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III e VII Commissioni Camera - seduta del 6 luglio 2004 (Indagine conoscitiva sugli Istituti di cultura all'estero) - II parte
2004-07-06

COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) E VII (CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE)
Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di martedì 6 luglio 2004


VITO GRASSO, Direttore dell'Istituto italiano di cultura di Bucarest. Signori presidenti, vi ringrazio. Ringrazio anche per i chiarimenti la collega Bianco, alla quale però mi permetto di dire che, purtroppo, la pratica non è stata questa. In una sede importante come Mosca, abbiamo avuto tre direttori in cinque anni: mi dica lei con quale continuità di politica culturale ciò è possibile. Abbiamo avuto un direttore a San Francisco che scriveva sui giornali che bisognava abolire le ambasciate e i consolati. Comunque, il mio intervento non verterà su questo aspetto.
Vorrei molto puntualmente rilevare alcuni aspetti del disegno di legge in discussione. Nelle premesse del testo si osserva che la legge n. 401 del 1990 non ha funzionato per l'inadeguatezza del numero del personale di ruolo, il mancato stanziamento dei finanziamenti necessari all'attivazione del dispositivo di alcuni articoli e l'insufficienza dei fondi stanziati sui capitoli destinati al funzionamento degli Istituti di cultura. Questi limiti non vengono rimossi dall'attuale disegno di legge. Infatti, quando si dice che è previsto un incremento del personale di ruolo di 105 unità, in realtà l'incremento all'estero, se si esamina la tabella tecnica, è di 35 unità, perché 70 sono previste, invece, presso l'amministrazione centrale. Di queste 35 unità, 15 sono destinate alle ambasciate dove non funzionano gli Istituti di cultura. Pertanto, le unità diventano 20.
Si parla dell'istituzione di tre nuovi Istituti, che ne assorbiranno altri quattro, cinque o sei. Ditemi a questo punto cosa resta, se non il modo di «tappare» qualche buco. Se il tetto di spesa complessivo non può essere modificato, prego le Commissioni di togliere da qualunque altra voce le somme necessarie. Ritengo che la maggiore necessità si riscontri per quanto riguarda il personale locale a contratto; tra l'altro, il personale locale a contratto è quello che fa la differenza tra noi e le altre istituzioni culturali europee. Anch'esse tendono a risparmiare sul personale di ruolo, perché costa. Il personale locale a contratto non solo ha il vantaggio di costare poco, come riconosce il disegno di legge, ma si tratta di persone ambientate in loco, che parlano la lingua locale, di solito di buon livello culturale e di preparazione (le mie sono tutte laureate, ad esempio, eccetto l'autista) e sono effettivamente la colonna dell'Istituto.
Ovviamente sono pienamente d'accordo con quanto ha affermato il presidente Selva sull'esigenza di cogliere le occasioni di promozione. Tuttavia, l'Istituto di cultura è principalmente un fornitore di servizi e non credo nella pubblicità e nella propaganda, ma credo che l'immagine si costruisca quando si erogano servizi qualitativamente buoni e quantitativamente sufficienti. Quali sono i servizi che deve fornire un Istituto di cultura (perché non tutti lo sanno)? Un Istituto di cultura deve avere una biblioteca e un'emeroteca. Oggi, quando si parla di biblioteca, si fa riferimento a postazioni Internet per il pubblico. Il bibliotecario non è soltanto colui che prende il libro e lo dà al lettore. C'è un'informatizzazione delle biblioteche: la maggior parte dei nostri Istituti di cultura ha tutte le biblioteche on line, consultabili da tutte le parti del mondo. Però, è chiaro che occorre un bibliotecario.
Un Istituto di cultura è un ufficio pubblico soggetto alla contabilità di Stato e sappiamo quanto garantista e piena di controlli e di carte sia la contabilità di Stato. Di solito nell'Istituto di cultura l'amministratore contabile ed economo è una sola persona. Non esiste un'ambasciata o un consolato (che pure svolge un minor numero di operazioni contabili per quanto riguarda l'acquisto di beni e servizi) che abbia una sola persona.
Un Istituto di cultura deve poter offrire assistenza agli studenti stranieri che si iscrivono in Italia e deve assisterli nella politica delle borse di studio. Deve gestire i corsi di lingua, che significa anche dotarsi di una segreteria, rilasciare certificati e avere rapporti con i docenti. Deve potersi occupare dei lettori e delle università straniere. Anche questo significa che è necessario qualcuno che svolga tali funzioni.
Infine, anche se è l'attività più qualificante, un Istituto di cultura deve poter fare delle manifestazioni culturali. La manifestazione culturale non significa solo prendere contatto con il luminare della cultura; significa partire dalla prenotazione dei voli e degli alberghi, dalla pubblicità, dai comunicati stampa, dai manifesti, dagli inviti, ossia da tutta una serie di operazioni per le quali il personale locale a contratto costituisce l'ossatura per far funzionare bene un Istituto di cultura.
Spezzerei una lancia a favore di un intervento volto ad aumentare il contingente. Tenete presente che l'attuale contingente non arriva neanche a coprire quanto aveva già disposto la legge n. 401 del 1990, che aveva previsto 450 unità di personale a contratto. Attualmente il personale a contratto è di 325 unità. Con le 100 unità aggiuntive si arriva a 425, cioè meno di quanto previsto dalla legge n. 401 del 1990. Se non c'è assolutamente la possibilità di aumentare il tetto, piuttosto sottraiamo da qualche altra voce e aumentiamo il personale a contratto, che costituisce l'ossatura degli Istituti.
Un altro aspetto è il seguente. Nel testo originario del disegno di legge era stato previsto un piano pluriennale per costruzione e acquisti di Istituto. Tale piano è sparito e mi rendo conto che ciò è dovuto alla mancanza di mezzi; però quel piano serviva a sostituire la politica della cicala con quella della formica. Abbiamo Istituti di cultura che spendono fino al 40 per cento dell'assegno ministeriale per pagare l'affitto. Poiché le spese fisse, tra le quali l'affitto, non sono comprimibili, si vanno a ridurre le spese di promozione culturale, perché si può scegliere se organizzare una manifestazione oppure no.
Da ultimo, vengo alla questione dell'autofinanziamento. Anch'io, come la collega che mi ha preceduto, provengo da un'esperienza più che trentennale in Istituti di cultura all'estero, da Mosca a Bucarest - dove attualmente sono impegnato -, Madrid, Amsterdam. Posso assicurarvi che in Olanda l'autofinanziamento era di oltre il 50 per cento, mentre a Madrid arrivava addirittura all'80 per cento, grazie ai corsi di lingua particolarmente redditizi in quel paese e agli introiti derivanti dall'annessa libreria, che avevo provveduto a far attivare, con bar e ulteriori servizi connessi; a Mosca, invece, autofinanziamento non vi è stato. Questo non è imputabile al fatto che a Mosca fossi stato meno capace di Madrid, quanto ad una diversità di condizioni tra un paese e l'altro. Per quanto riguarda i finanziamenti ministeriali, ma anche per ciò che concerne la politica delle borse di studio, a parere mio occorre, infatti, operare una scelta territoriale. Peraltro, si osserva che nei paesi comunitari gli scambi interuniversitari ormai sono di gran lunga maggiori rispetto alla politica delle borse di studio ministeriali. Suggerirei allora, rispetto a tale rilevazione, di indirizzare le borse di studio in altre aree, quali quella asiatica o quella africana, che della menzionata capacità di scambio interuniversitario sono invece prive.
Da quanto ho avuto modo di ascoltare anche nel corso di questa mattina, mi pare che si voglia pervenire ad un disegno di riforma capace di tenere conto delle osservazioni e delle iniziative parlamentari. In questa occasione, si potrà riflettere anche su quali siano le reali priorità dal punto di vista economico in materia. Certamente non sarà possibile realizzare alcun tavolo efficiente allorché si procederà, subito dopo, a segare proprio quella gamba necessaria a sorreggerlo.

PRESIDENTE. La ringrazio per il suo contributo puntuale e concreto. I suggerimenti e le osservazioni da lei forniti ci saranno certamente utili nel corso dell'esame dei progetti di legge in materia.
Do ora la parola al direttore dell'Istituto italiano di cultura di Tokyo, dottor Alberto Di Mauro.


ALBERTO DI MAURO, Direttore dell'Istituto italiano di cultura di Tokyo. Signor presidente, collegandomi a quanto precedentemente osservato dai colleghi, intendo rimarcare l'esigenza che una politica della cultura italiana all'estero consideri come essenziale la diversificazione degli Istituti, per tipologia ed anche per area di operatività. Anni fa ricoprivo l'incarico di direttore dell'Istituto di Dakar, attualmente chiuso. Sulla base di queste esperienze, posso sostenere che la difformità tra le attività svolte, a seconda del territorio di riferimento, risulta considerevole. Ad esempio, a Dakar l'Istituto italiano di cultura incarnava la «cultura» italiana. Quanto si promuoveva a Dakar o in Senegal dell'Italia corrispondeva a ciò che veniva diffuso e promosso dall'Istituto, non vi era altro. A Tokyo certamente non è l'Istituto a «fare» la cultura italiana; a Tokyo esistono molteplici strutture, anche diverse dall'Istituto stesso, che concorrono alla diffusione e alla promozione della cultura del nostro paese. In questo caso, la funzione dell'Istituto diventerà quella di fornire uno stimolo per eventi culturali che già avvengono, di svolgere un ruolo di consulenza.
Normalmente, in Giappone lavoriamo in collaborazione con le principali testate giornalistiche. Esistono grandi testate, con milioni di lettori, che funzionano come proponenti di grandi eventi culturali, da un punto di vista non solo teorico, ma anche pratico, concorrendo al finanziamento delle iniziative sostenute. Quanto però si può notare, anche in relazione a questo fenomeno, è che pure le principali testate necessitano spesso di una consulenza specifica, che solo l'Italia può fornire. Sovente, la loro visione dell'Italia insegue stereotipi e, in tal senso, il nostro Istituto può svolgere un'attività di correzione ed offrire indicazioni utili alla diffusione di un'immagine più corretta e rispondente alla realtà del nostro paese.

PRESIDENTE. Signor direttore, mi consenta di interromperla: l'esperimento dell'Italia in Giappone quali risultati ha prodotto? E che tipo di collaborazione si è instaurata?

ALBERTO DI MAURO, Direttore dell'Istituto italiano di cultura di Tokyo. Sono arrivato in Giappone soltanto otto mesi fa, ma, sebbene la mia esperienza in questo paese sia limitata, posso quantomeno rilevare la ricaduta che tale collaborazione ha prodotto.
Attualmente in Giappone si assiste ad una sorta di boom della cultura italiana (sebbene non sia un evento limitato a questa area, visto che il nostro direttore generale ci parla della diffusione di un fenomeno analogo anche in Corea). Certamente si tratta di un processo assai rilevante: lo dimostra il fatto che in Giappone si sono susseguiti, nel corso di un anno e mezzo, circa 600 eventi relativi alla nostra cultura. Ciò che rileva, adesso, è mantenere elevato il livello qualitativo delle iniziative. Seppure è stato evidente l'impiego delle risorse liberate per realizzarlo, una volta esaurito quel progetto il meccanismo sembra essersi parzialmente arrestato. Si è verificata una sorta di gap tra gli impegni precedentemente assunti e la fase successiva all'esaurimento del programma, per cui, quando le varie istituzioni avanzano le loro richieste - la domanda di «Italia» è infatti fortissima - non è più possibile rispondere come in passato.
È importante, allora, che in occasione dell'allestimento di altri eventi culturali le iniziative siano organizzate pensando anche al futuro, creando un terreno fertile per porre in essere meccanismi di promozione capaci di protrarsi negli anni a venire. Non si può concepire la programmazione solo in termini di organizzazione del singolo evento - che pure contribuirà a dar lustro al nostro paese -; occorre piuttosto operare nell'ottica di un processo più ampio e duraturo.
Da ultimo, per quanto riguarda la diffusione linguistica, l'Istituto italiano di cultura in Giappone è passato, nel corso di circa otto anni - e per merito soprattutto dei miei predecessori -, da 400 a 4 mila studenti. Se questa risorsa rappresenta un'ottima fonte di risorse finanziarie, appare essenziale non limitarsi solo a questo tipo di analisi. Non possiamo, cioè, porci nell'ottica di considerare i corsi di lingua esclusivamente come una risorsa finanziaria. Vorrei anche porre l'attenzione sull'esigenza di diversificare i corsi, in ragione delle esigenze specifiche. Esistono moltissime altre istituzioni e organizzazioni, in Giappone e a Tokyo, che organizzano corsi linguistici ugualmente frequentati da moltissimi studenti. La selezione, allora, deve avvenire in ragione della qualità, in base a ciò che il nostro Istituto di cultura può offrire in più rispetto agli altri. Occorrerà, pertanto, rendere specifici e distinguere i corsi linguistici in base alle singole esigenze ed ai singoli settori applicativi. Ritengo parimenti utile l'introduzione di corsi di lingua latina e di storia dell'arte. Addirittura, alcuni dei nostri corsi esulano parzialmente dal settore linguistico per riferirsi anche a settori particolarmente specifici, come nel caso dell'artigianato, richiamandosi alla tradizione artigianale già presente nel nostro paese.
Quanto al disegno di legge di riforma, credo che il provvedimento si muova nelle direzione auspicata, sebbene presenti alcune ombre delle quali tuttavia i miei colleghi hanno già parlato.

PRESIDENTE. La ringrazio e do la parola al dottor Dante Marianacci, direttore dell'Istituto italiano di cultura di Budapest.

DANTE MARIANACCI, Direttore dell'Istituto italiano di cultura di Budapest. Signor presidente, molte delle osservazioni che avrei voluto esprimere sul disegno di legge in esame sono già state svolte; concentrerò, pertanto, il mio intervento sull'attività condotta nella sede in cui opero.

PRESIDENTE. Lei intrattiene anche rapporti con altre capitali europee?

DANTE MARIANACCI, Direttore dell'Istituto italiano di cultura di Budapest. Certamente.
A Budapest, peraltro, sono stato preceduto da un direttore di chiara fama. In merito a ciò, dunque, potrebbe risultare opportuno svolgere qualche considerazione.
Innanzitutto, vorrei sottolineare che nel primo semestre di quest'anno abbiamo avuto presso l'Istituto di Budapest 65 mila presenze: 65 mila persone hanno varcato la soglia dell'Istituto e sono venute a manifestazioni culturali, corsi di lingua, conferenze e via dicendo.
Questo sta a dimostrare che, evidentemente, non tutto quello che si è fatto e non tutto quello che si fa negli Istituti italiani di cultura è da buttare o riformare, anzi, molte cose sono andate e stanno andando bene; si deve tenere conto di questo.
Tuttavia, in un confronto fra la direzione attuale e quella precedente, pur nutrendo la massima stima per il mio predecessore, che ha fatto delle cose molto importanti, mi pare che le cose stiano andando meglio. È in corso un miglioramento.
Si è parlato poco - l'onorevole Malgieri lo ha detto - di una maggiore promozione della cultura umanistica e scientifica. Sono pienamente d'accordo sulla maggiore produzione della cultura scientifica, ma noi siamo stati rimproverati per venticinque anni di avere proposto troppo la cultura umanistica. In verità, probabilmente, era criticato il modo in cui tale cultura veniva proposta perché, a bene vedere, ciò che è mancato in questi ultimi decenni alla promozione dell'immagine dell'Italia nel mondo è stato un raccordo tra le due anime della cultura italiana, datate nei secoli, cioè tra la cultura umanistica e quella scientifica.
Qualcuno ha detto che ciò che manca - ed è mancato - è il cosiddetto umanesimo tecnologico. In effetti, nella cultura italiana ciò è più evidente perché quest'ultima non è uguale a quella di nessun altro paese del mondo.
Queste due anime della cultura, quella scientifica ed umanistica, sono presenti nella nostra grande tradizione. Tuttavia, fino alla legge n. 401 del 1990, si parlava della promozione della cultura ma non della scienza. Ora, la nuova legge, finalmente, pone rimedio a questo e si parla anche di promozione della scienza, una cosa molto importante.
A questo punto vorrei anche ricordare che, in termini di autofinanziamento, sponsorizzazioni e via dicendo, in seguito a qualche calcolo rapido effettuato, nel primo semestre di quest'anno noi abbiamo avuto il 67 per cento delle nostre attività sponsorizzate.
A questo proposito, entra in gioco anche il rapporto con l'imprenditoria privata e le istituzioni pubbliche e private italiane e locali.
Noi - lo riferisco non per vantarmi ma perché si tratta di un modo di procedere - abbiamo riunito nel novembre dell'anno scorso rappresentanti di aziende importanti operanti in Ungheria proponendo loro un pacchetto culturale da acquistare. Quindi, non più un'elargizione a fondo perduto bensì una vera e propria compravendita di attività e sponsorizzazioni.
Abbiamo detto che, in cambio di un milione e mezzo di fiorini, noi li avremmo rappresentati a tutti i livelli nella nostra attività per tutto l'anno e per tutto ciò che saremmo andati a fare. Insomma, in tutte le 120 le iniziative culturali sarebbe apparso il loro logo sui materiali pubblicitari e quant'altro. Queste ditte hanno accettato.
Ancora, abbiamo la fortuna di avere un edificio molto bello in cui, da un paio di settimane, in una sala da 700 posti è esposta una gigantografia di un'opera dell'800 di un pittore ungherese grazie all'intervento di una banca che, senza colpo ferire, ha «tirato fuori» circa 45 milioni di vecchie lire per sponsorizzare l'iniziativa.
Evidentemente, ciò che si sta facendo può essere migliorato ma per fare ciò bisogna avere maggiori risorse finanziarie, personale e strutture. Riguardo a queste ultime, non si è parlato molto degli ausili informatici da usare negli Istituti. Noi, nella sede di Budapest abbiamo un progetto che stiamo elaborando con l'Università di Roma ed un consorzio di otto università italiane che prevede, tra l'altro, la teleconferenza a distanza. Se i regolamenti lo avessero permesso, oggi avremmo potuto tranquillamente intervenire dalle nostre sedi a questa audizione. Siamo in una fase sperimentale ma, forse fra un anno, saremo in grado di realizzare con tutte le sedi degli Istituti italiani di cultura dei collegamenti a distanza. Ciò aprirà delle possibilità enormi in tutto il mondo. Siamo anche in contatto con la RAI per la messa a disposizione presso la nostra direzione generale di tutti i materiali d'archivio che potrebbero essere utilizzati per scopi didattici negli Istituti italiani di cultura e, attraverso questi, in tutte le università e scuole secondarie dei paesi interessati.

PRESIDENTE. Ringraziamo il direttore Marianacci per il suo intervento. Posso testimoniare, essendo personalmente andato a Budapest, del lavoro che l'Istituto italiano di cultura svolge, soprattutto con questa caratteristica, non irrilevante dal punto di vista degli effetti finanziari, mirata ad ottenere finanziamenti per manifestazioni così importanti e prestigiose quale quella cui ho assistito in quella circostanza.
Do la parola a Claudio Angelini, direttore dell'Istituto italiano di cultura di New York.

CLAUDIO ANGELINI, Direttore dell'Istituto italiano di cultura di New York. Naturalmente, come abbiamo potuto ascoltare, non esiste alcuna polemica tra direttori di chiara fama e direttori per così dire interni.
Non intendo comunque accendere ulteriori polemiche ma vorrei soltanto ribadire che, secondo me, il direttore di chiara fama non deve essere un luminare universitario bensì un manager culturale. Per esempio, un grande poeta come Mario Luzi, mio carissimo amico, non lo manderei mai a dirigere un Istituto italiano di cultura all'estero, non solo per ragioni di età o perché non ama l'aereo, ma perché sarebbe l'ospite ideale di ogni convegno importante sulla poesia.
Diciamo che il direttore di chiara fama, anche se questa espressione può risultare pomposa e sarebbe meglio definirlo il direttore esterno, porta con sé al termine della carriera un bagaglio di amicizie, conoscenze, contatti e rapporti che, certamente, possono aiutare il suo Istituto, sia sul piano delle scelte culturali, sia su quello delle ricerche di uno sponsor.
Sull'Istituto di cultura di New York, vorrei rilevare una insufficienza di risorse economiche. Dispongo di risorse umane perché sono circondato da personale molto efficiente, ma vi è una mancanza di risorse economiche che, per certi versi, si è rivelata utile perché ci siamo appoggiati a molte istituzioni importanti di New York.
Per esempio, abbiamo co-organizzato la mostra di Boccioni con il Guggenheim Museum e abbiamo creato intorno a tale evento una settimana dedicata ad ogni aspetto del futurismo, dalla poesia, al teatro, alla musica, alla gastronomia (addirittura i cocktail, poiché non dimentichiamo che la bottiglietta di un famoso aperitivo italiano fu disegnata da De Pero).
Abbiamo organizzato, sempre appoggiandoci all'esterno, ad altre istituzioni, una settimana dedicata al Rinascimento. L'evento principale si è svolto all'esterno ma tanti altri avvenimenti della settimana rinascimentale si sono svolti presso l'Istituto. Ho potuto constatare come il 90 per cento dei visitatori, in quella occasione come in tante altre, fosse costituito da statunitensi. Attualmente, è in corso la mostra di Modigliani presso il Jewish Museum. Si può affermare che, a volte, la mancanza di risorse finanziarie sufficienti sia un incentivo ad appoggiarsi ad importanti istituzioni americane e questo, piuttosto che nuocere, giova all'attività dell'Istituto italiano di cultura.
Anche se i miei colleghi ne hanno parlato a sufficienza, vorrei spendere due parole riguardo alla proposta di legge.
Non si può non accogliere con favore l'idea di un consulente scientifico. Avevo già preso contatti con l'ambasciata, in particolare con l'ambasciatore Vento e con il suo addetto scientifico, Einaudi, proprio per cominciare a dar vita a una sezione scientifica dell'Istituto.
È giustissimo e sacrosanto porre l'accento sul linguaggio, anche perché negli Stati Uniti l'italiano è particolarmente amato e non solo dagli italo-americani, che riscoprono la loro lingua madre, per così dire, di ritorno, dopo averla nascosta. Infatti, in certi anni, nemmeno tanto lontani, parlare italiano era considerato sconveniente ed un cognome che terminasse per vocale era considerato non piacevole e non doveva essere sfoggiato. Adesso, invece, il made in Italy e tutto ciò che è italiano sa di cultura; in particolare, questo vale per la lingua, anche per ragioni di musicalità e di musica. La dottoressa Blefari, poco fa, accennava ai cantanti della Corea del sud. Anch'io, presso l'Istituto di cultura, ho ospitato alcuni cantanti coreani - un tenore, un basso ed un baritono di eccezionale bravura - che hanno cantato romanze italiane sfoggiando un'ottima pronuncia della nostra lingua.
Per quanto riguarda l'ipotesi di un funzionario amministrativo che affianchi il direttore, non sono del tutto d'accordo, pur essendo un direttore, cosiddetto, di chiara fama. In fondo, per una piccola impresa a dimensione familiare, quale è un Istituto di cultura - compreso me, il mio vanta soltanto 12 dipendenti - è sufficiente un contabile. Non vorrei che la presenza di un direttore amministrativo confondesse le idee o limitasse le scelte del direttore vero e proprio dell'Istituto.
Per quanto riguarda, in particolare, l'Istituto di cultura che dirigo, devo lamentarmi soltanto delle condizioni quasi drammatiche della sede che lo ospita. Tale sede è molto bella ed è ubicata in un punto nevralgico ed elegantissimo di New York - Park Avenue - ma cade a pezzi. Ho cercato più volte di ottenere assicurazioni per una ristrutturazione e ho fatto redigere alcuni progetti. So che è stata presentata una legge obiettivo: sarebbe l'occasione giusta per ristrutturare e modificare la nostra sede e renderla ancora più appetibile per il pubblico americano che, comunque, non ci trascura affatto. Ieri, ho consegnato una rassegna stampa televisiva vastissima al ministro plenipotenziario Blefari e, tutto sommato, devo dire che le cose vanno bene. È stato calcolato che, nel solo mese di marzo, l'Istituto italiano di cultura di New York ha prodotto un numero di eventi culturale maggiore di quanto non sia avvenuto nei precedenti tre anni.

PRESIDENTE. Sono molto soddisfatto di questa audizione. Sono particolarmente lieto perché sia dall'inquadramento che ci è stato fornito dal direttore generale Blefari, sia dagli interventi, così interessanti, dei direttori degli Istituti italiani di cultura delle sedi di Bruxelles, Il Cairo, Bucarest, Tokyo, Budapest e New York abbiamo tratto spunti in base ai quali operare sul piano legislativo. Mi sembrano molto interessanti le esperienze maturate da alcuni giornalisti di chiara fama in questo ruolo; a questo proposito, c'è anche un orgoglio professionale. Essi sono anche eccellenti gestori. Ha ragione la dottoressa Pialuisa Bianco quando afferma che chi abbia maturato un'esperienza di guida di una redazione o di una casa editrice può benissimo svolgere il duplice ruolo di direttore di chiara fama ed anche di operatore concreto. Colgo l'occasione per affermare che chi proviene da quella carriera (mi riferisco a tutti coloro che abbiamo ascoltato e, in particolare, essendo stato a Budapest, al dottor Marianacci) può svolgere la duplice funzione con la stessa intensità e con lo stesso successo.
Ho apprezzato - non per simpatia personale nei confronti di una collega del gentil sesso - l'affermazione di Pialuisa Bianco, che renderemo preziosa, quando ha sostenuto che ci dobbiamo servire della cultura, dell'arte e della scienza italiane per diffondere la lingua italiana. Noi abbiamo questo privilegio rispetto ad altri paesi i quali, avendo lingue di uso, lingue veicolari, contano su un rapporto inverso. Questa nostra specificità aggiunge un motivo di orgoglio. Infatti, non abbiamo soltanto una lingua come veicolo ma utilizziamo la nostra cultura, arte e scienza per fare apprendere anche la nostra lingua. Questo mi sembra che sia proprio il massimo obiettivo che un Istituto di cultura si possa proporre.
Mi sembra che disponiamo di una base sufficiente per dare seguito ai provvedimenti in esame.
Ringrazio i direttori degli Istituti italiani di cultura all'estero che sono intervenuti e dichiaro conclusa l'audizione.


Audizione di rappresentanti di organizzazioni sindacali e professionali del personale del Ministero degli affari esteri.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sugli Istituti italiani di cultura all'estero, l'audizione di rappresentanti di organizzazioni sindacali e professionali del personale del Ministero degli affari esteri.
Sono presenti la signora Paola Ottaviani, coordinatrice della FP/CGIL Esteri, la signora Rosaria Rufini, rappresentante del coordinamento nazionale della CISL, il signor Maurizio Pompei, coordinatore generale della UIL/PA Esteri, il signor Daniele Pasqual, vicesegretario generale della CONFSAL UNSA/SICIS MAE, il professor Sesto Cozza, coordinatore della FLP Esteri, il signor Maurizio Polselli, rappresentante della segreteria generale della CISAL Intesa Esteri, il ministro plenipotenziario Giulio Cesare Piccirilli, rappresentante del SNDMAE, il dottor Salvatore Di Venezia, direttore generale della DIRSTAT Esteri, il signor Francesco Cellini, coordinatore della UGL presso il Ministero degli affari esteri e la dottoressa Paola Ciccolella, presidente dell'Associazione AREA (Area promozione culturale Ministero affari esteri).
Saluto e ringrazio per la loro presenza i nostri ospiti, cui do la parola.

PAOLA OTTAVIANI, Coordinatrice della FP/CGIL Esteri. Signor presidente, la ringraziamo molto; anche se non vi sono molte presenze, è ugualmente emozionante essere in questa sede.
Sappiamo di avere poco tempo a disposizione, insufficiente per chiarire adeguatamente la nostra posizione.
Come sindacati interni, abbiamo in linea di massima una opinione comune circa la situazione e sul disegno di legge. Dunque, essendo la prima ad essere audita, vorrei iniziare l'intervento con affermazioni di carattere generale, ringraziandovi ancora per averci voluto sentire.
Vorremmo inquadrare la questione della legge di riforma degli Istituti di cultura nell'ambito più generale delle difficoltà e della situazione del Ministero degli affari esteri. Riteniamo che mai come in questo momento la natura pubblicistica del nostro ministero e, nello stesso tempo, le sue caratteristiche tecnico-amministrative - che dovrebbero sostenere gli interessi permanenti del paese - siano state in una situazione di fragilità e difficoltà estrema. Quindi, alle due Commissioni riunite, rivolgiamo un invito pressante perché vengano svolte audizioni specifiche sulla situazione in cui versa il ministero. Sono aumentate le richieste; vi è una perdita evidente di competenze a scapito di altre strutture pubbliche o private; vi è una gestione del ministero preoccupante, a cominciare dalla selezione della sua classe dirigente - per fare un esempio, le ultime nomine fatte contra legem - fino al «dissanguamento» dei funzionari pubblici, che dovrebbero essere i garanti dell'equità, della trasparenza, del funzionamento e del rispetto delle regole dello Stato nei confronti dei cittadini...

PRESIDENTE. Signora, io la lascio dire ma lei ben comprenderà che tutto ciò è assolutamente al di fuori della tema dell'indagine.

PAOLA OTTAVIANI, Coordinatrice della FP/CGIL Esteri. Vede, presidente, sin dall'inizio, al nostro ministro, abbiamo dichiarato che, come sindacati, poco amavamo iniziative frammentate; il Ministero degli affari esteri aveva bisogno di un progetto unitario di riforma e, all'interno del progetto unitario, si sarebbero migliorati i vari segmenti. In realtà, le vicende hanno preso una piega molto diversa e, in questa occasione, a noi piace chiarire che, in realtà, mancando il progetto unitario, ci troviamo con singoli progetti che poco funzionano o poco funzioneranno. Questa è la ragione dell'inquadramento da me svolto.
Dunque, si è operata la sostituzione di funzionari pubblici con consulenti, esperti, addetti, stagisti; si sta perdendo la natura pubblicistica del ministero. In fondo, il dibattito che si è svolto sui cosiddetti «chiara fama» non è molto lontano da tutto ciò. Peraltro, anche la previsione del provvedimento in oggetto interviene in tal senso: gli Istituti di cultura sono organi pubblici esattamente come le ambasciate; non credo che nessuno abbia mai parlato di nominare un industriale a capo di un'ambasciata mentre, invece, si nomina un esperto, pomposamente definito di «chiara fama» a capo di un Istituto di cultura. Restando nell'ambito di un discorso di carattere generale - i colleghi affronteranno anche i punti specifici -, il provvedimento rappresenta, a mio avviso, un'occasione perduta; in fondo, anche il dibattito svoltosi (invero, interessante) ne sottolinea, a mio parere, l'aspetto molto autoreferente. Si è, ad esempio, persa l'occasione di affrontare un discorso culturale per parlare di cooperazione multilaterale specie in un momento in cui il mondo è caratterizzato dal multiculturalismo. È stata, perciò, un'occasione perduta.
Anche, la stessa funzione di promozione e cooperazione culturale, come definita nel testo - poi gli interventi, ovviamente, hanno sottolineato aspetti diversi -, assume, a nostro avviso, un ruolo ancillare rispetto, ad esempio, alle relazioni economiche ed anche agli stessi rapporti con le comunità italiane all'estero.

PRESIDENTE. Purtroppo, mi corre l'obbligo di ricordarle che deve contenere i tempi del suo intervento.

VALERIO CALZOLAIO. Presidente, la lasci terminare.

PAOLA OTTAVIANI, Coordinatrice della FP/CGIL Esteri. Potrei terminare così il mio inquadramento generale della vicenda. Il progetto nasce, a mio avviso, dopo una lunghissima elaborazione; tuttavia, i sindacati interni non sono stati sentiti e ritengo che il provvedimento sia nato in modo autoreferente anche per quanto riguarda i rapporti con l'esterno.
Dunque, vi ringraziamo per le odierne audizioni e speriamo che esse servano per compiere oggi quanto non è stato fatto precedentemente; partendo dal contributo degli operatori e da dove voi, giustamente, ritenete sia più giusto iniziare, si deve arrivare a varare una legge che, possibilmente, sia di più ampio respiro. Se poi, invece, la stessa dovesse essere molto limitata e configurare una riforma solo tecnica, allora tanto varrebbe semplificare ed eliminare dalla fonte primaria quanto si può disporre con regolamento. Basterebbe, perciò, stabilire alcuni articoli molto brevi e poi porre una adeguata copertura in quanto, senza congrui stanziamenti, sarebbe opportuno rinviare anche il varo della legge.

VALDO SPINI. Signor presidente, intervengo sull'ordine dei lavori per evidenziare quanto segue. Stiamo ascoltando personalità presenti a Roma; dunque, mi domando se veramente, riprendendo i lavori dell'Assemblea alle ore 15, dobbiamo ascoltare i sindacati in questo modo, con tempi così esigui o se, piuttosto, non possiamo riconvocarci con un po' più di agio.
Sono più gli auditi che i componenti presenti delle Commissioni; noi, presidente, con lei, siamo in cinque. È effettivamente poco il tempo per i singoli interventi, anche se, personalmente, ho appreso, in sede di Convenzione europea, a concludere un intervento in pochissimi minuti. Essendo molti gli argomenti da affrontare, mi domando se non convenga svolgere un'audizione con un po' più di tempo, e auspicabilmente non a quest'ora.

PRESIDENTE. Sono d'accordo con lei, onorevole Spini; possiamo naturalmente decidere in tal senso con il consenso dei presenti. Però, su un aspetto devo essere chiaro sin da subito; le audizioni in corso riguardano progetti di legge che concernono, a loro volta, gli Istituti di cultura. Degli oltre cinque minuti durante i quali ha parlato, la signora Ottaviani ne ha dedicati quattro per svolgere un inquadramento di carattere generale; sugli argomenti che ha portato, posso anche essere d'accordo ma si tratterebbe, in tal caso, della riforma del ministero, materia diversa dall'oggetto della nostra discussione.
Devo chiarire che, al riguardo, avrei anch'io molte idee ma usciremmo dal tema dell'audizione. La Camera di deputati e, nel caso di specie, le Commissioni affari esteri e cultura, discutono della riforma degli Istituti di cultura all'estero sulla base di un disegno di legge del Governo e di due proposte di iniziativa parlamentare.
Sono un liberale e, quindi, lascio parlare tutti di tutto; ma ribadisco che le audizioni, queste audizioni per le quali siete stati qui convocati - e vi ringrazio della vostra presenza - riguardano questa materia specifica.
Quanto agli altri aspetti, si tratta di temi circa i quali possono essere presentate iniziative di carattere legislativo da parte dei parlamentari o un disegno di legge del Governo. Per dare ordine al nostro lavoro, bisognava che chiarissi questo aspetto. Peraltro, potete anche inviarci memorie scritte.
Adesso, si tratta di decidere se rinviare il seguito dell'audizione; sono anche disponibile in tal senso ma non so quando si potrà svolgere un successivo incontro. Dal momento che siamo qui presenti, onorevole Spini, eventualmente si potrebbe consentire ai nostri ospiti di esporre con poche notazioni la loro posizione rinviando per l'approfondimento ad eventuali memorie scritte. Se non le hanno pronte, ce le invieranno successivamente. Altre convocazioni delle Commissioni prima della sospensione estiva dei lavori parlamentari sarebbero difficili da realizzare.

PAOLA OTTAVIANI, Coordinatrice della FP/CGIL Esteri. Speriamo tuttavia che si svolgano altre audizioni su altri temi.

PRESIDENTE. Signora, per i lavori parlamentari occorre una disciplina; se, in ipotesi, qualcuno proponesse di parlare della bomba atomica - certamente argomento importantissimo -, dovrei ugualmente far rispettare l'ordine del giorno.
Darei ora la parola al ministro plenipotenziario Giulio Cesare Piccirilli il quale, a causa di una riunione di lavoro, non può trattenersi a lungo.

GIULIO CESARE PICCIRILLI, Rappresentante del SNDMAE. Il mio intervento sarà brevissimo, anche perché penso che il sistema migliore sia quello di farvi pervenire ulteriori considerazioni sotto forma di memorie scritte. Per tutta una serie di motivi non abbiamo avuto modo di approfondire il testo del provvedimento. Riferivo al ministro Blefari la nostra non adeguata comunicazione in funzione dell'eventuale miglioramento del testo in esame: chiederemo al direttore generale di convocare i sindacati e di aprire in tempi rapidissimi uno scambio di opinioni sul testo.

VALDO SPINI. Scusi, a noi non interessa che incontriate il Governo, ma che esprimiate a noi legislatori la vostra opinione sul tema della cultura all'estero.

GIULIO CESARE PICCIRILLI, Rappresentante del SNDMAE. Onorevole, il tema della cultura all'estero meriterebbe ben altro che pochi minuti. In ogni caso, riteniamo - lo abbiamo sostenuto in tutte le sedi, anche nella nostra recente assemblea sindacale - che, per un paese come l'Italia, il tema della cultura e la cultura in quanto tale, in un'accezione molto ampia che non è soltanto quella di stampo classico ma anche scienza, tecnologia e ricerca, siano uno strumento imprescindibile di politica estera. Per quanto riguarda il provvedimento, faremo pervenire alle Commissioni le nostre puntuali osservazioni.

ROSARIA RUFINI, Rappresentante del coordinamento nazionale della CISL. Mi associo a quanto detto precedentemente dalla collega della CGIL, ma vorrei entrare nel merito del problema della cultura. Il sindacato si preoccupa molto della qualità della cultura che viene esportata all'estero. Qualità significa anche investimento di risorse e mi sembra chiaro che, invece, in questo caso le risorse per la cultura siano sempre diminuite. Abbiamo scoperto che la cultura è un prodotto che possiamo vendere. Ricordo quanto siano state importanti le relazioni culturali e, per esempio, l'accordo culturale per la ripresa dei rapporti con la Libia.
Se analizzassimo il testo della legge laddove, per esempio, si parla dell'incremento del numero di persone e dei poteri decisionali della commissione nazionale, bisognerebbe verificare il costo di tale numero un po' eccessivo e, quindi, stabilire dove si può ridurre la spesa e dove, invece, investire maggiormente. La qualità interessa anche la formazione e l'aggiornamento degli addetti culturali, perché il superamento di un concorso non significa che poi, nel percorso che si compie negli Istituti di cultura, non ci sia bisogno di un continuo aggiornamento, tenendo conto della produttività nello svolgimento delle carriere.
Si è parlato dell'insegnamento della lingua. Forse a Bruxelles l'italiano non è la lingua più richiesta, però le ultime statistiche rivelano che la è molto soprattutto nei paesi dell'est o dell'Africa dove c'è una speranza di lavoro in Italia o per l'Italia. Allora, chi si occupa effettivamente dell'insegnamento della lingua italiana? Quella della «Dante Alighieri» è una grande esperienza, ma vogliamo aumentarle i fondi? Come li spende e come li rendiconta? Stiamo «tagliando» nelle graduatorie degli insegnanti che operano nelle scuole italiane all'estero, mentre invece dovremmo utilizzare questi insegnanti di ruolo di lingua italiana per i corsi di lingua presso alcuni Istituti italiani di cultura. La qualità riguarda anche gli addetti scientifici, perché i loro processi di selezione e di scelta non sono sempre chiari. Il discorso della qualità sussiste anche nella gestione dei fondi degli Istituti di cultura. Si è parlato del problema dei contrattisti, ma il sindacato del MAE si preoccupa soprattutto dell'aumento del numero delle qualifiche funzionali nell'ambito amministrativo-contabile, che, invece, sarebbero garanzia di una provata esperienza e di una gestione più controllata e più seria dei fondi.


MAURIZIO POMPEI, Coordinatore generale della UIL/PA Esteri. Mi considero un dipendente del Ministero degli affari esteri prestato al sindacalismo e, quindi, mi sento particolarmente toccato da un argomento che riguarda principalmente tale ministero. Siamo contenti di partecipare ad audizioni su questi temi proprio perché possiamo intervenire con cognizione di causa. Per tali motivi, auspico che in questi casi possano essere sempre sentite le organizzazioni sindacali di settore per dare il loro contributo con spirito costruttivo, affinché le forze politiche nel Parlamento possano eventualmente recepire qualche indicazione utile al miglior funzionamento generale.
Vorrei entrare nel merito del provvedimento in esame. Stiamo insistendo sull'ampliamento della politica culturale perché ci aspettiamo, comunque, un ritorno. Negli interventi precedenti dei direttori degli Istituti di cultura e del direttore generale del ministro si è parlato sempre di ritorni economici, di autofinanziamento e di gestione manageriale. Comunque, come in tutte le industrie che si rispettino, se vogliamo dei ritorni dobbiamo operare degli investimenti: maggiori sono gli investimenti, maggiori saranno i ritorni e, quindi, guardiamo con un occhio al futuro. Non c'è fabbrica che non investa in tecnologia per avere un ritorno economico o delle aspettative ed è ovvio che anche in questo caso la nostra tecnologia sia l'elemento umano. Noi siamo cultura, l'Italia è cultura e, quindi, il nostro investimento deve essere rivolto al personale. Tutti gli Istituti di cultura devono essere dotati di strumenti e ovviamente una legge per avere buon fine deve essere finanziata: quindi si tratta di un investimento sul futuro e su questo contiamo molto, perché tutto dipende dalle risorse.
Quando parliamo di personale a contratto dobbiamo stare molto attenti. In questo caso è prevista l'assunzione di 100 unità a contratto, ma devono essere impiegate negli Istituti di cultura. Infatti, con la recente modifica delle norme sul contingente del personale a contratto, quello del Ministero degli affari esteri è diventato un contingente unico. Un direttore di un Istituto di cultura precedentemente ha affermato che le presenze del personale a contratto sono soltanto 300 sulle 450 previste dalla legge n. 401 del 1990. Ciò avviene perché, con l'unificazione del contingente, questo personale è stato interamente utilizzato per le rappresentanze diplomatiche e consolari. Quindi, bisogna stare attenti affinché le 100 unità previste siano effettivamente destinate agli Istituti italiani di cultura.
Il personale amministrativo impiegato negli Istituti è di ausilio ed aiuto al «chiara fama» o al direttore, perché si tratta di personale già preparato professionalmente ed in grado di operare immediatamente senza tirocini; ciò vale in particolar modo per il «chiara fama», che dovrà essere impiegato in compiti con particolare proiezione esterna e non può passare il proprio tempo a «fare i conticini» in un Istituto di cultura per preparare un rendiconto amministrativo.

DANIELE PASQUAL, Vicesegretario generale della CONFSAL UNSA/SICIS MAE. L'UNSA/SICIS MAE è un sindacato autonomo aderente alla federazione UNSA/CONFSAL che, all'interno del Ministero degli affari esteri, rappresenta la maggioranza del personale assunto in loco con contratto. Anche noi accogliamo favorevolmente l'impianto del disegno di legge volto a potenziare e soprattutto a migliorare il ruolo e l'efficacia degli Istituti italiani di cultura all'estero. Siamo ben coscienti dell'importanza che riveste la promozione della lingua e della cultura italiana all'estero, adesso e nel futuro.
Tuttavia, proprio alla luce del fatto che si intendono sviluppare nuovi strumenti per promuovere una cultura all'avanguardia, come quella del nostro paese, appare anacronistica la previsione di cui ai commi 3 e 4 dell'articolo 15 del disegno di legge in questione, vale a dire la possibilità da parte degli Istituti di assumere personale a contratto locale per specifiche esigenze, nei limiti della propria disponibilità di bilancio, quindi fuori dal contingente dei dipendenti a contratto delle rappresentanze diplomatiche, uffici consolari ed Istituti italiani di cultura all'estero previsto dall'articolo 152 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 e successive modifiche.
La nostra organizzazione sindacale non può condividere una tale impostazione, che priverebbe i lavoratori di qualsiasi tutela minima garantita dalle disposizioni vigenti che regolano il rapporto di lavoro per il personale a contratto, creando così palesi condizioni di lavoro precario. Riteniamo che un paese come l'Italia debba farsi promotore ed esportatore anche di modelli sociali che non potranno essere inferiori a quelli dei paesi nei quali si vorrà svolgere l'attività di promozione della cultura italiana. D'altronde, il titolo VI del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, recentemente modificato con il decreto legislativo n. 103 del 2000, ha già sancito la possibilità di avvalersi di personale con contratto a tempo determinato fino a sei mesi. Tale norma consente anche agli Istituti italiani di cultura all'estero l'utilizzo di uno strumento a nostro parere più che sufficiente per far fronte a situazioni di emergenza temporanea, senza dover ricorrere ad assunzioni selvagge che potrebbero alimentare spiacevoli situazioni di clientelismo.

SESTO COZZA, Coordinatore della FLP Esteri. Ringrazio il presidente e gli onorevoli che hanno la pazienza di ascoltare le organizzazioni sindacali che, in questa sede, cercano di portare il proprio modesto contributo ad una problematica di grande rilevanza sia per il Ministero degli affari esteri sia, soprattutto, per il paese, perché con il provvedimento in esame si intende imprimere una visibilità al prodotto, alla cultura ed alla lingua italiana all'estero.
Permettetemi di fare un passo indietro. La legge n. 401 del 1990 ha rappresentato una svolta nell'utilizzazione del personale degli Istituti italiani di cultura che, come molti ricorderanno, appartenevano prevalentemente ai ruoli della pubblica istruzione e, per effetto del servizio limitato al solo settennio, subivano perdite molto gravi nelle professionalità conseguite sul campo, determinando un vulnus nella continuità delle attività culturali all'estero. La legge n. 401, di cui si propone la riforma, ha rimediato consentendo l'istituzione di un organico facente capo al Ministero degli affari esteri per operare con continuità e competenza in un settore di estrema delicatezza e di grande sensibilità.
Ho esaminato, nel complesso, il disegno di legge ed ho piacere che il legislatore provveda ad uno snellimento della commissione nazionale per la cultura, in quanto finora essa ha svolto una funzione eccessivamente burocratica. Con lo stesso spirito non condivido tuttavia, da un punto di vista soggettivo, l'inserimento di magistrati che, proprio per la loro funzione di grande rigore, finirebbero per appesantire il funzionamento della commissione nazionale.
Sosteniamo che alcune attività in capo agli Istituti di cultura debbano essere ridimensionate o, soprattutto razionalizzate, come ad esempio il programma delle traduzioni. In passato vi è stata una degenerazione in questo campo che deve essere evitata e ricondotta al ruolo istituzionale per difendere il prodotto italiano con la propria traduzione nel paese di accoglimento.
Si condivide l'elevazione da 20 a 27 del contingente di addetti scientifici, ma osservo che, almeno dal quadro a mia conoscenza, essi non sono collocati nelle sedi più opportune, prestando spesso servizio in piccoli Stati dove per il progresso scientifico, industriale e per le invenzioni soggette a brevetto vi sono scarse ricadute utili per il nostro paese. Penso che debba essere rivista la loro organizzazione per valorizzarne la funzione.
Esprimo un'altra riserva sull'utilizzo dell'addetto tecnologico. Bisogna chiarirsi le idee, perché non vorremmo che questa figura costituisse una sovrapposizione rispetto all'addetto scientifico, creando una disaggregazione di carattere scientifico che invece andrebbe meglio regolata.
Abbiamo rilevato che il personale dirigente dell'area della promozione culturale è, come si dice in gergo, «sottostaffato». La legge n. 401 del 1990 prevedeva 20 unità, mentre l'amministrazione ne ha utilizzate soltanto 12. Se consideriamo che al Ministero degli affari esteri presta servizio personale dirigente scolastico che ha lavorato all'estero e quindi ha grande dimestichezza con la problematica della cultura italiana, ma soprattutto della lingua italiana, penso si possa prendere in considerazione un eventuale passaggio anche attraverso procedure di selezione.

MAURIZIO POLSELLI, Rappresentante della segreteria generale CISAL Intesa Esteri. Il sindacato autonomo CISAL Intesa Esteri intravede, nel testo di legge in discussione, una struttura minimale di un disegno di riforma degli Istituti italiani di cultura; esiste, infatti, il problema delle risorse messe a disposizione.
Tutti sono pronti a riconoscere che bisogna cogliere le grandi opportunità di crescita e sfruttare l'effetto leva della promozione culturale per la il rilancio del made in Italy. Soltanto una più forte presenza all'estero può consentire di far sentire la nostra voce nell'era della competizione globale che coinvolge anche il campo culturale.
A fronte di questa esigenza, evidente a tutti, il sindacato CISAL Intesa Esteri constata che il testo ora in discussione alla Camera presenta risorse dimezzate rispetto a quelle previste nella bozza originaria del disegno di legge che ci è stata sottoposta in un primo tempo.
Soltanto 20 sono i nuovi posti previsti per gli addetti culturali negli Istituti italiani di cultura, quando ora nella maggioranza delle sedi il direttore è solo, oppure coadiuvato da un unico addetto di ruolo.
Apprezziamo l'idea di inserire addetti coordinatori linguistici nelle ambasciate e nei consolati per far fronte alla domanda di lingua italiana, che è in costante crescita in tutto il globo e porta risorse, poiché i corsi sono una entrata importante per gli Istituti. Ma, anche qui, dobbiamo constatare che sono soltanto 15 le fortunate sedi che potranno cogliere questa opportunità di crescita. Si prevedono invece ben 105 assunzioni di ruolo al ministero, ma ci si chiede se serva tutto questo personale a Roma, dove la Direzione per la promozione e cooperazione culturale impiega molti addetti in compiti esecutivi, mentre l'azione qualificante è quella della promozione culturale svolta all'estero.
Il nostro sindacato ritiene che bisogna aumentare gli organici degli Istituti italiani di cultura ed aprire nuove sedi nelle aree strategiche e in quelle a più rapida crescita.
Si ritiene, inoltre, che occorra porre fine alla figura del direttore «tuttofare» e prestare maggiore attenzione alle molte sedi dove più necessaria è la presenza di operatori culturali istituzionali.
Per quanto riguarda il personale nominato direttamente dal ministro, a nostro avviso, occorre trasformare le figure dei cosiddetti «chiara fama» per migliorarne l'efficacia. Essi possono diventare preziosi testimonial se si dedicano a progetti mirati e non a dirigere gli Istituti; infatti, svincolati da strutture e da compiti gestionali, investiti di una mission specifica rispondente alle loro già comprovate capacità professionali, dovranno valorizzare il nostro paese attraverso la promozione di eventi e manifestazioni speciali secondo le direttive impartite dalla Commissione nazionale. Essi potranno essere i «consiglieri Italia» dell'ambasciatore e gestire un budget separato da quello dell'Istituto.
Occorre comunque evitare conflitti di competenze e interferenze nell'attività ordinaria degli Istituti che devono poter svolgere i loro compiti istituzionali con continuità, fornendo il pacchetto dei servizi che gli utenti riconoscono e richiedono e organizzando le manifestazioni e gli eventi programmati dal direttore e dal ministero. Il sindacato apprezza l'idea d'inserire funzionari amministrativi negli Istituti per la gestione contabile in modo da sollevare il direttore e gli addetti alla promozione culturale da compiti non specifici della loro funzione. Infine, per rendere più incisiva la loro presenza, riteniamo che i lettori dovranno essere posti alle dipendenze funzionali del direttore.

SALVATORE DI VENEZIA, Direttore generale della DIRSTAT Esteri. Il sindacato DIRSTAT rappresenta, per quanto riguarda l'APC, soprattutto l'area C e la dirigenza.
Volevamo, naturalmente, manifestare la nostra soddisfazione riguardo a questo provvedimento che migliora e rafforza gli Istituti di cultura italiana; questa, infatti, è un'esigenza sentita già da molti anni affinché l'Italia possa affermarsi sempre di più all'estero.
Soffermandoci sugli aspetti che interessano di più dal punto di vista sindacale notiamo che il provvedimento in esame, oltre a chiarire meglio il ruolo degli Istituti, si incentra su un potenziamento di organico; ma riteniamo che questo ampliamento non sia ben chiaro e definito.
L'organico del personale di ruolo dell'APC si potenzia di oltre il 40 per cento, ma non si spiega con che mezzi questo nuovo personale sia destinato ad operare e secondo quali direttive. Noi riteniamo che il nuovo personale debba essere destinato ad ampliare la rete degli Istituti o a potenziare quelli già esistenti.
Il disegno di legge, all'articolo 11, comma 3, stabilisce che i direttori di chiara fama possano essere sostenuti nella loro attività di gestione amministrativa da funzionari amministrativi del ministero e da un vice direttore dell'APC che potrà collaborare allo svolgimento dei compiti ordinari di gestione.
A questo punto, quali sono i compiti di ciascuno?
Il direttore - a mio avviso - deve essere il responsabile amministrativo a tutti gli effetti della gestione; questo, però, non esclude naturalmente la presenza dei funzionari amministrativi, che anzi dovrebbero essere in numero maggiore in tutti gli Istituti per concorrere all'uniformità della gestione corrente; in ogni caso, le scelte più importanti devono spettare al direttore che è il responsabile dell'Istituto.
A questo punto, non si capisce se questa sia una specie di tutela contabile nei confronti dei «chiara fama»; infatti, se il «chiara fama» è un manager deve dimostrare di esserlo anche nella gestione delle risorse.
Per quanto riguarda il personale a contratto si parla di un incremento di circa 100 unità che comporterebbe un pesante onere a carico dello Stato; infatti, il direttore, nella sua capacità manageriale, potrebbe assumere in loco, anche a tempo determinato, il personale di cui ha bisogno.

FRANCESCO CELLINI, Coordinatore della UGL presso il Ministero degli affari esteri. Complessivamente condividiamo l'impianto delle modifiche e delle integrazioni che sono state apportate alla legge n. 401 del 1990 con l'atto Camera C. 4535. Desideriamo tuttavia evidenziare il merito della stessa legge n. 401 che in via definitiva ha stabilizzato il servizio all'estero del personale direttivo e addetto; infatti, precedentemente a tale legge, si determinava una grave dispersione delle competenze acquisite dal personale dell'area della promozione culturale, il cui servizio all'estero si concludeva in un settennio per effetto della normativa precedente.
Ci sia consentito formulare alcuni rilievi che intendiamo sottoporre all'attenzione dei presenti. In primo luogo, non condividiamo l'assegnazione all'estero dei direttori di nomina del ministro, perché l'esperienza che essi possono fornire non si può considerare coerente con il ruolo degli Istituti di cultura e soprattutto perché ciò ha dato luogo in passato e potrebbe dare luogo in futuro ad un conflitto con il personale di ruolo del Ministero degli affari esteri.
In secondo luogo, non condividiamo che la commissione nazionale per la cultura esprima ancora pareri sulla destinazione all'estero del personale direttivo. Si tratta di una prassi che andrebbe annullata, anche alla luce della contrattazione tra l'amministrazione e i sindacati sulla gestione del personale.
L'UGL, in ogni caso, esprime soddisfazione per l'impegno assunto dalle Commissioni affari esteri e cultura con l'auspicio di una rapida approvazione dell'articolato, la cui applicazione segnerà uno scenario di maggiore incisività dell'attività degli Istituti di cultura, connessa naturalmente a una maggiore visibilità del sistema Italia.

PRESIDENTE. La ringrazio infinitamente, anche perché il suo intervento è stato telegrafico.

PAOLA CICCOLELLA, Presidente dell'Associazione AREA. Vi ringrazio. Sapevamo del poco tempo a disposizione e, quindi, lasciamo a vostra disposizione un documento.
AREA è un'associazione di categoria, quindi non è un sindacato e racchiude circa un terzo del personale dell'area della promozione culturale del Ministero degli affari esteri.
Abbiamo esaminato tutti e tre i progetti di legge, quindi non solo quello governativo, e vorremmo formulare dei rilievi in proposito.
Siamo d'accordo su alcuni aspetti e su altri meno. Per esempio, proponiamo una commissione nazionale per la promozione della cultura italiana più snella, composta di quindici membri che possono aumentare di volta in volta secondo le tematiche affrontate. Proponiamo, inoltre, una segreteria tecnica affidata a un dipendente della promozione culturale.
In realtà, la promozione culturale per noi dell'associazione AREA deve diventare un ruolo apposito del Ministero degli affari esteri e non più solo un profilo professionale. In pratica, il personale della promozione culturale vuole contare di più anche a Roma, nella sede metropolitana. Infatti, proponiamo una strutturazione diversa della Direzione generale in dipartimento, con un capodipartimento e un vicecapodipartimento che possono essere alternativamente un ambasciatore, cioè un diplomatico in posizione apicale, oppure un dirigente della promozione culturale di prima fascia. Questo è un altro aspetto per me fondamentale. Si dovrebbe costituire una prima fascia di dirigenza, che per adesso ancora non esiste.
In questo dipartimento una buona parte degli uffici sarebbe diretta da dirigenti di prima fascia e ci sarebbero dei servizi diretti da dirigenti di seconda fascia appartenenti alla promozione culturale. Sarebbe quindi un megadipartimento nel quale il personale della promozione culturale ad alti livelli avrebbe un ruolo importante e, soprattutto, ne costituirebbe parte integrante, perché la materia è la sua, avendo lavorato per anni negli Istituti italiani di cultura.
Sappiamo che il reclutamento avviene per concorso, però è necessaria una progressione di carriera attraverso selezioni, titoli, aggiornamenti o risultati. Ci chiediamo perché non applicare la legge sulla vicedirigenza al ruolo della promozione culturale.
È necessario parlare dell'accesso alla progressione di carriera anche per quanto riguarda l'accesso alla dirigenza. Per noi è fondamentale l'autonomia gestionale, operativa e amministrativa degli Istituti italiani di cultura, fermo restando l'indirizzo politico del Governo e della commissione nazionale, di cui riconosciamo le funzioni.
Istituiremmo degli uffici culturali anche presso le rappresentanze permanenti italiane all'estero laddove c'è un carattere culturale (per esempio, all'Unesco).
Un'altra proposta è quella volta ad evitare il sottoutilizzo. Infatti, siamo fortemente penalizzati quando ci troviamo in Italia. Vorremmo prestare servizio, non solo per esigenze di servizio, presso regioni, enti locali, fondazioni culturali pubbliche o private, università, eccetera. Questo elemento farebbe parte anche della nostra formazione, che per noi costituisce un nodo fondamentale. Infatti, l'associazione AREA ha come scopo principale quello della formazione del personale. Pertanto, chiediamo che sia possibile istituire, così come per i giovani diplomatici, un anno sabbatico per migliorare la propria professionalità. Secondo noi, la formazione deve costituire un investimento dell'amministrazione per il nostro curriculum.
Per quanto riguarda la questione dei «chiara fama», aderiamo a ciò che ha affermato la professoressa Rispoli. Secondo noi sarebbe meglio che il personale esterno al Ministero fosse chiamato a perseguire dei progetti mirati e non a dirigere direttamente un Istituto. A nostro avviso, forse sarebbe più utile gestire i «chiara fama» in questo modo e potrebbe essere addirittura il direttore dell'Istituto di cultura a richiedere un eventuale progetto diretto da un «chiara fama».
Da ultimo la questione dei lettori. Siamo d'accordo e ci sembra più giusto che essi dipendano direttamente dagli Istituti di cultura. Per quanto riguarda il personale amministrativo presso gli Istituti di cultura, vorremmo che facesse parte della posizione economica B per evitare conflitti con gli addetti e i direttori di Istituto. Vi ringrazio.

PRESIDENTE. La ringrazio. Do ora la parola all'onorevole Calzolaio che ha chiesto di intervenire.

VALERIO CALZOLAIO. Lei ha richiesto ad alcuni dei rappresentanti delle associazioni sindacali che abbiamo ascoltato la presentazione di testi scritti. Credo che alcuni li abbiano già consegnati. Tuttavia, anche se non ho potuto leggere quelli già consegnati, nella relazione orale molti di loro, tranne l'ultimo, hanno fatto riferimento soltanto al disegno di legge del Governo, come se questa audizione fosse incentrata su quel disegno di legge.
Non so se c'è stato un disguido nella convocazione, ma se qualcuno sta predisponendo dei testi da consegnare in futuro e anche per le successive audizioni, dovrebbe risultare più chiaro che si richiede un'audizione sulla migliore legge possibile, ammesso che una riforma sugli Istituti italiani di cultura sia necessaria. Quindi, si chiede un giudizio, un'opinione o delle considerazioni su tutte le proposte presentate (quelle organiche sono tre) ed eventualmente ulteriori integrazioni o suggerimenti. Tutti, tranne l'ultimo intervento, hanno fatto riferimento solo al disegno di legge governativo, alcuni dicendosi addirittura contenti che fosse stata modificata la legge del 1990, che ovviamente è ancora in vigore e che non è detto che sarà modificata in questa legislatura.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Calzolaio. Credo che tutti abbiano capito l'oggetto dell'audizione, perché il titolo è molto chiaro: Indagine conoscitiva sugli Istituti italiani di
cultura all'estero (C.2209 Calzolaio, C.2874 Malgieri e C.4535 Governo).

PAOLA OTTAVIANI, Coordinatrice della FP/CGIL Esteri. Eppure la convocazione che abbiamo ricevuto non era in tal senso (Cenni di assenso da parte dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali).

PRESIDENTE. Mi dispiace, ci deve essere stato un errore; lo faremo presente agli uffici. Nel nostro ordine del giorno sono chiaramente indicati, nella successione in cui sono stati presentati, tutti e tre i progetti di legge. D'altra parte, dovreste avere ricevuto la documentazione relativa all'ordine del giorno (Cenni di diniego da parte dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali). Neanche quella. Comunque, si tratta di una questione di carattere formale, che in questo caso ha anche una sua importanza. Se volete inviare delle vostre memorie, indipendentemente da ciò che è stato detto in questa sede, queste possono riguardare tutti e tre i progetti di legge, i due di iniziativa parlamentare e quello di iniziativa governativa. Vi ringrazio per la vostra collaborazione.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 14,55.



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