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Musei che intercettino le culture
30-09-2009
Francesco Floccia

Interessante e ricco di spunti e di valutazioni collegate alle più solide dottrine che da tempo studiano il rapporto tra musei e pubblico, musei e comunità, musei e valorizzazione lo scritto di Pierfranco Bruni, “Un museo che faccia cultura” (Patrimoniosos, 25/9/2009). E non solo: è tra le poche volte in cui si fa affidamento nell’intervento stimolante e proficuo che l’Amministrazione dei Beni Culturali ha assegnato alla Direzione Generale per la Valorizzazione per lo sviluppo e la conoscenza del settore. Autonomia gestionale, managerialità nelle iniziative, natura giuridica separata dalle Soprintendenze, comunicazione delle attività sono, secondo l’autore dell’intervento, alcuni strumenti necessari per rendere vitali e possibili eventuali rientri culturali ed economici legati a iniziative intraprese dai musei italiani, statali e non, che – come ben sappiamo – attualmente non nel prestigio istituzionale della funzione ma nell’attirare pubblico vivono una crisi di notorietà e di presenze di visitatori. Ma la questione è, a mio parere, diversa: non sarà l’autonomia gestionale di un museo a risolvere la crisi dell’affluenza che sta invece nell’incapacità dei Musei stessi – o del complesso delle amministrazioni pubbliche che tutelano il patrimonio artistico italiano – di voler individuare, comprendere, catalogare ed eventualmente attirare a sé le tante nuove culture palesi e nascoste, reali e virtuali, di gruppo e soggettive che animano la nostra società in un palese modo di vita, di costume, di pensiero tutto nuovo, moderno, contemporaneo, apparentemente anomalo solo perché anticlassico. Il pub, la movida, gli outlet, i wine bar, le jeanserie, le grandi bevute del venerdì sera, le gay street, i rari concerti rock, la serata di qualche grande artista del mondo anglosassone dello spettacolo, nonché i tanti show a tema che periodicamente grandi città italiane ospitano con successi di gradimento giovanile e non solo o comunque tante altre occasioni d i svago pubblico e quotidiano che tutti conosciamo, escludono decisamente dal panorama del tempo libero della popolazione attiva la calma, tranquilla seppur colta e benpensante visita domenicale al museo. La grande mostra ben pubblicizzata e dal tema accattivante sappiamo bene che richiama anche grandi numeri di visitatori ma forse la categoria “turismo” in tali circostanze prevale sulla formula “fare cultura” che invece, per sola consuetudine ormai, pensiamo essere nobilmente collegata alla funzione museale. Selezionando e scremando tutti questi variegati e molteplici comportamenti anche etnicamente diversificati, culturalmente diretti e personali, spontanei e anti-ideologici, cogliendone invece le specifiche manifestazioni di espressività comportamentale, di linguaggio o artistica che sia, il “museo” potrebbe avviare la storicizzazione di taluni di siffatti fenomeni, lasciando alla stampa, all’opinione pubblica disinformata, al tranquillo “borghese” (come una volta si dic eva) lo stupore, lo scandalizzarsi, la recriminazione, il rimpianto dello ieri. “Il museo – scrive Masao Yamaguchi ne “La poetica dell’esposizione nella cultura giapponese” in: “Culture in mostra” a cura di Ivan Karp e Steven D. Lavine, Bologna 1995, p. 53 – è solo un caso particolare di un più generale processo culturale e cognitivo, in cui gli oggetti acquistano significato attraverso l’associazione con la ‘conoscenza’ più che con la ‘sensibilità’”. Conoscenza dunque come ‘sistematicità di ricerca’ e sensibilità invece come ‘sensazione”, ‘capacità soggettiva di giudizio’, ‘emozione’. Ma sono proprio queste ultime facoltà percettive a caratterizzare l’individuo contemporaneo che, avvalendosi delle moderne tecnologie elettroniche, è in grado di raggiungere autonomamente almeno i primi gradi di una informazione globale, dettagliata, probabilmente primaria ed essenziale, che lo soddisfa soprattutto nella velocità della risposta e nel ventaglio pressoché inesauribile delle inf ormazioni, nella sua curiosità comunque rapportabile già a un grado essenziale di conoscenza. Offrono invece i musei – seppur nel pregio e nell’austerità delle proprie collezioni di storia, di arte, di immagini – altrettanta risposta emotiva, rapida, personalizzata al visitatore che resta comunque nella visita soggetto passivo, semplice osservatore di opere, dipinti, oggetti d’arte e che non può – seppur virtualmente – toccare, modificare, comparare, metaforicamente stravolgere o ridisegnare? Sotto certi aspetti oggi le teorie novecentesche che studiano e presentano il significato della storia dell’arte sono intangibili come ideologie: la società contemporanea è dimentica invece di ogni dottrina immutabile giacché a ogni individuo che lo voglia è data l’opportunità di sperimentare nuovi modalità di ricerca personale e conoscenza. Pertanto anche se l’ambiente-museo saprà bene accogliere il pubblico (confort, percorsi guidati, librerie) sarà difficile, credo, evitare la sensazione di un ambiente dove si conserva la storia ma quella più lontana, immobile, obsoleta seppur irripetibile. Musei di dipinti, di capolavori, con opere di grandi maestri del passato ma protagonisti di un mondo che mai più ci sarà ossia quello dell’immagine ferma, statica, fissa: “Le nuove tecnologie e i nuovi media, considerato il loro alto potenziale diffusivo, manipolatorio, invasivo e pervasivo ..” non solo “.. pongono anche a coloro che li usano creativamente nuovi interrogativi d’ordine etico e politico..” (in: Andrea Balzola, Anna Maria Monteverdi, “Le arti multimediali digitali”, Garzanti 2004, p. 13) ma rendono estraneo alla visione dinamica che abbiamo ormai della realtà tutto ciò che ci appare statico e intangibile, seppur trattasi di documento che illustra o ripercorre la storia. Sapranno i manager di istituzioni auton ome vivacizzare i musei italiani? Spero di si anche se le città, i paesi, le piccole e grandi province, i giovani, gli studenti, i cittadini del ceto medio e adusi al viaggio e alla conoscenza percepiranno che pur sempre lo stile di vita che richiede loro un museo è ben diverso da quello che essi stessi intendono e praticano.

27/9/2009

Francesco Floccia



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