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La villa romana di Publio Alfio Erasto
11-03-2010
Silvano Guerrini

Antella
La villa romana di Publio Alfio Erasto
Dall’epigrafe funeraria al vincolo archeologico dell’area scavata, in attesa dei saggi per la terza corsia dell’Autostrada del Sole


Nella zona all’ingresso del paese di Antella, nel Comune di Bagno a Ripoli, fra l’attuale area artigianale e l’autostrada, fu rinvenuta nel 1546, in terreni allora dei marchesi Niccolini, un’epigrafe funeraria in marmo dettata dalla vedova Versinia Tyche e databile tra la fine del I e l’inizio del II sec. d.C..
Nella parte inferiore della stele sono raffigurati in bassorilievo gli strumenti di lavoro del defunto marito Publio Alfio Erasto, strumenti studiati da Revillas nel primo Settecento e finora non del tutto chiariti ma collegati all’attività di negotianti materiario, cioè commerciante di legname da costruzione: un regolo per misurare, un vero e proprio martello forestale per marchiare i tronchi, un probabile ipsometro per valutare l’altezza delle piante, forse un contenitore di stili e un dittico cioè due tavolette cerate abbinate e legate, il tutto per scrivere, nonché un fodero con le iniziali PAE, con funzione di custodia forse per un compasso destinato a misurare il diametro dei tronchi.
Tutto ha origine nel 1970 quando chi scrive, occupandosi di storia locale e in particolare di epigrafia latina, consultando il Corpus Inscriptionum Latinarum si sofferma sull’epigrafe CIL XI.1 1620 indicata come ritrovata nel 1586 prope flumen Antellae in fundo Angeli Niccolini e poi perduta (deletam). Pure per la Soprintendenza Archeologica non era dato sapere dove fosse.
Le successive indagini ci consentono dapprima di ritrovarla nel 1971 murata in un corridoio del Castello di Sammezzano a Leccio di Reggello e poi di anticiparne al 1546 la data del ritrovamento chiarita attraverso un accurato controllo della bibliografia e la rilettura dei manoscritti. Dopo il rinvenimento l’epigrafe era finita a Firenze nel palazzo Niccolini di via del Proconsolo e da qui, a metà Ottocento, l’architetto Ferdinando Panciatichi Ximenes, all’epoca tenente colonnello della guardia civica di stanza in quel palazzo, se la portò a Sammezzano.
Tuttociò è stato occasione di reiterate ricerche d’archivio e sul campo, anche perché si sapeva che nel podere denominato Ellera 1 all’inizio degli Anni Sessanta del Novecento, durante la costruzione dell’Autostrada del Sole, erano venute in luce strutture riconducibili a una villa di epoca romana poi obliterate dal terrapieno autostradale.
Solo nel 1976, in quei terreni, sono stati eseguiti i primi saggi archeologici in funzione del progettato insediamento artigianale, indagini che hanno avuto una svolta con il 18 febbraio 1983 quando la posa in opera di un cavo telefonico ha fatto emergere un rocchio di colonna in pietra alberese. Sono poi seguiti altri saggi condotti dal Nucleo di Antella dell’Archeoclub d’Italia in seguito ai quali si è giunti alla sospensione dei lavori di urbanizzazione decretata il 21 febbraio 1984 dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana che poi, dal 4 al 22 giugno 1984, ha organizzato uno scavo d’urgenza diretto dalla dr.ssa Serena Galigani che ha portato a ritrovamenti di notevole interesse scientifico tali da bloccare la prosecuzione dei lavori di urbanizzazione per l’insediamento artigianale. La stessa Galigani ha condotto una nuova campagna di saggi nel febbraio 1985 durante la quale sono emerse nuove strutture murarie. Da qui la decisione di proteggere le parti scavate più delicate (vasca, piatto di macina, suspensurae) con tre piccole tettoie in scatolato e ondulato, installate nel gennaio 1986 e ormai semidistrutte.
Nonostante le coperture, con le piogge l’area diventa da subito un acquitrinio, priva com’è di qualsiasi sistema di regimazione delle acque piovane pur previsto dalla deliberazione 834 del 4 giugno 1985 della Giunta municipale di Bagno a Ripoli che prevede una spesa di tredici milioni di lire per «consolidamento delle strutture emergenti di tipo murario, consolidamento interno della vasca di decantazione, copertura delle rovine atta a ripararle dalla pioggia, convogliamento ed allontanamento delle acque meteoriche dagli scavi».
Nel maggio dello stesso anno un tratto di muro di confine viene fatto tagliare dal Comune per far passare una nuova conduttura dell’acquedotto e a poca distanza e in piena area archeologica viene costruita una cameretta a mattoni che riduce e ingloba un altro muro antico.
Nell’ottobre-novembre 1986 l’Università di Firenze conduce un primo campo studio con la partecipazione di studenti di archeologia, iniziativa che ripete nei successivi anni 1987 e 1988. Dopo due anni di inattività, nel 1991 una nuova campagna di saggi porta a tracciare con l’escavatore una serie di fosse nei terreni più vicini alla via dell’Antella, ma nessuno si preoccupa né di seguire i confini dell’insediamento verso il centro abitato non fosse altro per chiarirne i limiti e facilitare le decisioni progettuali dell’area artigianale, né di ricoprire poi le trincee lasciate aperte.
Fin dai primi scavi emergono varie strutture di particolare interesse. Innanzitutto, per importanza, un mortarium in pietra ossia la sottomola della macina del frantoio (trapetus), pressoché integra, caso assai raro, spessa 20-25 cm e con una diametro di 150 cm, caratterizzata da sedici incavi destinati a accogliere una parete di legno per trattenere la pasta d’olive macinate. Per la sua importanza il reperto viene subito pubblicato da Carandini (vds. Settefinestre, 1985, p. 241). In posizione più alta e affiancata da un pavimento di cocciopesto, viene in luce una vasca, di cm 150x240 profonda 65, rivestita pure di cocciopesto, munita di gradini di accesso e con sul fondo inclinato un recipiente ovale di pietra a mo’ di bacile di raccolta. Qui doveva essere immagazzinata la pasta macinata prima di passarla alla pressione del torchio e il bacile doveva avere la funzione di raccogliere il gemitìo d’olio. Di fianco a questa vasca appare un basamento coi primi due rocchi d’alberese di una colonna riferibile forse al torchio (l’indagine non è potuta proseguire in questo punto). Più a sud, tagliato dagli scassi per un filare di viti, un pezzo di pavimento grigio scuro fa pensare a un vano di raccolta dell’olio con funzione di chiaritoio in quanto posto a poca distanza dal locale riscaldato a suspensurae. Infine, verso ovest, appare la prima cella, parte del cosiddetto ergastolum, luogo di alloggiamento degli schiavi costituito di norma da un edificio lungo e stretto fatto di stanzette allineate. Fra i tanti reperti raccolti, non solo vasellame, monete, tessere di mosaico e resti ossei animali, ma anche parte di un’urna cineraria in marmo e un idoletto votivo in bronzo.
Quella finora scavata è solo una minima parte degli ambienti di fattoria mentre la villa vera e propria si trova a un centinaio di metri di distanza sotto il terrapieno dell’autostrada e più a monte sotto il vigneto verso Poggio ai Grilli. Le strutture sono a profondità maggiore del solito in quanto il livello del terreno è stato innalzato movimentando terra verso valle nel corso della costruzione dell’autostrada tant’è che saggi del 1984 individuarono muri con colorazione rosa e celeste a oltre due metri di profondità a ridosso del lato sud del terrapieno dell’autostrada.
L’area archeologica, finalmente vincolata con decreto dell’11 gennaio 2008, è da anni in balìa della natura nell’attesa di una sistemazione dignitosa prevista da tempo e che sarebbe demandata, a fronte di apposita convenzione, alla società proprietaria del futuro albergo da costruirsi nel bel mezzo della limitrofa area artigianale, albergo che - per come riferito sul periodico del Comune “L’ultimora” del giugno 2007 - dovrebbe finanziare il recupero funzionale dell’area.
Nel frattempo, con decreto 1717 del 17 dicembre 2008, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha imposto saggi archeologici preventivi alla realizzazione della terza corsia dell’Autosole, saggi che - se fatti nei modi dovuti - potranno far emergere questa villa romana appartenuta a Publio Alfio Erasto, vanto di un nucleo abitato come Antella che nei secoli successivi ha visto sorgere una pieve romanica, già attestata nel 1040, e in tempi molto più recenti un cimitero monumentale, formando qui una triade di beni culturali di eccellenza.

Silvano Guerrini

Edito in La villa romana di Publio Alfio Erasto in "Microstoria. Rivista toscana di storia locale", marzo 2010, pp. 5-7

Silvano Guerrini, nato nel 1944, è appassionato di fotografia e di storia locale e come tale si è occupato di ambiente, archeologia, arte, beni culturali in genere, cultura contadina, mestieri tradizionali, religiosità popolare e viabilità antica del territorio di Bagno a Ripoli, pubblicando nel tempo studi, talora anche allestendo mostre sui vari argomenti.
Ispettore onorario per Bagno a Ripoli dal 1983 al 2001 della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Firenze, è stato anche promotore del Nucleo di Antella dell’Archeoclub d’Italia con ciò stimolando l’indagine archeologica oggetto di questa nota, nonché del Comitato per le ricerche sulla cultura materiale della Toscana attraverso il quale ha documentato negli Anni Settanta del Novecento aspetti tecnologici di una cultura contadina in estinzione, raccogliendo e schedando strumenti e attrezzi di lavoro a livello locale e promuovendo a Bagno a Ripoli un Centro studi sulla cultura contadina che, fra alterne vicende, è stato finora reso inattivo.



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