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Audizione del Professor Salvatore Settis presso Assemblea Regionale Siciliana
2021-01-26

Audizione Assemblea Regionale Siciliana
Commissione V - Cultura
26 gennaio 2021
Salvatore Settis


In primo luogo ringrazio la presidenza della Commissione Cultura dell’ARS per l’onore che mi è stato fatto invitandomi a questa audizione.
Vorrei poi subito dichiarare a qual titolo ritengo di poter esprimere un’opinione informata a proposito della “Carta di Catania”.
Non è tanto la cattedra di Archeologia tenuta lungamente a Pisa che mi qualifica in tal senso, quanto le mie esperienze in ambiti specificamente museali.
Per sei anni ho diretto a Los Angeles il Getty Center for the History of Art, per un anno ho lavorato a Madrid al Museo del Prado, e dal 2010 sono a Parigi presidente del Consiglio Scientifico del Louvre, incarico che mi è stato rinnovato quattro volte. Sono stato inoltre presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, e presso il Ministero dei Beni Culturali ho presieduto tre diverse commissioni per la revisione del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Tali commissioni, nominate dai governi Berlusconi e Prodi, mi hanno dato l’occasione di collaborare con i ministri Urbani, Buttiglione e Rutelli. Non sarà sfuggito agli onorevoli membri dell’ARS il carattere bipartisan di queste nomine; aggiungo solo, fra i provvedimenti che uscirono da una Commissione da me presieduta, il nuovo testo, ancor oggi in vigore, dell’art. 6 del Codice dei BBCC, laddove si definisce il concetto di valorizzazione come «diretta a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, anche da parte delle persone diversamente abili, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura». Tale formulazione, in tutto conforme all’art. 9 Cost., venne approvata dalla Conferenza Stato-Regioni e dal Parlamento quando ministro era Buttiglione, e presidente del Consiglio Berlusconi. Ritengo dunque, riassuntivamente, di poter mettere al servizio dell’ARS la mia duplice esperienza in grandi Musei da un lato, e dall’altro la mia partecipazione al processo di elaborazione della legge fondamentale della Repubblica in materia di Beni Culturali.

E vengo alla “Carta di Catania”, alla quale vorrei dedicare un commento generale, seguito da qualche osservazione di dettaglio. Il punto di partenza dei provvedimenti che tale Carta intendeva innescare, e cioè la scarsa funzionalità dei depositi in alcune istituzioni museali siciliane (non so se tutte) devo supporre sia corretto, anche se non ne ho conoscenza diretta (mentre conosco bene depositi di altri Musei, come quelli sopra menzionati ma anche, per dire, il British Museum e la National Gallery a Londra).

Tuttavia, se la situazione dei depositi museali siciliani è davvero così arretrata, gli indirizzi operativi proposti non farebbero, a mio avviso, che aggravarla ulteriormente. L’idea-base di tale Carta è infatti di dare in concessione una parte dei materiali in deposito, anche a privati e mediante riscossione di appositi canoni, onde tali materiali vengano esposti in luoghi pubblici. Ora, tale indirizzo operativo è diametralmente opposto alle buone pratiche in atto nella più avanzata pratica museale in tutto il mondo (nella penisola italiana cito solo Musei di primaria importanza, come i Musei Vaticani gli Uffizi, Capodimonte).

Secondo la best practice a cui sto facendo riferimento, i depositi museali sono una sorta di riserva aurea dei rispettivi musei, dove ogni singolo oggetto dev’esser conservato, studiato e restaurato con cura pari a quella delle opere in esposizione; i depositi devono inoltre esser resi accessibili al pubblico interessato, quanto meno su richiesta; inoltre, si deve creare un continuo interscambio fra opere allestite nelle sale museali e opere dei depositi, seguendo norme e criteri ben precisi e ben noti, sui quali qui non mi soffermo. La Carta di Catania sembra invece partire da una concezione, quanto meno obsoleta e comunque opposta alle migliori pratiche generalmente accolte, secondo cui i depositi sarebbero una sorta di “passività” dei musei, da mettersi dunque in circolo generando introiti o profitti.

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Anche sotto quest’ultimo profilo, la generazione di utili, a mio avviso la Carta di Catania risponde a una logica arretrata, che contraddice non solo la sopra ricordata definizione di “valorizzazione” dell’art. 6 del Codice dei BBCC, ma l’art. 9 della Costituzione al quale essa si richiama. Se, infatti, la valorizzazione di tutto il patrimonio culturale (compreso, come è evidente, quello temporaneamente conservato in depositi) dev’essere «diretta a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso al fine di promuovere lo sviluppo della cultura», non esiste modalità migliore e più rispettosa di tali prescrizioni che il riordino dei depositi in quanto tali e l’avvio o l’incremento di massicce campagne di studio (e anche di digitalizzazione), da cui possano derivare significativi acquisti di conoscenza,e talora anche spostamenti di opere dal deposito alle sale espositive, o l’uso di opere in deposito per mostre temporanee, nello stesso museo o altrove.

Venendo alla lettera della Carta di Catania, ne enumero ora alcuni punti caratterizzanti, aggiungendo a ciascuno poche parole di commento :

• nel Decreto Assessorile nr. 74 del 30.11.2020 si legge (art. 1) che la Regione «concederà in uso, per finalità di valorizzazione e di pubblica fruizione, i beni culturali in giacenza nei depositi regionali, affinché siano valorizzati attraverso l’esposizione in luoghi pubblici o privati aperti al pubblico». Pare a me evidente che questa dizione risenta di una concezione della “valorizzazione” non conforme all’art. 6 del Cod. BBCC sopra richiamato.

• nel medesimo Decreto si legge (art. 3) che a tale procedura di concessione sono destinati i beni «deprivati di ogni riferimento al loro contesto di provenienza». Si manifesta in tal modo la preoccupante tendenza a mettere una pietra tombale su ogni presente o futura possibilità di individuare i contesti di provenienza mediante più accurate ricerche documentarie o d’archivio.Adduco un esempio siciliano: nel 2003 Clemente Marconi, professore alla New York University, ha scoperto nel museo Salinas di Palermo oltre duecento preziosi frammenti di metope da Selinunte, che pur erano in deposito dal 1823 quando furono scavati. Se fossero stati concessi a privati ed esposti, a piccoli gruppi, in vari luoghi, tale importante scoperta non sarebbe mai avvenuta.

• nello stesso D.A. (art. 4) si affida il compito di stilare gli elenchi dei BBCC da darsi in concessione non solo a esperti catalogatori, ma anche a «studenti universitari in discipline connesse alla conservazione dei BBCC che operano in regime di tirocinio formativo», facendo riferimento, quanto ai criteri di tali schedature, solo al regolamento approvato con R.D. del 1927, quasi che da allora nulla fosse intervenuto, nella prassi museale, a correggere e migliorare i criteri di inventariazione e conoscenza dei beni. Il successivo D.A. nr. 78 del 10.12.2020, recante le linee guida per le concessioni di cui al precedente decreto, ribadisce la sostanza di quanto sopra ricordato (e dunque non bisognevole di ulteriori commenti), aggiungendo tuttavia alcuni elementi che richiedono separata valutazione. In particolare :

• secondo l’art. 3, il privato che richieda beni in concessione deve «produrre un documento tecnico e un progetto di valorizzazione». Mi limito a commentare il secondo aspetto, giacché la “valorizzazione” viene intesa come riferentesi ad alcune componenti espressamente elencate (comunicazione, ricadute economiche, giorni di esposizione, attività didattiche e conviviali) senza alcun riferimento alle attività conoscitive che l’art. 6 del Codice BBCC ritiene viceversa essenziali alla valorizzazione propriamente intesa (come si è visto).

• secondo l’art. 4, ogni concessionario dovrà «dotarsi di un conservatore tecnico», definito secondo l’art. 9bis del Cod. BBCC, ma nulla vien detto sulle procedure di assunzione di tale conservatore, né su come verificarne le garanzie di effettiva competenza; né infine sulla durata, frequenza, tempistica e responsabilità scientifica e giuridica del suo impegno.

• l’art. 5, nell’affidare ovviamente alle Soprintendenze la vigilanza sulle procedure, nulla dice sulla e modalità di tale vigilanza, né offre il modo di valutarne la reale fattibilità commisurando il personale in servizio presso le Soprintendenze con il numero (potenzialmente assai alto) di possibili concessionari, nonché (ed è punto capitale) con i compiti già gravosissimi che le Soprintendenze sono chiamate ad esercitare.

• Osservo infine che la vigilanza delle Soprintendenze, riguardando non solo l’integrità e la conservazione dei beni, ma anche le condizioni climatiche e ambientali dei luoghi dove le opere date in concessione saranno esposte, dovrebbe necessariamente svolgersi con ritmo intensissimo, anzi quotidiano, e mi chiedo fino a che punto un tal ritmo sia compatibile con la situazione delle risorse finanziarie e umane a ciò preposte. Mi chiedo, inoltre, se non sarebbe sotto ogni profilo più funzionale che il personale scientifico delle Soprintendenze, anziché muoversi da un concessionario all’altro, potesse dedicare il proprio tempo e le proprie energie intellettuali e fisiche a riordinare i depositi e a studiare in situ (nei musei stessi) le opere che vi sono conservate. Come ho ricordato più volte nei miei scritti, la Sicilia ha un posto glorioso nella storia della tutela.

In Sicilia fu emanato nel 1745 l’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia che tutelava le antichità di Taormina e i boschi ai piedi dell’Etna, primo esempio al mondo di una norma proteggesse simultaneamente una porzione di paesaggio e un bene archeologico. In Sicilia nacque nel 1778 la Regia Custodia delle Antichità di Sicilia, antenata delle odierne Soprintendenze come analoghe istituzioni a Roma e a Venezia. Perché la Sicilia possa andare orgogliosa di questa sua storia e possa dirsene degna, mi permetto di suggerire che ai depositi dei musei siciliani venga dedicata sì una grande attenzione; ma non per disperderne le opere in mille rivoli, bensì per riorganizzarli, studiarli, trasformarli in depositi di studio visitabili, mettendosi in linea con le migliori pratiche.
Per farlo sarà necessaria una campagna di nuove assunzioni da farsi prioritariamente per competenza e per merito. E’ con questo augurio che chiudo il mio intervento, ringraziandoVi per l’attenzione e restando a Vostra disposizione per qualsiasi
chiarimento.

Salvatore Settis



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