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Senato della Repubblica - XIV Legislatura - 186a Seduta Pubblica
Resoconto sommario e stenografico Mercoledì 12 giugno 2002 (Antimeridiana)

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Seguito della discussione del disegno di legge:
(1425)
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, recante disposizioni finanziarie e fiscali urgenti in materia di riscossione, razionalizzazione del sistema di formazione del costo dei prodotti farmaceutici, adempimenti ed adeguamenti comunitari, cartolarizzazioni, valorizzazione del patrimonio e finanziamento delle infrastrutture (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 1425, già approvato dalla Camera dei deputati.
Ricordo che nella seduta di ieri ha avuto inizio la discussione generale, che ora riprendiamo.
È iscritto a parlare il senatore Mascioni. Ne ha facoltà.
MASCIONI (DS-U). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, ci sono situazioni in cui esprimere una posizione di opposizione è fin troppo agevole e sono le situazioni nelle quali il Governo mostra i suoi limiti più evidenti. Mi riferisco agli articoli 3 e 4 del decreto-legge in esame, che riguardano la materia sanitaria.
I rilievi, le critiche e le proposte dell'opposizione sono - non sembri paradossale - in sintonia con il parere approvato dalla maggioranza in sede di Commissione igiene e sanità del Senato. È però bizzarro (ma si tratta forse dei misteri della politica) che il parere, zeppo di note critiche, risulti alla fine favorevole.
Intendo far rilevare che il testo originario del decreto-legge, per la parte sanitaria, è stato completamente modificato e per certi aspetti migliorato dalla Camera dei deputati.
Rivolgiamo un invito al Governo affinché le questioni relative alla sanità, anche sotto il profilo finanziario, siano maggiormente meditate, ricercando un confronto con le parti interessate e accantonando l'idea che provvedimenti di razionalizzazione della spesa sanitaria possano essere varati senza un effettivo concerto tra il Ministro dell'economia e il Ministro della salute.
Questo si deve pensare in relazione ad alcuni punti del provvedimento che la Camera ha stravolto. Se il Dicastero della salute avesse svolto una parte più incisiva alcuni passaggi non sarebbero stati tacciati, a ragione, di pressappochismo e di inadeguatezza. Peraltro, registriamo anche in quest'Aula l'assenza dei responsabili governativi della sanità.
La Camera, con le modifiche apportate, ha messo a nudo i limiti del provvedimento, ma i tempi a disposizione consentiranno difficilmente ulteriori modifiche migliorative alle quali, anche come opposizione, siamo fortemente interessati.
Anche noi sentiamo il problema di razionalizzare il più possibile la spesa sanitaria, ma deve essere chiaro che vi continueremo ad incalzare perché venga adeguato il Fondo sanitario nazionale portandolo rapidamente - come promesso l’anno passato dalla stessa maggioranza e dal Governo - al 6 per cento del prodotto interno lordo.
In tutti i provvedimenti in materia, infatti, deve essere rispettato un giusto equilibrio tra le esigenze di bilancio e quelle di un sistema sanitario che la stessa Organizzazione mondiale della sanità colloca, in assoluto, ai vertici della classifica per qualità e capacità di risposta assistenziale.
Sul piano politico le modifiche apportate dalla Camera dei deputati, alcune molto significative, hanno messo in evidenza la mancanza di una strategia a lungo respiro e la debolezza della proposta del Governo. Prendiamo, ad esempio, la riduzione del 5 per cento del prezzo dei farmaci, che all’origine era prevista per tutti i farmaci (salvo i medicinali emoderivati estrattivi e da DNA ricombinante) per il triennio 2002-2004: nel nuovo testo, la riduzione del 5 per cento riguarda i farmaci con prezzo di vendita superiore ai 5 euro e solo fino alla fine del 2002. Evidentemente, anche sul piano finanziario, non è la stessa cosa, come è stato ben detto ieri dal collega Morando.
Allora, qual è il vostro proposito? Un provvedimento strutturale o circoscritto ad un tempo determinato? Qual è l’intenzione, dove sta la strategia? O siamo semplicemente di fronte all’ennesimo spot propagandistico, che vuole dire: "siamo capaci di mostrare i muscoli anche ai poteri forti"? Certo, solo per qualche mese, con la modifica che la Camera ha approvato. La sanità, però, non ha bisogno di spot, ma di stabilità, di serenità e di idee chiare.
Sulla materia dei convegni, che pur merita una revisione, la maggioranza, in Commissione sanità, ha definito l’intervento del Governo "scoordinato"; così come la stessa maggioranza, nella 12a Commissione del Senato, ha definito "discutibile" l’intervento che modifica i termini della copertura brevettuale ed, ancora, i criteri che obbligano i collegi sindacali a informare il Presidente della Regione ed il Ministro dell’economia sugli eventuali scostamenti della spesa. Come è possibile che sia escluso da tale procedura e da tali informazioni il Ministro della salute? Inoltre, si denuncia la macchinosità nella classificazione dei farmaci. Accidenti, sembra una relazione dell’opposizione approvata dalla maggioranza! Una vera e propria bocciatura.
Quanto agli 850 miliardi di vecchie lire destinati al Policlinico Umberto I di Roma, tale finanziamento è accettabile solo in un quadro di riordino definitivo dello stesso Policlinico; ma di ciò non vi è traccia, ci si è limitati a stanziare freddamente una somma in tabella. Considero grave procedere in questa maniera: non si può continuare ad alimentare un pozzo senza fondo in assenza di progetti di risanamento. È palesemente contraddittorio che questa misura sia contenuta in un decreto-legge volto a conseguire risparmi e a razionalizzare la spesa.
È invece condivisibile il riconoscimento della sottostima del fondo per gli anni 2000 e 2001; qui si fa riferimento all’accordo dell’8 agosto, ma mi auguro che le somme che rendiamo disponibili con questo decreto siano erogate con una certa rapidità perché le Regioni hanno forti problemi di cassa.
In conclusione, anche noi, come i colleghi della maggioranza, siamo critici in quanto tale decreto-legge, pur trattando non secondarie questioni di materia sanitaria, ha dimostrato ancora una volta il ruolo subordinato del Dicastero della salute.
Comprendo, rispetto e non strumentalizzo il voto difforme dal proprio schieramento di alcuni colleghi della maggioranza in occasione del voto sul parere in Commissione; mi riferisco a colleghi di Alleanza Nazionale che non hanno saputo nascondere il loro disagio rispetto alla proposta del Governo. A loro, come a noi, l'impostazione finanziaria della sanità mette i brividi, soprattutto in un Paese in cui l'invecchiamento della popolazione è il carattere sociale più distintivo che si può rilevare.
Se si stabilisce un automatismo rigido tra risposte assistenziali e compatibilità economiche, se questa è la bussola del Governo e della maggioranza si sappia che noi ci opporremo con tutti i mezzi. È legato fortemente a questa preoccupazione il nostro dissenso sul provvedimento in esame. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.
MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, si è voluto giustificare il ricorso a questo decreto-legge con l'esigenza di un intervento a correzione della finanza pubblica, ma il contenuto del provvedimento in esame è del tutto inadeguato a riportare in linea i conti pubblici rispetto all'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2003. Anzi, è da sottolineare come, anche in relazione alla situazione economica internazionale e alle recenti osservazioni degli ispettori del Fondo monetario internazionale, sia oltremodo difficile che il Governo possa rispettare gli obiettivi prefissati di crescita del prodotto interno lordo e di contenimento del deficit, considerate le scelte fatte con la Tremonti-bis, con i cosiddetti provvedimenti dei cento giorni e con quelli che stanno per essere varati, come il collegato fiscale e via dicendo.
Gli investimenti anziché aumentare sono diminuiti. La Tremonti-bis non ha prodotto effetti, è stato solo un regalo promesso agli amici. L'inflazione è cresciuta mentre non aumentano le entrate perché niente è stato fatto per contrastare l'evasione e l'elusione fiscale, per allargare la base imponibile. Le misure correttive contenute nel provvedimento sono talmente marginali che dovrebbero far riflettere su quanta propaganda è stata fatta sul "buco" nei conti che sarebbe stato lasciato dai precedenti Governi.
Saranno invece i vari provvedimenti sinora adottati in materia di fisco (ma soprattutto quelli che contengono, in diversa misura, norme scoperte dal punto di vista finanziario perché non prevedono adeguate coperture o calcolano oneri in modo approssimativo) a determinare - questi sì! - il peggioramento dei conti pubblici e il buco che poi si cercherà di addebitare ad altri.
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una eterogeneità di materie, ad una miscellanea che non giustifica il ricorso allo strumento del decreto-legge e i requisiti di necessità e di urgenza previsti dalla Costituzione certamente non sussistono in relazione alla parte più consistente del provvedimento legislativo che non è certamente quella relativa alle misure correttive dell'andamento dei conti pubblici nel corso dell'anno. Queste misure si riducono a ben poco ed hanno un impatto modestissimo sull'andamento della finanza pubblica.
Un altro colpo viene inferto alle cooperative, con un inasprimento della pressione fiscale. Qui prosegue un'azione di disconoscimento della funzione svolta dal sistema cooperativo, che è un cardine dello sviluppo socio-economico del Paese. Le norme concernenti le cooperative modificano, fra l'altro, il regime fiscale in corso d'anno determinando di conseguenza la retroattività delle norme medesime, in violazione dello statuto dei diritti del contribuente.
La riduzione del 5 per cento del prezzo di alcuni farmaci vale, dopo la prima lettura del provvedimento, solo fino al 31 dicembre 2002 e anche le norme relative ai convegni e ai congressi organizzati dalle imprese farmaceutiche con scopi e intenti promozionali sono state ridimensionate. Si tratta dunque di una "manovrina" di circa 800 milioni di euro i cui effetti, illustrati nella relazione tecnica, non si realizzeranno nella misura prevista dalla relazione tecnica.
Ma quale urgenza hanno le norme di cui agli articoli 7 e 8? Non c'è niente che la giustifichi. Indubbiamente la sostanza del decreto-legge da convertire e le questioni più delicate in esso contenute si riferiscono alla costituzione delle due società Patrimonio dello Stato S.p.a. e Infrastrutture S.p.a.
Ora, nessuno contesta l’esigenza di interventi per superare il deficit infrastrutturale del nostro Paese, soprattutto al Sud, dove il problema acqua è al primo posto, ma occorre che lo si dica apertamente: qui c’è il rischio reale di creare, nella migliore delle ipotesi, due nuovi carrozzoni, con eventuali appendici periferiche (e fortunatamente la Camera ha eliminato le sedi secondarie di Milano e Napoli della società Infrastrutture). Non a caso, il comma 6 dell’articolo 7 non solo non determina l’entità del personale dipendente della società, ma stabilisce che il rapporto di lavoro viene disciplinato dalle norme di diritto privato e dalla contrattazione collettiva. Sono quindi facilmente prevedibili le modalità di selezione e di reclutamento di questo personale ed i criteri per definirne lo status giuridico ed economico.
Nessuno contesta l’esigenza di valorizzare il patrimonio dello Stato: ma non c’era già l’Agenzia del demanio? E qual è, allora, il rapporto intercorrente tra l’Agenzia del demanio e la Patrimonio dello Stato S.p.a.? Se le funzioni di valorizzazione e gestione del patrimonio vengono trasferite in capo alla Patrimonio dello Stato S.p.a., che fine farà l’Agenzia del demanio che, oltre al compito del censimento dei beni, ha il compito di valorizzare il patrimonio?
La valorizzazione non può avvenire a scapito della trasparenza e della chiarezza contabile, non può essere un espediente per nascondere l’aumento del debito pubblico: con l’intreccio tra Patrimonio dello Stato S.p.a. e Infrastrutture S.p.a. i debiti accesi con il sistema bancario per il finanziamento delle opere pubbliche e per gli altri interventi non vengono iscritti nel bilancio dello Stato, vengono nascosti, con la ovvia conseguenza di aumentare il debito pubblico occultamente.
Esprimo, quindi, a nome dei senatori del Partito dei Comunisti Italiani, la nostra contrarietà alle soluzioni proposte con tanta fretta e agli strumenti che si sono voluti adottare (per giunta con un decreto-legge!) per mettere il Parlamento di fronte al fatto compiuto.
Con l’articolo 7 si costituisce la Patrimonio dello Stato S.p.a., alla quale vengono trasferiti, in sostanza, i beni immobili demaniali, quelli facenti parte del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato e comunque quelli compresi nel conto generale del patrimonio dello Stato. Con un decreto-legge si cancella la differenza tra beni demaniali, beni disponibili e indisponibili.
Le modalità ed i valori del trasferimento vengono definiti con decreto del Ministro dell’economia. Quale sarà l’effettiva entità dei trasferimenti? Nella confusione che questo articolo 7 fa tra i diversi tipi di beni tutto può avvenire, compreso il trasferimento di beni che sono inalienabili per loro natura, in quanto demaniali, o dei beni patrimoniali indisponibili, che lo sono finché vengono adoperati per il fine pubblico per il quale sono stati acquisiti dallo Stato.
Sostanzialmente, quindi, i beni demaniali, inalienabili e inusucapibili, vengono trasferiti ad una società per azioni, ad una società di diritto privato. Come sarà possibile salvaguardare le loro caratteristiche di beni demaniali? Ed ancora: lo Stato, ove continui ad usufruire di beni trasferiti alla Patrimonio dello Stato S.p.a., dovrà corrispondere un canone?
Inoltre, la Patrimonio dello Stato S.p.a. può effettuare operazioni di cartolarizzazione, cioè emettere sul mercato titoli che scontino in anticipo il reddito proveniente da questa massa immobiliare. L’ambito di competenza della società è dunque assai ampio e indeterminato. Tutto è demandato allo statuto che sarà approvato dalla prima assemblea convocata dal Ministro dell’economia.
Dal combinato disposto degli articoli 7 e 8, poi, sorgono interrogativi ai quali non è stata data ancora una chiara risposta. Dubbi e riserve persistono per quanto riguarda l’intreccio azionario delle due società. Quale rapporto ci sarà tra le due società ed il bilancio dello Stato? Ed in particolare, quale incidenza eventualmente negativa avrà sui conti pubblici? Non c’è il rischio di un aumento della spesa, aggirando i vincoli della contabilità comunitaria? Non c’è il rischio di perdere il controllo della finanza pubblica, come paventato dalla Corte dei conti?
Non è stata fatta, quindi, chiarezza sugli intrecci azionari tra Patrimonio dello Stato S.p.a. e Infrastrutture S.p.a., né sui conferimenti dei beni che collegano le due società fra di loro e con le altre società in mano pubblica di cui all’articolo 7, comma 3. Tant'è che la Corte dei conti, nella memoria che ha consegnato in sede di audizione alla Camera dei deputati, ha espresso un giudizio negativo in tal senso, osservando specificamente che "La trasferibilità di azioni della Patrimonio alla Infrastrutture, che può a sua volta costituire società figlie anche con privati, fa sì che il patrimonio immobiliare e mobiliare dello Stato possa essere influenzato dall'andamento di società nelle quali non vi è partecipazione pubblica totalitaria e che, pur collegate alla Infrastrutture, operano esposte ai rischi del mercato". Il collegamento tra le due società, ha aggiunto la Corte dei conti, "può generare non solo rischi di impoverimento del patrimonio statale non giustificati ma anche difficoltà insormontabili per una compiuta resa del conto dovuta al Parlamento".
Facciamo nostre anche tutte le altre preoccupazioni espresse dalla Corte dei conti circa le implicazioni sul conto delle pubbliche amministrazioni, le implicazioni sul debito pubblico, quelle sul conto del patrimonio, nonché circa i rischi connessi all'abuso, al ricorso eccessivo alle procedure di cartolarizzazione.
In relazione alla Patrimonio dello Stato S.p.a., resta tutta da definire la sua collocazione all'interno della contabilità economica nazionale (alla Camera sono stati respinti gli emendamenti che prevedevano esplicitamente l'inclusione), nel senso di considerare i bilanci della predetta società nell'ambito del conto consolidato delle pubbliche amministrazioni. Il fatto che il conto consuntivo economico e patrimoniale della Patrimonio dello Stato S.p.a. sia allegato al rendiconto generale dello Stato è una vera e propria foglia di fico per coprire l'operazione.
Noi riteniamo la Patrimonio dello Stato S.p.a. uno strumento pericoloso nelle mani di un Ministro dell'economia che si è riservato un potere discrezionale eccessivo sulla gestione e dismissione di beni pubblici, un potere sottratto alla stessa collegialità del Governo e ad ogni controllo del Parlamento, un vero e proprio arbitrio negli indirizzi strategici delle società.
Con l'articolo 8 viene costituita da parte della Cassa depositi e prestiti un'apposita società finanziaria "Infrastrutture S.p.a." avente lo scopo di favorire, attraverso la concessione di finanziamenti e prestazione di garanzie, la realizzazione di infrastrutture, opere pubbliche, investimenti per lo sviluppo.
Sotto il profilo finanziario, la Infrastrutture S.p.a. trae la provvista necessaria a finanziare la propria attività attraverso l'emissione di titoli di debito e l'assunzione, in generale, di finanziamenti. Opera cioè sul mercato con tutti i rischi ovviamente conseguenti. L'aspetto più preoccupante è appunto il potere che viene conferito di emettere titoli con la garanzia dei beni che alla Infrastrutture S.p.a. vengono trasferiti dalla Patrimonio dello Stato S.p.a.. Se i beni trasferiti ad Infrastrutture S.p.a. diventano oggetto di garanzia per i finanziamenti, vi è il rischio che finiscano nelle mani dei creditori della Infrastrutture S.p.a. e dei suoi soci privati inadempienti.
Insomma, la Infrastrutture S.p.a. è una società finanziaria atipica, stante la facoltà di assumere partecipazioni e detenere immobili, ed è un intermediario finanziario di carattere speciale in quanto la società è supportata in ultima istanza dalla garanzia dello Stato.
La norma, tra l'altro, è anche scoperta dal punto di vista finanziario. Come stabilito dal comma 2 dell'articolo 8, sui titoli di debito emessi dalla società Infrastrutture, sugli strumenti di finanziamento da essa utilizzati può essere disposta - la Camera ha così modificato rispetto al testo originario che recitava "è disposta" - la garanzia dello Stato con decreto del Ministro dell'economia. Ma la facoltatività della garanzia e la previsione che tale garanzia sia elencata nell'allegato allo stato di previsione del Ministero dell'economia non risolvono certamente il problema della copertura finanziaria, dal momento che, secondo una giurisprudenza ormai consolidata, gli stanziamenti già previsti nel bilancio si riferiscono alla legislazione vigente e non certo alle innovazioni legislative.
Insomma, la Patrimonio dello Stato S.p.a. garantisce, e dal rapporto che stabilisce con la Infrastrutture S.p.a. si deduce che i rischi connessi all’attività di intermediazione della Infrastrutture S.p.a. e le eventuali perdite di gestione finiranno per scaricarsi o sul patrimonio pubblico o sul debito pubblico incrementandolo conseguentemente.
I debiti contratti vanno saldati e, quindi, vi è il rischio reale che queste scelte comportino depauperamento del patrimonio pubblico, occultamento dei nuovi debiti e manipolazioni dei conti, tutto ciò senza considerare l’effetto "matrioska" per il sorgere, tra Patrimonio dello Stato S.p.a. e Infrastrutture S.p.a., di altre società che potrebbero sfuggire a qualsiasi forma di controllo.
Questo provvedimento legislativo, e in particolare gli strumenti previsti negli articoli 7 ed 8, fanno parte di quel disegno di privatizzazione ad oltranza che questo Governo si accinge ad attuare nei prossimi anni e che già tra il 2002 e il 2003 dovrebbe far realizzare, secondo il Ministro dell’Economia, "proventi per circa 20 miliardi di euro oltre alle cessioni degli immobili".
Un programma di privatizzazioni volto a fare tabula rasa di qualsiasi forma di presenza diretta dello Stato nell’economia, compresa quella in settori che vengono definiti strategici, e della stessa proprietà di beni. Una volta definitivamente riorganizzate, anche Poste e Ferrovie saranno privatizzate.
Un programma all’insegna dello "svendere tutto e subito", a prezzi stracciati, possibilmente, per gli amici. D’altra parte, è lo stesso relatore di maggioranza a ricordare che il decreto-legge in via di conversione è il prosieguo degli impegni assunti nel DPEF nel capitolo riguardante le privatizzazioni.
Il ministro Urbani ha ancora recentemente sottolineato di aver voluto l’inserimento della norma che prevede per il trasferimento di beni di particolare valore artistico l’intesa con il Ministro per i beni e attività culturali. Come se l’intesa fra i due Ministeri potesse di per sé eliminare del tutto, in futuro, il rischio di cessione anche di beni artistici. Ma per quanto attiene l’individuazione dei beni e dei diritti che possono costituire oggetto di trasferimento alla Patrimonio dello Stato S.p.a., il comma 10 dell’articolo 7 è estremamente analitico.
Quindi, ad eccezione dei beni di particolare valore artistico e storico, per i quali è quanto meno prevista l’intesa fra i due Ministeri predetti, per il trasferimento di tutti gli altri beni e diritti non è nemmeno prevista l’intesa con il Ministero dell’ambiente o l’espressione di un parere degli enti locali nei cui territori ricadono i beni: lo strapotere del Ministro dell’Economia è senza limiti e potrà riguardare il lido del mare, la spiaggia, le rade, i porti, i fiumi, i laghi, le opere destinate alla difesa nazionale, le strade, le strade ferrate, gli acquedotti, gli aeroporti e così via.
È pur vero che il provvedimento legislativo prevede che il trasferimento alla Patrimonio dello Stato S.p.a. non modifica il regime giuridico previsto dagli articoli 823 e 829, primo comma, del codice civile, dei beni demaniali trasferiti. Ma qui è tutta da interpretare, anche per gli effetti e per il contenzioso inevitabile che potrà determinare, questa norma che prefigura una nuova tipologia di beni demaniali che manterrebbero natura e regime giuridico pur appartenendo ad un soggetto di diritto privato.
Circa l’articolo 9, comma 2, che dovrebbe risolvere equivoci interpretativi sorti in materia di pagamento dei debiti contratti dall’EFIM, stabilendo che ai creditori si continui ad applicare la garanzia dello Stato, facciamo presente che, ai sensi dell’articolo 9 del decreto-legge n. 487 del 1992, è prevista da parte del Ministro dell'economia una relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della liquidazione dell’ente.
Chiediamo, quindi, al Ministro di presentare tale relazione facendo particolare riferimento alle operazioni di cessione e conferimento di aziende, alle operazioni di fusione e di scissione, nonché ai risultati in termini di razionalizzazione e di ristrutturazione, nonché di impatto sui livelli occupazionali che esse hanno determinato, come abbiamo sollecitato con una nostra interrogazione.
In conclusione, signor Presidente, al di là di tutti i sermoni di questi anni sul project financing e sull’esigenza di far partecipare il capitale privato, quando poi ci si trova di fronte al rischio dell’investimento si preferisce rischiare con la roba di tutti, con tutto il patrimonio della collettività, e non con la roba propria. Perché di questo si tratta!
Si è detto che vi sono state esperienze simili in altri Paesi. Ma non ci risulta che un’operazione di tale portata e di tale consistenza, che investe tutto il patrimonio dello Stato, sia stata mai effettuata altrove, nemmeno nella Germania dell’immediato dopoguerra, quando bisognava affrontare l’enorme problema della ricostruzione.
Mi accingo a terminare il mio intervento, signor Presidente. Resta quindi tutta l’arroganza e la spregiudicatezza di un’operazione, che ha come prospettiva la cessione di diritti sull’intero patrimonio pubblico, che può fare scempio di beni che appartengono alla collettività, più che allo Stato-persona, secondo la prevalente dottrina moderna.
E qui, chi ritiene di avere un minimo senso dello Stato dovrebbe poter esprimere almeno un sussulto di orgoglio, un moto di resistenza di fronte a questa scelta, che in ogni caso costituisce una pesante ipoteca sul futuro del nostro Paese e delle nuove generazioni. Ognuno si assuma, quindi, la propria responsabilità. (Applausi dai Gruppi Misto-Com e Mar-DL-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ripamonti. Ne ha facoltà.
RIPAMONTI (Verdi-U). Signor Presidente, quando il Governo ha emanato questo decreto-legge noi l’abbiamo definito un provvedimento salva-deficit. L’obiettivo, naturalmente, era quello di avvicinarsi il più possibile allo 0,5 per cento di indebitamento delle pubbliche amministrazioni in rapporto al prodotto interno lordo.
Naturalmente il Governo e la maggioranza hanno negato questa definizione, non solo perché secondo loro la situazione dei conti pubblici è sotto controllo (negando l’evidenza dei fatti che ogni giorno, invece, ci riporta a una realtà molto più difficile), ma soprattutto perché il Governo ha sempre affermato che non si ha l’intenzione di procedere secondo le vecchie politiche del passato, cioè di fare manovre correttive in corso d’anno.
Dopo molte settimane, e seguendo il dibattito di questi giorni, devo riconoscere che forse il Governo aveva ragione a sostenere che non si tratta di un provvedimento salva-deficit; lo dico non solo perché il provvedimento, nel corso dell’esame presso la Camera, è stato molto depotenziato, cioè i risparmi attesi praticamente sono finiti nel nulla, ma soprattutto perché, dopo queste settimane, siamo in una situazione nella quale l’economia del nostro Paese sta arrancando e le misure adottate dal Governo si dimostrano insufficienti e inadeguate.
Certo, è evidente che non dipende dal Governo se l’economia globale non funziona o va male, questo è ovvio, ma è certamente colpa dell’Esecutivo se nel nostro Paese vengono adottati misure e provvedimenti sbagliati, inefficaci e che aumentano i problemi relativi, appunto, all’aggiustamento dei conti.
Questo è un provvedimento, signor Presidente, centralista e dirigista. Facciamo alcuni esempi. Prendiamo in esame il settore farmaceutico. Le scelte adottate nel campo del contenimento dei prezzi dei farmaci non possono essere considerate una componente della politica di bilancio: se si vuole intervenire sul prezzo dei farmaci bisogna avere alle spalle una visione complessiva di politica industriale nel settore farmaceutico, che manca nell’azione del Governo.
Anzi, al riguardo c’è il vuoto più assoluto o peggio, come avverrà con la conversione di questo decreto-legge, le misure introdotte non abbattono in modo strutturale i prezzi ma facilitano, paradossalmente, lo spostamento all’estero degli investimenti dell’industria farmaceutica, in particolare per quanto riguarda la ricerca e l’innovazione tecnologica. Noi non siamo i difensori d’ufficio dell’industria farmaceutica (ci mancherebbe altro!), ma questa è la realtà dei fatti; questo è quello che sta succedendo nel nostro Paese.
Per quanto attiene al problema del regime tributario delle cooperative, vorrei sapere quali sono le disposizioni comunitarie alle quali ci si richiama con questo provvedimento in relazione alla previsione di aumentare il carico fiscale per le cooperative.
Naturalmente, su tale materia è già intervenuta la legge n. 366 del 2001 per cui il problema è capire a che punto si trova l’esercizio della delega prevista da quel provvedimento ed è, inoltre, quello di capire la differenza tra le cooperative costituzionalmente riconosciute e le altre. Se il problema è questo, mi chiedo che ragione vi sia di provvedere a un regime fiscale transitorio prima della definizione di tali questioni. La verità è un’altra; la verità è che voi, con questo decreto-legge, intervenite in corso d’anno modificando il regime fiscale per le cooperative. Ciò è scorretto e illegittimo.
Vi è poi la questione, rilevantissima ad avviso del mio Gruppo, riguardante gli articoli 7 e 8, già affrontata da tutti e in merito alla quale intendo anch’io spendere qualche parola.
L’articolo 7 riguarda l’istituzione di una società per azioni, che assume la denominazione di Patrimonio dello Stato S.p.a., mentre l’articolo 8 si riferisce alla società per il finanziamento delle infrastrutture. Gli obiettivi naturalmente sono quelli di valorizzare il patrimonio dello Stato, da una parte, e, dall'altra, creare i capitali sufficienti per realizzare le grandi opere infrastrutturali necessarie al nostro Paese.
Pertanto, negli articoli 7 e 8 del testo del decreto-legge sono contenuti progetti di riforma strutturali. Si può discutere se essi siano giusti o sbagliati, importanti o meno. Personalmente ritengo siano importanti, ma in ogni caso si tratta di progetti di riforma strutturali. Mi chiedo allora che bisogno vi fosse di affrontare questa materia per la quale vi è, appunto, la necessità di una riforma strutturale, attraverso un decreto-legge. Certo, voi della maggioranza ci avete abituati a questo genere di procedure e non è la prima volta che operate in questa direzione.
La richiesta minima avanzata da noi dell’opposizione era quella di discutere nel merito il decreto-legge e le misure fiscali ed economiche in esso contenute che possono concorrere a raggiungere l’obiettivo di deficit, stralciando gli articoli 7 e 8 per discuterli nell’ambito di un disegno di legge ad hoc. Questa sarebbe stata la procedura normale, ma voi, ancora una volta, non tutelate le prerogative del Parlamento (forzate le regole sempre e solo quando vi fa comodo), naturalmente tutte le prerogative del Parlamento, anche quelle della maggioranza che dovrebbe sostenere questo Governo e che è sempre chiamata ad alzare la mano senza poter intervenire.
La prima questione riguardante il merito è la seguente: tra queste due società vi sono incroci e collegamenti pericolosissimi. Certo, questo è il risultato della cosiddetta finanza creativa del ministro Tremonti. Non è assolutamente chiara l’appartenenza della Patrimonio dello Stato S.p.a. al comparto delle pubbliche amministrazioni.
Ciò significa - e voi lo sapete meglio di me - applicazione o meno di regole precise di contabilità, di trasparenza e di controllo parlamentare sulle scelte che vengono effettuate. Questo rapporto tra lo Stato e la Patrimonio dello Stato S.p.a. deve essere assolutamente chiarito. È lo Stato che trasferisce a se stesso il proprio patrimonio: per fare che cosa? Si innesta un meccanismo di scatole cinesi che occulta il bilancio, per esempio, attraverso la cartolarizzazione degli affitti dei beni immobili oppure dei crediti delle Regioni.
Per quanto riguarda poi i trasferimenti tra una società e l'altra, lo Stato è coinvolto, secondo il testo al nostro esame, per coprire le garanzie nel caso di operazioni a perdere o poco chiare. Inoltre, vorrei sapere perché non è previsto nulla nel testo sugli eventuali conflitti di interesse (abbiamo presentato emendamenti al riguardo, che naturalmente sono stati bocciati, ma li riproporremo in Aula), che anzi si creeranno certamente nel caso in cui i privati partecipino a Infrastrutture spa. È ovvio che i privati parteciperanno a questa società.
Pertanto, Infrastrutture S.p.a. sembra un nuovo istituto di credito (speciale, in questo caso), che opera in violazione del regime di concorrenza. Infatti, Infrastrutture può concedere prestiti a tassi più bassi rispetto agli altri istituti di credito, sfruttando le garanzie dello Stato. Si vuole forse creare una nuova Agenzia per lo sviluppo, che per di più opera con la garanzia dello Stato, o meglio con la garanzia del patrimonio disponibile e indisponibile, anche dei beni ambientali, storici e artistici? Questo è un grande pasticcio!
Lo Stato interviene per distorcere il mercato e il mercato finto permette di scavalcare i vincoli di bilancio e il patto comunitario, generando debito sotto la linea. Questo è ciò che state facendo. Ma c'è un'aggravante: gli eventuali esiti negativi dello spostamento del patrimonio pubblico sul mercato e il debito che si potrebbe creare saranno noti solo a posteriori e graveranno sulle future generazioni.
Vi sono poi altri aspetti che devono essere chiariti, ad esempio il rapporto tra la Patrimonio dello Stato S.p.a. e l'Agenzia per il demanio, il rapporto tra Infrastrutture S.p.a. e la Cassa depositi e prestiti ( visti i nuovi compiti che quest'ultima deve svolgere a seguito dell'approvazione della finanziaria per il 2002), oppure il rapporto con le fondazioni bancarie, se è vero - come sembra - che il Governo sia intenzionato ad obbligare le fondazioni bancarie a destinare il 10 per cento dei loro capitali alla realizzazione delle infrastrutture.
Il problema vero è che non ci sono soldi, né pubblici né privati, e allora interviene la finanza creativa di Tremonti. Con Infrastrutture S.p.a. si aggirano i vincoli di Maastricht, utilizzando investimenti, soldi e garanzie pubblici, facendoli sembrare un'operazione di iniziativa privata. I privati non sganciano una lira, e infatti la finanza di progetto non funziona, allora il liberista Tremonti ricorre ai soldi e alle garanzie pubblici per realizzare la cura del cemento. Questo è ciò che si sta verificando.
Mi soffermo, infine, sulla questione ambientale. Il patrimonio dello Stato e dei comuni è a rischio. Il patrimonio culturale, storico, naturale, architettonico e demaniale viene usato come garanzia e può essere venduto ai privati. Viene meno la tutela dei beni sottoposti al vincolo paesaggistico ambientale previsto dall'articolo 9 della Costituzione; per quanto riguarda i beni ambientali, non occorre neanche il consenso del Ministero dell'ambiente, mentre per quanto riguarda i beni culturali è sufficiente un semplice atto amministrativo, dopo l'intesa con il Ministero dei beni e delle attività culturali.
Nel nostro Paese sta imperando il Ministro dell'economia: decide non solo in ordine alle entrate e alle uscite, ma anche in ordine alla possibilità di vendere beni del patrimonio dello Stato, alle infrastrutture da realizzare (tramite il CIPE) e alle fondazioni bancarie.
Sappiamo che il relatore ha presentato un emendamento; mi auguro che si possa realizzare in proposito un'interlocuzione positiva. Chiederemo di sottoscrivere l'emendamento del relatore, anche perché riprende molte delle questioni da noi sollevate durante la discussione in Commissione.
Non comprendiamo perché il Governo e il relatore abbiano espresso, in Commissione, parere contrario sui nostri emendamenti e il relatore abbia poi presentato una proposta di modifica simile alle nostre. Questo è un problema che riguarda il Governo e il relatore; ribadisco che chiederemo di sottoscrivere l'emendamento del relatore.
Siamo convinti che vi sia la possibilità di modificare il decreto-legge e di effettuare un ulteriore passaggio presso la Camera dei deputati. Dobbiamo però tutti dimostrare coerenza, se è vero che da parte di alcuni rappresentanti del Governo sono giunte dichiarazioni di condivisione dell'emendamento del relatore. Vedremo cosa accadrà. Da parte nostra, comunque, vi è la più ampia disponibilità ad entrare nel merito delle questioni.
In conclusione, penso che le scelte che si stanno facendo siano sbagliate; ricorrere al patrimonio di tutti per affrontare i problemi del conto economico non è una strategia lungimirante e vincente. L'aspetto grave è che alla fine non pagherà la maggioranza, bensì il Paese. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U e Mar-DL-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.
GIARETTA (Mar-DL-U). Signor Presidente, signora Sottosegretario, onorevoli colleghi, durante il dibattito che si è sviluppato nel Paese sul decreto-legge in esame, molta attenzione è stata riservata, a ragione, alla parte strutturale del provvedimento, che prevede la creazione di due società; poca attenzione è stata rivolta alla parte congiunturale e, per tale ragione, mi soffermerò maggiormente su questo aspetto.
Il provvedimento è stato chiamato giustamente, dai mezzi di stampa, decreto "taglia-deficit". Il Governo si ostina invece a negare al decreto-legge la natura di manovra correttiva della finanza pubblica. Non se ne comprende la ragione, in quanto l'articolo 10 ammette palesemente il carattere del decreto, laddove prevede che i proventi siano destinati alla correzione dei saldi di bilancio. Di che cosa si tratta se non di una manovra correttiva dei conti pubblici?
Mi chiedo allora perché il Governo nega questa natura del provvedimento, e ho una sola risposta: lo fa perché intende continuare la campagna di disinformazione del Paese su questo argomento; una campagna iniziata con il famoso show televisivo del ministro Tremonti sul cosiddetto buco di bilancio.
Si tratta di propaganda perché i dati attestano che il buco di bilancio allora non c'era, mentre si sta formando ora. I dati comunicati dal Fondo monetario internazionale stimano il rapporto tra deficit e PIL nel 2002 tra l'1,2 e l'1,5 per cento. All'attuale maggioranza abbiamo consegnato un rapporto inferiore, in linea con le previsioni del Governo Amato e della Ragioneria dello Stato. Il consuntivo dimostra che quelle previsioni erano giuste; oggi, invece di perseguire obiettivi di ulteriore riduzione, il rapporto tra deficit e PIL riprende improvvisamente a crescere. State creando un buco nei conti dello Stato.
È in corso una campagna di disinformazione. Avete proposto obiettivi di crescita irraggiungibili e ci viene da ridere, oggi, a rileggere il Documento di programmazione economica e finanziaria nel quale si parlava di "grande salto" e di una crescita del 3,1 per cento del PIL (percentuale, poi, corretta al 2,3 per cento) mentre oggi tutti dicono che la crescita sarà dell’1,2-1,4 per cento.
Avevamo chiuso la forbice dello sviluppo e l’Italia stava crescendo, nell’ultimo anno di Governo dell’Ulivo, come gli altri Paesi europei: avete riaperto questa forbice ed il Presidente del Consiglio dice che forse si dovranno ritoccare un pochino le previsioni. Tale lieve ritocco consiste nel dimezzare le previsioni di crescita.
Si tratta di una campagna di disinformazione che continua e voi proseguite nel sovrastimare gli effetti dei vostri provvedimenti e a sottostimarne i costi: è quello che è avvenuto a proposito dell’emersione del sommerso, che sta accadendo riguardo alla legge Tremonti e succede anche con il provvedimento in esame.
Dunque, si tratta di una manovra correttiva dei conti pubblici su cui però diamo un giudizio negativo, intanto perché inadeguata come dimensioni: continuate infatti a negare una realtà evidente, tanto evidente che sia il governatore Fazio che il Fondo monetario internazionale parlano di una necessaria correzione strutturale dei conti pubblici.
Il governatore Fazio era stato molto generoso di incoraggiamenti al momento dell’esordio del Governo e aveva parlato di miracolo economico possibile, aveva incoraggiato le politiche di riforma, mentre oggi parla di necessaria correzione strutturale dei conti pubblici. Non è male come risultato di un anno del vostro Governo: dal grande balzo, all’affanno di manovre correttive. E vedremo il seguito in occasione della prossima Legge finanziaria.
Una critica poi concerne la caratteristica di una manovra assolutamente casuale negli interventi che, come giustamente ha ricordato il senatore Ripamonti, sono dirigisti e statalisti.
Quanto al settore dei farmaci, non si fa nulla per creare un mercato più trasparente e meno soggetto a distorsioni, mentre si interviene sulle aspettative di redditività delle imprese agendo sui brevetti e quindi sulle imprese che hanno predisposto un certo programma di investimenti che voi andate a distorcere operando in modo autoritario e centralistico.
Come si può contingentare il numero dei convegni di un’impresa farmaceutica? Possiamo essere d’accordo sul fatto che vi è una distorsione degli strumenti della convegnistica nel settore, ma sarebbe preferibile intervenire sulle preferenze fiscali, piuttosto che obbligare le imprese, che magari intendono sviluppare per questa via la ricerca, a non utilizzarli.
Si interviene sulle cooperative. Lasciamo stare gli aspetti ideologici: la verità è che in questo settore portate ad un aumento della pressione fiscale e intervenite in modo vergognoso sui diritti previsti dallo Statuto del contribuente, modificate in corso d’anno le impostazioni fiscali (eventualità vietata da detto statuto), intervenite ancora in modo casuale nella spesa sanitaria.
Sarebbe interessante rileggere quello che dicevate l’anno scorso sulla spesa sanitaria fuori controllo; quando avete presentato l'apposito decreto-legge avete detto che in quel modo la spesa sarebbe stata assolutamente sotto controllo. Ebbene, la spesa sanitaria è andata fuori controllo.
Leggiamo, nel decreto-legge in esame, cose veramente simpatiche. Vorrei sapere cosa dicono i senatori della Lega Nord di un provvedimento che prevede, a piè di lista, circa 850 miliardi di vecchie lire per il Policlinico Umberto I, collocato in Roma, capitale d’Italia e capoluogo della regione Lazio.
Ai nostri elettori dei collegi del Nord, cari colleghi della Lega, come nel caso della regione Veneto che è amministrata da voi, si sta proponendo di chiudere sedi ospedaliere perché non redditive e c'è un deficit da coprire. Lì diciamo di chiudere gli ospedali inefficienti e qui invece regaliamo 850 miliardi di lire di tutti gli italiani al Policlinico Umberto I di Roma perché la regione Lazio, da voi governata, non sa far quadrare i conti. Perché tacete di fronte a tali situazioni e votate a favore di certi provvedimenti?
Inoltre, questo decreto-legge non corregge affatto i conti - lo ha già spiegato molto bene il senatore Morando - e ancora una volta è un provvedimento che, con la finalità di correggere i conti, crea invece scoperture. Con delle cambiali volete pagare i debiti rinnovando le cambiali stesse. Come sanno i nostri concittadini, questo è il modo migliore per rovinare le nostre famiglie e anche i conti dello Stato.
Sulla parte strutturale del decreto-legge, relativa alle società Patrimonio dello Stato S.p.a. e Infrastrutture S.p.a., sono intervenuti anche altri colleghi. Aggiungo soltanto il seguente concetto. Noi non critichiamo, naturalmente, la ricerca di mezzi innovativi per meglio valorizzare il patrimonio dello Stato e per realizzare migliori condizioni per attuare infrastrutture in regime di finanza di progetto, ma contestiamo l'efficacia degli strumenti che voi proponete. Anzi, sosteniamo che mentre è molto incerto il raggiungimento degli obiettivi, certe sono le gravissime conseguenze sulla buona tutela degli interessi collettivi e sulla trasparenza dei conti pubblici.
Questa operazione trova il suo asse in una concezione di un centralismo e di uno statalismo senza precedenti. Anche su tale aspetto vorrei far riflettere in modo particolare i colleghi della Lega e dell'UDC, che so essere più sensibili su questi temi.
Federalismo, sussidiarietà, autonomie locali, mercato, tutto viene spazzato via. Esiste solo lo Stato centrale come valore assoluto e non lo Stato con la sua articolazione pluralista e i suoi centri di controllo, ma quello rappresentato da una sola persona, cioè il Ministro dell'economia che diventa titolare dell'intero patrimonio dello Stato, con proprio decreto, sottratto alla collegialità del Governo e al controllo del Parlamento, del Consiglio di Stato, della Corte dei conti, anche in deroga alla legislazione vigente. Il Ministro deciderà quali beni pubblici, e a quali valori, passeranno alla società Patrimonio dello Stato S.p.a.; deciderà la garanzia pubblica su operazioni a rischio con i privati e così via.
Qui andiamo oltre una concezione regolare dei rapporti all'interno dello Stato. Il regime dei beni pubblici, non a caso, dal punto di vista del diritto amministrativo conosce una pluralità di situazioni. Si parla di patrimonio disponibile e di patrimonio indisponibile, di demanio naturale e di demanio artificiale. Questa pluralità di definizioni è espressione di un diverso regime giuridico che esprime la diversità e la ricchezza della funzione dei beni pubblici.
Questi beni sono molto di più, colleghi del Governo, di una posta nel conto generale delle attività dello Stato. Sono beni identitari delle comunità locali, non sono beni dello Stato-persona ma dello Stato-comunità. È un complesso patrimonio collettivo frutto di vicende secolari, dell'attività di generazioni di italiani. Tutto questo viene affidato all'arbitrio - così è - di una sola persona.
Ci fate tornare indietro di secoli. Torniamo ad una concezione imperiale dei beni collettivi. Lo Stato moderno nasce in contrapposizione al dominio assoluto dell'imperatore che era unico titolare del demanio. I comuni e gli Stati moderni si affermano attorno all'idea di un demanio proprio posto a presidio delle libertà delle comunità locali.
Il senatore Michelini, che viene dal Trentino, potrebbe ben dire quanto quelle comunità si sono formate attorno alle regole, all'idea degli usi civici, ai diritti delle comunità locali sul patrimonio collettivo. Di tutto ciò non c'è nulla, scompare ogni traccia. Altra sarebbe stata la strada di una corretta valorizzazione patrimoniale. Ad esempio, quella di trasferimenti ed accordi con il sistema delle Regioni, delle autonomie locali, delle autonomie funzionali, le università, le camere di commercio e così via. Ma a voi, che vedete comunisti dappertutto, sembra impossibile, siete fermi alla logica dell’esproprio: si espropriano le comunità locali degli usi funzionali di questi beni, si espropriano le fondazioni bancarie, a cui imponete un prestito forzoso. Avete veramente un’idea di autoritarismo statalista che non vi fa onore.
Tutto questo, poi, avviene in un quadro giuridico precario, come ha, con dure parole, osservato la Corte dei conti, alle cui osservazioni avete dato una risposta, davvero molto parziale, con qualche modifica. La poca chiarezza dell’intreccio Patrimonio dello Stato Spa - Infrastrutture Spa; l’allargamento dell’attività di Infrastrutture Spa oltre l’infrastrutturazione territoriale, configurando perciò una specie di nuova IRI o una nuova banca pubblica sottratta ad idonei controlli; l’abuso della cartolarizzazione: tutto questo non configura un mix pubblico-privato finalizzato ad aprire la strada ad una collaborazione positiva nella chiarezza dei ruoli, delle funzioni, delle assunzioni di responsabilità e di rischio; piuttosto realizzate una commistione equivoca, in cui il pubblico si adopera per rendere opaco il mercato, per intervenire con criteri del tutto discrezionali nel modificare le convenienze di investimento, in cui viene enormemente accresciuta l’intermediazione politica dell’attività economica, con tutto quello che può derivare sotto il profilo di distorsioni clientelari e di rapporti criminosi tra economia e politica.
Giudizio aggravato dalla mancata chiarezza nella classificazione dei nuovi soggetti che si creano. Non siamo riusciti, signora Sottosegretario, ad avere una risposta ad una domanda molto semplice: la Patrimonio dello Stato S.p.a sta o no nel conto consolidato della pubblica amministrazione? È un elemento di chiarezza essenziale per la trasparenza e la credibilità del bilancio dello Stato e la rispondenza alle regole del SEC 95.
La mancata risposta su questo punto solleva il legittimo interrogativo sul fatto che il Governo intenda, anche per questa via, aggirare i vincoli di bilancio, ricacciando sotto la linea e fuori dal controllo parlamentare consistenti realtà economiche.
Dunque, non avremo una migliore gestione del patrimonio pubblico e l’attivazione di una moderna finanza di progetto; restiamo sul terreno molto opaco dell’intermediazione politica dell’attività economica, fuori da quelle regole di trasparenza, leggibilità di bilancio, chiarezza dei ruoli della mano pubblica che possono sul serio attirare gli interessi dei grandi operatori economici.
Il ministro Tremonti, nonostante i già evidenti scricchiolii delle sue fantasiose costruzioni, continua nella strada della cosiddetta finanza creativa; ma di creativo qui non vediamo l’innovazione positiva, quanto la furbizia di un commercialista abituato a rendere opachi i conti di qualche impresa, la dimensione di un illusionista solitario che, con questo tipo di finanza creativa, pensa di riuscire ad aggirare i problemi; e invece questo tipo di cosiddetta finanza creativa ha dato esiti pessimi per i risparmiatori nel campo della finanza privata. Esiti pessimi, a maggior ragione, darà nel campo della finanza pubblica. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U e del senatore Michelini. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Labellarte. Ne ha facoltà.
LABELLARTE (Misto-SDI). Signor Presidente, signora Sottosegretario, onorevoli colleghi, le innovazioni che vengono introdotte nel nostro ordinamento attraverso il decreto oggi in discussione avrebbero meritato un iter diverso da quello imposto dal Governo. Già nel corso degli interventi alla Camera e in quelli che hanno preceduto il mio, è stato ampiamente affermato e dimostrato che non sussisteva, in questo caso, alcuno dei requisiti che giustificano il ricorso alla decretazione d’urgenza.
La scelta fatta invece dal Governo di ricorrere allo strumento del decreto-legge ed alle conseguenti tappe forzate nell’approvazione del provvedimento, impedirà al Senato ogni intervento correttivo sulle molte questioni dubbie che questa complessa normativa solleva.
Non si è voluto tenere alcun conto, nel lavoro svolto nelle Commissioni, dei molti suggerimenti migliorativi e delle molte richieste di chiarimento che venivano non soltanto dai parlamentari dell'opposizione ma anche da quelli della maggioranza, e tutto fa prevedere che lo stesso accadrà in quest'Aula. Ovviamente ci auguriamo di essere smentiti dai fatti.
Ciò non toglie che sia necessario ed opportuno ribadire qui alcune osservazioni. Va preliminarmente detto che la necessità di trovare forme più corrette di valorizzazione e gestione del patrimonio dello Stato è da noi largamente condivisa, così come quella di dotare il Paese, anche attraverso lo stimolo agli interventi al capitale privato, di una più efficiente rete di infrastrutture.
In realtà, questo provvedimento non è in grado di raggiungere questi scopi, né tanto meno il terzo obiettivo dichiarato dal Governo e dalla relazione qui svolta dal senatore Franco, e cioè il contenimento dei saldi di finanza pubblica, sui quali tra l'altro, al di là delle solite affermazioni generiche, la relazione tecnica allegata al provvedimento non fornisce alcuna previsione motivata.
Ma questo provvedimento non è soltanto inefficace rispetto agli obiettivi che si propone e alle cifre che sbandiera, caratteristiche queste che lo accomunano a tutti i provvedimenti di politica economica di questo Governo, dalla Tremonti-bis all'emersione del lavoro nero, al rientro dei capitali dall'estero, tutti provvedimenti che hanno enunciato grandi numeri e che hanno portato e stanno portando risultati scarsamente rilevanti. Questo provvedimento è anche grave e pericoloso in quanto inserisce in un comparto delicatissimo, quale è quello della gestione del patrimonio dello Stato, elementi di incertezza, di ambiguità, quando non di vero e proprio arbitrio sottraendo scelte delicatissime per il futuro del Paese al giudizio e al controllo del Parlamento e degli organi ad esso deputati.
Si propone al Parlamento, oggi, un'operazione di radicale affidamento esterno dell'intero patrimonio immobiliare e mobiliare dello Stato che non ha pari in nessun altro Paese. L'individuazione di questi beni e la relativa valutazione è rimessa ad un puro e semplice decreto del Ministro dell'economia, e parliamo di beni che hanno un valore effettivo di parecchie centinaia di miliardi di euro.
Dopo questo conferimento, che modifica il regime amministrativo dei singoli beni, questo ingentissimo patrimonio entra in una zona grigia, priva di garanzie, sottratta a controlli, nell'ambito della quale qualcuno, forse la bacchetta magica della finanza creativa alla quale molti colleghi hanno fatto riferimento prima di me, dovrebbe trasformare tutto ciò nel volano per la costruzione di grandi ponti, di autostrade, di viadotti.
Naturalmente, la filosofia accentratrice del Ministero dell'economia ha provveduto ad eliminare ogni possibile intralcio al proprio disegno. Nessun ruolo è lasciato all'Agenzia del demanio, che pure è stata di recente riformata proprio con l'obiettivo della gestione e della valorizzazione del patrimonio e che si è di recente dotata, per agire con ancora maggiore snellezza sul mercato, di una propria società denominata "Demanio Service".
Nessun ruolo, assolutamente nessun ruolo, è assegnato agli enti locali e ai comuni, che sono i primi interessati ad un corretto utilizzo di questi beni e che hanno giustamente fatto sentire la loro voce chiedendo che almeno per i beni di interesse paesaggistico e ambientale il conferimento alle società passi per un confronto con i comuni che possono essere protagonisti della valorizzazione e della gestione di quei beni. Nonostante ciò, nessuna attenzione è stata prestata alle istanze dei comuni e degli enti locali, alla faccia dello sbandierato federalismo e degli attacchi al centralismo che abbiamo tante volte sentito in quest’Aula!
Così come nessuna attenzione è stata prestata alle fondate e pertinenti obiezioni avanzate da tutte le associazioni ambientaliste, che hanno posto l’accento sulla tutela costituzionale del paesaggio e le cui posizioni hanno trovato riscontro in molti emendamenti da noi presentati e puntualmente ignorati dalla maggioranza.
Nella sua relazione il senatore Vizzini, contestando le impostazioni formalistiche di chi ritiene che lo strumento dell’ente pubblico sia la forma più adatta a garantire il pubblico interesse rispetto ad altri strumenti quali, ad esempio, le società di capitali, ha sviluppato un’osservazione che condivido.
Ha ragione il senatore Vizzini quando dice che la garanzia del pubblico interesse sta non nella forma del soggetto bensì nella linearità e nella cogenza delle finalità e delle procedure. Ma il punto è esattamente questo: nel provvedimento oggi al nostro esame, anche dopo le correzioni apportate dalla Camera, non notiamo né cogenza, né linearità, né tanto meno trasparenza. Non cogenza, ma assoluta libertà di movimento per il Ministro e per le nuove società; non linearità delle procedure ma tortuosità, aspetti oscuri, dubbi interpretativi infiniti.
Molte di queste perplessità sono state, del resto, espresse dalla stessa maggioranza governativa. Particolarmente significativo, da questo punto di vista, è il parere espresso dalla Commissione lavori pubblici del Senato, la quale segnala una serie di preoccupazioni che, in larga parte, condividiamo.
La Commissione ha invitato il Governo a meglio disciplinare l’attività della società Infrastrutture S.p.a al fine di evitare il ritorno a modelli simili a quelli delle partecipazioni statali; ha invitato ad istituire un registro telematico delle garanzie che questa società concederà; ha chiesto di prevedere che la costituenda società Infrastrutture S.p.a debba predisporre annualmente una relazione sugli interventi realizzati da presentare ai Ministri e al Parlamento.
In sostanza, e lo voglio dire con molta chiarezza al Governo e ai relatori, non siamo soltanto noi, ma è la vostra stessa maggioranza che vi chiede quella linearità, quella chiarezza e trasparenza delle finalità e delle procedure a cui la relazione ha fatto più volte riferimento e che in questo provvedimento mancano.
Il Governo, però, ha ritenuto di fare orecchie da mercante ignorando queste indicazioni, così come ha fatto per i rilievi prodotti in altre autorevolissime sedi, a partire dalla Corte dei conti che ha espresso su questo provvedimento preoccupazioni forti alle quali le modifiche apportate alla Camera dei Deputati hanno fornito risposte del tutto inadeguate.
La Corte ha richiamato il Governo al rispetto della natura pubblica delle società che va a costituire con i relativi vincoli ed obblighi; ha richiamato alla necessaria cautela nell’impiego di misure di cartolarizzazione dei crediti, usate con sempre maggiore disinvoltura; ha invitato a non abusare di tecniche contabili che consentano di registrare entrate immediate a scapito dei futuri equilibri di finanza pubblica, a danno della possibilità (sono parole testuali della Corte) per il Parlamento di conoscere le risultanze effettive della gestione.
Questi sono gli inviti severi che la Corte ha ritenuto di rivolgere al Governo e che si riassumono in un’affermazione totalmente condivisibile: non sono coerenti - dice la Corte - con la ordinata costruzione di un nuovo assetto, gli incroci consentiti dal provvedimento in esame, tra Patrimonio dello Stato S.p.a, Infrastrutture S.p.a, Cassa depositi e prestiti e le altre società collegate in mano al Tesoro. Parole sante, ma inascoltate.
Negli altri articoli di questo complesso decreto sono rintracciabili numerosi elementi non condivisibili che commenteremo con maggiore puntualità in sede di illustrazione degli emendamenti. Voglio soltanto soffermarmi qui sulla decisione contenuta nell’articolo 9 del provvedimento di esternalizzare l’attività svolta attualmente dall’Ispettorato generale per la liquidazione degli enti disciolti.
Non si evince dalla relazione tecnica che accompagna il provvedimento, né dagli interventi dei relatori e degli esponenti della maggioranza alla Camera dei deputati e nelle Commissioni in Senato, alcun elemento di valutazione circa la convenienza economica e la maggiore efficacia che deriverebbero da questa scelta. Essa costringerebbe, invece, ad una nuova allocazione di un rilevante numero di personale con conseguenti danni, sia in termini economici che di posizione lavorativa.
In sostanza, la previsione contenuta nel provvedimento non assicurerebbe maggiori celerità ed economia delle procedure liquidatorie e comporterebbe oneri maggiori di quelli attualmente sostenuti a seguito della nomina di numerosi commissari liquidatori e di comitati di sorveglianza per compiti attualmente svolti da un solo dirigente pubblico.
In definitiva, onorevoli colleghi, quello che ci viene proposto è un provvedimento dai contorni fumosi ed ambigui. Ci viene chiesta una delega totale (non al Governo, ma ad un singolo Ministro) di un potere esclusivo su un patrimonio immenso. Ci auguriamo che l’Assemblea, vista la rilevanza assoluta della questione, voglia riflettere bene prima di concedere questa delega in bianco. (Applausi dai Gruppi Misto-SDI, Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caddeo. Ne ha facoltà.
CADDEO (DS-U). Signor Presidente, discutiamo oggi un provvedimento complesso e ricco di novità, impegnativo, con cui il Governo opera una svolta nel modo di gestire la finanza pubblica e lo stesso Patto di stabilità europeo, con cui supera l’Agenzia del demanio e reintroduce in Italia l’intervento straordinario per realizzare le infrastrutture e addirittura per promuovere lo sviluppo economico. Questioni di tale portata vengono però affrontate con un decreto-legge omnibus e con una discussione troppo condizionata da tempi eccessivamente ristretti.
Il provvedimento è nato come decreto-legge taglia-deficit, con l’intento di contribuire a ridurre il deficit annuale allo 0,5 per cento del PIL, per rispettare quindi il Patto di stabilità. Era un’intenzione responsabile. In Senato è però arrivata una manovrina esangue, priva di spessore e di contenuti. Il Consiglio dei m inistri prima ha stralciato il taglio alle spese ministeriali; la Camera poi ha depotenziato l’intervento sui costi dei farmaci: la conseguenza è che la manovra è stata svuotata. È rimasta solo la decisione di aumentare la pressione fiscale con l’appesantimento della tassazione sulle cooperative, mentre il taglio della spesa pubblica è diventato ormai irrilevante e non viene neppure più quantificato.
Il Presidente del Consiglio ha dichiarato, qualche giorno fa, che nel 2002 non ci sarà una manovra correttiva dei conti pubblici. Ha ragione; la manovrina era questa, ma è fallita.
Con la decisione di oggi si rinuncia quindi ad un atteggiamento di responsabilità. I conti pubblici sono ormai fuori controllo, e quel che è peggio da qualche mese tutte le proposte di legge del Governo sono prive di copertura finanziaria.
La conseguenza è che la Banca d’Italia ha chiesto una correzione strutturale dei conti pubblici per il 2002 e che il commissario europeo per gli affari economici, Pedro Solves, ha annunciato che per l’Italia non si potranno applicare gli stabilizzatori automatici.
Il deficit, anzi l’extradeficit che si profila non è frutto della congiuntura economica, ma di scelte precise del Governo. Per questo per l’Unione europea il deficit non potrà superare lo 0,5 per cento del PIL; insomma, anche la Commissione europea ci chiede una manovra correttiva. L’Italia, signor Presidente, sta tornando indietro verso la spesa facile e verso la finanza allegra.
Gli obiettivi falliti di questa manovrina ci vengono riproposti proprio oggi dal Fondo monetario internazionale, che sollecita tagli strutturali alla spesa pubblica, a cominciare da quelli sulla sanità, sull’amministrazione dello Stato e sui sussidi alle imprese. Il Fondo monetario internazionale chiede l’esatto contrario di quanto la maggioranza di Governo vuole fare con questo decreto-legge.
Il provvedimento incorpora poi una seconda sorpresa: il ritorno a politiche dirigiste e stataliste, tendenti a distorcere le regole del mercato e ad affermare l’intervento diretto dello Stato nell’economia e persino dentro la vita delle aziende. Tutto ciò, si ritrova, ad esempio, nei provvedimenti sui farmaci e sulle infrastrutture.
Dei farmaci si è discusso molto, specie alla Camera, e le scelte iniziali sono state corrette e depotenziate. Il loro costo è stato ridotto del 5 per cento, ma solo per il 2002. Le spese per i congressi delle case farmaceutiche sono state dimezzate.
La protezione brevettuale dei farmaci è stata un po’ limitata. Quello che sorprende in queste decisioni non è tanto l’incidenza minima, in termini di risparmio, sulla spesa sanitaria, ma quella (massima) vita delle case farmaceutiche. Esisteva un sistema contrattuale tra lo Stato e i fornitori: il prezzo delle forniture comprendeva i costi, gli investimenti e le aspettative delle imprese. Il decreto-legge in esame modifica tutto in modo arbitrario. Si torna ad un sistema vecchio, ai prezzi amministrati da un potere politico discrezionale. Ebbene, non si fa politica industriale utilizzando incentivi e disincentivi attraverso la leva del fisco.
Il Governo giudica i convegni disdicevoli e invece di disincentivarli con la leva fiscale li vieta, li riduce di numero, decidendo addirittura dove si possono tenere. Vi è in questo un atteggiamento persino sgradevole. Le imprese sanno oggi che devono fare i conti con un potere discrezionale e sono invitate ad adeguarsi. In una parola, vi è il pericolo che si torni indietro agli anni ’80, ai rischi di collusioni e a trattative politiche.
Il dirigismo, l’interventismo statalista, sono ancora più evidenti nella creazione delle società Infrastrutture S.p.a. e Patrimonio dello Stato S.p.a.. A quest’ultima possono essere trasferiti i beni demaniali e patrimoniali, che diventano sostanzialmente tutti disponibili per essere gestiti, valorizzati ed alienati. È trasferibile tutto ciò che entra nel conto patrimoniale dello Stato, compresi le azioni, i crediti e i diritti di vario genere.
Non si può certo essere contrari, per principio, all’idea di esternalizzare simili compiti. L’Agenzia del demanio, costituita in ente pubblico, era già un tentativo per rispondere a questa esigenza. D’altronde oggi i beni patrimoniali statali rendono lo 0,5 per cento mentre potrebbero fruttare il 5 per cento all’anno. I problemi, qui



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