (futuro) Ministero pi agile (p.265). Non ci si pone per affatto il problema di come far diventare agile un ministero riconosciuto prima elefantiaco, cio non si propone esplicitamente e tanto meno si delinea una sua profonda e radicale riforma, della quale nel documento non c alcuna traccia.

La mancanza di un chiaro, adeguato e articolato impegno in questo senso una grave lacuna del tutto incomprensibile e inaccettabile.

Eppure le associazioni del settore hanno inviato alla commissione che ha redatto la bozza di programma documenti in cui si compie unanalisi circostanziata delle disfunzioni del Ministero e se ne propone una conseguente radicale trasformazione.

Lanalisi in questione si spinge oltre ai sintomi manifesti sopra elencati e cerca di individuarne le cause: il ministero ormai semiparalizzato non solo da una particolare cattiva organizzazione aggravata dalla riforma del 2004 (a cui c da
aggiungere la politicizzazione della dirigenza mediante lo spoil-system e i contratti triennali), ma anche e soprattutto dalle tipiche irrazionali e rigide procedure del bilancio statale prescritte per tutti i ministeri - tuttaltro che improntate al primato delle esigenze tecniche e scientifiche che rallentano allinfinito i tempi, causano i famosi residui e impediscono ogni flessibilit operativa e gestionale, per cui la struttura ministeriale costituisce quasi pi impedimento che sostegno per le attivit sul territorio.

Si deve quindi prendere atto del fallimento del ministero come forma stessa di organizzazione centralizzata della tutela, altrimenti la promessa dellautonomia degli istituti dipendenti rimarr (per chi continuer a crederci dopo otto anni che gi legge) unutopia. Lespressione ministero agile infatti un ossimoro, una contraddizione in termini: la conclusione a cui si perviene che lorganizzazione statale della tutela pu essere agile solo se cessa di essere ministero come daltra parte aveva gi affermato fin dal 1965 la benemerita e ovviamente inascoltata commissione di studio Franceschini, che propose unazienda autonoma per la tutela.

Non certo da credere che un semplice ritorno allassetto dato dal d. l.vo 368/98 di Veltroni (segretariato generale e direzioni generali di settore), gi da pi parti criticato per il mantenimento di un eccessivo accentramento burocratico, possa rimediare a questa situazione incancrenita. La riforma efficace, cos come non si mai ottenuta finora, non pu pi ottenersi con ennesime modifiche parziali dellattuale sgangherato assetto ministeriale che, come dimostra lesperienza, ha una sua forza dinerzia e resistenza che vanifica ogni cambiamento. La vecchia Direzione degli affari generali al Collegio Romano, con ben 800 dipendenti, ancora fisicamente la stessa da 30 anni, malgrado due riforme, solo che ora la targa al portone reca Dipartimento per lorganizzazione.


Se invece nella tutela e gestione dei beni culturali deve prevalere il primato costituzionale della cultura, di conseguenza anche lorganizzazione preposta a tale funzione deve impostarsi su
tale fondamento, e quindi sulla natura tecnico-scientifica dei suoi compiti.

Lorganizzazione statale pi agile e adeguata per precipui compiti tecnici e scientifici la forma di amministrazione autonoma - indipendentemente dal nome proprio che assume - e non certo quella di ministero, essenzialmente preposto allattuazione di procedure meramente giuridico-amministrative. Occorre anche separare organizzativamente in modo netto il livello politico da quello esecutivo, al quale va conferito il carattere di organizzazione prevalentemente tecnico-scientifica
impostata fin dal vertice - che va ridotto al minimo di burocrazia possibile - secondo ampi principi di autonomia regolamentare, gestionale e tecnico-scientifica.


A tal fine le associazioni del settore hanno proposto la trasformazione dellapparato preposto alla tutela (direzioni generali di settore e istituti centrali e periferici) del Ministero in amministrazione statale autonoma per la tutela dei beni culturali (per il nome si pu bandire una gara), incardinata per lindirizzo politico-amministrativo generale al ministro per i beni e le attivit culturali, il cui dicastero va ridotto di conseguenza ai soli uffici centrali di indirizzo e politico generale, alta vigilanza e promozione.

Le associazioni propongono di sopprimere contestualmente la societ Arcus, che a maggior ragione sarebbe un doppione ingiustificato nel caso di unamministrazione autonoma, e deferire le sue risorse a questultima.

Solo azzerando lelefantiaco ministero attuale, si potrebbe far nascere un nuovo organismo diverso, dotato fin dallinizio di risorse e di strutture centrali pi leggere, a precipuo carattere tecnico e scientifico, anche nella professionalit
dei dirigenti generali, dotato di organi scientifici collegiali elettivi (oggi del tutto esautorati) con effettivi poteri consultivi e di autonomia scientifica e amministrativa per gli istituti periferici che per dimensioni ne possono utilmente fruire.

Il personale scientifico dellattuale ministero, da integrare, dopo lustri di mancato rinnovo, con urgenza mediante un adeguato piano pluriennale di assunzioni, potrebbe costituire un corpo dei conservatori del patrimonio altamente specializzato, analogo a quello francese, con funzioni di garanzia della competenza e omogeneit della tutela non solo nellamministrazione statale, ma anche presso le altre istituzioni pubbliche preposte, tanto pi opportuna in relazione alle contestuali ipotesi di decentramento.


Considerato il negativo esito delle attuali direzioni regionali burocratiche, a molte delle quali sono preposti dirigenti non tecnici o comunque di chiaro stampo politico-clientelare, che hanno accentrato a livello regionale e appesantito le attivit sul territorio (per es. tendono a gestire direttamente tutti gli interventi tecnici), le associazioni propongono di abolirle e di affidare semmai il coordinamento degli istituti statali presenti in regione - limitatamente ai necessari rapporti con lente regione e altri enti e istituzioni in materie di
interventi intersettoriali con loro finanziamenti, a comitati tecnici regionali rappresentativi degli istituti.


Cosa c di sbagliato in questa analisi, basata su decennali esperienze sul campo, e nella conseguente proposta delle associazioni? Perch non sono state prese in considerazione, e tanto meno recepite pur in parte? Non siamo riusciti a saperlo perch la commissione non ha voluto neanche concederci unaudizione.

Limpressione netta che le istanze tecnico-organizzative del settore avrebbero solo disturbato lintento politico a cui evidentemente risponde questo indigesto centone, che sembra pi un disegno di dominio dellorganizzazione del settore a tutti i livelli (governi territoriali) da parte della politica, piuttosto che una risposta alle sue esigenze obiettive e agli interessi culturali dei cittadini, ai quali assai poco interessa se un museo gestito dallo Stato, dalla regione o dal comune.

Meno ancora sembra quindi credibile un effettivo conferimento della vanamente da anni sbandierata autonomia, che per essere vera dovrebbe cominciare dalla stessa struttura centrale con la separazione del livello politico da quello tecnico esecutivo.


Assisteremo mai al miracolo di politici che vogliano davvero mollare il mazzo dellingerenza diretta nella struttura amministrativa e nella destinazione delle sue risorse (oggi anche la marca dei centralini degli istituti decisa dal vertice politico)?

Per quanto riguarda le funzioni di tutela, finora svolta esclusivamente dallo Stato, il documento afferma semplicemente che devono essere estese a livello di governi territoriali, espressione generica ed equivoca, riferibile a tutti gli enti locali senza distinzione.

Una cos rilevante proposta annuncia unimprevedibile rivoluzione del sistema finora vigente che tutto il mondo ci invidia, senza far parola su soggetti, competenze e rapporti implicati e sulle caratteristiche istituzionali del nuovo sistema cos evocato, e in particolare sulla ripartizione delle funzioni di tutela fra i diversi livelli e tipi di governi territoriali, richiesta dallart. 97 della Costituzione e dalla pi elementare logica organizzativa.

Quali potrebbero essere i rapporti fra i diversi soggetti, a cui sarebbe estesa la medesima funzione di tutela,? Se non vengono proposti nuovi oggetti e competenze di tutela, (il Codice prevede tipologie di beni per cui non ci sono ancora specifici organismi di tutela) come ovviamente non fa il documento, lestensione si riduce di fatto a una ridistribuzione fra pi soggetti delle competenze dello Stato.

Incombe allora il decisivo onere di dire come dovrebbe avvenire tale ridistribuzione fra i nuovi soggetti di diverse tipologie e livelli, ma il documento non dice nulla in merito. Le competenze di tutela possono daltra parte essere separabili in capo a soggetti diversi solo in base a due parametri - escludendo lassurda e impraticabile distinzione per importanza (nazionale, regionale, ecc) -: la tipologia di bene e il territorio, nel senso che due soggetti diversi possono svolgere senza interferenze distinte funzioni di tutela o su diverse tipologie di beni site nello stesso territorio o sulla stessa tipologia di beni in territori separati.
In ogni altro caso si ha sovrapposizione e interferenza di competenze. Senza una precisa scelta in questo senso, impensabile un sistema in cui tutti possono indifferentemente tutelare tutto, che costituirebbe una generale sovrapposizione e
confusione di funzioni nei confronti degli stessi beni (non certo risolvibile con una mera alta garanzia da parte dello Stato), del tutto contraria al principio dellomogeneit della tutela e comunque foriera di immaginabili conflitti e disfunzioni.

E quindi allarmante che su questo punto pi rilevante di tutto il documento per le sue vaste implicazioni manchi ogni chiarezza tecnico istituzionale e politica. Non infatti certo escluso in linea di principio che si possa configurare un sistema di tutela diverso e magari anche migliore dellattuale, in cui le rispettive competenze dei diversi soggetti pubblici siano anche molto diversamente ripartite.

Ma chi si assume liniziativa di una simile proposta ha anche lonere di chiarirla in modo adeguato e plausibile per assicurare almeno un equivalente grado di funzionalit e di efficienza, rispondendo alle prevedibili perplessit esposte.

Sulle funzioni di tutela e di valorizzazione il documento dice bens, del tutto correttamente, che vanno potenziate entrambe, che in generale sono intrinsecamente connesse e non devono pi essere distinte come oggi avviene (p. 263) e vanno tenute unite (p. 264) - cio che vanno evidentemente esercitate in modo organico, inscindibile in una pluralit di soggetti che ne svolgono separatamente ed esclusivamente una sola in modo del tutto indipendente luno dallaltro -, ma dallaltra non sembra poi trarre le esplicite necessarie conseguenze di questo principio nelle proposte di attribuzione concreta di queste funzioni a diversi soggetti (stato, regioni ed enti locali). Una delle ragioni delleccessiva genericit del documento su questo punto credo che risalga alla non innocua pi generale confusione che regna nel linguaggio politico e mediatico corrente sulla natura stessa della tutela e sui corretti rapporti che dovrebbero intercorrere fra le funzioni pubbliche di tutela, gestione e valorizzazione.

La tutela la funzione pi generale e costituzionalmente sovraordinata, che implica un ciclo organico di attivit connesse fra loro in vario modo: ricerca, individuazione, studio, catalogazione, vigilanza, restauro e conservazione.

E essenziale tener presente che, senza le competenze scientifiche specialistiche e lesercizio costante della ricerca di base e dello studio applicativo, non sussistono i requisiti scientifici e tecnici indispensabili per il competente esercizio della tutela da parte di qualunque soggetto istituzionale o professionale; evidenza che troppo spesso tende ad essere trascurata dai tanti che considerano la tutela unattivit soprattutto burocratica (vista come mera apposizione di vincoli e divieti) e ritengono che qualunque tipo di organizzazione sia in grado di svolgerla, giocando ad attribuirla a questa o quellaltra come al gioco dei monopoli.

Le parti di attivit del ciclo di tutela eventualmente svolte da altri soggetti concorrono alla funzione di tutela svolta dal soggetto titolare, e non costituiscono a loro volta distinte attivit di tutela.

Le attivit di gestione di strutture preposte alla conservazione e allorganizzazione della fruizione ordinaria e della valorizzazione di particolari beni, o anche solo di questultima, per es. mediante mostre e predisposizione di contesti didattico-espositivi, possono comprendere parti che coincidono con attivit di tutela in senso stretto (per es. il condizionamento espositivo dei beni) e parti che sono invece precipuamente finalizzate alla conoscenza e fruizione dei beni da parte el pubblico, le quali non sono in senso stretto attivit di tutela: mentre la tutela di un bene non richiede necessariamente che esso sia conosciuto e fruibile dal pubblico, per la fruizione richiesto necessariamente il rispetto delle norme di tutela.


Dovrebbe quindi essere chiaro che nessuna attivit di gestione o valorizzazione materiale di un bene culturale pu avvenire al di fuori di una indipendente responsabilit di tutela e quindi deve essere svolta o dai soggetti titolari stessi della tutela, che garantiscono direttamente competenza e rispetto delle norme, o da enti terzi adeguati, sottoposti, per tale profilo, alla loro direzione e vigilanza.

Ci deve valere naturalmente anche nei confronti delle attivit di valorizzazione che incidano sullassetto materiale dei beni, da chiunque svolte.

Come tutto questo complesso gioco di rapporti funzionali possa, nelle intenzioni del documento, passare dal sistema attuale a un altro che includa una pluralit di soggetti di diversi livelli rimane perci del tutto oscuro e inimmaginabile.

Quando si proponesse poi effettivamente il passaggio da unazione amministrativa monocratica come oggi la tutela - ad una collaborazione paritetica di pi soggetti indipendenti titolari della stessa funzione, occorrerebbe comunque, secondo i pi elementari dettami dellorganizzazione pubblica, prevedere le modalit dellesercizio collegiale della funzione e, come principio prevedere meccanismi per risolvere possibili conflitti (M.S. Giannini), problemi che il documento non prende nemmeno in considerazione.

Se poi nel merito la proposta di estensione della tutela ai governi territoriali si dovesse pi realisticamente intendere come un trasferimento di funzioni di tutela diretta dei beni dallo Stato alle regioni - gi pi volte proposto e richiesto da diverse parti -, tale ipotesi sarebbe anzitutto palesemente contraddittoria con lintento del documento sopra riportato di potenziare lorganizzazione statale di tutela: chi pu pensare che il ridimensionamento o cessione delle competenze sul territorio non implichi anche quello delle strutture preposte?

In tal caso ci sarebbe inoltre la certezza di non poter assicurare uneffettiva omogeneit di esercizio della tutela su tutto il territorio nazionale, in presenza di numerose
regioni, soprattutto del Centro-Sud, che non sono affatto in grado di accollarsi efficacemente un simile nuovo compito, nonch il problema di assicurare il necessario coordinamento centrale di alcune attivit nazionali (p. es. reti informative) o interregionali (trasferimenti di beni).

Visto lesito della valle dei Templi e la generale dismissione della tutela dei beni librari, a loro delegata dal dpr 616 del 1977, da parte della gran maggioranza delle regioni che di fatto non la esercitano, non si pu certo essere ottimisti. N pensabile unumiliante ed eterogenea soluzione a macchia di leopardo, in cui alcune regioni pi dotate e organizzate si accollano volontariamente lonere di gestire direttamente la tutela, mentre per tutte le altre che non ne sono in grado supplisce lo Stato mantenendo le sue attuali strutture periferiche.

Per quanto riguarda infine il settore archivistico, che interessa pi direttamente chi scrive, il documento si limita alla proposta di unazione di rilancio e promozione delle biblioteche pubbliche e private e degli archivi storici, con agevolazioni fiscali e investimenti in formazione e innovazione tecnologica.

Gi laccomunare le proposte per due interi settori di beni culturali in una sola sbrigativa frase di due righe - un rilancio non si nega a nessuno -, come se archivi e biblioteche fossero la stessa cosa, i loro problemi fossero gli stessi e potessero esser tutti risolti dalla stessa elementare ricetta, mostra una superficialit inammissibile.

LItalia conserva il patrimonio archivistico pi vasto del mondo: 1500 chilometri di fondi solo negli archivi di Stato, comprendenti quelli degli antichi stati preunitari, poi ci sono gli archivi degli enti pubblici, degli enti locali, di
istituzioni culturali e fondazioni, ecclesiastici, di partiti politici e infine privati, di famiglie, persone, imprese e aziende, per un totale di circa 150.000 archivi, per vigilare sui quali le soprintendenze archivistiche italiane dispongono
di 370 persone in tutto.


Per il Codice dei beni culturali sono beni culturali da tutelare a tutti gli effetti, oltre a quelli privati dichiarati di notevole interesse storico, tutti gli archivi dello Stato e degli enti pubblici, indipendentemente dalla data di formazione, quindi non solo quelli storici, ma anche quelli di deposito e correnti, compresi quelli creati o trasferiti su supporto informatico.

Lo Stato non restaura pi gli archivi che possiede, e tanto meno
contribuisce al restauro di quelli privati: stanzia a tali fini la ridicola somma di 600.000 euro. Le sedi degli archivi di Stato non sono pi sufficienti per accogliere gli archivi che i diversi organi e uffici dello Stato dovrebbero versarvi man mano che maturano i termini.
A causa della persistente mancanza di rinnovo del personale scientifico che ha unet minima di oltre 50 anni, gli archivi di Stato si svuoteranno fra non molti anni, la loro tradizione scientifica e professionale si estinguer e la memoria storica - lidentit - della nazione che essi conservano e trasmettono rimarr muta.

Tutta la documentazione informatica oggi corrente delle pubbliche amministrazioni, degli enti pubblici, delle istituzioni culturali e dei privati sta infine correndo un gravissimo rischio di perdersi per la rapida obsolescenza tecnica dei media, e per la sua futura conservazione a lungo termine ancora non si adottata alcuna valida soluzione tecnica e organizzativa.

La futura memoria del nostro presente corre quindi il rischio di perdersi molto pi di quanto gi avvenga per quella del passato pi recente, ancora dispersa nei depositi di uffici, enti e privati. Occorre frenare la deriva istituzionale feudale per cui di recente la Presidenza del consiglio dei ministri si costituita per legge un suo archivio storico al di fuori delle garanzie di corretta e trasparente gestione fissate dal codice dei beni culturali, svuotando di fatto del suo ruolo lArchivio centrale dello Stato.

Meraviglia che forze politiche che in Parlamento si sono opposte a questo strappo non includano nel loro programma un impegno a correggerlo.

La parte - per cos dire - relativa agli archivi di questo documento, che dimostra una totale ignoranza dei problemi di questo intero settore di beni culturali (come delle biblioteche, peraltro) pertanto inammissibilmente riduttiva. Se questo un programma, davvero sconsolante dover pure immaginare che i problemi degli archivi potrebbero essere ignorati per unaltra legislatura.

*Vicepresidente Associazione nazionale archivistica italiana
** Scaricabile dal sito www.giovaniperlunione.it



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