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PANIGAI: VECCHI DUBBI SULLA NUOVA PIAZZA
17-12-2009
Alberto Pavan

Partono i lavori, ma il progetto ignora la storicità del borgo Se un qualche poeta si cimentasse a scrivere una Panigaliade, dovrebbe ora cantare il secondo assedio al castello malamente destato dalla sua secolare, arcadica quiete. Gli assedianti, sotto il vessillo di un progetto esecutivo firmato dall’architetto Massimo Augusto Redigonda, si sentono illuministicamente chiamati a ‘valorizzare’ il borgo (come se Panigai dall’alto dei suoi 800 anni di storia e della sua rustica bellezza avesse poco valore), gli assediati conoscono e amano il borgo da una vita e, per quel misto di meticolosa conoscenza storica e di amore che fa scorgere e gustare la bellezza anche al di là di ciò che luccica, si oppongono a qualsiasi intervento che possa snaturare l’essenza di Panigai. Già nel 2005 il Comune di Pravisdomini propose un progetto di recupero del borgo a firma del medesimo architetto che incontrò la strenua, ma costruttiva opposizione di un gruppo di ‘Amici di Panigai’, appoggiati dalle delegazioni locali del FAI (Fondo Italiano per l’Ambiente) e di Italia Nostra, dal Consorzio Castelli e dal gruppo consiliare di opposizione, che vollero porre all’attenzione delle istituzioni competenti e dell’opinione pubblica la necessità di intervenire sul borgo con rispetto assoluto. La campagna incontrò l’attenzione e la sollecitudine della Soprintendenza regionale che, in tempi rapidi, promulgò un vincolo diretto sulla Chiesa di San Giuliano e un vincolo di rispetto sull’intero borgo, a eccezione – ahimé - del suolo stradale, provvedimenti che asserirono in modo fermo e istituzionale che Panigai ha un valore storico e artistico così com’è e che, qualora s’intendesse intervenire, lo si dovrebbe fare nel senso della conservazione. Il progetto di allora fu ridimensionato, ma il tempo passa e le amministrazioni politiche cambiano: il gruppo allora all’opposizione e ora al potere s’è convinto che il borgo merita i fasti di una nuova piazza. Si rimuova allora l’alberello dal posto in cui le mappe sei e settecentesche del castello hanno sempre segnalato la presenza di un ‘noglaro’; si rimpiazzi la modesta fontana con una più vistosa a tre salti, che ben poco ha a che fare con le vecchie fontane di campagna, ma soprattutto via quello scomodo accesso alla Chiesa, anch’esso documentato dalle mappe sempre nel medesimo posto, e si lasci spazio a un sagrato sopraelevato con due rampe di scale laterali, mentre, da che mondo è mondo, l’accesso esterno di una chiesa è in asse con il Santissimo! Ma tutto questo formalmente ottempera alle disposizioni della Soprintendenza e pare dar lustro al borgo, anche se idee e forme sono ben lungi dal far pensare a un progetto pensato esclusivamente per Panigai e fortificato dallo studio delle testimonianze che ancora consentono di ricostruirne la storia. La conoscenza del luogo pare qualcosa di accessorio a tal punto che, quando si sfogliano le cartelle del progetto, l’architetto, al quale gli autoctoni del Comune goffamente non hanno prestato soccorso, persevera a chiamare la piazzetta pre’ de Bortoli, con buona pace del gesuita pre’ Bortolo di Panigai il cui nome chi a Panigai suole andare e sostare legge a chiare lettere … Visto che dal primo assedio a Panigai è scaturito un innegabile miglioramento del progetto, forse anche queste osservazioni non cadranno inascoltate e Panigai potrà ancora conservare la sua personalità. Queste osservazioni non intendono boicottare un desiderio di novità e di miglioramento, ma invitare chi esercita il diritto di intervenire sul patrimonio a considerare con umiltà che trattare con un ‘borgo medievale’ - come recita con legittimo orgoglio la targa marrone apposta dal Comune all’ingresso del paesello - significa anche pensare in termini di ‘restauro’ e a ricordare quindi ciò che Cesare Brandi, autorità indiscussa nella riflessione sull’intervento sulle opere d’arte, scrisse: “Il restauro deve mirare al ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo”.



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