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Arzigogoli in salsa campana
25-11-2009
Ercole Noto

Tutti insieme appassionatamente. Così nella sala del Refettorio del Museo nazionale di Ravenna, “cantavan tutti insieme ad una voce” (Dante) su quel progetto di ricerca per il recupero e la valorizzazione dei cartoni dei mosaici antichi. Il progetto, avviato con i cartoni dell'Istituto d'Arte per il Mosaico 'Gino Severini' di Ravenna, verrà poi esteso a tutte le raccolte che appartengono ad altri istituti pubblici, come l'Accademia di Belle Arti, il Dipartimento di Archeologia, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, o appartenuti ad altri soggetti privati, quale la ex Cooperativa Mosaicisti (inizialmente nata come Gruppo Mosaicisti dell’Accademia, i cui mosaicisti fondatori si aggregarono attorno alla necessità dei primi interventi di restauro nei monumenti d’arte, ripresi dopo la forzata pausa del secondo conflitto mondiale), o come il Centro Provinciale di Formazione Professionale “Albe Steiner”, e altri ancora. La prima fase del progetto – [che vede la collaborazione dell’ Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Scuola Superiore di Studi sulla Città e il Territorio con Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali e Centro Interdipartimentale di Ricerca per le Scienze Ambientali-Laboratorio Diagnostico di Microchimica e Microscopia, Accademia di Belle Arti di Ravenna, Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, Museo d'arte della città di Ravenna, Fondazione Flaminia Ravenna, Fondazione RavennAntica, Istituto Statale d'Arte per il Mosaico Gino Severini, e della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Romagna e Ferrara, con sede a Ravenna] - prevede la catalogazione di ogni singolo cartone acquisito in base a tutte le caratteristiche utili alla sua descrizione. Inutile dire che estenuante sarà la ricerca di tanti altri cartoni dispersi e appartenuti a diverse generazioni di mosaicisti che nel tempo – almeno un secolo -, a vario titolo, hanno avuto un legame con Ravenna e un rapporto con la tecnica musiva. Una successiva fase della ricerca riguarderà lo studio diagnostico del cartone, a partire dall'analisi materica dell'opera. Seguirà il restauro, sicuramente impegnativo, del costitutivo materiale cartaceo, considerato di estrema caducità e facilmente attaccabile da diversi fattori di degrado. Ad ogni buon conto, c’è da registrare la disponibilità della Fondazione Ravenna Antica che, nella persona del suo presidente, ha dichiarato che metterà a disposizione per il restauro dei cartoni i futuri laboratori che si appronteranno nel nascente museo di Classe. Perlomeno tutto quel denaro tratto dalle borse dei popoli, e profuso in abbondanza per recuperare un ex zuccherificio, servirà a qualcosa. Chissà che non sia la volta buona per qualche laureato in Conservazione dei Beni Culturali trovare una giusta collocazione occupazionale; penso a quelle due gemelle, che dopo un lavoro estenuante di ricerca per la tesi di laurea durato due anni, sul restauro del materiale cartaceo e pergamenaceo, si ritrovano oggi a gestire un banco di oggettistica in un mercato rionale. Lo so che è deprimente, ma quello che più sconforta è sapere che purtroppo stanno continuando a ingannare molti giovani. In seguito il progetto dovrà occuparsi della conservazione e della fruizione dei materiali. Così, probabilmente, negli spazi espositivi del nuovo museo di Classe, sovrastimati per i reperti da contenere, ci saranno anche - [tenuto conto della “scarsa”qualità dei materiali di scavo che abbonda, come in ogni deposito di antiquarium del nostro paese, utili ai fini di studio di tanti studenti, ma nulla di più] - questi altri materiali, considerati minori, ma che il grande pubblico non conosce ancora. Una occasione ulteriore per la città, che consentirà di conservare la memoria storica non solo del patrimonio artistico e musivo di Ravenna, ma anche delle vicende legate alle tecniche e ai materiali di realizzazione degli originali e dei restauri eseguiti nel tempo, nonché delle copie prodotte negli anni '50, con tessere in parte di recupero, di una pasta vitrea dai colori oggi difficilmente riproducibili anche dagli ultimi vetrai di tradizione veneta. Queste copie, che oggi girano il mondo per promuovere Ravenna e i suoi tesori d’arte, in futuro potrebbero essere affianca te o sostituite dai cartoni musivi, complementari alle opere originali e di più facile movimentazione. "Si tratta di un'occasione straordinaria - ha sottolineato Giuseppe Sassatelli, presidente della Scuola Superiore di studi sulla città e il territorio - per pensare a questa raccolta come a un veicolo di diffusione della conoscenza sui fatti artistici che investono la Ravenna storica". L’iniziativa si inserisce nell’ambito della prima edizione di “Ravenna Mosaico”, un Festival internazionale di mosaico contemporaneo, che ha raggruppato nell’arco di un ricco calendario (dal 10 ottobre al 20 novembre 2009) un programma arzigogolato di mostre, incontri, installazioni. L’evento più atteso e reclamizzato un anno prima da Ravenna Antica, è stato il convegno internazionale ‘Conservazione e restauro del mosaico antico e contemporaneo’, il cui programma e calendario degli interventi veniva reso pubblico, in modo alquanto anomalo, se consideriamo che l’iniziativa era promossa dalla fondazione ravennate, sul sito della Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna. Fatti loro. Quello che qui ci preme evidenziare è la ripetitività di molti interventi presentati; tutta roba cotta e stracotta, già sentita in altre occasioni, che di internazionale aveva ben poco. Loro, però, si considerano dei fenomeni, ma di mera parvenza; “grandi accidenti in minime sostanze” (Lubrano). Archeologicamente – come accennato sopra - il sito di Classe non potrà riservarci grandi scoperte, del tipo, per intenderci, di quelle di Roma antica, sotterranea e sconosciuta, recentemente riportate alla luce. Pensiamo, solo per fare un esempio, al Palatino: alla Casa di Augusto o al ritrovamento della Cenatio Rotunda, attribuita a Nerone, di cui però Andrea Carandini contesta l’attendibilità della sala da pranzo. Quindi, per forza di cose, devono attingere “risorse materiche archeologiche” da qualche altra realtà del mondo antico, quale POMPEI ERCOLANO STABIAE CUMA OPLONTIS: “città che sorgevano alle pendici del Vesuvio, sigillate sotto lava, fango e lapilli con le testimonianze ormai immote, della vita di duemila anni fa”. Si è pensato a Stabia, uno dei tanti centri della campagna Campana, dove gli aristocratici delle ville, centri di attività agricole, ma anche di allevamento di volatili da cortile, di animali selvatici, di molluschi e pesci, ospitavano spesso personaggi influenti, come filosofi greci, ma anche nobili, affaristi e uomini nuovi della politica. [Un po’ come avviene ancora oggi nei salotti “bene” o in qualche circolo massone detto dei ‘Forestieri’]. Le ville stabiane, così come quelle di altri centri nella baia di Napoli, erano luoghi di svago e di ozio, ma anche di riposo tra onesti piaceri intellettuali. A Stabia, c’è la volontà di riportare ad antico splendore le dimore storiche; mancano tuttavia i soldi, e, per battere cassa, le istituzioni preposte “prestano” i loro beni per mostre temporanee itineranti. Una sorta di “do ut des”, letteralmente “do perché tu dia”. Nasce dunque questo rapporto di collaborazione tra la Fondazione Ravenna Antica e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, tramite l’intermediazione della Regione Campania e della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna. Si viene a ricreare così nelle mostre che vengono allestite a Ravenna, quella sottile parvenza di continuità storica tra la realtà archeologica ravennate, quale quella del porto romano di Classe, “povera” di reperti perché area decaduta e successivamente abbandonata, e quei centri che sorgevano alle pendici del Vesuvio, dove la vita si interruppe perché cancellati dalla memoria per un caso irripetibile nella storia dell’umanità, la terribile eruzi one del 79 d.C. Certo, per chi ha visto solo materiali recuperati da fogne o qualche "condotto" sommerso - [come quello non ancora esplorato a 5 metri sotto il piano di campagna, che vede in questi giorni impegnati in attività di prospezione, scavo e recupero di reperti, i volontari del Gruppo Ravennate Archeologico, anche con attività subacquea, coordinati dalla Soprintendenza Archeologica dell'Emilia-Romagna, nell’ambito del progetto d'intervento archeologico a completamento degli scavi dell’ultimo tratto del canale sommerso di via Romea Vecchia a Classe; forse collettori di smistamento dell'acqua (quale i “risittaculi”, termine in uso ancora oggi in Sicilia per indicare nella tecnica di irrigazione pozzetti di derivazione e ripartizione in quota dell'acqua posti accanto alla gebbia, o lungo una saja) “a vasche, che – secondo le prime valutazioni degli archeologi - si può ipotizzare servissero ad interrompere il flusso dell'acqua (chiuse per decantare l'acqua ?, chiuse per elevare il flusso dell'acqua tramite una "noria" ?)”] - il lotto dei materiali del prestito Campano, per la mostra ‘Otium Ludens’, fra cui affreschi di pregevole fattura, se pure in lacerti, stucchi raffinati, come quello raffigurante una divinità fluviale, proveniente da una villa in località Petraro, o il pannello con Dedalo e Pasiphae, che decorava la parete Ovest del ‘tepidarium’ della stessa villa, oltre a marmi finemente scolpiti e a suppellettili d’uso comune, costituiva sicuramente una attraente “mirabilia”. Da tutto ciò, tuttavia, non si può decretare il successo di pubblico e di critica di una rassegna. Il resto è propaganda. Esaminiamo di seguito alcuni aspetti dell’informazione sull’evento tratta dalla stampa online (fonte ‘ravennanotizie’). Ingressi alla mostra Otium Ludens: comunicato dello scorso martedì 8 settembre: oltre 38mila visitatori; comunicato di mercoledì 11 novembre 2009: "Sono stati più di 50.000 le persone nel periodo dal 14 marzo al 1° novembre 2009”. In soli due mesi, quindi, si sono registrate 12mila presenze; un afflusso notevole, se pensiamo che la mostra ospitata a Ravenna come unica sede in Italia, non ha suscitato un così grande interesse nella stampa quotidiana estrapolata dal sito del MiBAC. Il che vuol dire che non ha avuto tutta questa grande risonanza. Inoltre, il catalogo, ‘Otium ludens’, edito da Nicola Longobardi, venduto a un prezzo a mio parere eccessivo (45 euro), è rimasto praticamente invenduto negli scaffali delle librerie di città che frequento assiduamente; a parte la copia da me acquistata mercoledì 1 luglio, i restanti volumi non hanno avuto fortuna migliore. Ma la propaganda, si sa, è l’anima del commercio, ed ecco che archiviata la mostra ‘Otium Ludens’, viene annunciato il nuovo evento del 2010, “dedicato ad attori e maschere, sulle origini del teatro occidentale”. Programmazione che sarà resa possibile grazie ancora alla collaborazione con la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Allora, se permettete, come recita quello spot televisivo, “Io tifo Napoli...”. Alla prossima. Ercole Noto



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