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Strategia dun disastro
05-10-2010
Bruno Zanardi

Il corrente restauro estetico ha raggiunto il suo punto di crisi metodologica? Ha cio toccato la soglia oltre la quale conviene, converrebbe, a tutti non pi inoltrarsi? Era questo il senso della richiesta di moratoria dei restauri avanzata un paio danni fa da Carlo Ginzburg e Salvatore Settis, tuttavia rimasta lettera morta nonostante la sede, la prima pagina di Repubblica, e il suo ben preciso fondamento?
Un quesito, il mio, nato da una visita alla recente mostra di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale. Molti dei santi e dei carnefici perennemente esposti nelle ormai semestrali mostre sul grande lombardo apparivano infatti privi del loro originario chiaroscuro, con le carni ridotte a piatte silhouettes. Erosi dalle continue (e irreversibili) puliture cui vengono sottoposti perch devono andare in mostra? Difficile dirlo e, soprattutto, provarlo. Ma un fatto che sempre pi spesso luguale impressione si ricava per molti affreschi, dipinti e sculture usciti dallultimo ennesimo restauro.
Restauratori che lavorano senza studiare e ancor pi inadeguate direzioni dei lavori da parte di storici dellarte e soprintendenti? Forse. Ma prima ancora (torno a dire) inequivocabile segno del punto di crisi metodologica raggiunto dal restauro, cos come viene comunemente inteso e praticato dal tempo, oltre mezzo secolo, dellassunzione della moderna Teoria del restauro come indiscussa linea guida del settore. Vale a dire un intervento di rivelazione dellopera nella sua autenticit che, nei fatti, sinvera in due operazioni: la pulitura e il ritocco. Ma anche un intervento che, proprio perch realizzato sulla base di quella Teoria, dovrebbe valere per sempre e essere perci soggetto solo a semplici manutenzioni e a azioni di conservazione preventiva rispetto ai rischi ambientali.
Per quale ragione, allora, si continuano a pulire e reintegrare indefessamente dipinti gi resi nella loro autenticit da moderni restauri? Nuove puliture di norma realizzate con solventi che, inevitabilmente, nei dipinti a olio, estraggono anche frazioni dei leganti originali, nei dipinti a fresco, complessano gli ioni metallici di pigmenti e leganti inorganici, con il rischio di far sempre pi impallidire, se non di cancellare, i delicatissimi trapassi chiaroscurali delle opere su cui sinterviene? Inoltre nuove puliture che costringono a rinnovare quei ritocchi che gi dovrebbero aver servito alla definitiva leggibilit critica di quelle stesse opere?
Per due ragioni, entrambe frutto dellimmenso ritardo culturale del settore. Una, la dilettantesca convinzione che il moderno restauro, il restauro estetico, coincida con la tutela, relegando in tal modo il grande tema della moderna tutela a problema di gusto depoca (oggi si pulisce e si reintegra di pi di ieri), mentre nel vero riflessione storica e filosofica che tocca temi vastamente politecnici di natura formativa, tecnico-scientifica, ambientale, urbanistica e giuridica. Laltra ragione, la di nuovo dilettantesca convinzione che la valorizzazione di un patrimonio artistico infinitamente coesteso allambiente, quale quello italiano, non stia nel promuovere e salvaguardare questa specificit unica al mondo, la sua natura ambientale, ma nel favorire il contrario. Da una parte, la diffusione fino alla nausea di mostre che decontestualizzano le opere nel nome dello slogan brutalmente economicistico: bisogna far rendere le opere darte, opere che perci vengono continuamente pulite e lucidate, non importa se a scapito, non solo della loro verit (Heidegger), ma della loro stessa conservazione. Da unaltra parte, lavanzare irresistibile duna nuova architettura ideologicamente priva dun qualsiasi rapporto con la citt storica, quindi, nei fatti, a favore della speculazione edilizia.
Possibile che il livello dellattenzione politica su uno dei settori strategici per lo sviluppo stesso del Paese abbia mantenuto da sempre, cio da Spadolini in poi, un profilo tanto mediocre? Varcher mai i confini del mondo della tutela qualcuno in grado di capire che il senso della presenza del passato nel mondo doggi si pu salvaguardare solo quando si riconosca al patrimonio storico e artistico loriginario valore di componente ambientale antropica altrettanto necessaria al benessere della specie umana delle componenti ambientali naturali, come auspicava Giovanni Urbani circa trentanni fa? In grado perci delaborare un razionale e coerente ma in nessun caso ideologico e demagogico progetto di conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto allambiente? Un progetto che sia fondamentale strumento per comporre tra loro i termini solo apparentemente antinomici di conservazione e sviluppo? Quella composizione che insuperabile premessa per una tutela vitalmente creativa del mondo storico: con questa, delluomo stesso e della sua terra?



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