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RIFLESSIONI SULLA PESSIMA GESTIONE DELLA CULTURA A PRATO
14-05-2010
SAVINO MARSEGLIA

Per quanto si voglia essere critici di un periodo difficile, quale quello che stiamo vivendo, non possiamo smentire il decadimento e l’impoverimento culturale che la città di Prato sta soffrendo. Nel museo Pecci, come in altre istituzioni culturali, non c’è la luce della partecipazione, della ricerca e sperimentazione creativa, del dialogo aperto e genuino con tutte le espressività del territorio. Non esiste un progetto globale di sviluppo culturale nella città. E’ allora che fare? Mi domando: è giusto continuare a sperperare denaro pubblico per musei, teatri ed altro? Istituzioni pubbliche, che vivono, burocraticamente, su se stesse, mal gestite e senza alcun risultato tangibile per la città? Eppure in tante città europee la cultura è uno strumento non solo di crescita culturale ma una forza economica trainante dell’eccellenza e dell’immagine di una città. Musei europei che riescono a mettere insieme creatività, cultura ed economia. Città, che sul piano dello sviluppo culturale si proiettano nel presente e nel futuro come alberi rigogliosi che si sviluppano sul territorio, regalando a tutta la collettività, frutti proficui. Mentre il museo Pecci, si presenta agli occhi della gente, come una macchina mangia-soldi; fa molta fatica a decollare, a causa di una gestione inadeguata e non all’altezza di una strategia culturale efficace. Purtroppo, nella nostra città non si ascoltano le buone idee, non si mettono a frutto quei progetti di operatori culturali intelligenti, meritevoli. Al contrario, si guarda solo alla provenienza politica, alla casta di appartenenza alla ricchezza materiale. Per questo lo scenario dell’arte e della cultura a Prato si presenta inerte e sterile. Non si salva nemmeno il patrimonio storico artistico che non è valorizzato a sufficienza. La Prato pulsante e creativa degli anni settanta e ottanta è solo un lontano ricordo. Una città che ha perso una concezione democratica del bene comune, condiviso da tutta la collettività, una città provinciale, piena di pregiudizi, decadente e fisiologicamente “accatafalcata”, morta su se stessa. Una classe politica che non riesce a trovare soluzioni serie e originali per il rilancio della cultura. Una città senza idee e progetti per il proprio futuro è da considerarsi morta in partenza. La cultura, secondo il mio modesto parere, non è solo occupazione di posti di potere, non è solo vetrina o mercato per pochi artisti, direttori e curatori narcisi, ma relazioni creative continue con l’identità del territorio d’appartenenza e quello più vasto del mondo. Il museo Pecci, nel 1988 aveva suscitato aspettative positive per il mondo dell’arte contemporanea, purtroppo negli anni sono andate deluse nei cittadini. Questo patrimonio oggi, malauguratamente, pare svanito del tutto. Per sopravvivere, il Pecci è costretto alla cessione di alcune opere della collezione al Comune di Prato. Assistiamo al risvolto propagandistico della promozione del Museo su Milano. Un progetto che si è ridotto a una vuota operazione di “marketing” con una spesa di oltre 500.000 Euro. Una discesa pericolosa che oggi rivela le sue disastrose conseguenze sull’immagine della città. Occorre uscire dai proclami propagandistici e puntare verso quella cultura costruttiva progettuale che vede la città di Prato e il territorio come cantiere attivo, con iniziative e progetti sistemateci, originali ed esteticamente dinamici. Si tratta di realizzare una dialettica creativa tra produzione artistica del presente, l’eccellenza dei prodotti, la memoria storica e la qualità dell’ambiente urbano. Non si tratta solo di stupire con mostre di artisti, ma di attivare attraverso, una strategia complessiva tutte quelle risorse umane ed economiche, per metterle in gioco reciprocamente, con nuovi valori e modalità di esistere e del costruire insieme la cultura non solo della contemplazione delle opere d’arte, ma della qualità urbana e sul diritto di partecipazione di tutti i cittadini. Come afferma Paul Werner: un nuovo modello di museo in grado di trattare il pubblico come un pubblico di lavoratori, non di consumatori, e l’insegnamento dell’arte come una sorta di lavoro simbolico: un lavoro dalla parte del produttore o del futuro produttore d’arte, ma anche dalla parte del visitatore e del fruitore del museo(…). A Firenze, nei tardi anni venti, una giovane artista americana di nome Robinson fece un commento innocente e al tempo stesso incisivo, proprio come ci si aspetterebbe di sentire da un’artista di diciott’anni a Firenze per la prima volta: “ La vera gioia sta nell’entrare così, semplicemente, dalla strada, e trovarsi con Giotto in un posto in cui la vita continua. E’ molto diverso dal guardare i dipinti in un museo: non hai biglietti da comprare o guardie che ci controllano, e con quella sensazione di totale libertà può guardare una grande opera d’arte convinto che sia stata creata per te, per la gente.



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