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Modifiche al codice dei beni culturali e del paesaggio in materia di professioni dei beni culturali (13 gennaio 2014)
2014-01-13

Discussione della proposta di legge: Madia ed altri: Modifiche al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di professionisti dei beni culturali e istituzione di elenchi nazionali dei suddetti professionisti (A.C. 362-A) (ore 15,30).

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 362-A: Madia ed altri: Modifiche al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di professionisti dei beni culturali e istituzione di elenchi nazionali dei suddetti professionisti.
  Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali – A.C. 362-A)

  PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
  Avverto che il presidente del gruppo parlamentare Partito democratico ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del Regolamento.
  Avverto, altresì, che la VII Commissione (Cultura) si intende autorizzata a riferire oralmente.
  Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Ghizzoni.

  MANUELA GHIZZONI, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, migliaia di professionisti dei beni culturali attendono questo momento da molti anni. Questi professionisti, che svolgono un lavoro di rilevante interesse pubblico, perché presiedono fattivamente all'attuazione dell'articolo 9 della Costituzione, attendono che sia finalmente riconosciuto il loro ruolo lavorativo, professionale, economico e culturale, attualmente mortificato tanto da condizioni lavorative inaccettabili in un mercato senza regole e privo di ogni garanzia, quanto da un arretramento delle istituzioni pubbliche rispetto agli investimenti sui beni culturali. Professionisti – voglio sottolinearlo – ai quali, di fatto, in questo Paese, ogni giorno, viene affidata la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, che è testimonianza unica dell'identità e della bellezza, strumento per la formazione e per la trasmissione della conoscenza non solo per il nostro Paese, ma per l'intera umanità.
  Sono i professionisti che, sabato scorso, si sono dati appuntamento in piazza del Pantheon per rivendicare dignità per il loro lavoro e buona occupazione, mettendo al primo punto della propria piattaforma il riconoscimento pubblico dei profili, delle competenze e della dignità dei professionisti dei beni culturali. Chiedono, cioè, che nel codice dei beni culturali e del paesaggio sia riconosciuto il ruolo e la qualificazione dei professionisti dei beni culturali mediante l'approvazione della proposta di legge n. 362-A, vale a dire la proposta di legge di cui oggi iniziamo la discussione sulle linee generali. E quale migliore risposta da parte della politica, se non una sua rapida approvazione ?
  Il testo che esaminiamo oggi risulta arricchito rispetto a quello originariamente presentato nell'agosto del 2008 e ulteriormente riformulato e, poi, ripresentato all'inizio di questa legislatura, nel marzo scorso. Una riformulazione e un arricchimento che testimoniano positivamente del fecondo esame collegiale da parte delle forze politiche avvenuto in seno al comitato ristretto, a partire dall'attenta valutazione dei contributi emersi nel corso dell'audizione dei rappresentanti delle associazioni del settore, del Ministero, nonché del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici.
  Il confronto serrato di idee e di proposte ha portato all'adozione di un primo nuovo testo nell'agosto scorso. Su di esso si è aperta un'ulteriore fase di riflessione e di discussione pubblica, che ha nuovamente coinvolto tutti i soggetti interessati dalle disposizioni del testo.
  I suggerimenti e le osservazioni di questa ulteriore fase di approfondimento sono stati adeguatamente valutati e recepiti, così da giungere, nel dicembre scorso, all'adozione di un ulteriore nuovo testo, sottoscritto da tutte le forze politiche.
  Credo sia giusto richiamare tutti i passaggi del percorso per dar conto della qualità del lavoro svolto: un lavoro condiviso, attento nel soppesare le istanze e le esigenze avanzate dai diversi soggetti coinvolti, senza chiusure ideologiche o posizioni preconcette. Credo di poter dire che si sia lavorato con spirito costruttivo per scrivere norme efficaci, chiare e facilmente applicabili per dare riconoscimento ai professionisti dei beni culturali. Questo almeno fino al 9 gennaio, data della seduta conclusiva dei lavori di Commissione, quando il MoVimento 5 Stelle ha ritenuto di ritirare le proprie firme, pregiudicando, quindi, la richiesta di procedere in sede legislativa per l'approvazione della proposta di legge.
  Al di fuori di qualsiasi tono polemico, mi interessa qui rilevare un problema non di merito ma di metodo, dato che le sopraggiunte perplessità nel MoVimento 5 Stelle avrebbero potuto essere proficuamente presentate e discusse in seno alla Commissione, così come si è fatto nei mesi scorsi, affrontando di volta in volta i vari dubbi sollevati e giungendo a soluzioni che hanno portato non solo ad un testo condiviso, ma ad un buon testo, solido nel proprio impianto perché sottoposto per mesi all'esercizio della critica.
  Mi auguro che le perplessità del MoVimento 5 Stelle possano trovare una risposta nel proseguo della discussione in Aula, per non disperdere l'importante lavoro che abbiamo svolto insieme.
  E vengo all'illustrazione sintetica del contenuto della proposta di legge. L'articolo 1 inserisce nella parte delle disposizioni generali del codice dei beni culturali e del paesaggio un nuovo articolo, il 9-bis. Esso dispone che gli interventi operativi di tutela, protezione, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali siano affidati, secondo le rispettive competenze, alla responsabilità e all'attuazione di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi, restauratori di beni culturali e collaboratori restauratori di beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell'arte, in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale.
  A questa disposizione, per fugare alcune perplessità emerse durante l'esame del provvedimento, abbiamo ritenuto opportuno anticipare un richiamo alla competenza della tutela dei beni culturali disposta dall'articolo 4 del codice stesso, così da esplicitare inequivocabilmente che gli interventi di tutela svolti dai professionisti privati sottendono, nella loro espressa esecutività, alla funzione dello Stato in materia di tutela del patrimonio culturale.
  Analogamente, rispetto al testo originario, sono stati espunti gli interventi di vigilanza ed ispezione tra quelli di competenza dei professionisti, poiché precipui delle funzioni dello Stato e comunque non necessariamente delegati all'operato di professionisti.
  L'articolo 1, quindi, dopo aver fatto salve le competenze degli operatori delle professioni già regolamentate – quale, ad esempio, quella degli architetti – elenca i professionisti competenti ad eseguire interventi sui beni culturali.
  La selezione è avvenuta mediante un attento vaglio, teso ad individuare quei profili che operano in via esclusiva sui beni culturali. Ecco perché, ad esempio, non sono stati inclusi i fotografi o gli economisti della cultura, che prestano la loro opera e le loro competenze per i beni culturali in modo non esclusivo.
  Come si evince dall'articolo 1, la proposta in esame interviene nell'ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi, cioè in quella disciplina affrontata in termini generali dalla legge n. 4 del 2013.
  Questa recente legge ha rappresentato quindi, per il nostro lavoro, un importante riferimento normativo durante l'esame della proposta di legge, in particolare per quanto riguarda i contenuti dell'articolo 2, poiché la legge n. 4 definisce un nuovo orizzonte di sviluppo delle associazioni professionali, anche mediante l'attribuzione loro di una precisa responsabilità sociale.
  La legge n. 4 dispone, tra l'altro, che i professionisti possono costituire associazioni professionali di natura privatistica al fine di valorizzare le competenze degli associati e garantire il rispetto delle regole deontologiche, agevolando la scelta e, quindi, la tutela degli utenti.
  L'altra normativa alla quale si è fatto un costante e specifico riferimento nel testo della proposta di legge è quella dell'Unione europea, tenuto conto che per la disciplina europea i professionisti sono soggetti alle regole di concorrenza e, quindi, la normativa europea è particolarmente attenta ai cosiddetti diritti esclusivi, cioè a tutte le regolamentazioni che riservano alcune attività a una ristretta categoria di professionisti.
  Di questa normativa, quindi, abbiamo tenuto conto nella stesura del nuovo testo, in particolare per quanto riguarda i contenuti dell'articolo 2, che dispone l'emanazione di un decreto, sul quale mi soffermerò a breve, che dovrà essere emanato in conformità alla normativa europea.
  L'articolo 2, a differenza del testo originario, non costituisce una novella del Codice dei beni culturali e del paesaggio, poiché la specificità del contenuto meglio si presta ad un distinto provvedimento. Il comma 1 dispone l'istituzione presso il Ministero di elenchi nazionali di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologie applicate ai beni culturali, storici dell'arte, in possesso dei requisiti che vengono individuati nel comma 2.
  Non sono inclusi in questo elenco i restauratori e i collaboratori restauratori di beni culturali, poiché tali figure sono già disciplinate dalle disposizioni dell'articolo 29 e dell'articolo 182 del vigente Codice dei beni culturali e del paesaggio, come modificato dalla legge n. 7 del 2013. In base al comma 2, le modalità e i requisiti per l'iscrizione dei professionisti negli elenchi saranno stabiliti con decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, da adottare, previo parere delle Commissioni competenti, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, sentito il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, d'intesa con la Conferenza Stato-regioni e con le rispettive associazioni professionali, che collaborano anche alla tenuta degli elenchi.
  Aggiungo che, sulla base del parere espresso dalla I Commissione, dal comma 2 è stata eliminata la previsione in base alla quale lo stesso decreto ministeriale doveva inserire tra i requisiti per l'iscrizione negli elenchi il possesso da parte dei professionisti della certificazione di conformità alla norma tecnica UNI, in considerazione del fatto che, in base alla normativa vigente, il professionista è libero di non iscriversi ad un'associazione e che la citata certificazione UNI non è obbligatoria. Abbiamo condiviso tale valutazione e devo dire che non ho difficoltà ad ammettere che, in realtà, il possesso della certificazione UNI doveva essere un requisito sufficiente per l'iscrizione negli elenchi, e non esclusivo, come invece lo ha reso un testo che non abbiamo evidentemente perfettamente formulato. Ad ogni modo, abbiamo ritenuto di espungere questo periodo, come indicato dalla I Commissione, per non creare un «doppio canale», dei canali differenziati di iscrizione e di accesso agli elenchi e quindi demandare totalmente al decreto l'individuazione dei requisiti per l'iscrizione.
  Questo è, in sintesi, il contenuto del provvedimento che sottoponiamo all'esame dell'Aula, e siamo consapevoli che l'approvazione di questa proposta non possa rappresentare la soluzione a tutti i problemi che i professionisti dei beni culturali hanno denunciato alla manifestazione di sabato scorso, a partire dagli interventi di carattere paternalistico e assistenzialista troppo spesso avanzati in questo settore. Molto resta da fare per garantire la loro buona occupazione: penso, ad esempio, ad interventi sulle regole generali del mercato del lavoro, che ora favoriscono il ricorso a forme contrattuali precarizzanti e a misure specifiche nella disciplina degli appalti pubblici che tengano conto della specificità degli interventi sui beni culturali; ma penso anche ad un massiccio reclutamento di professionalità nei ruoli della pubblica amministrazione così come ad un forte investimento in una prospettiva di sviluppo del settore.
  Ma siamo altresì certi che non può esserci piena tutela del nostro patrimonio culturale se non si valorizzano le competenze e la dignità degli specialisti che se ne prendono cura. Senza di essi la stessa sopravvivenza del nostro patrimonio storico-artistico è a rischio. Per questa ragione il riconoscimento dei profili dei professionisti dei beni culturali è il primo atto, necessario, per orientare nella direzione giusta le future politiche per il patrimonio e per la buona occupazione nel settore dei beni culturali.

  PRESIDENTE. Prendo atto che il rappresentante del Governo si riserva di intervenire nel prosieguo del dibattito.
  È iscritta a parlare l'onorevole Flavia Piccoli Nardelli. Ne ha facoltà.

  FLAVIA PICCOLI NARDELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di legge che oggi è in discussione va a colmare un vuoto normativo, intervenendo sul decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, il cosiddetto Codice dei beni culturali e del paesaggio, attraverso un emendamento che riconosce il ruolo e la qualificazione dei professionisti che operano nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale.
  L'approvazione della proposta di legge è di grande importanza per le figure professionali che operano nel campo dei beni culturali. Infatti, rappresenta un primo passo verso forme di attestazione e certificazione della professionalità che favoriranno qualità e responsabilità nel settore.
  La proposta di legge arriva in ritardo e disciplina l'esistente, ma presenta indubbi punti di forza: contribuisce a mettere ordine in settori in cui serve chiarezza e offre certezze ad un gran numero di operatori del settore. Considera professionisti diversi per tipologie di lavoro, conservatori tutti, a vario titolo, della memoria del Paese, favorendo lo spirito di collaborazione fra loro e dissuadendo da separazioni verticali per incoraggiare il lavoro comune.
  Considera profili quali: archeologi, storici dell'arte, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi che svolgono attività per le istituzioni di tutela dello Stato e per gli enti pubblici territoriali, ma anche per i privati. Sul piano identitario le professionalità che afferiscono a tale area strategica si sono moltiplicate nel corso degli ultimi anni, connotandosi in specificità culturali e tecnico-scientifiche in continuo aggiornamento.
  La proposta di legge si sofferma anche sul tipo di interventi richiesti. Parla di tutela, vigilanza, ispezione, protezione, conservazione e fruizione dei beni culturali. Ci sembra importante l'inserimento tra gli interventi regolamentati anche di quello della fruizione, un'area professionale importantissima che ha assunto una dimensione di grande interesse sotto il profilo dell'occupazione dei giovani di formazione umanistica.
  Per i professionisti del settore, in questa fase storica di cambiamento, in cui, da un lato, si sono modificati i compiti dello Stato di fronte alle regioni in una materia come la valorizzazione dei beni culturali, con l'esistenza di competenze concorrenti, e, dall'altro, si ha una cornice di riferimento che non è più il nostro Paese, ma tutta l'Europa, diventa estremamente delicato e importante il garantire e definire i requisiti necessari per le prestazioni d'opera di chi lavora sul patrimonio dei beni culturali, un patrimonio di interesse pubblico, ma che, allo stesso tempo, coinvolge il mercato e le sue logiche.
  Offrire riconoscibilità istituzionale ai professionisti dei beni culturali appare un ulteriore passo, decisivo e concreto, sulla strada intrapresa da questo Governo per dare respiro al settore della cultura, che ha visto un primo importante intervento nel decreto «valore della cultura» approvato nell'ottobre 2013, di cui si stanno definendo i regolamenti attuativi.
  Il Codice dei beni culturali e del paesaggio non prevede ad oggi il riconoscimento delle professioni dei beni culturali, ad esclusione, fino ad ora, delle figure del restauratore e del collaboratore restauratore.
  Si è detto che non parlare dei professionisti nel Codice dei beni culturali e del paesaggio è come scrivere le regole del calcio parlando solo del pallone e non dei calciatori. È così. Le figure considerate hanno in comune il compito di preservare, a vario titolo, la memoria, quello che si chiama «curator». Sono archeologi che, stando a quanto loro stessi affermano, operano nel nostro Paese in condizioni di vuoto normativo che ha generato condizioni di lavoro prive di qualunque regolamentazione istituzionale determinando lo svilimento delle competenze e delle aspettative professionali di migliaia di operatori. Con alle spalle anni di formazione universitaria e post universitaria e con un continuo aggiornamento professionale svolto in cantieri, nella gestione museale, nella didattica, nella catalogazione, nella divulgazione, questi lavoratori della conoscenza non hanno garanzie né possibilità di programmarsi un futuro professionale.
  Nel settore dei musei, così come in quello degli storici dell'arte e degli antropologi, è particolarmente importante garantire la qualificazione e le competenze professionali delle figure che assumono responsabilità di direzione, cura delle collezioni, ricerca e promozione culturale, tenuto anche conto della mancanza di una precisa definizione dei compiti spesso assegnati e dei requisiti richiesti. In altri Paesi europei sono previste garanzie per le figure dedicate all'accoglienza del pubblico, per la diffusione e la mediazione culturale e per il restauro dei beni e delle collezioni.
  Gli archivisti, d'altra parte, hanno visto crescere nel corso degli ultimi anni le esigenze della tutela della conservazione e della fruizione del patrimonio archivistico storico. La conservazione della memoria storica nell'età contemporanea è già cosa diversa da quella a cui eravamo abituati perché gli archivi e i documenti che ne costituiscono la memoria si caratterizzano e si distinguono dal passato per la loro natura immateriale, frutto della formazione e gestione in ambiente digitale.
  La loro è dunque una professionalità in evoluzione, che vede la progressiva perdita di consistenza fisica da parte degli archivi tradizionalmente costituti da documentazione cartacea e la loro sostituzione con documenti informatici.
  Questo cambia ruolo e funzioni di archivisti e di bibliotecari, costretti a confrontarsi con un processo che segue la tendenza ormai generale dell'uso degli strumenti dell’information and communication technology in ogni settore dell'agire umano e della vita delle istituzioni. Per bibliotecari ed archivisti, dunque, si è passati dalla formazione di base, finora attuata, a molteplici formazioni specialistiche coordinate e codificate di cui occorre tener conto. È dunque questo un mondo in evoluzione, che le professionalità che consideriamo riflettono ed in cui l'informazione spesso prevale ormai sul documento.
  Senza soffermarmi sulle singole figure professionali citate, va ricordato che la proposta di legge prevede anche un riconoscimento della figura del diagnosta dei beni culturali, professionalità già da tempo prevista dagli ordinamenti europei e meglio conosciuta come conservation scientist.
  La proposta di legge al nostro esame (n. 362-A) interviene nell'ambito della disciplina delle professioni non organizzate in ordini o collegi, peraltro affrontata di recente dalla legge 14 gennaio 2013, n. 4, che ha riconosciuto e regolato le professioni intellettuali prive di albo e ordini. Alla sua stesura hanno partecipato, attraverso varie audizioni, gli stessi soggetti oggi coinvolti per questa proposta di legge.
  Il testo arriva oggi in discussione in Aula dopo avere registrato il voto favorevole della Commissione parlamentare per le questioni regionali e il giudizio positivo da parte delle varie Commissioni parlamentari in sede consultiva, compresa la V Commissione, quindi con il parere favorevole su merito e sostenibilità finanziaria. Il Comitato ristretto ha lavorato a partire da luglio 2013 sentendo in audizioni informali i rappresentanti del Ministero, della Conferenza Stato-regioni, dell'Accademia e delle associazioni professionali individuate fra quelle che hanno maggiore rappresentatività a livello nazionale. È stato predisposto un meccanismo di riconoscimento della qualificazione professionale degli operatori valido in tutto il territorio europeo, così come richiesto dalla normativa europea e dalla legislazione italiana di recepimento, per risolvere i problemi posti dalle disposizioni europee in materia di liberalizzazione delle professioni e di circolazione dei cittadini.
  Per il diritto europeo i professionisti sono, al pari delle imprese, soggetti alle regole di concorrenza. La proposta di un elenco di professionisti obbligatorio avrebbe reso la disposizione di legge fuori dalla normativa dell'Unione europea e di fatto inapplicabile a fronte della necessità di garantire i principi di non discriminazione, di necessità e di proporzionalità previsti dalla direttiva n. 2006/123 dell'Unione europea per evitare i cosiddetti diritti esclusivi che riservano alcune attività ad una categoria ristretta di professionisti.
  Ma occorreva, inoltre, tener conto del nuovo assetto istituzionale del Paese dopo la riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione, che prevede sempre più un processo di delega agli enti locali e ai privati nelle funzioni di valorizzazione e di fruizione del patrimonio culturale, e una funzione dello Stato solo di coordinamento, indirizzo e controllo, soprattutto di garanzia dei livelli minimi delle prestazioni pubbliche. Andavano superate alcune prese di posizione dell'Accademia, che ha definito ormai in base ai decreti ministeriali del 2007 e del 2010 le classi di laurea e di laurea magistrale, e con il decreto del 31 gennaio 2006 le otto tipologie di scuole di specializzazione relative ai beni culturali. A queste si aggiungevano le osservazioni del Ministero sul metodo di tenuta dei registri.
  Il provvedimento non intende creare albi professionali, ma intende al contrario garantire i consumatori, come li chiama l'Unione europea, che in questo caso equivalgono all'intera collettività nazionale, tenendo conto del riordino della formazione universitaria avvenuta e del coinvolgimento delle associazioni rappresentative delle professioni non regolamentate per la definizione dei profili di qualificazione professionale e per l'attestazione delle competenze.
  La proposta di legge al nostro esame correttamente specifica che «sono fatte salve le competenze degli operatori delle professioni già regolamentate»: ad esempio, gli architetti conservatori, eccetera. Istituisce appositi elenchi nazionali presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rinviando ad un decreto, da emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge al nostro esame, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti per materia, le modalità e i requisiti per l'iscrizione negli elenchi nonché le modalità per la loro tenuta in collaborazione con le associazioni professionali di riferimento.

  PRESIDENTE. La invito a concludere.

  FLAVIA PICCOLI NARDELLI. La proposta di legge – finisco – ha una sua evidente utilità perché il bene culturale, inteso come testimonianza materiale di civiltà, è ad alto contenuto di interesse pubblico e la sua conservazione, valorizzazione o restauro meritano senza dubbio specifiche professionalità e competenze.
  Questo, signor Presidente, consente di superare le perplessità legate al ritorno all'approvazione con legge di singoli o specifici profili professionali secondo il criterio «una legge per ogni professione», decisamente inattuale e contrario alla fatica riformatrice svolta per affermare il nuovo sistema duale delle professioni.
  Occorre, inoltre, evitare che il rinvio a un ulteriore decreto per la definizione dei requisiti possa dar luogo a ritardi o incomprensioni.
  È tempo di decisioni pronte ed efficaci, il Paese deve essere accompagnato negli sforzi per la ripresa economica e le professioni sono un campo centrale del lavoro nell'economia della conoscenza.

  PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fratoianni, che però non vedo in Aula: s'intende che vi abbia rinunziato.
  È iscritto a parlare l'onorevole Domenico Rossi. Ne ha facoltà.

  DOMENICO ROSSI. Signor Presidente, noi, sentiti gli interventi che mi hanno preceduto, innanzitutto non possiamo che essere, nella sostanza, d'accordo con quanto espresso, perché ci sono due aspetti che sono stati richiamati e che con questo intervento si vogliono unicamente ribadire.
  Il primo è che nella realtà, attraverso questa proposta di legge, ci si inserisce in un processo di qualificazione o di determinazione della qualificazione degli operatori che intendono intervenire nel settore della tutela, della vigilanza, della protezione e conservazione dei beni culturali, ma, ben più importante, come è stato messo in rilievo da chi mi ha preceduto, è che finalmente nel codice vengono inserite delle figure professionali che oggi sono assenti; figure professionali che attendono da tempo che questa proposta di legge venga effettivamente approvata dal Parlamento, figure professionali che, attraverso quanto previsto dall'articolo 1 e dall'articolo 2, troveranno finalmente un riconoscimento non solo formale ma anche qualificato. Mi riferisco in primis agli archeologi ma, per continuare, a tutte le figure che vengono richiamate dalla proposta di legge.
  Pertanto, non riteniamo che ci sia molto da aggiungere a chi ci ha preceduto, se non ribadire l'importanza della proposta di legge per questi due punti.
  Richiamiamo solamente un aspetto che, sotto un certo punto di vista, a mio avviso, meriterà attenzione successivamente e che è quello della definizione, attraverso il decreto ministeriale, dei requisiti e delle competenze che questi operatori debbono avere.
  È evidente che questo è un punto cruciale per chi è addentro a questa materia da tempo e sa che passiamo attraverso alcune figure che da tempo hanno invece chiesto che fossero inserite all'interno di ordini professionali e altro; ragion per cui, nel momento in cui ci spostiamo attraverso un meccanismo che sicuramente ha il merito di portare queste persone all'interno del codice, peraltro, non dobbiamo dimenticare, nel momento in cui saranno individuati i requisiti del decreto ministeriale, evidentemente la professionalità e le competenze comunque acquisite attraverso i percorsi di studio; e dobbiamo individuare comunque e tenere ben presenti quali sono le difficoltà per acquisire competenze oggi nel mondo del lavoro per determinate figure richiamate.
  In questo senso, bene è stato fatto in Commissione, con le varianti apportate che poi praticamente individuano un percorso anche di parere delle Commissioni parlamentari nel merito dei requisiti e delle competenze individuati nel decreto ministeriale che verrà emanato, perché sicuramente quello è un punto cruciale che può poi significare di fatto l'inserimento delle persone all'interno degli elenchi. È evidente che ci sono due aspetti: uno è la collocazione come figura, ma l'altro è come persona.
  Ed è questo secondo aspetto che poi farà premio rispetto alle tante persone che stanno guardando a questa proposta di legge non solo con lo spirito di chi vuole aiutare un settore cui si è legati oltre che da attività lavorativa anche da passione, ma evidentemente anche per crearsi delle prospettive in senso generale.
  È, infine, una proposta di legge che reputiamo assolutamente importante e necessaria: che cosa, se non la cultura, che cosa, se non la valorizzazione dei beni culturali di questo Paese, per ricominciare per un nuovo futuro.

  PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Simone Valente. Ne ha facoltà.

  SIMONE VALENTE. Signor Presidente, colleghi, la proposta di legge in esame oggi reca modifiche al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004, attraverso l'inserimento di due nuovi articoli.
  Il testo reca disposizioni in materia di esercizio della professione dei soggetti impegnati nelle attività di tutela, vigilanza, ispezione, protezione, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali, a tal fine prevedendo l'istituzione di elenchi nazionali di professionisti.
  La proposta interviene, dunque, nell'ambito della disciplina delle professioni non organizzate in ordini o collegi, affrontato in termini generali dalla legge 14 gennaio 2013, n. 4, richiamata nel testo.
  L'obiettivo della legislazione comunitaria e nazionale è la creazione di una piattaforma comune al fine di colmare le differenze sostanziali in materia di requisiti per l'esercizio delle professioni, incluse quelle non regolamentate, nelle quali ricadrebbero proprio le figure oggetto della novella in discussione.
  Il MoVimento 5 Stelle aveva rimarcato la discutibilità dell'affermazione secondo la quale tale obiettivo sarebbe raggiungibile attraverso l'introduzione dell'articolo 9-bis ad opera dell'articolo 1 della proposta di legge che, intervenendo nella parte del codice dei beni culturali dedicata alle disposizioni generali, farebbe sì che «gli interventi di tutela, vigilanza, ispezione, protezione, conservazione e fruizione dei beni culturali ma anche quelli relativi alla loro valorizzazione» (infatti, benché non esplicitamente citati, il riferimento ai titoli I e II della parte seconda del codice, relativi, rispettivamente, a «Tutela» e «Fruizione e valorizzazione», indubbiamente li include) «da qualunque soggetto realizzati, sono affidati, secondo le rispettive competenze, alla responsabilità o alla diretta attuazione di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi o storici dell'arte in possesso di adeguata formazione e professionalità, nonché alla responsabilità o alla diretta attuazione degli operatori delle altre professioni già regolamentate».
  In particolare, riguardo al testo originario, il MoVimento 5 Stelle aveva evidenziato come all'articolo 1, capoverso articolo 9-bis, del provvedimento, si faceva riferimento – tra l'altro – agli interventi di tutela, vigilanza, ispezione, protezione e conservazione dei beni culturali realizzati da qualunque soggetto, senza che sia chiaro a chi la norma si riferisca e quale sia la qualificazione richiesta ai soggetti.
  Aveva chiesto, inoltre, chiarimenti in merito a quali siano attualmente nel settore le professioni già regolamentate e quali no, e se sussista una normativa concernente tali professioni al di fuori del codice dei beni culturali e del paesaggio che si intende integrare con la presente iniziativa legislativa.
  Aveva rilevato, infine, come l'articolo 2, capoverso articolo 182-bis, del provvedimento, introduceva una riserva di attività che contraddiceva la natura ricognitiva dei registri ivi indicati, come invece affermato nella relazione illustrativa del progetto di legge in esame.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MARINA SERENI (ore 16)

  SIMONE VALENTE. Il riferimento a «qualunque soggetto» che realizzi gli interventi sopra elencati, poneva già un primo interrogativo; in effetti, dall'articolato non si capiva bene chi dovessero essere questi soggetti, se dovessero essere in possesso di adeguata qualifica (criterio che, in linea di principio e per stessa ammissione della relazione, avrebbe dovuto informare l'intera disciplina), in che modo l'operato di tali soggetti dovesse essere soggetto alla responsabilità, o diretta attuazione delle competenze dei soggetti in possesso delle professionalità elencate e, infine, quali fossero le professioni già regolamentate indicate dall'ultima parte dell'articolo.
  Nella formulazione che approda in data odierna qua in Aula tale riferimento è stato opportunamente eliso.
  Resta il dubbio sul limitare le azioni di valorizzazione del bene culturale alle sole categorie di tali elenchi, essendo questo un concetto molto ampio legato non solo alla competenza per materia, ma anche alla creatività ed all'ingegno umano.
  La valorizzazione è infatti quell'insieme di azioni volte alla creazione di valore aggiunto al bene, con particolare attenzione ai beni culturali e possiamo concepirlo come un'insieme di azioni che portino a sfruttare nel complesso tutte le potenzialità del bene in oggetto, creando un indotto economico a favore dei cittadini e degli enti interessati.
  In merito alle disposizioni di cui all'articolo 2 del testo originario, che inseriva l'articolo 182-bis, recante disposizioni transitorie, avrebbe introdotto l'istituzione presso il MIBACT di registri nazionali dei professionisti archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi e storici dell'arte idonei allo svolgimento degli interventi di cui all'articolo 9-bis: letteralmente, peraltro, i registri avrebbero avuto funzione meramente ricognitiva; tuttavia, all'avvenuta iscrizione a tali registri sarebbe stata condizionata la possibilità di esercitare la professione, con ciò introducendo nei fatti una riserva di attività in favore dei soli professionisti iscritti, contraddicendo la natura meramente ricognitiva dei registri stessi. Testualmente infatti «l'iscrizione all'elenco è condizione sufficiente allo svolgimento degli stessi interventi indicati nell'articolo 9-bis».
  Si ribadiva, anche in merito a questo aspetto, l'opportunità di un chiarimento dei profili più conflittuali e contraddittori dell'articolato, soprattutto per quanto riguardava l'esatto significato della parte dell'articolo 2 in cui si affermava che le modalità e i requisiti di iscrizione dei professionisti nei registri, nonché le modalità per la loro tenuta in collaborazione con le associazioni professionali di riferimento, sono demandati all'emanazione di un decreto del Ministro per i beni e le attività culturali e del turismo, sentiti il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca e la Conferenza Stato-regioni, e in collaborazione con le relative associazioni professionali rappresentative a livello nazionale.
  Nel testo intermedio – mi riferisco a quello del 6 agosto 2013 – elaborato dal Comitato ristretto, l'iscrizione negli elenchi era – cito testualmente «comunque consentita a coloro che siano in possesso di certificazione della qualificazione professionale, rilasciata dalla rispettiva associazione professionale, purché riconosciuta rappresentativa ai sensi dell'articolo 26 del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206».
  Malgrado infatti la certificazione delle associazioni professionali fosse definita condizione sufficiente, anche se non necessaria, per l'iscrizione al registro nazionale di riferimento, l'esplicito ed unico richiamo a tale modalità di certificazione, al fine della individuazione dei requisiti di idoneità all'iscrizione, destava perplessità che giustificavano, anche in questo senso, la richiesta di un chiarimento.
  Si ricorda, in merito, che l'articolo 101, ex articolo 81, del TCE sottopone i professionisti alle stesse regole di concorrenza operanti per le imprese; con ciò dimostrando una particolare attenzione all'istituzione dei cosiddetti diritti esclusivi di esercizio di determinate mansioni per cerchie ristrette di professionisti.
  L'articolo 16 della «direttiva servizi», n. 2006/123/CE, poi, prevede che gli Stati membri non possano subordinare l'accesso a un'attività di servizi o l'esercizio della medesima sul proprio territorio a requisiti che non rispettino i principi di: non discriminazione; necessità (i requisiti devono essere giustificati da ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di sanità pubblica o di tutela dell'ambiente); proporzionalità (i requisiti sono tali da garantire il raggiungimento dell'obiettivo perseguito e non vanno al di là di quanto è necessario per raggiungere tale obiettivo).
  La stessa direttiva, peraltro, evidenzia che tra i «motivi imperativi di interesse generale» rientrano la tutela dei consumatori e dei destinatari di servizi, la conservazione del patrimonio nazionale storico ed artistico, gli obiettivi di politica sociale e di politica culturale – tutti obiettivi citati dalla relazione – che possono giustificare l'applicazione di regimi di autorizzazione e altre restrizioni, fatto salvo il rispetto dei citati principi di necessità e proporzionalità.
  Quanto alla normativa interna di recepimento della appena citata direttiva Bolkestein, ossia il decreto legislativo n. 59 del 2010, essa afferma che, fatte salve le disposizioni istitutive relative ad ordini, collegi e albi professionali, regimi autorizzatori possono essere istituiti o mantenuti solo se giustificati da motivi imperativi di interesse generale, nel rispetto dei principi di non discriminazione.
  Ove sia previsto un regime autorizzatorio, le condizioni alle quali è subordinato l'accesso e l'esercizio delle attività di servizi devono essere, tra l'altro: non discriminatorie, commisurate all'obiettivo di interesse generale, chiare ed inequivocabili, oggettive, rese pubbliche preventivamente, trasparenti e accessibili. Come si deduce, quindi, i criteri per l'introduzione di restrizioni all'accesso alle professioni sono particolarmente stringenti. In tal senso, il nostro gruppo aveva segnalato l'esigenza di procedere ad un'adeguata analisi della sussistenza dei requisiti suindicati, non adeguatamente analizzati né argomentati nella relazione introduttiva.
  Si segnalava, inoltre, una certa indeterminatezza del riferimento alla fase transitoria – collegata, fra l'altro, alla definizione dei livelli minimi di qualificazione – anche in considerazione dell'attuale sussistenza di percorsi universitari e di scuole di specializzazione per gli ambiti in questione. Nonostante tutto, il contenuto dell'articolo 2 è rimasto pressoché invariato, con la sola eccezione della possibilità di iscriversi comunque ai registri se in possesso di qualifiche rilasciate dalle associazioni di riferimento, che è stata espunta.
  È stata, infine, aggiunta la clausola di invarianza finanziaria, che, come già detto, fu richiesta dalla Commissione Bilancio. In conclusione, pur ammettendo che il testo, nella sua attuale formulazione, abbia superato taluni punti critici, riteniamo che la norma, nella sua interezza, necessiti di maggiori approfondimenti e di ulteriori migliorie. L'improvvisa accelerata data a questa proposta, che al momento non ci pare così impellente e urgente, ci ha portato a rivalutare alcune posizioni prese precedentemente.
  Riteniamo, peraltro, che l'argomento, toccando tematiche quali l'occupazione, diritto al lavoro, cultura, turismo, categorie professionali, sia appartenente a quella categoria di materie tali da richiedere una trattazione secondo l'iter legislativo ordinario. Inoltre, tecnicamente, la materia esorbita l'ambito di competenze della VII Commissione cultura, scienza ed istruzione.
  Si riconosce, in ogni caso, il contributo dato in sede consultiva dalle Commissioni coinvolte, anche se sarebbe stato necessario anche il parere della Commissione lavoro, che, con nostro rammarico, invece non c’è.
  In sostanza, stiamo creando degli elenchi che non sono meramente di carattere cognitivo, ma delimitano l'ambito di intervento e di competenze. Il MoVimento 5 Stelle vuole superare l'attuale modello di gestione degli albi di professioni regolamentate e quello delle professioni non regolamentate, auspicando che si arrivi ad un modello molto più simile a quello anglosassone, dove il titolo di studio è abilitante alla professione e i professionisti si riuniscono in libere associazioni solo se lo ritengono necessario (ovvero, non è di fatto obbligatorio).
  Crediamo, quindi, si sia scelta una strada non ottimale per riconoscere determinate professionalità, che abbiamo cercato di invertire con la proposizione di alcuni emendamenti, che presenteremo in Aula. Pertanto, abbiamo ritenuto opportuno presentare emendamenti volti a tenere conto delle numerose esigenze venute ad esistenza grazie alle associazioni del settore, in un'ottica di miglioramento della proposta di legge in esame.
  I nostri emendamenti, infatti, sono stati formulati nell'intento di migliorare entrambi gli articoli della proposta nella direzione di ampliare la categoria dei professionisti, includendo, nell'articolo 9-bis, in primo luogo, la figura dei professionisti di organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale, che raggiungono tale qualifica a seguito del conseguimento di apposito titolo di laurea in Organizzazione e gestione del patrimonio culturale e ambientale; in secondo luogo, quella dei cosiddetti »manager culturali”, figure professionali di notevole rilievo, perché ritenute capaci di fronteggiare gli aspetti economico-finanziari, organizzativi e giuridici che vengono ad esistenza durante la realizzazione di un evento socio-culturale.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SIMONE BALDELLI (ore 16,10)

  SIMONE VALENTE. Sarebbe stato bello che la prima proposta di legge di iniziativa parlamentare della VII Commissione avesse riguardato una riforma del settore culturale in senso più ampio oppure una proposta che investisse fondi nella scuola.
  Peccato solo che la responsabile delle riforme sul lavoro di Matteo Renzi, per valorizzare le professionalità, sappia solo ricorrere alla creazione di elenchi che sembrano più simili ad ordini che altro: un'idea corporativista di alcuni secoli fa. La premessa del Job-Act piddino è: finte riforme per non liberare il mercato del lavoro e lasciarlo ingessato per altri anni (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

  PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Malisani. Ne ha facoltà.

  GIANNA MALISANI. Signor Presidente, vorrei iniziare una discussione con il mio collega del MoVimento 5 Stelle, però magari lo faccio durante il mio intervento, perché ritengo, invece, contrariamente a quanto affermato adesso dall'onorevole Valente, che questa proposta di legge, anche se circoscritta, sia urgente e anche molto importante per il mondo della cultura.
  La proposta di legge n. 362-A fonda, difatti, le sue ragioni innanzitutto sulla necessità strategica della tutela dei beni culturali, intervenendo, come si scrive nella relazione che accompagna la proposta, nel delicato e complesso settore delle professionalità degli operatori privati impegnati nell'attività di intervento di tutela, protezione, conservazione e valorizzazione.
  Noi tutti siamo consapevoli che la bellezza dell'ambiente, della natura, delle città, dei paesaggi, dei beni artistici e culturali rappresenta la nostra principale ricchezza nazionale. L'Italia, difatti, ha il più alto numero nel mondo di siti classificati dall'Unesco come patrimonio dell'umanità. Mi riferisco anche all'illustrazione delle linee guida che ha fatto il Ministro Bray di fronte alle Commissioni VII congiunte di Camera e Senato il 23 maggio 2013, quando affermava che la tutela, lo sviluppo, la diffusione dei beni, delle attività, dei valori della cultura si collocano necessariamente al centro degli obiettivi di crescita civile e sociale e anche economica del nostro Paese, aggiungendo che la cultura rappresenta anche l'oggetto di un insieme di diritti fondamentali del cittadino, della persona, delle formazioni sociali, cioè il diritto di accesso al sistema delle produzioni culturali, il diritto alla più ampia fruizione di tutti i beni, dei prodotti delle attività culturali.
  Da questo punto di vista assume tutta la sua ampiezza strategica l'obiettivo della realizzazione di un sistema turistico culturale integrato, tenendo conto che, malgrado la ricchezza del nostro patrimonio e la sua diffusione in gran parte del nostro territorio, non sono ancora adeguati né i flussi di turismo interno né quelli di quello estero.
  Da queste poche parole, da quanto esposto finora mi pare risulti chiaro l'intreccio tra la valorizzazione del patrimonio culturale, la sua fruizione, il ruolo delle figure professionali che operano su di esso e l'interesse pubblico a garantire che il riconoscimento delle competenze avvenga sulla base di requisiti accertati e dell'individuazione dei livelli minimi di qualificazione.
  L'approvazione, quindi, della proposta di legge costituirebbe un passo fondamentale per le figure professionali che operano nel campo dei beni culturali. La proposta di legge riguarda, infatti, modifiche al codice dei beni culturali in ordine all'esercizio delle professioni dei soggetti impegnati in interventi operativi di tutela, protezione, conservazione e valorizzazione dei beni culturali e all'istituzione di elenchi nazionali nei quali possono iscriversi professionisti idonei allo svolgimento dei suddetti interventi.
  La proposta interviene, infatti, nell'ambito della disciplina delle professioni non organizzate in ordini o collegi, peraltro affrontata di recente dalla citata legge n. 4 del 2013. La proposta intende identificare un sistema di garanzie – questo è il problema e infatti dovremmo discutere di questo – della qualificazione professionale degli operatori dei beni culturali per delle categorie non regolamentate. Si tratta di misure che, da una parte, si collocano sul versante della libertà dei cittadini dell'Unione europea di vivere e lavorare in ciascuno degli Stati membri, dall'altra, considerano la necessità che tale mobilità professionale avvenga grazie a un sistema di indirizzo, coordinamento e garanzie della qualità delle prestazioni pubbliche, questo è il problema.
  Molte delle professioni che rivestono un particolare interesse pubblico sono già regolamentate. La proposta di legge non intende creare nuovi albi professionali, ma l'articolo 1, come articolo 9-bis novellato del decreto legislativo n. 42, definisce i professionisti competenti ad eseguire interventi sui beni culturali, e all'articolo 2 istituisce, presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, elenchi nazionali delle professioni già citate in possesso dei requisiti individuati ai sensi del comma 2.
  Prima di trattare del comma 2, mi preme sottolineare l'importanza della scelta compiuta: da una parte, per tutelare le figure professionali nel mercato del lavoro – dato peraltro più volte sottolineato dagli stessi rappresentanti delle professioni auditi presso la Commissione –; dall'altra, per garantire all'intera collettività nazionale – e questo è il punto in discussione – che ciò avviene coinvolgendo, nella certificazione delle competenze, le associazioni rappresentative delle professioni non regolamentate, e che questa immissione nel mercato del lavoro avviene per operatori in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale, quindi grazie a presupposti sostanziali e non soltanto grazie all'iscrizione in un albo o in un elenco. Si tratta, come si può ben capire, di ricercare, pur attraverso un intervento legislativo così circoscritto, una virtuosa sintesi tra la priorità politica del rilancio del nostro Paese, il valore cultura e la qualità del lavoro, grazie alla quale sarà sicuramente possibile che si amplino le opportunità occupazionali, proprio perché meglio regolamentate e maggiormente riconosciute.
  Come dicevo, l'articolo 2 di questa proposta di legge.- che non e’ una modifica dell'articolo 182 del Codice dei beni culturali e del paesaggio –, al comma 2 prevede che il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo dovrà emanare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, un proprio decreto che definirà – ed è la norma della quale forse non si è ancora capito il significato –: «le modalità e i requisiti per l'iscrizione dei professionisti negli elenchi» istituiti ai sensi appunto dell'articolo 1 della proposta di legge.
  Questi requisiti dovranno, ovviamente, tener conto della normativa europea, «colmare le differenze sostanziali in materia di requisiti per l'esercizio delle professioni, incluse quelle non regolamentate», recependo così anche il parere espresso dalla XIV Commissione Politiche dell'Unione Europea.
  Nello stesso tempo, acquisendo anche il parere espresso dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali, il comma 2 stabilisce che il decreto sui requisiti dovrà essere emanato d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano in quanto la «valorizzazione» dei beni culturali, come pure la promozione e l'organizzazione di attività culturali, rientra tra le materie di legislazione concorrente. Quindi, ritengo sussistano tutte queste valenze normative e anzi la stessa proposta fatta dal ministro dovrà avere un passaggio nelle Commissioni competenti sicché sono previsti tempi e modi per la discussione dei requisiti; francamente, quindi, non capisco il MoVimento 5 Stelle che fino a dicembre sottoscrive un atto proposto dalla Commissione e poi improvvisamente cambia orientamento (a mio avviso fa anche riferimento ad una proposta che non corrisponde al testo definitivo licenziato dalla Commissione).
  Importante, infine, sottolineare il comma 4, che, facendo propria l'osservazione della Commissione Bilancio, precisa che all'attuazione dell'articolo 2 «si provvede nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica».
  La proposta di legge di cui stiamo discutendo, infine, come ricordato da un deputato dianzi intervenuto, è accompagnata dai pareri, tutti favorevoli, delle Commissioni permanenti I (Affari costituzionali), II (Giustizia) e X (Attività produttive, commercio).
  È giusto inoltre ricordare che i pareri espressi hanno contribuito positivamente alla formulazione del testo qui proposto.
  Mi piace concludere con le parole di un rappresentante del mondo culturale, del Presidente dell'Associazione nazionale archeologi Barrano: «L'approvazione del disegno di legge rappresenterebbe un segnale di attenzione della politica e del Governo al patrimonio culturale italiano, aprendo nuove prospettive ai professionisti che se ne prendono cura con passione e competenza (...) costituirebbe un tappa fondamentale per favorire, in un momento di grande crisi occupazionale, la buona occupazione nei Beni culturali in Italia».

  PRESIDENTE. Constato l'assenza del deputato Di Benedetto, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche del relatore e del Governo – A.C. 362-A)

  PRESIDENTE. Prendo atto che la relatrice e il rappresentante del Governo rinunciano ad intervenire in sede di replica.
  Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0150&tipo=stenografico#sed0150.stenografico.tit00090.sub0001


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