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I paesaggi, i giovani e altre storie
16-09-2010
Franco Cambi

I paesaggi appartengono ancora ai cittadini ?
Lavoro sui paesaggi antichi di Populonia e della Val di Cornia dal 2000.

Mi piacerebbe molto potere festeggiare questo decennio di ricerche con una serie di entusiasmanti affermazioni: la ricerca sul patrimonio culturale va avanti, adeguatamente sostenuta, vi sono torme di studenti entusiasti che provengono dalle superiori per conoscere meglio la loro storia e si iscrivono all'università per formarsi, gli organi di informazione internazionali inneggiano alla bellezza e all'efficienza dei nostri luoghi, parchi, musei...
Invece no, la realtà è diversa e più aspra. Le Soprintendenze vengono fatte morire lentamente, le Università vengono fatte fallire, paesaggi e luoghi vengono svenduti per fare operazioni ignobili. Noi continuiamo il nostro lavoro, ma soli ormai, ché né gli enti locali né le economie locali né la cosiddetta società civile sembrano più minimamente interessati a quello che facciamo. Da un anno all'altro cerchiamo di sopravvivere tagliando le spese per l'alloggio, per il vitto, per il trasporto degli studenti che scavano e fanno ricognizioni nella zona. In dieci anni, ci fosse stato un solo privato che avesse messo a disposizione, non dico un alloggio, ma neanche una bottiglia d'olio o una cassetta di pomodori...
Non c'è da meravigliarsi, poi, del fatto che i Piani Particolareggiati dei Parchi (archeologici) non recepiscano la documentazione (archeologica). In dieci anni di scavi-ricognizioni-prospezioni a Populonia e in Val di Cornia a me nessuno ha mai chiesto una sola scheda o una sola carta. Ci rendiamo conto? Una Università sta operando in quel contesto da un decennio e, quando si presenta l'occasione di utilizzare dati archeologici nel concreto, si fa finta di niente. Eppure io sono lo stesso che ha diretto la Componente "Archeologia" per la V.I.A. del Corridoio Autostradale Tirrenico... O, magari, è proprio per questo.
Con l'eccezione di poche anomale comunità, gli italiani odiano l’Italia, realtà geografico-storica stracolma di monumenti e di memorie reputate inutilmente costose e di ostacolo allo ‘sviluppo’. Gli italiani, nella loro ormai cronica depressione, sono convinti di essere un popolo sfortunato, cui è toccato in sorte una vera fetenzia di paese, che va da montagne di bellezza ineguagliabile, alte più di 4000 metri, a colline ospitali e fertili, a spiagge dal fascino tropicale, il tutto, talvolta, nello spazio di alcune centinaia di kilometri; un paese nel quale si può sciare d’inverno e andare al mare dalla primavera all’autunno! Sono convinti che sarebbe stato meglio vivere in una unica, indifferenziata pianura, priva di emergenze ambientali e culturali, da potere facilmente riempire di residence, di autostrade a quattro corsie, svincoli, aeroporti, porti turistici…!
Si dice, ce lo diciamo ormai da tempo, che la rovina del patrimonio culturale è dovuta alla mancanza dei fondi. Chi scrive se ne occupa da qualche anno e, forse, qualcosa ha cominciato a saperne, grazie anche alla fortuna di insegnare archeologia e al fatto di essere da dieci anni coordinatore di un master in Conservazione e gestione dei beni archeologici e storico-artistici. In questo decennio è giunta a compimento la fine del patrimonio culturale in Italia, dopo una malattia lunghissima, cominciata (sarà un caso?) negli anni ’80, in era craxiana, con la perfida invenzione dei ‘giacimenti culturali’. Allo Stato, che fino a quel momento il patrimonio lo aveva gestito in maniera insoddisfacente e sprecona ma lo aveva gestito, vennero da allora sottratte risorse su risorse per darle ai privati, in nome di una ristrutturazione del settore in chiave imprenditoriale, che producesse anche reddito e profitto. Gli enti preposti alla tutela-conservazione-gestione (le Soprintendenze), invece di essere sottoposti a profonde e radicali riforme (di cui c’era un grande bisogno) sono stati via via svuotati, devitalizzati, ridotti all’impotenza. La sinistra alla fine degli anni '90 e la destra in questo decennio hanno fatto a gara nel destrutturare il patrimonio culturale cosicché, ad oggi, soltanto la Puglia di Nichi Vendola rappresenta una felice eccezione.
La lagnanza sulla scarsità/assenza di risorse potrebbe continuare all’infinito ma non è questo quello che qui interessa. Piccole e piccolissime città tedesche (non credo poi più ricche di noi) vantano oggi musei e parchi culturali che non possiamo far altro che invidiare (perché noi no?). Il fatto è che noi scontiamo una patologia ormai cronica, frutto di un radicato e aspro individualismo, che da personale e tribale che era, nel tempo è diventato collettivo e politico. Lungi dallo stemperarsi nella dimensione istituzionale delle comunità regionali, provinciali e comunali, si è sclerotizzato tant’è che è oggi insanabile. Alla incomunicabilità delle istituzioni si è inevitabilmente sovrapposta la criminosa dispersione delle competenze. Si fa presto a dire “conservare”, ora che due eccellenze presenti da secoli nel campo del restauro, il Centro di Restauro e l’Opificio delle Pietre Dure, sono stati svuotati negli anni, di soldi e di esperti. Molti restauratori sono andati in pensione senza trasmettere a un giovane il loro sapere.
Ricerca e investimenti nel settore del patrimonio culturale (storia, archeologia, architettura, storia dell’arte…e della ricerca antropologica vogliamo parlarne?) vanno rallentando. Negli ultimi trenta anni l'archeologia italiana è stato un movimento forte, con un forte radicamento nella società e con un forte spessore storico-culturale. Diversamente non sarebbero esistite esperienze virtuose come quella della Società Parchi della Val di Cornia.
Si dirà: ma questa (il patrimonio culturale) è roba che non rende! Vero, ma è anche vero che un luogo, quando è un luogo vero, viene conosciuto e apprezzato per le sue specificità e particolarità, non perché si omologa agli altri posti, fino a formare una indistinta serie di non-luoghi. Ma, se i primi ad essere spossessati della loro stessa identità sono proprio gli abitanti del luogo, come possono raccontare la loro storia a quanti, ignari, provengono da fuori?
Oggi, consapevoli o no, sono spesso lo Stato e le altre istituzioni che espropriano i cittadini del loro stesso patrimonio: un faro, una caserma, una baia. Viviamo una fase di profonda e pericolosa debolezza della rappresentatività civica, cosicché il cittadino vota, elegge, dà consenso, poi di tutto questo si perde la tracciabilità. Le amministrazioni locali appaiono deboli e talvolta prone di fronte a gruppi economici in grado di esercitare forti pressioni, anche soltanto psicologiche (il ricatto sull’occupazione è un classico). Il cittadino, compiuto il proprio dovere elettorale, viene dimenticato e accantonato.

I giovani...già
Fra i molti limiti che condizionano la gestione del patrimonio culturale italiano due appaiono, ancora oggi, invalicabili, anche perché strettamente intrecciati fra loro:
la resistenza all’ingresso nelle istituzioni verso le persone giovani, competenti e motivate;
il rapporto irrisolto, da parte delle stesse istituzioni, con le tecnologie che hanno contribuito a cambiare il mondo in questi ultimi due decenni.
Il primo limite è quello opposto a chi, avendo studiato per quindici anni per fare l’archeologo (storico dell'arte, museologo, restauratore, antropologo) viene gradualmente dissuaso. Nessuno dirà mai al giovane, esplicitamente, di lasciar perdere. Vi saranno, prima inviti a fare il restauratore poi, una volta constatato che anche le vie del restauro sono finite, si suggerirà al giovane di dedicarsi alle molteplici funzioni inerenti i sistemi museali. A un certo punto, dopo avere sperimentato le molte e diverse forme dei diversi precariati (della ricerca, della tutela, della comunicazione), il giovane si accorgerà di avere deviato, di molto, dalla rotta che aveva intrapreso con competenza, motivazione e convinzione molti anni prima. Se ha avuto molta fortuna, sarà forse divenuto dirigente di medio livello in una fondazione-museo-amministrazione dove le sue competenze saranno utilizzate al 5% e il suo apporto di fantasia e di originalità allo 0%. Farà, se ha avuto fortuna, l’impiegato discretamente retribuito, costretto a occuparsi di regolamenti, turni del personale, verbali e convenzioni. Tutto questo mentre molte funzioni e servizi che avrebbero dovuto costituire il vero scopo del suo lavoro, il reale motivo per cui il giovane è stato formato, avvizziscono e spariscono del tutto, con grave danno per l’istituzione medesima. Se, come più spesso accade, il giovane non ha fortuna, si cerca comunque di trattenerlo (perché è bravo e lavora molto e con competenza) ma in forme sempre più precarie (costano poco e consentono di liberarsi del precario rapidamente, quando lo si desideri). Di progressioni o di stabilizzazione (parola ormai sconveniente nei salotti di destra e di sinistra) manco a parlarne. Posti e ruoli di responsabilità sono occupati da vecchi incapaci di vedere più lontano del loro naso e perciò capaci solo di fare danno. Il nostro è l’unico paese al mondo in cui la “esperienza” è considerato titolo prioritario anche nei confronti della competenza e dell’aggiornamento professionale e in cui la deferenza familistica e clientelare verso gli anziani è un prezzo mai troppo alto da pagare.
La chiusura nei confronti dei giovani trova una sponda diabolicamente perfetta nel perverso rapporto che molte istituzioni hanno con l’innovazione tecnologica. Venticinque anni fa proprio le iniziative intraprese in occasione dei “giacimenti culturali” dettero inizio ad una fase di fideismo tecnologico tanto costoso quanto deviante. Vennero spese ingenti risorse finanziarie per creare archivi concepiti vecchi e nati decrepiti malgrado l’impegno di molte persone competenti. Mentre il mondo anglosassone, presto seguito da olandesi, francesi, scandinavi, sloveni, spagnoli, greci e da alcuni settori del mondo accademico italiano, si orientava in direzione della vera e propria innovazione tecnologica degli ultimi venti anni, ovvero la costruzione dei sistemi GIS e la loro successiva messa in rete, con conseguente democratizzazione reale delle conoscenze, lo Stato e molte amministrazioni, centrali e periferiche, hanno quasi sempre preferito lavorare alla creazione di archivi chiusi, inaccessibili al pubblico e spesso inutili per gli stessi funzionari, che, legittimamente frustrati da meccanismi troppo complicati, hanno ben presto rinunciato a servirsene. In una stessa regione si possono avere casi virtuosi come la Carta Archeologica della Provincia di Siena, finanziata da più di venti anni (http://www.paesaggimedievali.it/) e casi stagnanti come quelli di altre province (Livorno e Grosseto, fra le altre).

E allora?
Serve, allora, una reazione dal basso. Gli antropologi che studiano le popolazioni native chiamano bottom-up, dal basso verso l’alto, le spinte al cambiamento provenienti non dalle élite (quelle si chiamano top-down) ma dalle masse che porti, in un tempo ragionevole, ad un cambio generale di mentalità. Serve lavorare soprattutto nelle scuole, ma anche nel variegato mondo dell’associazionismo. Serve riprogettare il paesaggio maremmano, toscano, italiano senza costruire ma impegnandosi a conoscerlo, a valorizzarlo e a farlo conoscere.
Non si dica che mancano le risorse. Dove non sono né concertazione né condivisione né progetti culturalmente validi anche i soldi diventano inutili e, talvolta, dannosi. Si devono fare progetti coerenti e si devono costringere le amministrazioni a farli o farli fare, progetti sui quali ragionare e per sostenere i quali andare poi a cercare le risorse. E occorre soprattutto aprirsi all’esterno (il “fasso tutto mì” non va bene, come dimostra la storia italiana recente) andando a cercare competenze e collaborazioni laddove esistono. Serve una palingenesi.

Franco Cambi



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