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Un Museo che faccia cultura
25-09-2009
PIERFRANCO BRUNI

Un Museo che faccia cultura Ha perfettamente ragione Mario Resca rsponsabile della Direzione generale per la valorizzazione del ministero per i Beni culturali Managerialità e valorizzazione per la promozione del patrimonio archeologico e storico dei territori un Museo che sappia parlare ai visitatori Pierfranco Bruni: “Concordo pienamente con Mario Resca nel rilanciare il ruolo dei Musei attraverso una politica di promozione e di valorizzazione, il cui punto di partenza resta l’autonomia. Aiutiamolo in questa importante impresa che è un vero e proprio processo culturale innovativo”. Mario Resca, responsabile della Direzione generale per la valorizzazione del ministero per i Beni culturali, ha perfettamente ragione nel porre all’attenzione l’autonomia dei Musei. La valorizzazione passa attraverso una politica sia culturale che turistica da realizzarsi sul territorio. Non si può che condividere il suo inciso: “L'obiettivo e' ambizioso. Vogliamo rilanciare i flussi turistici dei nostri musei e dei nostri siti archeologici”. E’ da anni che si discute sulle autonomia del Musei. Finalmente Mario Resca affronta la questione con energia e capacità non solo culturale ma anche con cognizione e serietà manageriale. Si aspettava questa apertura. Più volte è stata da me indicata e portata nelle assise ministeriali, politiche e parlamentari. Considero il Museo (nella sua etimologia ma anche nella sua eticità di struttura pubblica che deve “servire” l’utente e deve porsi all’attenzione dell’utente con manifestazioni di ascolto e di partecipazione molto ampie) una parte viva del (e nel) territorio. Concordo pianamente con Mario Resca, perché solo in questi termini il museo potrà essere interamente vissuto. Un Museo è dentro il territorio nel quale si trova ad operare e quindi il territorio deve dialogare costantemente con questa realtà e viceversa. In fondo un Museo è (in questi casi) una sede periferica del Ministero per i beni e le attività culturali e se il Ministero, nel corso di questi anni, si è aperto ai territori attraverso modelli di comportamenti partecipati, vissuti, interattivi una struttura periferica deve allargare questo raggio di azione grazie un costante invito ad un dialogo con quelle culture sommerse che sono forze vitali per un percorso di sviluppo, di investimento, di impostazione produttiva dei beni culturali attraverso i “linguaggi nuovi”. Egli afferma, appunto: che occorre nei “linguaggi nuovi con i quali avvicinare i nuovi visitatori”. Sono convinto che il Museo (un Museo: e prendo in considerazione i Musei statali in generale e non sottolineare e indicare precise strutture) costituisce un modello di identità delle culture attraverso un investimento continuo che deve interessare la promozione, la gestione, la progettualità. Elementi che sono significativi nel percorso di Mario resca. Quando si parla di investimento non mi riferisco soltanto ad un dato economico ma anche gestionale delle risorse culturali nei vari territori. Mi pare un presupposto per riavviare una riflessione anche di ordine politico sulla questione relativa al ruolo che possono rivestire oggi i Musei. C’è bisogno, comunque, di alcune considerazioni. Comunicazione e Museo. Un rapporto che diventa sempre più importante e fondamentale. Allarghiamo, dunque, il contesto. I beni culturali sono modelli non solo identitari ma anche di trasmissione di civiltà, di storia, di valori. Proprio per questo il rapporto comunicazione – cultura crea delle interazioni che passano attraverso modelli di conoscenza e di consapevolezza sul piano non solo scientifico ma soprattutto didattico. Proprio sulla scorta delle indicazioni di Mario Resca si può sottolineare una riflessione sulla quale abbiamo più volte lavorato. Occorre partecipare il museo perché in esso ci sono i passaggi di civiltà, di epoche, di identità. Partecipazione e comunicazione. Un rapporto che si apre ad esperienze e forme di dialettica che invitano ad una riflessione sulla capacità del Museo nello sviluppo di raccordi massamediologici nella società dei nuovi saperi. Il Museo, d’altronde, deve essere uno strumento di comunicazione. Un presupposto per ripensare al ruolo dei Musei archeologici nazionali (entriamo in un esempio specifico) attraverso alcune coordinate istituzionali. Occorre necessariamente rilanciare un discorso articolato sulle problematiche riferite ai beni culturali con particolare interesse al ruolo dei Musei. I Musei non sono, non possono essere, depositi di storia e di memoria soltanto. La valorizzazione e la promozione della cultura (direi delle culture) passano, inevitabilmente, attraverso una funzione che i Musei devono poter svolgere all’interno dei territori. Mi riferisco, immediatamente, ad una autonoma gestione, ad una proposta più ampia della promozione e valorizzazione culturale, ad un raccordo con le culture altre che vivono nel contesto dove si opera, ad un più incisivo raccordo con gli Enti Locali, ad una costante offerta di interventi culturali. Ancora una volta generalizzo il fatto. Un Museo non può essere considerato l’emblema dell’esistente o del materiale che custodisce nei depositi o semplicemente del materiale che pone in esposizione. Deve essere molto di più. D’altronde il Codice che disciplina la materia dei beni culturali nasce anche all’insegna di un raccordo tra tutela, valorizzazione, promozione e investimento. Altrimenti non avrebbe senso il legame (se pur nell’etimologia) tra il bene in sé e le attività culturali. Proprio per questo credo che bisogna sollecitare, a livello nazionale e ministeriale, un discorso “liberale”, “promozionale” e “produttivo” inerente la gestione dei Musei, in quanto laboratori permanente di cultura. I Musei, per continuare a vivere, devono produrre cultura, proponendo un sistema di culture che sia in grado di passare attraverso alcuni parametri che hanno come riferimento almeno tre elementi: la risorsa potenziale, lo sviluppo economico, la ricaduta sul turismo. Considero il Museo una realtà viva e costantemente in itinere. Non una realtà morta. Non si può parlare di cultura tout court quando gli strumenti reali della cultura non svolgono, nella loro fattispecie e specificità, un caratterizzante modello sul territorio. Un altro aspetto riguarda la capacità pedagogica dei Musei. E’ pur vero che tali strutture sono i depositari dell’arte e della storia (e quindi della civiltà delle epoche e dei popoli) ma questi simboli del Tempo devono essere letti in termini di comprensibilità da un pubblico vasto e non soltanto da addetti ai lavori. Non bisogna dimenticare che c’è una significativa frequentazione dei Musei da parte di una fascia scolastica che va invitata ed “educata” al rispetto del bene culturale, la quale chiede però sempre nuove risposte sul piano della comprensibilità dei percorsi e degli itinerari storici e artistici che sono presenti all’interno dei Musei. Sarebbe necessario che il Ministro e il Ministero, nelle varie competenze e dipartimenti e direzioni, facessero uno sforzo ulteriore, in positivo, nel campo della gestione museale. Ovvero che si separino le Soprintendenze dai Musei (mi riferisco, in questo esempio, ancora al caso dell’archeologia: si tratta di un mio antico pensiero) al di là di proposte di Legge o di organismi che potrebbero sancire l’autonomia dei Musei con l’apporto di Fondazioni ed Enti locali. Un conto è lavorare su un’area archeologica con degli apparati scientifici e con strumenti di una ricerca sul campo, un fatto completamente a sé è gestire un Museo all’interno di una città e di un territorio. Il direttore di un Museo deve poter avere compiti ampi e autonomi proprio in virtù di quelle realtà sancite dal Codice che sottolinea l’importanza della valorizzazione e della fruizione. Un archeologo da scavo (ovvero che fa ricerca sul campo) non può avere quelle funzioni e quelle esperienze (non per responsabilità sue ma per modelli formativi precisi) che dovrebbe avere una professionalità che promuove gli atti della cultura. Un Museo ha bisogna di capacità manageriali, altrimenti, come ancora una volta ho chiarito nel mio saggio qui citato, viene meno il raccordo tra cultura, economia e turismo. Il tutto in un insieme che presume la valenza di una attività che sia produttiva. Se un Museo non viene frequentato o se la frequentazione è limitata diventa una struttura a perdere. E’ vero che costituisce uno strumento della cultura (e quindi della civiltà nella sua tradizione e conservazione) ma è anche vero che un Museo è un investimento e quando un investimento non risulta vincente (meglio produttivo) lo si dovrebbe chiudere. E’ una riflessione che non può cadere nel vuoto. Anzi, mi auguro che la politica si faccia interprete di questa proposta e apra una verifica sulla questione. I Musei che non hanno una reale ricaduta sul territorio che senso ha continuare a considerarli tali? I Musei devono vivere di vita propria e tanto meno (o tanto più) un soprintendente, pur nella sua autorevolezza, potrà svolgere compiti di soprintendente e nello stesso tempo svolgere le funzioni di direttore del museo. Bisogna ottimizzare il dato. Io pongo con forza questo problema sia sul piano culturale che istituzionale. In realtà bisognerebbe fare in modo che i Musei stiano direttamente alle dipendenze della Direzione generale del Ministero (o delle Direzioni regionali) e che il direttore del Museo venga nominato (con compiti di ampia autonomia sul territorio in termini, chiaramente, di progettualità culturale) direttamente dal Ministero come sede centrale. I Musei sono musei nazionali pur ricadenti in un determinato territorio. Il direttore di un Museo dovrebbe poter stabilire un rapporto immediato con le politiche culturali del Ministero. In quanto, come già sottolineavo, deve trattarsi di una professionalità che deve rispondere a un profilo sia di ordine culturale sia per capacità ed esperienze gestionali nel settore della promozione, della elaborazione, della attività delle culture. Altrimenti non si rafforza quel rapporto – dialogo tra il bene culturale e le attività della cultura inteso come modello di promozione e investimento. I Musei sono strutture pubbliche e statali (quelli ai quali mi riferisco) e sarebbe giusto che si facesse un intervento di questo genere. Chi produce cultura, chi lavora su una progettualità che deve diventare investimento, chi crea un diretto contatto con il pubblico e visualizza un impatto sul piano anche dell’immagine è il Museo non la soprintendenza, la quale ha ben altri importanti compiti. Ed è necessario che il Museo abbia la sua efficacia autonomia proprio per le cose dette prima. La gestione di un Museo comporta una organizzazione, che passa attraverso una politica culturale, che deve rispondere, non solo sul piano scientifico, alla politica culturale del Ministro e del Ministero perché rappresenterebbe la vera emanazione di una Idea Portante che pone in essere, non solo l’atto amministrativo o (nuovamente) scientifico, un indirizzo politico consolidato a livello centrale. Cultura e investimento: credo che sia un fatto sul quale occorre spendere una ulteriore meditazione proprio in virtù delle sollecitazioni avanzate e in relazione ad una analisi (che va fatta in modo articolato e comparato) tra costi e benefici (ovvero tra cultura e produttività della cultura) che riguarda il ruolo dei Musei statali in Italia. Un tassello di straordinaria efficacia resta chiaramente il rapporto tra il Museo e la comunicazione. I Musei devono comunicare e devono, però, saper comunicare altrimenti oltre ad essere inascoltati restano improduttivi e vengono meno a quella funzione aggregante che una struttura culturale deve possedere. Proprio in virtù di ciò un Museo è uno strumento di comunicazione. Viene reso tale certamente dalla capacità di chi lo gestisce, di chi vi opera e dalla progettualità che pone in essere. L’autonomia dei Musei dalle Soprintendenze renderebbe meno burocratica la funzione stessa dei Musei, la cui capacità culturale, di offerta culturale, aumenterebbe la potenzialità nel campo della valorizzazione delle risorse nei diversi territori. In altri termini un Museo deve vivere di vita propria sia sul piano delle professionalità in esso contenute sia sul piano della ricaduta promozionale (e quindi di una ricerca di un turismo sommerso) sia in termini di reale investimento in un raccordo con tutte le altre culture. Un Museo, d’altronde, deve poter svolgere attività culturale e proprio su questo versante occorrono professionalità con modelli didattici, manageriali e tecnici che sappiano creare comparazioni con le culture altre presenti sul territorio. La garanzia di un rapporto leale tra cultura ed economia, cultura e risorse, cultura e sviluppo passa inevitabilmente attraverso quelle strutture istituzionali che sono presenti nel contesto territoriale. Ed ecco perché si insiste sulla relazionalità dei musei (di cui tanto oggi si parla) in un legame tra domanda ed offerta. La gestione di un Museo non sta solo nell’allestimento delle sale ma, appunto, in quei modelli di relazionalità che pongono all’attenzione una progettualità culturale. il Museo non può essere una delle tante strutture. Deve essere il Riferimento di una politica culturale nazionale (non dimenticando mai il raccordo con gli organismi locali) sul territorio e dal momento che i beni culturali e le attività culturali vivono di sinergie è chiaro che non si deve fare a meno del rapporto tra valorizzazione e fruizione. La fruibilità di un bene è nella costante offerta di interventi culturali che abbiano un ritorno sul piano dell’immagine, sul piano di un investimento tra quelle attività da considerarsi non solo identitarie ma anche produttive. Pertanto Mario Resca ha perfettamente ragione nell’aver individuato la necessità di concedere l’autonomia ai musei. Aiutiamo in questa importante e significativa impresa che innesca un vero e proprio processo culturale all’insegna della valorizzazione e della promozione del patrimonio culturale.

Piefrancesco Bruni
Presidente Centro Studi E Ricerche Francesco Grisi



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