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in difesa dei beni culturali e ambientali

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La libert di informare e pensare lossigeno della tutela. Ecco perch
06-10-2009
Fulvio Cervini

La manifestazione di sabato 3 ottobre in difesa della libert di stampa in verit una chiamata alle armi per lintera societ civile italiana, anche per tutti coloro che ancora hanno a cuore le sorti del nostro patrimonio artistico; e che magari, qualche giorno fa, hanno sentito per la prima volta un programma della televisione italiana, privata e pubblica, raccontare in prima serata lo sfacelo dei nostri beni culturali. Ad essere in pericolo serio infatti la libert di informare in quanto aspetto di una pi grande e vitale libert di espressione critica, in cui la ricerca e la didattica svolgono una funzione essenziale, ma la tutela vi strettamente coinvolta.
AllUniversit mi sforzo di parlare di arte, storia e tutela del patrimonio artistico a molti studenti curiosi, intelligenti e soprattutto smaniosi di costruirsi degli strumenti critici per capire un mondo che a tratti sembra incomprensibile, ma che di sicuro pi non avr senso se perdiamo di vista quella straordinaria sedimentazione storica e artistica che dovrebbe rappresentare la spina dorsale dellidentit culturale italiana. Mi glorio dunque di appartenere a quella che una caricatura di ministro ha definito unlite parassita e stercoraria (cerco di riportare il suo lessico alla dignit di unaula accademica) che produce culturame. Ora, il culturame che cerco di produrre nel mio modesto laboratorio didattico-scientifico, al pari di quello che la maggior parte dei miei colleghi coltiva, fondato essenzialmente sulla verifica, linterrogazione e il paragone delle fonti, nel segno di unapertura intellettuale che ha lobbligo deontologico di considerare informazioni e punti di vista diversi affinch ciascuno di noi sia esso docente, discente ma soprattutto buon cittadino possa costruirsi criticamente una sua autonoma e libera opinione, se non una sua visione del mondo, nella ricerca costante e metodica di una certa verit. La civilt questo provo quotidianamente a insegnare, con la percentuale di errore che la fallibilit umana comporta si plasma, si fortifica e si difende giorno dopo giorno ponendosi continuamente domande e sottoponendo le risposte a una critica serrata. Ma questo processo non pu tollerare alcun condizionamento che non sia interno al metodo della ricerca. Non pu essere la politica - n tanto meno una volgarissima scimmiottatura di politica come quella che abbiamo sotto gli occhi a scrivere lagenda della ricerca e della didattica come della tutela; ma deve anzi essere la ricerca a promuovere con gli strumenti di cui capace una cultura che sia politica nel senso greco e originario del termine.
La coscienza del patrimonio si raggiunge e si alimenta soltanto attraverso la conoscenza di esso, ovvero attraverso la volont di conoscerlo. Il restauro, nodo cruciale di qualsivoglia politica culturale, al tempo stesso un processo di conoscenza e il punto di arrivo provvisorio di una conoscenza in fieri. Nessuna azione seria di messa in valore di un bene culturale pu sperare in un successo (nemmeno momentaneo) senza una profonda cognizione del bene, n tanto meno senza una piena consapevolezza etica del nesso indissolubile tra lattenzione per quel bene e il nostro tasso di civilt. Come possiamo insegnare ai nostri studenti a porsi domande se l fuori si risponde solo alle domande gradite? Come posso educare una coscienza critica se sono altri a stabilire, e con pretesa di insindacabilit, di che cosa devo parlare? E a maggior ragione se queste pretese poggiano su unignoranza crassa e greve, pari soltanto al disprezzo professato per una qualsivoglia attivit intellettuale? E posso accettare che un mestiere delicato come il mio, lungi dallessere ritenuto il pilastro del progresso civile della nazione, sia al pi oggetto di lazzi e cachinni? E che dei miei valorosi consanguinei delle Soprintendenze ci si ricordi solo ? Della costituzione italiana sono dunque seriamente minacciati per non dire violentemente aggrediti non solo larticolo 21, ma pure il 33 e persino il 9. Come pu pensare di tutelare il patrimonio storico artistico e il paesaggio della Nazione una Repubblica che affossa la scuola, umilia la cultura e mette a tacere i presupposti stessi di un qualsivoglia dibattito critico? Disprezzando sistematicamente chi cerca di studiare, ricercare, discutere? Il pensiero lossigeno della tutela semplicemente perch la tutela va in primo luogo pensata. Ma il pensiero non tollera di essere intimidito, menomato, evirato.
La possibilit di discutere deve riguardare naturalmente anche la critica delle forme di salvaguardia del patrimonio, e della stessa filosofia della tutela. Ma quanti sono ancora in grado di farla dallinterno, una discussione serena e costruttiva? Quante voci di alti dirigenti del Ministero per i Beni e le Attivit Culturali si si sono levate o si stanno levando contro la deriva aziendalistica, un concetto di valorizzazione inteso in termini meramente monetari, i tagli insensati, il quotidiano stupro alle istituzioni? Sono voci soltanto intorpidite o rassegnate o voci di chi ha paura? Oppure di chi non se la sente di esporsi, schierarsi, affrontare anche un semplice dibattito che dovrebbe rappresentare un momento canonico della sua professione, e invece nella migliore delle ipotesi viene affrontato con disagio? Alcuni coraggiosi, intelligenti e generosi funzionari non si sono risparmiati nel firmare petizioni, nello scrivere lettre civilissime e composte che questo sito ha pi volte ospitato. Ma la gran massa degli altri, e dei loro superiori, possibile che la pensi in modo diametralmente diverso? Possibile che sia cos capillarmente diffuso linquinamento dei valori che dovrebbero essere incarnati nella figura del funzionario ministeriale da rendere cos grigia e uniforme ladesione al loro esatto contrario? Un paese che abbia lambizione di essere civile e moderno non pu tollerare che una regione schiantata dal terremoto sia ridotta a scenario di volgari passerelle egocentriche ed egolatriche, n che un centro storico come quello aquilano giaccia abbandonato senza una reale prospettiva di recupero, sacrificato (e tenuto magari in serbo per future speculazioni) a favore di velleitari villaggi che non potranno mai diventare n town n new, perch non le ha ispirate nessuna vera cultura urbanistica e soprattutto perch non sono vere comunit; e ancora perch le palazzine cementizie che le popolano non hanno vissuto la storia di quelle case adesso in rovina. Ma a lasciar morire una citt si uccide la memoria, si uccide la vita.
Ricerca e tutela non possono che trovarsi solidali: Universit e Soprintendenze (e musei tutti) devono schierarsi, almeno in maggioranza, dalla stessa parte della barricata (possibilmente non quella esterna). Constato con amarezza che in queste ore cruciali pure lo schieramento dellUniversit in difesa dei principi stessi della sua esistenza stato costellato di adesioni individuali, anche illustri o vibranti, ma non da una vera azione coordinata. Ma non si pu affrontare questa lotta lasciandola fuori dallUniversit n dalle Soprintendenze. Sar una lotta di lungo periodo, perch ci vorr tempo per disintossicare un Paese ben pi che stordito. Dunque non si esaurisce la sera del 3 ottobre, quando non possiamo tornarcene a casa contenti di esserci stati e poi rimetterci a coltivare piccoli e sterili orti come se niente fosse. Dovremo anzi proseguire questa lotta di civilt seguitando a manifestare, certo, a schierarci, a dichiararci; ma soprattutto parlando, insegnando, scrivendo, discutendo, ciascuno secondo i propri mezzi e possibilit, con lobiettivo di formare dei cittadini in luogo di consumatori o peggio di sudditi (e magari di reprimere un po il consumatore suddito che dentro di noi); ovvero di difendere con le unghie e i denti un patrimonio dal quale in buona parte dipende la nostra sopravvivenza morale e civile; e di difendere anche la dignit altissima di chi lo difende. E per questo non basta mettere una firma in coda a una petizione, perch bisogna assumere atteggiamenti coerenti col significato di quella firma.
Potremmo cominciare deponendo le attestazioni di solidariet, che ormai non si negano a nulla e nessuno, mettendo invece in primo piano un ritrovato senso di corresponsabilit. Ciascuno di noi deve poter far sue le ragioni di un giornalista, uno scrittore, un funzionario, un intellettuale che viene insultato e intimidito, quando non minacciato, per la colpa di voler svolgere il proprio mestiere adoperando la propria testa in vece di conformarsi a quella degli altri (spesso e volentieri vuota). Quella lotta non deve essere soltanto la sua lotta, ma la mia e la nostra, perch in pericolo la mia vita e ancor pi quella che voglio assicurare ai miei figli. In questa vita ho ancora limperativo categorico di sentirmi fratello di sangue di chi vittima di censure e intolleranze come di stupidit e arroganza, o peggio di fanatismi e razzismi: sciagure che ci siamo illusi di non pi rivivere, ma che ora possiamo e dobbiamo riprendere a contrastare adoperando la luce della ragione e la passione della dignit.

Fulvio Cervini
Dipartimento di Storia delle Arti e dello Spettacolo
Universit di Firenze



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