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Dall’arte, al territorio della progettualità
01-12-2009
Savino Marseglia

Pensiamo sia giunto il momento di pensare all’arte contemporanea, non solo come investimento speculativo di interessi commerciali, ma come un’opportunità per intervenire sul territorio, contribuendo a rendere meno scandalosa l’assoluta mancanza di qualità estetica in conseguenza di un processo di “bruttificazione” che sembra contraddistinguerla. Anche la città di Prato non fa quanto dovrebbe per preservare aree di notevole interesse storico ed archeologico. Un esempio, in tal senso, è sicuramente l’antica città etrusca di Gonfienti, che gli studiosi hanno definito la più importante dell’intera Etruria Settentrionale e che versa in uno stato di totale abbandono e incuria, che nega alla collettività e alle generazioni future la fruizione di un bene così prezioso. Un vero scempio ! È necessario essere consapevoli del ruolo dei beni culturali e della produzione di arte contemporanea, in particolare in questo momento storico così travagliato. In altri termini, bisogna pensare ad un produzione artistica che si sposi e si integri con il paesaggio esistente, ridefinendo gli spazi architettonici su cui va ad operare. La qualità del tessuto urbano, può rafforzare la coesione sociale, ma anche indebolire l’identità del singolo e della collettività. È su questa linea che l’arte contemporanea può svolgere un nuovo compito finora inedito, ovvero quello di contribuire a valorizzare un territorio come quello pratese e toscano che custodisce la più grande concentrazione del patrimonio culturale del mondo, un tesoro di inestimabile bellezza. I processi di mercificazione dell’arte e del territorio, orami da tempo hanno finito di “ottimizzarsi” con le nuove tecnologie, nel modo più spregiudicato. Hanno appiattito e banalizzato in modo volgare la stessa natura progettuale dell’arte, applicata al territorio. Nel contempo, assistiamo passivamente alla “monetizzazione” e alla svendita di importanti risorse paesaggistiche, dei beni artistici e del demanio architettonico. Di fronte alla tecnologia e ai nuovi media, nel nome di una cultura mediatica e virtuale, l’arte progettuale, ha perso le sue radici storiche e antropologiche con il territorio, in tutte le sue accezioni, consolidando nel tempo quelle con il potere mediatico e con il mercato, che è stato addirittura capace di recuperare aspetti profondamente antitetici ad esso, come, nel caso di quella produzione in origine volutamente effimera, come quella concettuale, radicale e contestativa che hanno subito un vero e proprio processo di assimilazione. E’ giunto il momento di fare uscire gli artisti dalla “bolla esistenziale” in cui si trovano loro malgrado ad operare, per riportarli dentro la vita della comunità; di abbandonare la produzione di opere d’arte che finiscono “recluse” all’interno di asettici Musei d’Arte Contemporanea, o nel viatico canonico, che attraverso le gallerie, le aste, le collezioni private, porta al consenso mediatico, culmine di un processo anestetico, sterilizzante, disarmante a cui storicamente l’arte, da molto tempo è sottoposta. Un sistema di interessi commerciali, dotato di una forza decisiva per il successo o la sfortuna delle tendenze artistiche. Perfino, alcuni artisti o presunti tali , vengono costruiti “a tavolino”, per soddisfare le necessità del mercato, con un procedimento simile a qualsiasi prodotto da lanciare in una campagna promozionale. Un mercato che determina un rapido consumo di tendenze, rendendole in breve tempo, obsolete e prive di valenze estetiche. Non è un caso che la crisi della grande nozione del bello, iniziata nel XIX secolo con il Dadaismo, ha introdotto nella storia dell’arte il coefficiente concettuale dell’anti-arte accanto alla produzione di un’estetica della bruttezza, nella consapevolezza della “morte dell’arte”, è paradossalmente utilizzata in quest’era post-moderna e telematica, da gran parte di artisti italiani, asserviti ad un sistema dell’arte, sempre più famelico, di una estetica del brutto, da vendere a tutti i costi. In Italia la ricerca artistica si sta polarizzando sempre più verso forme ampiamente superate nello scorso secolo, che trovano riferimento in un certo “accademismo concettuale”. In quest'ambito, un contributo importante nella ricerca di una estetica “diffusa” sul territorio, ci proviene da Marco Perniola, anche se dobbiamo dire che ancor oggi che nella prassi progettuale che lega l’arte al territorio d’appartenenza questo incontro non sembra ancora realizzarsi. Il paradosso è che molti critici, artisti e curatori sono spesso complici di questo sistema, non esitando a prestare il loro contributo nell'avvalorare vere e proprie “brutture”, viste le continue e monotone provocazioni pseudo intellettuali che ci propongono in musei omologati sparsi in Italia e nel mondo. Un sistema perverso che toglie ogni spinta emotiva verso la ricerca della bellezza applicata al territorio. Spero un giorno che almeno gli storici dell'arte sappiano fare giustizia di questa perversa deviazione culturale. Eppure un barlume di speranza sembra affacciarsi all'orizzonte: vi è ancora voglia di produrre opere d’arte pubbliche al servizio della comunità. Ciò al di là della commercializzazione, sempre più triviale, sempre più al servizio di sottoprodotti che proliferano, nella confusione del consenso mediatico. Oggi l’arte non ha più bisogno di teorici, di critici, di oracoli e curatori, che, arbitrariamente, attribuiscono valore all’arte, perché il valore dell’arte è irrimediabilmente da tempo, finito nelle fauci fameliche di una finanza spregiudicata e incontenibile, una sorta di “esofago vivente” che ingurgita le fiere d’arte e le varie manifestazioni che incessantemente, in ogni angolo del mondo, si susseguono, dove tutto viene digerito e commercializzato, anche oggetti ingombranti, che molti si ostinano a decretare come opere di grande “valore celeste”. Mi domando: quale beneficio apportano alla qualità della vita urbana dell'individuo e più in generale alla collettività ? Rimango allibito, quando, si parla di arte contemporanea che denuncia, provoca, in un impeto di energia e vitalità. Mi chiedo, se tranne alcune eccezioni di arte applicata al servizio della collettività, non si tratti, in fondo, che di idee fine a se stesse, che non suscitano alcun entusiasmo o interesse da parte di nessuno. E’ forse, per questa ragione e per non perdere la speranza che sembra necessario rilanciare non tanto correnti e mode, ma recuperare una progettualità perduta, urgente e necessaria per salvarci da quella bruttezza che oramai domina nell’arte contemporanea. L’arte contemporanea dovrebbe rinnovarsi nelle sue fondamenta e conseguire un nuovo ruolo capace di reagire alla sopravvivenza del nostro ambiente naturale. Dovrebbe trovare le strade che la liberino da un mercato famelico, per aprirsi veramente alla vita alle istanze sociali di partecipazione, ponendosi in dialogo con la scienza e la tecnologia al servizio della collettività, che è poi, alla fine, la vera ed autentica riscoperta delle nostre radici rinascimentali: quell’essenza progettuale totale che si è sviluppata dentro il processo naturale della vita. Un’arte che sia in grado di sprigionare una nuova energia, un movimento progettuale serio e dinamico, che sappia rispondere alla crisi globale della cultura, con proposte costruttive, dentro un processo non elitario, ma naturale della vita individuale e collettiva. Non si salva il territorio dal saccheggio, con le provocazioni artistiche, ma neanche attraverso il potere persuasivo delle immagini si giunge ad una crescita estetica e culturale dell’individuo. Occorre, perseguire, con convinzione, la strada della progettualità e della socializzazione dell’arte. L‘artista dovrebbe, innanzitutto liberarsi da una visione romantica che si porta dietro e riproporre una visione più ragionevole e nello stesso tempo critica del potere temporaneo. Solo così l’arte potrà diffondere tutta quella forza vitale che è tipica del cambiamento. Questo rinnovamento dovrebbe avvenire all’interno di quelle dinamiche temporali e spaziali del territorio d’appartenenza, per farsi finalmente, non solo territorio e città deputata alla rappresentazione dell’arte, ma laboratorio permanente, che elabora e progetta una nuova idea di società, di progresso civile e culturale, in un contesto che guarda ad un mondo egualitario, sia nella partecipazione, che nelle differenze di identità culturali, religiose dei popoli. In questo ambito, l’incontro tra un gruppo di artisti e la Circoscrizione Prato Sud, può spiegarsi come un’unica aspirazione a inquadrare l’arte contemporanea in una prospettiva storico-culturale nuova, ma soprattutto civile, che non fa che confermare questa scelta, ricercata proprio nel territorio pratese, attraverso la realizzazione di opere site specific con la partecipazione e l’apporto concreto dei cittadini. Il valore progettuale e la scelta degli artisti che hanno realizzato interventi nel Parco delle Cascine di Tavola, sottolinea istanze etiche di segno “forte”. Il Parco, diviene così l’insegna, per la rivendicazione di una visione dell’arte a misura d’uomo e non di profitto. La logica del costruire, in questo senso, si misura lucidamente, nel confronto con la memoria, dal passato al futuro, (senza il passato il futuro neppure può rinascere) dovrà essere riaffermata come impegno civile, riconoscendone l’impianto storico dall’assunto teorico di partenza. In questi termini, l’evento di Tavola, si presenta come progetto permanente, documento storico, perché frutto di interventi diversi sia pur convergenti, aperto anche all’informazione multimediale, in una parola, progettualità applicata al servizio del territorio e della comunità. Un progetto che si è sviluppato in stretto rapporto con l’ambiente, la vegetazione, i materiali, le tecniche e le radici antropologiche, agrarie, che poi non sono altro, che la storia del paesaggio antropizzato italiano. In parole povere: l’unità tra uomo e territorio, una visione delle vita basata sull’equilibrio tra fare e progettare, che legga il sapere non solo come conoscenza mentale delle cose, ma anche come sapienza nel realizzarle e nel saper bene utilizzarle. Questa prassi, trova la propria matrice nella progettualità rinascimentale, al servizio dei bisogni materiali e spirituali dell’uomo e della natura.



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