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Oro buttato
09-10-2009
Giovanna Pietra

Olbia, 7 ottobre 2009

L’eco della trasmissione di Rai 3 Presa Diretta del 27 settembre 2009, intitolata in modo eloquente “Oro buttato”, che ha puntato il dito sui principali mali dei beni culturali, si è già spenta. Persino tra chi li vive direttamente, quei mali, la discussione langue. Rassegnazione? Perché dovrebbero occuparsene altri? Forse perché, non sembra superfluo ricordarlo, quei beni culturali, l’oro buttato, è di tutti?

Tagli sistematici, mancato ricambio del personale, sprechi nella gestione delle risorse (la vicenda ARCUS fa rabbrividire, ma anche la polverizzazione dei finanziamenti tra Stato, Regioni, Province, Comuni e chi più ne ha più ne metta, non ha dato e non dà sempre buoni frutti, perchè la tanto sbandierata collaborazione non sempre è tale), disinteresse della classe politica, universalmente intesa, e dell’opinione pubblica.

Tutte cose ben note, tutte cose già dette, e da voci autorevoli, tutte cose sostanzialmente ignorate.

I rimedi sono così banali che fa quasi vergogna ricordarli: investimenti, in denaro e in persone. Seria e trasparente programmazione dell’attività e dei finanziamenti, che non isolino “luoghi spot da governare con i commissari lasciando senza una linea precisa tutto il resto del patrimonio” (intervista a P.G. Guzzo, la Repubblica, 1 ottobre 2009).

Seria gestione e valorizzazione del capitale umano, con risorse economiche e tecniche per mettere a frutto le competenze del personale in ruolo, con programmi di formazione e aggiornamento, con concorsi regolari che assicurino continuità ai diversi livelli.

Assistiamo da troppo tempo al balletto dei Soprintendenti, che, quando ci sono, cambiano sede ogni 6 mesi, lasciando di fatto senza guida uffici sempre più confusi e invecchiati e sguarniti e, pertanto, spesso inconcludenti –si fa presto a sparare contro le disfunzioni della pubblica amministrazione, senza distinguere tra reale fannullonismo (mi si perdoni l’uso di questo orrendo neologismo), da combattere senza esitazioni, e reale impossibilità di svolgere persino il lavoro di routine, cui è necessario porre rimedio.

Il prima possibile, senza proclami, senza slogan, con responsabilità, con i fatti.

Soldi, servono soldi. Ma serve anche spenderli bene.

Si fa un gran parlare, non a torto, della necessità di ripensare il sistema di valorizzazione del patrimonio culturale, per migliorarne la pubblica fruizione, fine ultimo di tutto la faccenda.

Io non disapprovo la creazione di un ufficio specificatamente dedicato alla valorizzazione e non ho pregiudizi sulla persona che è stata chiamata a dirigerlo, purché non offenda la nostra intelligenza facendo passare per innovative le proposte finora avanzate. Maggiore autonomia delle strutture museali, direttori manager, più incisiva promozione dei contenuti...non sono idee originali, se ne discute da anni.

Ben venga la nuova direzione generale per la valorizzazione se riesce a trovare la formula magica che finora è mancata.

Ciò che disapprovo è il perseverare nell’artificiosa separazione tra valorizzazione e tutela, come se fosse possibile perseguire l’una senza l’altra, e sostenere la prima con cospicui finanziamenti mentre gli uffici preposti alla tutela sono rimasti a secco.

Non ha alcun senso investire nella valorizzazione e paralizzare la tutela. L’una senza l’altra non sono niente. Se non si tutela non si valorizza, se non si valorizza non si tutela.

Così il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio:

art. 1: (...)La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura(....)

art. 3: La tutela consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione (...).

art. 6: La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica al fine di promuovere lo sviluppo della cultura (....).

E allora bene i finanziamenti per la valorizzazione, purché siano essi parte di un globale sistema di finanziamenti, ordinario, programmato e proporzionale, dedicato a tutte le attività funzionali alla pubblica fruizione del patrimonio e a tutto il patrimonio.



Dalla mia, modesta, prospettiva di precaria del settore aggiungerei un altro male, del quale la trasmissione “Oro buttato” ha parlato, seppur brevemente: i lavoratori esterni alle istituzioni, senza i quali anche il poco che si fa non si farebbe e senza i quali, anche nel migliore dei sistemi possibili, non si potrebbe fare molto di più.

Io sono archeologa e parlo di archeologia, e mi sento tanto “oro buttato” pure io.

L’archeologia soffre di un male ad oggi incurabile: l’assenza di un riconoscimento professionale. L’archeologo, come professionista, non esiste.

Al di fuori delle istituzioni intendo, a fronte di un esercito di persone (oltre 5000 le domande di partecipazione al concorso ministeriale per funzionari archeologi attualmente in via di espletamento) impiegate, il più spesso come liberi professionisti con partita IVA (ma tra le categorie di professionisti all’Agenzia delle Entrate la voce “archeologi” non c’é) nei cantieri di scavo delle opere pubbliche e private che proliferano nelle nostre città e nei nostri territori pluristratificati, nei siti archeologici, nei musei ecc.

La Costituzione affida, saggiamente e speriamo senza ripensamenti, in via esclusiva allo Stato la tutela dei beni culturali.

La libera professione dell’archeologo, che per la sua stessa natura ha sempre e indiscutibilmente a che fare con la tutela, non è affatto libera, non può e non deve esserlo.

Questo non significa che non sia una professione, da regolamentare in modo puntuale e specifico.

Il meritevole impegno delle nostre associazioni che da anni si battono per un diritto che non pare proprio di troppo, il diritto a non vedersi svalutare e sfruttare competenze e specializzazioni (frutto di anni di studi e di tirocini) che assolvono un interesse pubblico, da solo non può bastare.

Dall’altra parte, dalla parte delle istituzioni, deve esserci la volontà di definire insieme le regole e, prima ancora, definire chi è archeologo.

Perchè sì, qualche problema di identità lo abbiamo.

Per accedere ai concorsi per funzionario archeologo presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali i requisiti richiesti sono diploma di laurea e specializzazione o dottorato in archeologia. Questo quindi il percorso formativo che mi dà la qualifica?

Nel luglio scorso è uscito il decreto istitutivo dell’elenco dei soggetti idonei ad effettuare le indagini archeologiche preliminari alla progettazione delle opere pubbliche, richieste dalla cosiddetta legge sull’archeologia preventiva contenuta nel Codice degli appalti pubblici (Decreto Legislativo 63/2006, att. 95-96).

Anche qui si ribadiscono i requisiti minimi. Possono infatti iscriversi nel suddetto elenco “soggetti in possesso di diploma di laurea in archeologia e di specializzazione (non laurea specialistica ma diploma della scuola triennale di specializzazione in archeologia post lauream) o dottorato in archeologia”.

Tralascio altre perplessità che il decreto pone (possono infatti iscriversi anche i dipartimenti di archeologia delle Università, singoli soggetti vs Università, lotta impari, non però le cooperative e le società archeologiche, che tanto hanno fatto e fanno per l’archeologia preventiva e che ora sono fuori) perchè ciò che mi preme ora è definire i requisiti dell’archeologo.

Laurea + specializzazione o dottorato.

Tutto a posto quindi? Non proprio.

Il decreto non specifica con altrettanto dettaglio chi è idoneo a fare gli eventuali scavi archeologici previsti dalla stessa legge.

Per fare le indagini preliminari, che consistono in ricerche d’archivio, ricerche bibliografiche e ricognizioni dei terreni, bisogna avere la specializzazione o il dottorato, per scavare no.

La specializzazione o il dottorato non sono requisiti necessari per quello che è indubbiamente il passaggio centrale, e più delicato, dell’indagine archeologica, fondato su un metodo rigoroso e complesso, che si affina con l’esperienza e che garantisce la scientificità dei risultati e l’affidabilità dell’interpretazione e della ricostruzione storica che ne deriva. Perchè?

Probabilmente perchè gli scavi dovrebbero farli le Soprintendenze, dovrebbero appunto. Non ci sono più archeologi nelle Soprintendenze e quelli che ancora ci sono devono stare in ufficio a sbrigare le pratiche burocratiche..gli scavi li fanno gli archeologi esterni.... (io mi mantengo così, con pochi alti e molti bassi, da 10 anni).

Gli archeologi esterni. O chiunque altro.

La legge consente a tutti, e quando dico tutti intendo proprio tutti, di ottenere dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali una concessione di ricerca (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, art. 89). Il che significa che a fare uno scavo archeologico non deve necessariamente essere un archeologo...Non è scritto da nessuna parte che gli scavi archeologici debbano essere fatti dagli archeologi.

Nella prassi, poi, ciò avviene, consoliamoci e confidiamo nel buon senso, ma non è detto e comunque non è e non può essere sufficiente.

Che me ne faccio io della mia laurea in archeologia, della mia specializzazione in archeologia, del mio dottorato in archeologia, dei miei 10 anni di cantieri mal pagati, delle ricerche e delle pubblicazioni?

Solo il buon senso, e la solita dannata prassi, spingerà, come ha spinto finora, gli enti appaltanti delle opere pubbliche a chiamare un archeologo, ma NULLA di fatto impedirà loro di chiamare un architetto, un dentista, un ragioniere, un panettiere.

Ciò non avverrà, probabilmente, ma NULLA impedirà agli stessi enti appaltanti di chiamare non un “soggetto in possesso di diploma di laurea in archeologia e di specializzazione o dottorato in archeologia”, ma uno solo laureato, magari uno con la sola laurea triennale.

Che, con tutto il rispetto, non potrà avere –e non si pretende che abbia- la stessa preparazione e la stessa competenza, se così fosse che senso avrebbero specializzazione e dottorato?

Ho dato per scontato che si sappia cosa fa un archeologo, in che cosa consiste il mestiere dell’archeologo e quindi che si comprenda da dove deriva l’amarezza di fronte ad una risposta ancora inadeguata e insufficiente.

Mi è stato fatto notare che comunque l’elenco ministeriale è un passo avanti, prima non c’era ora c’é (veramente non ancora, per ora c’è solo il decreto che lo istituisce), che, ancora una volta, la prassi e il buon senso prevarranno e che le regole ora stabilite si possono migliorare.

Tutto vero, se ci vogliamo accontentare, ma...

A ben leggere la parola archeologo non compare mai nel decreto (per la verità nemmeno nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio). I soggetti in possesso di diploma di laurea + specializzazione o dottorato non sono archeologi, sono solo soggetti in possesso di... Linguaggio da legislatore? Forse.

Archeologi sono solo i funzionari delle Soprintendenze. Ma, se gli architetti sono architetti anche al di fuori delle Soprintendenze, perchè gli archeologi non sono archeologi anche fuori dalle Soprintendenze? Dal momento che esistono e sono la maggioranza e servono o servirebbero, perchè ignorarli?

Se la laurea, la specializzazione e/o il dottorato in archeologia non fanno l’archeologo, che cosa allora?

Ho fatto tanto, proverò a fare di più, ditemi cosa, fatemelo fare e datemi la dignità di un nome, uno qualunque, di una qualifica da scrivere sul curriculum....

Anche per difendermi dalla pericolosa equivalenza archeologo = appassionato di archeologia, per cui chiunque può fare l’archeologo, senza titoli e, più grave, senza metodo, talora senza serietà, propinarci teorie fantasiose che per l’opinione pubblica hanno la stessa dignità delle ricerche e delle divulgazioni serie che io, “soggetto in possesso di” fatico a fare e, ancor più, a pubblicare.

Archeologi a metà. Una ingombrante necessità, quasi un fastidio, e non una risorsa.



Oro buttato. È una questione culturale.

A chi interessa veramente quel patrimonio che la Repubblica Italiana nella sua Costituzione si impegna a tutelare? A chi interessa veramente?

Sarebbe il caso di contarci e poi valutare se ne vale ancora la pena...



Giovanna Pietra Archeologa



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