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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Senato della Repubblica - XIV Legislatura 216a Seduta pubblica
2002-07-18

Seguito della discussione dei disegni di legge:
(1508) RIPAMONTI ed altri. – Modifiche al decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 giugno 2002, n. 112, per garantire la tutela dei beni culturali e ambientali
(1506) DEL TURCO ed altri. – Modifica dell’articolo 7 del decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 giugno 2002, n. 112, in materia di trasferimento alla società "Patrimonio dello Stato SpA" di diritti sui beni immobili facenti parte del patrimonio o del demanio dello Stato (Esame ai sensi dell'articolo 53, comma 3, penultimo periodo, del Regolamento)
(1531) GIOVANELLI ed altri. – Modifiche al decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 giugno 2002, n. 112, per la tutela dei beni demaniali, culturali, storici e paesaggistici
(Relazione orale)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 1506, 1508 e 1531.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 4 luglio il relatore ha svolto la relazione orale ed ha avuto inizio la discussione generale, che ora riprendiamo.
È iscritto a parlare il senatore Castellani. Ne ha facoltà.
CASTELLANI (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, abbiamo già avuto modo, in sede di discussione della conversione del decreto-legge n. 63, di manifestare tutta la nostra contrarietà alla istituzione della società denominata Patrimonio dello Stato S.p.a. per motivi che qui richiamo brevemente.
Innanzitutto, la costituzione di questa società va nella direzione di cercare di nascondere, nel bilancio pubblico, i debiti che questo Governo e questa maggioranza stanno contraendo per il nostro Paese; essa, quindi, procede in direzione della non trasparenza, della non chiarezza, e non già verso una valorizzazione dei beni dello Stato, per la quale nella passata legislatura, ma anche in altre, abbiamo varato leggi e provvedimenti.
Sarebbe stato meglio che il Governo si fosse presentato in questa sede a dire che cosa non funzionava in quelle disposizioni e in quei provvedimenti, che cosa era stato fatto e quali interventi si potevano attuare per migliorare quelle disposizioni. Invece, si istituisce, con un decreto-legge, una società, la Patrimonio dello Stato S.p.a., in un modo non trasparente, ambiguo e soprattutto con l’intenzione non dichiarata (ma che certamente è nelle cose) di provvedere a una sostanziale dismissione del patrimonio dello Stato, senza che il Parlamento possa fissare dei criteri e quindi senza un controllo effettivo da parte di quest’ultimo, assegnando un ruolo predominante al Ministro dell’economia, in assenza - come dicevo - del benché minimo rapporto, neppure dialettico, con il Parlamento.
In quella sede già denunciammo con forza il rischio che si correva attraverso il trasferimento dei beni dello Stato (e non mi riferisco solo a quelli materiali, ma anche a quelli immateriali, giacché beni dello Stato indubbiamente sono gli immobili, i beni culturali e quant’altro, ma anche le partecipazioni, i diritti concessori e così via), dunque di un immenso patrimonio, a questa società, sottraendolo all’indirizzo e al controllo del Parlamento; tra l’altro, facendo di questa società un qualcosa di elefantiaco, di difficile gestione e certamente indicativo di un forte accentramento di potere.
Abbiamo denunciato con forza - qui la ragione della presentazione del disegno di legge n. 1506 - il rischio che attraverso la Patrimonio dello Stato S.p.a. si possa svendere il patrimonio culturale dello Stato, quello su cui si fonda la nostra identità e al quale assegniamo la nostra cultura, il segno della nostra storia e della nostra tradizione. In quella occasione si sviluppò un acceso dibattito, tant’è vero che qualche segnale venne anche dalla maggioranza con il famoso ordine del giorno presentato dal relatore, senatore Vizzini, che sostanzialmente riprendiamo e presentiamo sotto forma di disegno di legge.
Ma come è noto, vi è stato qualcosa di più. Non c'è stata soltanto la clamorosa rimessione delle deleghe, con la conseguente estromissione dal Governo, dell’onorevole Sgarbi, ma anche un’importante e significativa lettera del Capo dello Stato indirizzata al Presidente del Consiglio, nella quale si raccolgono tutte le nostre preoccupazioni e anche quelle avvertite - in parte - dalla maggioranza. A quella lettera ha fatto seguito soltanto una formale risposta del Presidente del Consiglio che non ci tranquillizza, che non dà assolutamente rassicurazioni in questo settore ed è per questo che abbiamo presentato un apposito disegno di legge (n. 1506), come del resto hanno fatto altri colleghi dell’opposizione.
All’epoca si disse che non vi era il tempo per correggere il decreto-legge che andava comunque convertito entro sessanta giorni. Oramai quel decreto-legge è convertito dalla legge n. 112 per cui abbiamo tutto il tempo per apportare le correzioni necessarie, per tranquillizzare il mondo culturale e scientifico del nostro Paese e la rete istituzionale dei nostri enti locali (comuni, province e Regioni), che guardano tutti con preoccupazione alla possibilità di un trasferimento alla Patrimonio dello Stato S.p.a. di beni di particolare pregio dal punto di vista ambientale, artistico e culturale.
Ed allora, ci chiediamo il motivo di questa ostinazione da parte del Governo e della maggioranza nel non voler correggere quel provvedimento. Ora il tempo c'è; ora abbiamo la possibilità, tenendo conto delle preoccupazioni espresse in questo disegno di legge, di correggere quel testo. Le dichiarazioni che il Governo ha fornito in questa sede non ci tranquillizzano affatto. Del resto, se fosse vero quello che dice il Governo, e cioè che non vi è bisogno di alcuna modifica perché in effetti il decreto-legge n. 63 già contiene in qualche modo elementi che possono rassicurarci, mi chiedo perché non accogliere comunque la nostra proposta.
Potrebbe essere un'inutile ridondanza? Non credo. Nella materia dei beni culturali e ambientali e della loro difesa è bene essere sempre precisi e chiari, anche - perché no? - correndo il rischio della puntigliosità. Se è vero che non c'è da parte del Governo l'intenzione di svendere, di destinare ad usi non propri, i beni di particolare pregio ambientale e culturale, perché non raccogliere la nostra preoccupazione, e quindi non approvare il disegno di legge che noi abbiamo presentato, soltanto per la paura di una ridondanza? Io credo che questa paura non possa esistere; in questo settore è bene, infatti, essere chiari e precisi, anche a rischio, ripeto, di essere puntigliosi.
Del resto, la nostra preoccupazione nasce dalle ambiguità contenute nel decreto-legge n. 63. Voglio richiamare soltanto una questione che è già stata sollevata con forza e con autorevolezza da altri colleghi dell'opposizione. Il richiamo alle procedure previste dall'articolo 3 della legge sulle cartolarizzazioni ci fa correre il rischio di richiamare, insieme all'articolo 3, anche quelle procedure - lì previste - che prevedono la sdemanializzazione dei beni dello Stato, con il puro e semplice passaggio alla società veicolo, che procederà alle cartolarizzazioni.
Questo punto che è stato sollevato anche in dottrina, con interventi sulla stampa; ricordo un intervento su "Il Sole 24 Ore" che poneva tale questione con forza. C'è il rischio, con il richiamo all'articolo 3 della legge sulle cartolarizzazioni, con il semplice passaggio di questi beni, anche di quelli demaniali, alla società-veicolo, che essi vengano sdemanializzati e che quindi perdano quella caratteristica particolare di demanializzazione che fino ad ora li ha sottratti non solo alla vendita, ma anche alla possibilità di usucapione.
E’ per queste ed altre ragioni che chiediamo l'approvazione di questo disegno di legge, che si muove lungo alcune direttrici molto chiare. In primo luogo, vogliamo affermare che sono comunque inalienabili quei beni riconosciuti come monumenti nazionali, i beni d'interesse archeologico, gli edifici destinati ad uso amministrativo dello Stato.
Si può essere contrari a questo? Perché la maggioranza si ostina ad essere contraria? Anche se si dovesse condividere la posizione del Governo, e cioè che nel decreto-legge n. 63 questi aspetti sono impliciti, perché non ripeterli chiaramente in un disegno di legge, raccogliendo anche la preoccupazione espressa dalla più alta carica del nostro Paese, con la famosa lettera del Presidente Ciampi?
In secondo luogo questo disegno di legge stabilisce la necessità del concerto del Ministero dei beni culturali e ambientali per il trasferimento di beni di valore artistico, storico e paesaggistico, come definiti dal decreto legislativo n. 490 del 1999. Come si può essere contrari a questo? Se ci sono beni di particolare valore artistico, storico e paesaggistico, che pure si vogliono valorizzare, è opportuno che il trasferimento avvenga con il concerto di chi è preposto alla tutela di questi beni, e cioè del Ministro per i beni e le attività culturali.
Ulteriore elemento che noi vogliamo introdurre è il concerto del Ministro dell'ambiente per i beni che rientrino nell'ambito delle aree naturali protette ai sensi della legge 6 dicembre 1991 n. 394.
Anche in questo caso, come si può essere contrari alla chiara definizione della necessità del concerto con il Ministro dell'ambiente rispetto a beni che rientrano nelle aree naturali protette? Sono beni che attengono alla qualità del nostro paesaggio e della nostra vita, alle caratteristiche del nostro Paese. Come è possibile essere contrari alla necessità dell'intervento del Ministro dell'ambiente, che è istituzionalmente preposto alla loro tutela?
L'ultima questione che vogliamo segnalare, e che è stata oggetto dei nostri emendamenti - tutti respinti - presentati in occasione della conversione in legge del decreto-legge n. 63, riguarda l'intervento della Conferenza unificata Stato-Regioni-enti locali per l'approvazione dell'elenco dei beni da trasferire alla società Patrimonio dello Stato S.p.a.. Questa previsione non è neppure troppo stringente: si chiede un intervento della Conferenza unificata perché i beni che si vogliono trasferire alla Patrimonio dello Stato S.p.a., e di cui temiamo la svalorizzazione e la dismissione, insistono sul territorio italiano. Ebbene, la gestione del territorio, anche secondo le indicazioni del nuovo Titolo V della Costituzione, è affidata alle Regioni, alle province, ai comuni, cui spetta la salvaguardia dell'identità culturale del nostro territorio nel rispetto delle vocazioni particolari.
Perché non accogliere questa proposta, che dà un valore particolare a quel rivendicato federalismo di cui tutti ci riempiamo la bocca ma che viene puntualmente contraddetto da questo Governo e da questa maggioranza, i quali negano tale principio a ogni piè sospinto seguendo una logica statale neoaccentratrice che denunciamo con forza?
Devo ricordare a questo proposito che, al termine della scorsa legislatura, noi approvammo la legge n. 136 del 2001, che è tuttora una legge dello Stato, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. Tale normativa assegna un ruolo importante, di protagonismo agli enti locali nella valorizzazione dei beni dello Stato, configurando una sorta di federalismo demaniale che attribuisce un ruolo forte ai comuni, chiamati a presentare piani di valorizzazione di tali beni con il trasferimento a società di cui i comuni stessi detenessero il 51 per cento. Quella legge viene completamente dimenticata; sono stati introdotti princìpi nuovi, accentratori non soltanto a favore dello Stato ma soprattutto a favore del Ministro dell'economia, che sta diventando il vero super Ministro della nuova stagione che stiamo vivendo.
Per questi motivi, per il bene che vogliamo al nostro Paese, per la difesa della nostra identità e del ruolo delle comunità locali, chiediamo con forza un'attenzione particolare al provvedimento volto a correggere, secondo linee che ho illustrato, il decreto-legge n. 63. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Misto-SDI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ripamonti. Ne ha facoltà.
RIPAMONTI (Verdi-U). Signor Presidente, come è noto, il decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, convertito dalla legge 15 giugno 2002, n. 112, istituendo la società Patrimonio dello Stato S.p.a., consente il trasferimento a questa di ogni bene dello Stato. La discussione, la riflessione e la battaglia parlamentare impostate dal Gruppo dei Verdi sono approdate alla presentazione, insieme alle altre componenti dell'opposizione, di un disegno di legge, con occhio rivolto prevalentemente ai beni ambientali, storici, culturali e ai beni demaniali.
Va rilevato che, nonostante l’esplicito richiamo al sistema vincolistico dei beni che potranno essere trasferiti alla Patrimonio dello Stato S.p.a., il decreto-legge in oggetto lascia aperti pericolosissimi varchi. Lo abbiamo più volte detto in occasione della discussione svoltasi nelle scorse settimane e rimaniamo perfettamente convinti di tale affermazione. Tra l’altro, ne restiamo convinti anche dopo aver letto il Documento di programmazione economico-finanziaria che in un passaggio prevede che i vincoli sul patrimonio storico, culturale ed artistico permangono; quindi, questi beni in teoria non sono alienabili.
Credo, Presidente, che garanzie al riguardo non ve ne sono; quelle che potrebbero esserci non sono sufficienti e naturalmente non è a rischio quel patrimonio dello Stato più visibile, più appariscente, più famoso, quello che ogni giorno è visitato da migliaia di turisti. Quello veramente a rischio è l’immenso patrimonio dei beni storici, artistici e culturali presenti sul nostro territorio nazionale poco conosciuti, non intercettati dal turismo di massa che, però, caratterizzano la nostra situazione territoriale ed hanno modellato il nostro Paese.
Credo che questo sia effettivamente il rischio maggiore ed anche per questo motivo abbiamo presentato il disegno di legge. Sono aperti pericolosissimi varchi che potrebbero compromettere essenziali elementi di tutela che su questi beni devono essere garantiti. Pur essendo vero, infatti, che il trasferimento dei beni, in particolare di quelli demaniali, non comporterà automaticamente una dichiarazione di alienabilità, è altrettanto vero che, nella sostanza, i meccanismi di individuazione di questi beni e la definizione dei relativi elenchi risultano essere propedeutici alle procedure, di cui all’articolo 829 del codice civile che prevede appunto la possibilità di rendere disponibili i beni demaniali con il passaggio di beni dal demanio al patrimonio dello Stato.
Il problema, dunque, Presidente, non sta solo nella proprietà dei beni stessi, ma anche e soprattutto - riteniamo - nella loro individuazione e futura gestione. Qui si pone il problema dell’individuazione: la questione rilevante è stata posta dal ministro Urbani che ha dichiarato - forse con un po’ di superficialità - l’impossibilità in questo momento di avere un elenco completo e dettagliato della disponibilità dei beni storici ambientali e culturali.
Da ciò deriva l’esigenza di avere una completa ricognizione dei beni dello Stato a tutt’oggi - ripeto - sconosciuta e l’opportunità di individuare tra questi i beni cedibili in gestione o addirittura alienabili. Inoltre, vi è da aggiungere che non è assolutamente possibile che i beni vengano individuati e dati in gestione, senza il necessario coinvolgimento dei soggetti preposti alla loro tutela.
Il decreto-legge convertito in legge, che noi cerchiamo di modificare sulla base di questi disegni di legge di iniziativa parlamentare su proposta delle opposizioni, di fatto attribuisce ogni potere al Ministero dell'economia e delle finanze e prevede per l'individuazione dei soli beni storici ed artistici il coinvolgimento del Ministero dei beni e delle attività culturali. Riteniamo che ciò sia assolutamente insufficiente e particolarmente grave.
In particolare, l'intesa prevista con il Ministero dei beni e delle attività culturali riguarda solo l'individuazione dei beni storici ed artistici che potranno essere trasferiti alla Patrimonio dello Stato S.p.a.. Nessun accordo, però, è richiamato relativamente alla gestione di questi beni e ai criteri con cui essi dovranno essere valorizzati se è vero, come è scritto nel decreto-legge, che la funzione di quella società è di valorizzare i beni.
Pur essendo trasferibili anche i beni demaniali e costituendo questi, in molti casi, parti essenziali del nostro paesaggio, non è prevista alcuna intesa con il Ministero dei beni e delle attività culturali, neppure quando le parti del demanio trasferito dovessero costituire beni paesaggistici. Inoltre, non è mai richiamata nel testo del decreto-legge convertito in legge alcuna competenza del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio. Pertanto, non essendo mai affermato il contrario, potrebbero essere trasferiti beni che rientrano sotto le dirette competenze di questo Ministero, come ad esempio quei beni ricadenti nelle aree naturali protette, quali i parchi ed i siti di importanza comunitaria, o anche quei beni - anche in tal caso dovrebbe essere prevista un'iniziativa del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio - inseriti in zone di interesse naturalistico, come nel caso delle foreste demaniali.
Non sono mai richiamate le competenze delle Regioni e degli enti locali, neppure per i possibili trasferimenti di beni territoriali che coinvolgono direttamente questi enti, sia nella tutela che nella gestione. Inoltre, non è previsto alcun criterio di prelazione, nell'eventualità che soggetti pubblici volessero acquisire i beni dello Stato eventualmente dichiarati alienabili.
Come è facile capire, si tratta di elementi tutt'altro che secondari - o almeno noi riteniamo che siano elementi molto importanti - che non solo aumenterebbero le garanzie sui beni trasferiti alla Patrimonio dello Stato S.p.a., ma che rispetterebbero anche le attribuzioni istituzionali sia dei Ministeri preposti alla tutela, sia delle Regioni e degli enti locali, anche secondo quanto recentemente disposto dalla riforma del Titolo V della Costituzione.
Il presente disegno di legge, mi riferisco a quello presentato dai Verdi, con le novelle di cui all'articolo 1, esclude esplicitamente che i beni appartenenti al demanio e al patrimonio indisponibile possano, proprio per il loro carattere giuridico di beni inalienabili, essere trasferiti alla Patrimonio dello Stato S.p.a., con le modalità stabilite dal decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410, che prevede la cessione dei beni immobili alla "società veicolo" e la successiva cartolarizzazione che determina il passaggio automatico dei beni al patrimonio disponibile.
Ai fini di una maggiore tutela dei beni culturali e ambientali, le modifiche che noi proponiamo stabiliscono, inoltre, l’inalienabilità dei beni riconosciuti come monumenti nazionali, dei beni di interesse archeologico, degli edifici destinati ad uso amministrativo dello Stato, delle Regioni e degli enti locali fino a quando ne sussista l’uso, dei beni di particolare importanza per il loro riferimento alla storia politica, militare, della letteratura, dell’arte e della cultura in genere del nostro Paese, così come disposto dall’articolo 2 della legge 1º giugno 1939, n. 1089, come recepito nel Titolo I del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, e di ogni altro bene, riconosciuto con proprio decreto dal Ministro per i beni e le attività culturali, che documenti o testimoni l’identità e la storia delle istituzioni pubbliche, collettive ed ecclesiastiche.
Prevediamo inoltre, signor Presidente, che il trasferimento di beni di particolare valore artistico, storico e paesaggistico, così come definiti e individuati dal citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 490 del 1999, è e dev’essere effettuato d’intesa con il Ministero per i beni e le attività culturali, che dovrà preventivamente approvare l’elenco dei beni trasferibili, nonché i criteri di valorizzazione con cui questi potranno essere gestiti e l’eventuale cambio di destinazione d’uso.
Qualora i beni trasferiti rientrino nell’ambito di aree naturali protette, ai sensi della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (la legge sui parchi), o all’interno di aree di particolare pregio naturalistico, individuate ai sensi della normativa comunitaria, per il loro trasferimento, nonché per la definizione dei criteri di valorizzazione, noi prevediamo che vi sia l’intesa con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio.
Prima del definitivo trasferimento dei beni alla società Patrimonio dello Stato S.p.a., l’elenco di questi dovrà essere approvato dalla Conferenza unificata Stato-Regioni-enti locali, che dovrà essere altresì interpellata relativamente agli elenchi dei beni dei quali si intendesse procedere all’alienazione, anche attraverso eventuale applicazione delle procedure di sdemanializzazione. Infine, per tutti i soggetti pubblici, noi prevediamo il diritto di prelazione sui beni immobili che potrebbero essere oggetto di alienazione.
L'articolo 1 dispone inoltre, signor Presidente, che nell’ambito della definizione dei beni che possono essere trasferiti alla società Patrimonio dello Stato S.p.a. dal Ministero dell’economia e delle finanze, con mero decreto ministeriale, vi sia il parere obbligatorio delle Commissioni parlamentari, nonché il visto sia del Consiglio di Stato sia della Corte dei conti. Per evidenti esigenze di pubblicità, richiediamo inoltre la pubblicazione del decreto nella Gazzetta Ufficiale.
Infine, con l'articolo 2, prevediamo di sancire che i beni patrimoniali che possono essere trasferiti alla società Infrastrutture S.p.a., e che la stessa società può adibire a garanzia dell’emissione di titoli di debito per i finanziamenti di propria competenza (cioè per la concessione di finanziamenti attraverso crediti agevolati, proprio perché questa società agisce con la garanzia dello Stato, dovuta appunto al trasferimento delle azioni dalla Patrimonio dello Stato S.p.a. alla Infrastrutture S.p.a.), non possono essere che beni alienabili, affinché la garanzia sia effettiva, cioè prevediamo di escludere che beni inalienabili possano essere trasferiti.
Questo porta implicitamente a escludere tutti i principali beni pubblici, dei quali appare necessario preservare l'indisponibilità.
Abbiamo presentato questo disegno di legge perché abbiamo ritenuto che il messaggio del Capo dello Stato fosse una cosa molto seria. Abbiamo raccolto le preoccupazioni espresse nella lettera del Presidente della Repubblica e abbiamo presentato questo provvedimento, che ci auguriamo venga accolto dall'Aula. (Applausi dal Gruppo Verdi-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tessitore. Ne ha facoltà.
TESSITORE (DS-U). Signor Presidente, l'appoggio al disegno di legge in discussione è prevalentemente un richiamo alla coerenza e alla chiarezza in una materia di grande rilevanza, giacché - è addirittura ovvio osservarlo - il patrimonio artistico e storico-artistico riguarda l'identità di un Paese e di un popolo. Io sono convinto che non ha futuro e non può aspirare a un destino felice quel Paese o quel popolo che laceri la propria coscienza storica. Di ciò gli esempi sono molteplici sia in senso positivo sia in senso negativo.
Ho parlato di ragioni di coerenza. Mi riferisco alle dichiarazioni di autorevoli esponenti della maggioranza e del Governo che hanno riconosciuto la fondatezza della preoccupazione, presentando un ordine del giorno, e certamente non ho alcuna intenzione, non mi permetto di avanzare dubbi sulla convinzione di queste dichiarazioni. Se così non fosse, si tratterebbe non solo di dichiarazioni strumentali, ma anche irrispettose della sollecitazione - più volte ricordata - pervenuta dal Presidente della Repubblica. Tuttavia, sono convinto che questo assolutamente non è.
Ho detto "chiarezza" e penso alla rilevanza della materia, alla sensibilità che verso questa è stata dimostrata non solo dalla comunità scientifica nazionale e internazionale, ma - aspetto che ho rilevato con molto compiacimento - anche da larghi strati della nostra popolazione, che quindi hanno dimostrato una profondità di consapevolezza civile, una forza della loro identità nazionale. Io ne ho tratto conforto ad una tesi certamente impopolare, cioè al mio convincimento che la nostra identità nazionale è forte, quella che purtroppo è debole è la nostra identità statale. Cerchiamo di non indebolire questa identità nazionale indispensabile anche per ottenere una forte identità statale.
Ho ascoltato nella 7a Commissione un intervento del ministro Urbani, il quale ci ha spiegato che il nostro patrimonio non corre alcun rischio, perché alcuni beni sono per definizione inalienabili, altri sono esclusi da questa possibilità per ragioni di opportunità, per altri ancora restano in vigore i vincoli.
Confesso di essermi domandato, se tutto questo è vero (e non ho alcuna intenzione di mettere in discussione la dichiarazione del ministro Urbani), perché si sia approvata la legge sulla Patrimonio dello Stato S.p.a.. Ma visto che la legge è stata fatta, credo che ragioni di coerenza e di chiarezza impongano di accettare questa che non vorrei chiamare modificazione ma incremento della legge sulla Patrimonio dello Stato S.p.a..
Debbo svolgere anche un'osservazione sul rilievo fatto sull'esistenza e permanenza dei vincoli. Se non sbaglio, i vincoli si giustificano su beni di interesse storico ed artistico di proprietà privata e non hanno senso su beni di proprietà pubblica di una certa rilevanza. Da ciò dovrei allora dedurre che si pensa che alcuni di questi beni possano essere alienati o gestiti privatisticamente. Il disegno di legge al nostro esame non mira ad impedire ciò, ma mira a regolamentare questa situazione in modo da fare chiarezza e dare conforto a tutti.
Non credo che una garanzia in questa direzione possa essere data - come pure è stato detto - dall’allegato di una lettera del Presidente del Consiglio al Presidente della Repubblica. Non lo ritengo possibile, naturalmente non perché non ho rispetto della lettera del Presidente del Consiglio e ancor più di quella del Presidente della Repubblica, ma perché le lettere e i loro allegati, pur autorevoli, mi sembrano una procedura irrituale nel nostro ordinamento giuridico. In ogni modo, si tratta di un fatto importante che, però, non è confortato da quei caratteri di astrattezza e generalità che, almeno quando studiavo giurisprudenza, mi è stato spiegato essere propri della legge. Generalità vuol dire che un provvedimento è rivolto a tutti, mentre astrattezza si intende nel senso giuridico della parola e, se fosse possibile vorrei usare questa espressione, di atemporalità della vigenza della norma, ovviamente nel senso non della eternità ma di essere sottratta alla contingenza.
Le lettere da chiunque siano firmate - torno a ripetere che non discuto l’autorevolezza del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio - per la loro irritualità e per il loro carattere non possono che impegnare la responsabilità personale di chi le firma. Nel caso specifico, però, si parla di patrimonio storico, ossia di un qualcosa non legato allo svolgimento di funzioni, sebbene tanto importanti, limitate nel tempo.
Per queste ragioni, credo che il disegno di legge meriti di essere accolto, proprio per la sua natura che, in qualche misura, vorrebbe - non credo sia una argomentazione paradossale - garantire anche la responsabilità del Governo che si è impegnato in questa direzione. Si tratta, inoltre, di un fatto addirittura ovvio, anche per rispetto ad un ordine del giorno approvato dal Parlamento, che lo rende addirittura atto dovuto. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e del senatore Del Turco).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turci. Ne ha facoltà.
TURCI (DS-U). Signor Presidente, ritengo che l’annuncio già dato dal relatore di maggioranza e dal Governo di un rifiuto delle proposte, che da diverse componenti dell’opposizione sono state tradotte nel testo del disegno di legge all’esame dell’Aula, sia una prova non di forza ma insieme di arroganza e di debolezza dell’Esecutivo.
Si dice che non vi è bisogno di un intervento legislativo di chiarificazione dal momento che essa è implicita nel decreto-legge convertito e nella risposta che il Presidente del consiglio ha dato alla lettera del Presidente della Repubblica; tuttavia, se vogliamo essere attenti lettori della norma recentemente approvata dal Parlamento, i dubbi assumono una loro legittimità.
Mi riferisco in particolare alla contraddizione insita in due passaggi "opposti" dell’articolo 7, del decreto-legge recentemente convertito nel quale, infatti, si dice che il trasferimento di beni alla Patrimonio dello Stato S.p.a. non modifica il regime giuridico previsto dagli articoli 223 e 229, primo comma, del codice civile, ossia che, in particolare, non modifica la natura dei beni demaniali trasferiti (al riguardo, prendo atto che questa tesi è ribadita nel DPEF che ora è al nostro esame e ne prendo atto con piacere, perché non vogliamo per forza assistere allo sfascio dei beni pubblici italiani per poi compiacerci nell’attaccare le malefatte del Governo).
Tuttavia, come è stato già rilevato, desidero sottolineare che un altro passaggio dello stesso articolo 7 prevede che il trasferimento di questi beni può essere operato con le modalità e per gli effetti - sottolineo la dizione "per gli effetti" - previsti dall’articolo 3, comma 1 ed altri, del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito nella legge 23 novembre 2001, n. 410 (a tale proposito, richiamo l’attenzione della sottosegretario Armosino, perché ella ha sempre sostenuto che il rinvio al decreto-legge n. 351 del 2001 era solo relativo alle modalità e quindi, se così fosse, a parte che quelle modalità sono discutibili, non giocherebbe sulla sostanza dei beni trasferiti). Tale decreto-legge convertito in legge, all’articolo 3, comma 1, stabilisce che l’inclusione nei decreti - si intende di trasferimento - produca il passaggio dei beni al patrimonio disponibile; nei beni sono inclusi anche quelli demaniali, perché il decreto-legge prevedeva che anche essi potessero essere trasferiti alle società veicolo per la cartolarizzazione. Dunque, c’è comunque una contraddizione nella legge approvata.
Voglio prendere per buone le intenzioni ribadite dal Governo nelle varie sedi, relativamente al fatto che non vi sarà vendita di beni demaniali e pertanto neanche di beni culturalmente o ambientalmente rilevanti (dal momento che questi sono quasi tutti inclusi nei beni demaniali), ma nella legge resta una contraddizione. Allora, mi domando cosa costava sciogliere tale contraddizione, dal momento che una correzione non inficia la buona fede del proponente, se buona fede c’è, perché penso che un Governo e una maggioranza non si indeboliscano se, di fronte ad un ragionamento pacato, prendono atto dell’opportunità di chiarire un testo anche recentemente approvato.
Insisto nel sottolineare che questa caparbietà del Governo e della maggioranza a rifiutare anche una correzione banale, chiara e in buona fede, di un testo recentemente approvato non è una prova di forza, ma di debolezza. Questo Governo, e in particolare il Ministro dell'economia, che ha giocato la parte più rilevante in merito al disegno di legge in esame, colti su un punto delicato in cui sicuramente le intenzioni iniziali erano tutt’altro che limpide, ora non vogliono apportare una correzione che dimostrerebbe la buona fede di partenza del progetto.
Il rifiuto della correzione lascia aperti i dubbi ed il sospetto che, bene o male, magari quando si dovesse verificare una caduta momentanea dell'attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale sulla rilevanza di questi temi, forse per le pieghe di qualche provvedimento amministrativo, si possa tentare di includere nel trasferimento e in un eventuale utilizzazione impropria beni demaniali o comunque beni rilevanti dal punto di vista culturale e ambientale del nostro Paese. Peraltro, se non si intende fare questo, mi si deve spiegare che senso ha trasferire a una società come la Patrimonio dello Stato S.p.a. i beni demaniali o quelli culturalmente rilevanti.
Faccio presente che ci è stato detto in tutto il dibattito precedente alla conversione del decreto-legge n. 63 che il Governo intende la Patrimonio dello Stato S.p.a. come una società leggerissima. Si è infatti parlato di 15-20 persone al massimo ed allora mi si deve spiegare come potrà fare un numero così ristretto di persone ad intervenire sui beni demaniali dello Stato quando già esiste l’Agenzia del demanio, recentemente costituita, in cui credo lavorino migliaia di operatori e si dice che essa non è capace di tutelare e neppure di valorizzare nei termini giusti quei beni. Allora, forse sarebbe il caso di far operare bene quell’Agenzia. Ripeto, non vedo cosa se ne possano fare 15-20 persone di un trasferimento potenzialmente infinito di tutti i beni demaniali e di quelli disponibili e indisponibili dello Stato: qualcuno me lo deve spiegare.
Teniamo anche presente, fra l’altro, che nel trasferimento non parliamo soltanto di beni immobili perché - lo abbiamo chiarito in quella occasione -teoricamente, in forza del decreto-legge convertito, per pura decisione del ministro Tremonti e del CIPE, un domani potrebbe essere trasferito a questa società ciò che resta delle partecipazioni statali, oppure la quota ENEL, o la quota ulteriore di partecipazioni pubbliche e i titoli di controllo dell’etere su cui lo Stato ha diritto a ricevere determinati benefici e ritorni in forza delle licenze.
Pertanto, questa società potenzialmente ha scopi infiniti e indefiniti. Dovrebbe essere composta da 15-20 persone e non si vuol approvare una norma che chiarisca che non ha senso trasferire beni demaniali o beni culturalmente o ambientalmente protetti ad una società di questa natura! Sono proprio questa insistenza, questa tenacia, questa pervicacia a lasciare aperti i dubbi sulla mancanza di trasparenza degli obiettivi e sulla mancanza di onestà di intenti nella costruzione di quel provvedimento.
Ricordo, peraltro, come lo stesso ministro Tremonti, nella prima fase di governo di centro-destra nel 1994, durante il primo Governo Berlusconi, assunse una posizione nettamente contraria a questa linea tesa ad accentrare potenzialmente in un’unica società statale i beni demaniali e non demaniali dello Stato. Infatti, il libro bianco per la riforma fiscale, presentato dall’allora ministro delle finanze Tremonti, prevedeva una linea e una strategia esattamente opposte.
Esso stabiliva che tutti i beni immobili dello Stato, salvo quelli funzionalmente necessari alle amministrazioni centrali, fossero decentrati e trasferititi al demanio degli enti locali, sulla base di accordi di programma con gli enti locali stessi tesi a valutare le esigenze di difesa, di salvaguardia e di valorizzazione di questi beni. Una linea, questa, che aveva una sua validità profonda.
Certo, capisco che anch’essa avrebbe sollevato legittime preoccupazioni da parte delle associazioni che tutelano i nostri beni culturali in merito all’eventualità che da parte di qualche ente locale distratto potessero compiersi operazioni di degrado e anche di dispersione di questo patrimonio. Tuttavia, ripeto, quella linea aveva una sua validità.
Qui, invece, si punta esattamente all’opposto: ad una centralizzazione - ripeto - potenzialmente indefinita di tutti questi beni in mano ad una società privata. Peraltro, non si è voluto sciogliere la connessione tra le società Patrimonio dello Stato S.p.a. e Infrastrutture S.p.a., nonostante tutti i tentativi che pazientemente abbiamo fatto in quest’Aula nel corso della conversione del decreto-legge. Infatti, il passaggio dalla Patrimonio dello Stato S.p.a. alla Infrastrutture S.p.a. potrebbe avvenire non solo attraverso singoli beni ceduti a valore di mercato (come recita il decreto-legge convertito), ma anche - lo sottolineo - semplicemente con un atto del Ministro dell'economia che trasferisse le azioni (che determinano il possesso da parte del Tesoro) alla Infrastrutture S.p.a., aprendo così un canale molto pericoloso sulla destinazione e sui fini potenziali di importanti asset del nostro patrimonio pubblico.
Ora, questa nostra battaglia non è stata inutile perché ha ulteriormente animato l’attenzione dell’opinione pubblica su questo argomento, determinando l’autorevole intervento del Capo dello Stato (anche se la risposta non è stata adeguata all’autorevolezza di quel richiamo) ed accrescendo l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e della Comunità europea sia sugli aspetti rilevanti dal punto di vista culturale e ambientale di questo provvedimento, sia su quelli relativi agli effetti sulla contabilità pubblica.
Noi abbiamo visto che, proprio nel giorno in cui è stato avviato l'esame della presente proposta di legge in Aula, è uscito un articolo sul "Financial Times", che ha suscitato le ire del Ministro dell'economia, in cui il direttore di Eurostat asseriva che non sarebbero state consentite all'Italia, e a nessun altro Paese della Unione europea, operazioni Enron-style. L'espressione "Enron-style" ha determinato le proteste, forse anche legittime, del ministro dell'economia Tremonti e tuttavia - badate - il fatto che questa espressione sia apparsa sulla bocca di un autorevole dirigente della Unione europea, il direttore di Eurostat, ci dice anche a quale rischio per la credibilità e per l'immagine pubblica del nostro Paese ci stiamo esponendo con provvedimenti di questo tipo. Credo, quindi, che anche questo allarme che è arrivato dall'opinione pubblica internazionale servirà a mettere ulteriori paletti dal punto di vista dell'utilizzazione delle due società in esame.
Io penso - in questo forse sono più ottimista di altri colleghi dell'opposizione - che comunque questa nostra battaglia sul versante dei beni pubblici, sul versante dei beni culturalmente e ambientalmente protetti un risultato certo lo abbia già ottenuto, al di là del rifiuto a modificare la legge, perché il clima che si è creato attorno a questo provvedimento e i picchetti che, almeno dal punto di vista morale, sono stati posti attorno a questo provvedimento, non consentiranno - credo - in futuro a questo Governo (ammesso che qualcuno, sotto sotto, l'intenzione ce l'avesse, e secondo me ce l'aveva) di fare ciò che era stato inizialmente pensato.
Restano però tutti i rischi dal punto di vista di un uso improprio, ai fini della contabilità pubblica, di queste due società e tali rischi sono confermati anche dal Documento di programmazione economico-finanziaria che abbiamo cominciato ad esaminare alla Camera e al Senato in questa prima settimana. Questi rischi sono evidenti, laddove si prevede di utilizzare queste società, in particolare Infrastrutture S.p.a. per collocare fuori dalla contabilità pubblica importanti interventi per investimenti pubblici; questi rischi sono in un non chiaro incrocio tra finanza pubblica e finanza privata che si andrebbe a determinare in operazioni di project financing. In questo senso, quindi, credo che dovremo mantenere un'attenzione molto forte.
Vorrei concludere ribadendo un'affermazione quasi ovvia: noi non siamo contro l'esigenza di un potenziamento degli investimenti pubblici nel nostro Paese; noi non siamo contro il recupero di ritardi infrastrutturali gravi, che strutturalmente il nostro Paese si tira dietro da parecchi anni. Siamo però contro un uso di strumenti impropri, siamo contro un uso disinvolto della contabilità pubblica, siamo contro una linea che tende a creare nuovi debiti sommersi.
Questo Paese ha combattuto battaglie dure e ha sofferto pesanti sacrifici negli ultimi anni per cominciare a invertire le tendenze del deficit e del debito pubblico. Siamo ancora lontani da una soluzione soddisfacente, ma molto lavoro è stato fatto negli anni passati. Se noi oggi, per rispondere ad una congiuntura economica nazionale ed internazionale non favorevole, invece di adottare percorsi chiari, responsabili, alla luce del sole, concordati non solo con le istituzioni pubbliche italiane, ma con le altre istituzioni europee, adottiamo invece vie furbesche, credo che andremo rapidamente a sbattere. Andrà a sbattere sicuramente la credibilità del nostro Paese, malgrado il nostro prestigio internazionale si sia fortemente rinforzato nell'azione degli ultimi anni, ma penso che in ultima istanza andrebbe a sbattere anche il tentativo concreto da parte di questo Governo.
In questo vedo un elemento di pericolo e devo denunciare un tratto proprio della gestione del Ministro dell'economia di questo Governo: un tratto di arroganza, di rifiuto al confronto, un tratto di mancanza di umiltà e di onestà intellettuale che consentirebbe di prendere atto anche degli errori che si possono commettere e delle necessarie correzioni che si possono concordare.(Applausi dal Gruppo DS-U e dei senatori Toia e Del Turco).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Toia. Ne ha facoltà.
TOIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio aggiungere la mia voce a quelle di chi ha parlato con tanta competenza, con dovizia di argomentazioni - come hanno fatto i colleghi della Margherita e degli altri Gruppi dell'opposizione - per spiegare perché la maggioranza non dovrebbe attendere ai disegni di legge in esame - io mi soffermerò in particolare su quello che ha come primo firmatario il senatore Del Turco - presentati dall'opposizione, così frettolosamente e distrattamente.
La maggioranza dovrebbe riconoscere che questa iniziativa offre l'occasione, quanto mai opportuna, calzante, di dare prova di quella buona fede che aveva fatto esprimere perplessità e preoccupazioni all'interno della stessa maggioranza, quando è stato convertito il decreto-legge n. 63, il cosiddetto decreto Tremonti.
Sarebbe opportuno comprendere che l'opposizione non sta conducendo una battaglia per se stessa, una battaglia di parte, ma sta offrendo al Parlamento l'occasione per pronunciare una parola di chiarezza rispetto ad un'operazione che non siamo stati i soli a qualificare rischiosa. C'è stata anche l'autorevole voce del Capo dello Stato, il quale ha sentito l'obbligo di esprimersi e di farlo per iscritto, mettendo nero su bianco, rendendo palesi e inequivocabili le preoccupazioni che hanno accompagnato la firma del provvedimento. Tali preoccupazioni sono state formulate perché vi fosse una presa di posizione; si è assistito invece a una risposta frettolosa e irriguardosa - se posso dire - da parte del Capo del Governo; irriguardosa, perché liquidatoria della serietà delle questioni poste, e al contempo non rassicurante.
Signora Sottosegretaria, spero vorrà riferire le nostre osservazioni al Ministro che lei rappresenta in quest'Aula e che qualche volta vorremmo vedere in carne ed ossa qui, parlante e interloquente con noi, non per motivi di sfiducia nei suoi confronti, ma perché l'Assemblea ha il diritto di interloquire direttamente con uno dei più forti ispiratori non solo della politica economica ma anche della politica più complessiva, sanitaria, culturale e del lavoro di questo Governo.
Diciamo a lei, onorevole Sottosegretaria, affinché lo riferisca al Ministro dell'economia e al Presidente del Consiglio, che noi non abbiamo una concezione proprietaria e personalistica dello Stato. Non ci bastano dunque le rassicurazioni personali, anche se fatte in buona fede; non ci bastano garanzie personali sul fatto che non saranno venduti - non dico il Colosseo, che sarebbe operazione talmente paradossale da essere impensabile - beni che appartengono al patrimonio non solo giuridico, ma anche storico, culturale, umano, direi antropologico, di questo Paese. Essendo parte della proprietà comune di questo Paese, tali beni sono inalienabili, direi ontologicamente oltreché giuridicamente.
In uno Stato che si rispetti, in una democrazia liberale, in una moderna democrazia occidentale il governo della cosa pubblica non si fonda su una concezione personale, ma su regole scritte che si chiamano leggi. La garanzia comune non risiede nell'autorevolezza o nella serietà di una persona, sia pure il Capo del Governo.
Avremmo dunque voluto una risposta che si traducesse in un impegno legislativo, un impegno scritto, chiaro, codificato e non in una rassicurazione di tipo personale, che è irriguardosa nei confronti del Capo dello Stato, ma lo è altrettanto nei confronti del Parlamento, che rappresenta la volontà popolare. Non siamo in un Paese plebiscitario, che dà un'investitura al Capo dello Stato o al Governo; siamo in un Paese che dà l'investitura alle Camere.
Ebbene, il Senato chiede una legge, un atto normativo. Chiede che il Governo dichiari la necessità di approfondire la materia, magari rinviando l'esame dei disegni di legge in Commissione, ma comunque affermi la volontà di lavorare in tal senso, di prendere sul serio questi provvedimenti, anziché liquidarli con un voto frettoloso di non passaggio agli articoli, che è diventato il nuovo modo di rispondere, quasi con spregio, alle iniziative legislative dell'opposizione: neanche la discussione viene consentita; non si perviene alla reiezione, ma si arresta il procedimento con la proposta di non passaggio agli articoli.
Ci aspettiamo una parola di apertura. Siamo forse degli inguaribili estimatori del buongoverno e del valore della cosa pubblica; come inguaribili assertori di questi valori, ci aspettiamo una risposta convinta, nel merito. Come hanno detto i senatori Castellani, Turci, Giaretta e D'Andrea, crediamo che le pur necessarie innovazioni, anche in materia di finanza pubblica, non possano portare ad una finanza creativa e neppure ad una finanza che non garantisca solidità e certezza quando si tratta della gestione dei conti pubblici.
L’innovazione deve, per noi, andare di pari passo con la solidità di ogni operazione finanziaria quando si esercita sui conti pubblici, e non sui patrimoni privati, ma anche quando riguarda i patrimoni delle s.p.a. e delle società in genere, perché ne consegue una rilevante ricaduta sociale in termini di effetti sull’azionariato diffuso, come vediamo, con grande preoccupazione, avvenire di questi tempi dall’America all’Europa. Quando si tratta di conti pubblici ancor di più vi è quest’obbligo; ecco perché, quando si è discusso il decreto-legge n. 63, abbiamo denunciato che non è la creatività che fa premio ma la aleatorietà delle operazioni finanziarie che si mettono in campo, la loro vacuità, pericolosità, l'incertezza circa la serietà dei conti pubblici.
Se mi permette, signora Sottosegretario, diciamo questo a testa alta perché in tema di risanamento dei conti pubblici e di intervento sostanziale per metterli in ordine, abbiamo i titoli che ci riconoscono la politica seria e l’Europa, e che credo ci riconoscerà anche la storia del nostro Paese, se di storia possiamo parlare quando ci riferiamo all’evoluzione dell’amministrazione della cosa pubblica.
È merito dei Governi di centro-sinistra aver portato serietà, rigore e correttezza nei conti pubblici. Per questo siamo così insistenti ed attenti alle operazioni che questo Governo fa, un giorno con la creazione della Patrimonio dello Stato S.p.a. e con il conferimento ad essa dei titoli di proprietà dei beni pubblici, un altro con altre operazioni, domani con la liberalizzazione delle slot machine. Operazioni veramente disinvolte, ha detto il senatore Turci; a mio parere, se mi è permesso utilizzare questa espressione, pericolose dal punto di vista della solidità finanziaria e qualche volta della concomitante percezione psicologica, in termini di ricaduta sociale, delle nostre leggi. Liberalizzare le slot machine è un brutto segnale, oltre che un’operazione troppo disinvolta finanziariamente, perché si accompagna ad un messaggio che passa attraverso tutto questo.
Tornando al nostro tema, spero abbiate capito che intendiamo offrire, in particolare il senatore Del Turco e noi che abbiamo sostenuto il suo disegno di legge, un’occasione alla maggioranza per dimostrare la buona fede espressa quando anche voi avete compreso che si trattava di un’operazione troppo ambigua ed incerta, che lasciava troppi margini di rischio o, forse, che è stata voluta così da qualcuno. Ma per chi non l’ha voluta e non l’ha votata così, che cosa osta, signori della maggioranza, ad approvare un provvedimento legislativo che tenga conto di queste valutazioni? Quando abbiamo discusso il decreto-legge n. 63, ostava il tempo che non consentiva l’approvazione di un testo modificato dal Senato da parte della Camera dei deputati, pena la decadenza del decreto. Oggi non esiste il problema dei tempi; è quindi possibile fare l’operazione. Ci dite perché non volete farla ?
Un Sottosegretario in quella occasione ha fatto il suo dovere. Non mi ascrivo alla schiera degli ultimi amici di Sgarbi, rimango della mia opinione, su un altro versante politico ma mi tolgo tanto di cappello: da Sottosegretario di un Dicastero per i beni culturali (che in quanto tale deve giurare di vincolarsi al rispetto delle competenze legate all’esercizio di quella funzione), non ha fatto che dire una parola a difesa di quel patrimonio di beni culturali che gli era stato affidato, per delega del suo Ministro e quindi del Governo, avendo il suo Ministro giurato nelle mani del presidente della Repubblica Ciampi. Ebbene, per aver fatto il suo dovere - forse anche altre volte, ma quella in modo inequivocabile - è stato dimissionato.
Mi auguro, caro senatore Vizzini, che a lei giunga un riconoscimento sia pure tardivo: da relatore del decreto aveva evidenziato questi aspetti con serietà ed aveva predisposto un emendamento; si sa però che la maggioranza non può presentare emendamenti che il Governo non vuole, e quando il Governo dice "ni", prima ancora di dire no, l’obbediente maggioranza li ritira. Vi era però un ordine del giorno, un atto che in quel caso era un inizio, il segno che su quel tema bisognava lavorare.
Perché non l'ha presentato lei, senatore Vizzini, il giorno dopo, il disegno di legge? Perché non l'avete presentato voi? Perché non ci dite ora: aspettate un momento, così lo presentiamo insieme? Poi sarà il senatore Del Turco, primo firmatario, a dare una risposta. Perché dire di no? Non ce lo spiegate, e allora forse quelle che erano opinioni in buona fede cominciano a far nascere dentro di noi qualche dubbio serio. A voi in questo momento l'opportunità di fugare i dubbi, non tanto nell'opposizione quanto nel Paese, quel Paese che rischia di rimanere fortemente turbato di fronte a una politica di questo genere.
Com'è stato detto prima anche dal senatore Castellani, come si fa a non essere d'accordo su una disposizione contenuta in un testo di legge con la quale si afferma che sono considerati comunque inalienabili beni riconosciuti come monumenti nazionali? Siete d'accordo o no su questa interpretazione? In caso di risposta affermativa - come ogni persona di buon senso e buona fede farebbe - perché non votare a favore di questo articolo e dell'intero testo? Potreste anche aggiungere i vostri nomi, anteporli ai nostri. Almeno, però, sostenete che si tratta di una legge necessaria per fugare quei dubbi e dare certezza all'azione di governo di questo Paese.
Stanno accadendo davvero cose strane. C'è un'enfasi su ogni provvedimento del Governo legato alla privatizzazione. Si assiste ad un accanimento nella lotta contro tutto ciò che ha un sapore di cosa pubblica, di valore pubblico, che significa comunitario e non statalista, come bene di tutti e dunque più importante di ciò che è personale. Un atteggiamento del genere va combattuto sia nella sanità, sia nella scuola e oggi anche nella gestione dei beni culturali.
Mi sembra di scorgere una sorta di lunga mano che si avvicina a tutto ciò che appartiene a tutti, che è della collettività, ma non per privatizzare quanto piuttosto per liquidarne il valore, la storia, l'appartenenza collettiva. Non parlo soltanto di ciò che è giuridicamente inalienabile, com'è scritto in questo testo e come si vuole difendere, ma anche di ciò che è, per il senso comune del Paese, proprietà della collettività.
Da ultimo, non si dica che noi siamo coloro che hanno paura dell'aspetto economico, della gestione economica, di ogni discorso che aggiunga al valore pubblico, culturale ed ambientale di un oggetto, anche la possibilità di un suo corretto sfruttamento economico.
Proprio il nostro Governo aveva promosso a Firenze, insieme alla Banca mondiale e all'UNESCO, una delle più importanti Conferenze internazionali per affermare che la cultura conta - "Culture counts" era il titolo di quella iniziativa - nel senso che fa moneta, fa economia, è redditiva. Ma può essere redditiva, fare economia, essere socialmente utilizzata - si parla in tal caso di fruizione sociale - ed economicamente "sfruttata", nel rispetto di ciò che comunque risulta inalienabile e che appartiene appunto ai valori culturali e ambientali.
Su questo terreno vi sfidiamo a dire umilmente che siete d'accordo, per una volta tanto, con un'iniziativa dell'opposizione che è semplicemente arrivata prima rispetto a quanto avreste dovuto fare voi per coerenza al dibattito, e che molte delle vostre coscienze e molti dei vostri interventi hanno prefigurato al momento della discussione sul decreto-legge n. 63. Siamo degli inguaribili assertori dei valori del buongoverno e della serietà della nostra legislazione.
Speriamo ancora che ci sia non un secco e frettoloso rifiuto, ma l'accoglimento di questa proposta, una discussione e magari una modifica, in ogni caso la condivisione del fatto che si sta parlando del completamento di quell'azione da voi iniziata con la creazione della Patrimonio dello Stato S.p.a..
Senza questa legge, rimane su quella società non solo un'ombra di malsana - uso di proposito il termine "malsana" e non "disinvolta" - gestione economica e finanziaria dei conti pubblici, ma anche un'altra ombra, e cioè che davvero i beni culturali ed ambientali di questo Paese sono rimessi all'arbitrio di un Ministro, di un Governo, di una parte politica e delle sue insindacabili decisioni. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e del senatore Del Turco).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
COMPAGNA (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, ho ascoltato con molta attenzione gli interventi del senatore Turci e della senatrice Toia.
Sono abbastanza perplesso rispetto allo svolgimento della discussione, una discussione antica che risale ad un ordine del giorno del collega Vizzini, a un difficile pomeriggio - mi pare che presiedesse proprio lei, presidente Fisichella - alla "introvabilità" - definiamola così - del Ministro dei beni e delle attività culturali, alla generosa e attenta presenza sui banchi del Governo della Sottosegretario che onora anche oggi i nostri lavori e a qualche ingenerosa intemperanza, di dubbio buon gusto nei confronti del rappresentante del Governo.
Dico questo per fare anch’io una considerazione, se il collega Turci e la collega Toia me lo consentono, senza alcun moralismo e ancor più senza alcuna intenzione di sciacallaggio moralistico; la faccio come senatore che ha operato in questa legislatura nella 7a Commissione, dove ci è sembrato che, da parte del Ministro per i beni culturali e del Ministro dell’istruzione, sia molto ripetuta e accreditata una concezione tutta extraparlamentare del ruolo di Governo. Di qui quelle assenze del Governo in Parlamento, la cui presenza nelle concezioni di democrazia liberale è irrinunciabile, ma lo è per il Parlamento come istituzione. In questo non seguo gli argomenti della senatrice Toia, perché la mia lealtà di parlamentare di maggioranza a questo Governo, nella seduta di oggi e in quelle future, non è in discussione.
Del resto, fu la maggioranza a proporre quell’ordine del giorno illustrato dal collega Vizzini e fu un senatore di maggioranza, il collega Cantoni, che, in una dichiarazione di voto molto civile, ricapitolò i termini della discussione.
I termini della discussione mi sembravano essere quelli di un parlamentarismo nel senso più degno del termine; mi riferisco, ad esempio, a quando il collega Del Turco, nel binario riservato all’opposizione, volle avere la civetteria parlamentare di inserire il contenuto dell’ordine del giorno di maggioranza del senatore Vizzini: io lo apprezzai moltissimo, perché lo fece senza nessuno di quegli sgradevolissimi sottintesi e ammiccamenti moralistici.
Colleghi della sinistra, cerchiamo di rispettarci, di comprenderci, se ci riusciamo di diventare amici, ma non consideriamo unicamente la nostra parte rivestita soltanto di anima e la parte avversa rivestita soltanto di corpo.
Nel merito della proposta che il senatore Del Turco ci illustrò nella 7a Commissione, mi capitò di far rilevare al presidente Asciutti, sulla base di interviste televisive del ministro Urbani, che l’elenco dei beni non era la strada migliore; la strada migliore potrebbe essere quella di una definizione delle tipologie. Da questo punto di vista, la maggioranza si è dovuta far carico anche di problemi all’interno della struttura di governo e, sul provvedimento relativo alla Patrimonio SpA. e Infrastrutture SpA., il ping-pong Sgarbi-Urbani, giunto al momento dello smash, non consentì all’Aula di risolvere in quella sede ciò che l’ordine del giorno del senatore Vizzini implicava.
TURRONI (Verdi-U). Cos’è lo smash?
COMPAGNA (UDC:CCD-CDU-DE). Lo smash è la schiacciata nella terminologia del ping-pong.
Questa schiacciata mi sembra che Sgarbi l’abbia subita e Urbani l’abbia fatta fare al Consiglio dei ministri.
Qui però c'è un altro problema che forse evoca sia la concezione del ministro Urbani sia quella del ministro Tremonti. Cosa c'entra anche qui, colleghi, la Conferenza unificata Stato-Regioni-enti locali? Qui si possono avere idee moderate e idee avanzate di federalismo, ma ho la sensazione che nei colleghi di Governo del Sottosegretario - penso soprattutto al ministro Tremonti - ci sia l'idea che la prima Camera sia "Porta a Porta" e la seconda sia la Conferenza Stato-Regioni.
Qui trattiamo di leggi del 1939, che certamente non risalgono dal punto di vista delle idee all'Italia fascista; sono leggi di Santi Romano, in cui c'è una concezione liberale dello Stato. Perché consentire alla Conferenza unificata Stato-Regioni-enti locali quello che neanche i volenterosi emendamenti del senatore Turroni vogliono consentire al Consiglio nazionale dei beni culturali, ai suoi comitati di settore, cioè alla priorità dell'organo tecnico-scientifico rispetto a quello di rappresentanza politica e sociale?
Se, allora, il Governo ritiene - come ha detto il ministro Urbani in Commissione - che il provvedimento del senatore Del Turco sia ad abundantiam, ma non sia indispensabile, è buona regola di civiltà parlamentare - e la faccio mia - votare ad abundantiam un disegno di legge dei colleghi dell'opposizione, che recepisce un ordine del giorno accolto dal Governo. Senatore Turci, perché questo lessico che non onora né la tua biografia né quest'Aula, perché parlare di picchetti morali attorno all'azione di Governo e di tribunale dell'opinione pubblica, ma cos'è questa roba? (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE e AN).
Nel "Mondo" di Pannunzio c'era Antonio Cederna e molti di noi l'hanno amato e frequentato, ma c'erano anche Mario Ferrara, Battaglia, lo Stato di diritto, il disgusto per questa concezione dello Stato etico. (Commenti del senatore Turroni).
Allora, se nel corso dei lavori il provvedimento riacquisterà quella natura tipicamente parlamentare, con la quale il senatore Del Turco lo aveva illustrato alla Commissione pubblica istruzione e non ci saranno dal Governo ragioni di Stato vere e serie da esprimere per richiamare all'ordine la propria maggioranza, credo che il Senato potrebbe e farebbe bene a varare questo provvedimento, con gratitudine, tutta politica, tutta giuridica e - se il senatore Turci me lo consente - tutta amicale, e quindi non morale, verso i colleghi dell'opposizione per averlo proposto. (Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE, FI e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cantoni. Ne ha facoltà.
CANTONI (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, stiamo parlando del decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, convertito dalla legge 15 giugno 2002, n. 112, per garantire la tutela dei beni culturali e ambientali. Così si ricava dal titolo.
Condivido le parole formulate dal senatore Compagna e non vorrei ripetere la dichiarazione di voto che ebbi a fare - a nome del Gruppo Forza Italia - alcune settimane fa. Voglio però chiarire un "fatto" qui sostenuto con veemenza, cioè che la sinistra sia la garanzia di buon governo, che essa abbia risanato i conti e che quindi la destra, nel caso specifico il centro-destra con il Governo Berlusconi, come è stato qui evidenziato, sia quasi pericoloso per i conti della finanza pubblica.
Voi sapete che la dialettica politica può avere anche queste espressioni. Bisogna, però, essere corretti nel dire che non possiamo accettare queste semplificazioni e che il Governo Berlusconi e il centro-destra, con tutti i suoi Ministri, sarà ed è soggetto di una corretta evidenziazione della finanza pubblica e di una corretta trasparenza di Governo.
Faccio questa affermazione perché non è accettabile avere, sostenere o subire azioni come se dalla malasanità o dal malgoverno questo Paese debba essere protetto da una minoranza che non ha titoli, se non quelli morali, come titoli morali - salvo evidenziazioni contrarie che finora non sono accettabili - ha il Governo attuale.
Quello che è importante dire è il motivo per il quale è stata approvata la legge, per quale motivo Patrimonio dello Stato S.p.a e Infrastrutture S.p.a sono state portate avanti con decisione e forse - come è stato detto - con arroganza. Escludo, però, nel modo più assoluto che il ministro Tremonti abbia una mancanza di riguardo nei confronti del Senato. E’ solo che ci troviamo in un momento di grande preoccupazione a causa dell’emergenza finanziaria determinata da una situazione economica mondiale che è a conoscenza di qualsiasi persona in un momento storico difficile e di congiuntura economica negativa.
Si è fatta questa legge e, mentre voi siete preoccupati per come sarà gestito il patrimonio, noi invece siamo indignati per come è stato finora gestito. (Applausi dai Gruppi FI e AN).
Che cosa avete fatto? Che cosa avete finora portato avanti? Non esiste allo stato attuale, come il ministro Urbani ha più volte dichiarato, la possibilità di avere una distinta, un inventario dei beni patrimoniali, del demanio.
TURRONI (Verdi-U). Il ministro Urbani non sa di che cosa parla!
CANTONI (FI). Senatore Turroni, stia zitto come lo sono sempre io quando lei costantemente interviene in quest'Aula per ore e ore. Deve avere rispetto e non fare false ironie. (Applausi dai Gruppi FI e AN).
Il patrimonio dello Stato è stato gestito in maniera equivoca e totalmente inefficiente al punto tale che è un costo sociale per la collettività. Quindi, è assolutamente necessario riportarlo nelle linee di buon governo, del buon padre di famiglia.
Ci si può domandare per quale motivo, oltre all’emendamento - poi trasformato in ordine del giorno - del senatore Vizzini, voluto da tutta la maggioranza, e quindi la proposta del senatore Del Turco, che anche io ho apprezzato per la sua saggezza, si ritiene di apportare cambiamenti che ritengo anche corretti e giusti, ma senz’altro non a difesa della collettività, come è stato in questa sede malevolmente indicato, per eventuali timori su cosa il Governo potrà eventualmente fare. No, queste sono considerazioni inaccettabili che dovete tenere per voi. Il Governo sta dimostrando grande serietà e, quindi, non possiamo accettare le vostre malevoli interpretazioni.
La lettera del presidente Ciampi, dall’alto della sua missione di analisi e di sorveglianza del nostro Paese, ha avuto una risposta impegnativa. Non è una nota - come è stato in questa sede detto - quella del Presidente del Consiglio, bensì una lettera scritta nella sua totale capacità di interpretare e di collegare alle valutazioni del Governo il suo impegno affinché la Patrimonio dello Stato S.p.a operi nel pieno rispetto delle caratteristiche giuridiche e dei vincoli legali e sostanziali nonché dell’intero sistema di tutela esistente sui beni pubblici.
E quindi il trasferimento dei beni alla Patrimonio dello Stato S.p.a, posseduta al 100 per cento e di conseguenza ente dello Stato, non inciderà in alcun modo sui vincoli esistenti, sì da escludere sul piano tecnico la necessità di ogni ulteriore intervento normativo volto a precisare la portata precettiva del comma 10, dell’articolo 7 del provvedimento.
Tutte le vostre giustificate preoccupazioni sono già insite nella legge, perché essa prevede la possibilità di un trasferimento fra enti di proprietà pubblica al 100 per cento e quindi i vincoli di Stato, di fatto e di diritto, vengono integralmente trasferiti e rispettati.
Il decreto-legge n. 63 del 2002, a nostro avviso, fornisce assolutamente elementi di tra



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06-02-2020
I musei incassano, i lavoratori restano precari: la protesta dei Cobas

31-01-2020
Nona edizione di Visioni d'Arte, rassegna promossa dall'Associazione Silvia Dell'Orso

06-01-2020
Da Finestre sull'arte: Trump minaccia di colpire 52 obiettivi in Iran, tra cui siti culturali. Ma attaccare la cultura è crimine di guerra

06-01-2020
Dalla stampa estera di ieri: minacce di Trump contro siti culturali iraniani

20-12-2019
Riorganizzazione Mibact, Casini: non è ennesimo Lego, ma manutenzione amministrativa in continuità

04-12-2019
Libero riuso delle riproduzioni di beni culturali: articolo di Daniele Manacorda sul "Giornale dell'arte"

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