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Sfregio a Ravenna
11-03-2010
Ercole Noto

La basilica di san Giovanni Evangelista è stata profanata e sfregiata da un balordo graffitaro che ha deturpato il muro di una cappella interna con una scritta in spray nero e sporcato i mosaici del piano primitivo, scoperto in molta parte nel 1763, quando ne furono estratti parecchi frammenti raffiguranti animali fantastici, ornati e alcuni episodi della quarta crociata, ora ordinati lungo i muri delle navate minori. S. Giovanni Evangelista, anche se non fa parte degli otto monumenti di Ravenna iscritti [1997] nella Lista del patrimonio mondiale dell'Unesco, è uno dei sacri edifici più rappresentativi della storia locale. “Galla Placidia recandosi per mare da Costantinopoli a Ravenna, nel 424, con la figlia Giusta Onoria e il figlio Valentiniano, cui era stato assegnato l'impero d'Occidente, fu colta da una furiosa tempesta. Invocò ella il soccorso dell'Evangelista Giovanni, e, nel pericolo, fece voto che scampando gli avrebbe fatto costruire e dedicata una grande basilica. Giunta co' suoi a Ravenna, sciolse la solenne promessa con questo tempio e nei musaici dell'abside fece rappresentare l'episodio della procella”. Nella fronte del grande arco trionfale “si vedeva il alto il Redentore con, presso, s. Giovanni evangelista; a sinistra, la nave con i personaggi della famiglia imperiale, assalita dalla tempesta, e, a destra, la stessa nave con gli stessi personaggi salvati dal santo a reggere la prora”. Dell'episodio del salvataggio delle navi “resta il solo ricordo grafico riprodotto a miniatura in un codice del sec. XIV, della Classense”, e la trasposizione pittorica nella lunetta ad affres co alla “maniera di Francesco Longhi”(Ravenna 1544-1618), “Voto di Galla Placidia durante la tempesta”, inv. 12095, insieme a quella che rappresenta la “Consacrazione della basilica (...)”, inv. 12096, nota come “miracolo della reliquia”, o “leggenda del sandalo”, ora al Museo nazionale. “In una Vita di s. Barbaziano, composta a Ravenna forse nel secolo X, si legge che, quando Galla Placidia ebbe edificata la chiesa di San Giovanni Evangelista, venne in gran pensiero perché non si trovavano reliquie del corpo dell'Apostolo. Allora l'Imperatrice si consiglia con Barbaziano, prete e suo confessore, e, insieme, con veglie e preghiere chiedono a Dio che mostri loro dove siano reliquie del santo. Durante le notturne «incubazioni» Barbaziano vede, per primo, una figura in fulgide vesti, con volto angelico, che reca in mano il turibolo col quale incensa la chiesa. E' lo stesso san Giovanni Evangelista, e Barbaziano lo indica a Galla Placidia. Questa si prostra per abbracciare i suoi piedi; ma nello stesso momento l'Apostolo scompare, e lascia nelle mani dell'Augusta un sandalo pontificale”. [da Corrado Ricci, Guida di Ravenna, Bologna 1923] La basilica, “divisa in tre navate da ventiquattro colonne (dodici per parte) di bigio antico con capitelli romani e con pulvini, lavorati a foglie e a croci, del sec. V”, era in evidente stato di degrado - ancora prima della Seconda guerra mondiale quando fu pesantemente danneggiata - , tanto che Corrado Ricci lo riporta in un passo della sua Guida: “La deformazione, l'abbandono, lo sfasciume del cospicuo monumento tenevano in angoscia i cittadini e sollevavano le proteste degli studiosi. Le solennità centenarie di Dante - (sesta ricorrenza, settembre 1921) - hanno condotto alla sua redenzione”. Inquadrato sommariamente il contesto basilicale non ci rimane che commentare amaramente il gesto screanzato di vandalismo gratuito, che Alvaro Ancisi, esponente dell'opposizione, inquadra in un contesto più ampio di degrado, «tanto da non potersi meravigliare più di tanto che l'escalation di tanto squallore sia arrivata a profanarla [San Giovanni Evangelista] nella sacralità delle sue straordinarie memorie musive». «I pregevoli edifici scolastici che precedono ed affiancano la basilica, il liceo ginnasio Dante Alighieri e l'istituto tecnico commerciale Ginanni, sono letteralmente tappezzati, ad altezza d'uomo, da graffiti indecenti e indecorosi, sempre tollerati e mai rimossi (…) checché la pubblicistica del sindaco, con corredo di ordinanze illusionistiche e di costose mediazioni culturali evanescenti, voglia far credere»; tant'è che il sindaco, fotografato davanti al misfatto perpetrato ai danni dei mosaici sembra contristato e afflitto, ma sono solo “lacrime di coccodrill o”. «È in questo clima ambientale, alimentato dal lassismo e dalla sciatteria di un modo di governare la città assolutamente incompatibile con la sua aspirazione a ritornare capitale di alcunché, che una mente squilibrata può non aver inteso il confine dell'irragionevolezza». Parole pesanti come macigni che dovrebbero far riflettere chi tollera quei fannulloni nullafacenti, tanto da pensare addirittura a «un concorso per writers per colorare la città». Mi chiedo quale possano essere i pensieri di chi deliberatamente sporca con lo spray la facciata di una casa, il vagone di un treno, o quant'altro, che con fine determinato, consapevolmente e in modo scellerato, ha infierito sui mosaici di San Giovanni! “Molti punti di quell'intricato processo di pensieri e di volontà resteranno oscuri” (B. Croce). Così come oscuro rimane al momento il significato di quella sibillina scritta, “segrotoz”, che ha scatenato la fantasia di alcuni buontemponi, con varie congetture lette su un quotidiano locale che certamente non brilla per criticità verso la pubblica amministrazione locale. Scartata l' ipotesi di satanismo qualcuno ha addirittura assimilato il folle gesto a una pseudo protesta verso l'attenzione spropositata di risorse economiche destinate al mosaico; probabilmente sono solo fantasie estreme, ma che in un contesto di disagio accentuata dalla crisi corrente potrebbe starci; forse ci vorrebbe uno specialista per interpretare qu ella sdegnosa azione, riconducibile sempre più a un delinquenziale e deplorevole atto vandalico, da punire on determinazione. La città si interroga se l'arte è in balia dei vandali. Ecco allora scendere in campo i “compari” che, come nel gioco delle tra carte, cercano di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica da quello “sfregio” perpetrato ai mosaici della basilica di san Giovanni Evangelista, che mette in evidenza le fallaci misure di sicurezza dei monumenti che non hanno il “marchio” Unesco. E tirano fuori la questione dei basamenti veneziani delle colonne di Piazza del Popolo, scolpiti da Pietro Lombardo e figli, che a loro dire sono “ostaggio dell'incuria”, per l'obbrobrio metallico che li recinge: “una recinzione anonima e ordinaria composta da banali elementi da ferramenta, completati da orribili targhette porta divieti in lingua”, frutto distorto di una loro precedente petizione di venti anni prima; e rilanciano il loro appello, a salvaguardia di quei due basamenti importanti “sia dal punto di vista storico/ artistico che iconografico”, suggerendo un “recinto artistico”. Una sceneggiata a dir poco commiserevole; una messinscena recitata dai compari “dissidenti” per finta, che trasgredendo il limite della catena, atta ad impedirne l'accesso, si fanno fotografare da 'nu bardascio' di fotografo che sembrava fosse lì pronto ad intervenire. Il tutto per mistificare la realtà, così qualcuno penserà che a Ravenna non tutto è in balia dei vandali e dei graffitari, ma c'è anche chi si interessa della nostra arte. I compari, in realtà, non sono degli autentici “dissidenti”, ma faccendieri, che a vario titolo sono “a libro paga” della locale amministrazione comunale. Uno di loro, stretto dal mio pressing critico, si è dichiarato “laico”, ovverosia che non ha nulla da spartire con quelli che amministrano il potere locale. In verità ne è invischiato come tutti gli altri! Ercole Noto



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