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III e VII Commissioni Camera - seduta del 20 luglio 2004 (Indagine conoscitiva sugli Istituti di cultura all'estero)
2004-07-20

Commissioni Riunite III e VII - Resoconto di martedì 20 luglio 2004


INDAGINE CONOSCITIVA
Martedì 20 luglio 2004. - Presidenza del presidente Gustavo Selva.

La seduta comincia alle 13.20.

Indagine conoscitiva sugli istituti italiani di cultura all'estero (C. 2209 Calzolaio, C. 2874 Malgieri e C. 4535 Governo).

Audizione del Ministro degli Affari esteri, Franco Frattini.
(Svolgimento e conclusione).

Gustavo SELVA, presidente della III Commissione, propone che la pubblicità dei lavori sia assicurata anche mediante impianti audiovisivi a circuito chiuso. Non essendovi obiezioni, ne dispone l'attivazione.
Introduce, quindi, l'audizione.

Il ministro Franco FRATTINI, svolge una relazione sui temi oggetto dell'audizione.

Intervengono quindi, per porre quesiti e formulare osservazioni, i deputati Valdo SPINI (DS-U), Gennaro MALGIERI (AN), Valerio CALZOLAIO (DS-U), Claudio AZZOLINI (FI), Umberto RANIERI (DS-U), Gustavo SELVA (AN).

Il ministro Franco FRATTINI risponde ai quesiti posti e fornisce ulteriori precisazioni.

Gustavo SELVA, presidente della III Commissione, ringrazia il ministro per il suo intervento.
Dichiara quindi conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 14.35.

Resoconto dell'audizione:

Audizione del Ministro degli Affari esteri, Franco Frattini.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sugli istituti italiani di cultura all'estero, l'audizione del ministro degli affari esteri Franco Frattini, che ringrazio per aver gentilmente accettato di ascoltare i componenti delle Commissioni affari esteri e cultura della Camera dei deputati. Do, quindi, la parola al signor ministro per il suo intervento.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Ringrazio i presidenti delle Commissioni qui riunite. Sono particolarmente lieto di poter esprimere alcuni pensieri sul disegno di legge relativo al potenziamento della rete degli istituti di cultura italiana e anche, più in generale, degli interventi di promozione dell'attività culturale italiana nel mondo. Per concedere maggiore spazio ai colleghi che desiderino sollevare eventuali domande, mi limiterò, se il presidente Selva acconsentirà, ad indicare i punti che meglio esprimono il significato politico della riforma, evitando, in questa fase, di scendere nei dettagli, sia perché altre occasioni si presenteranno in seguito, sia perché reputo debba limitarsi a ciò, al momento, il mio compito.
In primo luogo, presidente, colleghi deputati, intervengo per evidenziare come la riforma strutturale dell'amministrazione del Ministero degli affari esteri, nella visione del Governo e per mia personale convinzione, debba inquadrarsi nell'ambito di tre linee di azione.
La prima è quella, ovviamente, di un forte potenziamento della missione di diplomazia politica che rappresenta il tradizionale - quanto apprezzato nel mondo - volto dell'iniziativa diplomatica italiana.
Ciò posto, come i signori deputati sanno, un'ulteriore e particolarmente significativa integrazione della missione tradizionale della politica estera potrà derivare dagli effetti degli altri due nodi della riforma: il primo relativo alla promozione del sistema delle imprese italiane mondo, il secondo, di cui ora parliamo, relativo alla promozione della cultura italiana nel mondo. Diplomazia politica, azione di internazionalizzazione e promozione del sistema culturale italiano, unite ad una strategia di cooperazione allo sviluppo - che richiede, anch'essa, una rivisitazione - costituiscono, dunque, le linee lungo le quali la mia attività si sta svolgendo e l'azione del Governo è indirizzata.
La politica estera e la cultura sono unite, a mio avviso, da un legame fortissimo. Ritengo si possa dire che l'Italia, come pochi paesi al mondo, utilizzi questo straordinario biglietto da visita - rappresentato da tradizione, storia e cultura che le sono proprie - come arma vincente per rafforzare la sua politica estera. Questo è il fondamento politico del potenziamento che, attraverso il disegno di legge in esame, intendiamo realizzare. Il ruolo sempre più centrale che la cultura italiana nel mondo può svolgere diventa strumento di integrazione e potenziamento dell'azione di politica estera. Alla luce di ciò, il ruolo che il Ministero degli affari esteri intende ricoprire è quello di coordinare le varie azioni che, attraverso l'internazionalizzazione del sistema imprenditoriale, la cultura e la cooperazione, arricchiscono la missione strategica dell'Italia nel mondo.
Ritengo che i due perni del provvedimento siano fare della cultura un'arma vincente per rafforzare le linee di azione della politica estera e rendere centrale il ministero che dirigo, in ragione del suo ruolo di coordinamento della politica culturale all'estero. L'obiettivo di base, che è possibile ricavare già in uno dei primi articoli del disegno di legge, è assicurare la coerenza complessiva delle attività di promozione culturale e scientifica svolte dalle amministrazioni pubbliche rispetto a finalità e contenuti della politica estera italiana, evitando che i vari enti e le strutture preposte all'azione culturale perdano, verso l'estero, quel coordinamento invece indispensabile. Per assicurarne il conseguimento, l'azione del Ministero degli affari esteri si pone assolutamente come «cerniera», raccogliendo progetti, idee, proposte e promuovendone la diffusione attraverso la rete. Se questo è il mezzo, l'obiettivo è far sì che il messaggio culturale dell'Italia nel mondo sia capace di arricchire, come ho già accennato, l'azione della politica estera italiana.
Un altro aspetto merita di essere ricordato: cambia, infatti, il concetto stesso della promozione culturale, perché non ci limitiamo a promuovere le iniziative tradizionali, come sempre è stato fatto e si continuerà a fare - è il caso, ad esempio, dello studio della lingua italiana -, ma riteniamo indispensabile affiancare a questa abituale attività della rete degli istituti culturali la promozione della scienza italiana. È previsto, come voi sapete, dal disegno di legge governativo il potenziamento della rete degli addetti e di coloro che comunque saranno preposti alla promozione della ricerca e quindi della scienza italiana nel mondo.
Scienza e ricerca - questa è la novità che segnalo - si affiancano e si inseriscono coerentemente nel concetto di cultura italiana e di promozione della nostra lingua.
Come ulteriore spunto di riflessione per le Commissioni qui riunite, si afferma un obiettivo strategico per il sistema Italia, consistente nella promozione del nostro paese nel suo complesso, come risultato di un'azione congiunta della cultura da un lato, e del genio, della fantasia, della capacità, della ricerca, della scienza e dell'impresa italiana dall'altro.
Più che in passato, intendiamo, dunque, sottolineare che impresa, cultura e scienza, lavorano in coordinamento per conseguire un medesimo obiettivo: promuovere e rendere più forte l'immagine dell'Italia nel mondo.
Ecco perché, ovviamente, se da un lato promuoviamo ricerca e scienza, dall'altro affermiamo con grande chiarezza che la promozione culturale aiuta la strategia economica.
Il made in Italy si diffonde nel mondo anche perché la grande valenza culturale della presenza italiana rappresenta un biglietto da visita capace di rendere più attrattiva e convincente la nostra immagine non solo nel tessuto culturale, ma anche in quello economico e sociale degli altri paesi verso cui nutriamo interesse. Con il provvedimento, confermiamo e rafforziamo la promozione della lingua italiana, come pure l'uso dei nuovi mezzi multimediali di comunicazione, compreso l'insegnamento a distanza della nostra lingua; promuoviamo e sottolineiamo, infine, quella relazione già ricordata tra cultura e impresa, componenti primarie dell'immagine dell'Italia, ed individuiamo soggetti ed interlocutori con cui svilupperemo una collaborazione forte nella promozione culturale. L'esempio più significativo ed esplicito è il sostegno ed il raccordo con l'attività della Dante Alighieri e dei suoi comitati.
Voi sapete quanto capillare e proficua sia l'attività della Dante Alighieri. Abbiamo, così, ritenuto essenziale - ne sono profondamente convinto - avvalerci di quell'esperienza e di quella struttura. Abbiamo richiamato esplicitamente, nell'ambito della missione culturale, la capacità di una penetrazione scientifica nell'archeologia e nella antropologia, settori che, tra i tanti, vedono l'Italia protagonista assoluta, quasi senza rivali, in alcune regioni del mondo. Abbiamo voluto esplicitamente valorizzare la produzione italiana contemporanea nelle varie discipline e nei settori dell'arte e della cultura e - elemento di particolare novità - abbiamo inteso incentivare la partecipazione anche finanziaria dei governi locali.
Tutti i colleghi deputati sanno che ho molto posto l'accento - credo che le regioni me ne diano atto - sul rapporto di collaborazione necessario e continuo tra il Ministero degli affari esteri e il governo del territorio. Le regioni partecipano continuamente e frequentemente alle nostre riunioni ed esiste tra noi un interscambio positivo, ad esempio nel settore della cooperazione allo sviluppo: anche in materia culturale intendiamo ora promuovere - e lo abbiamo già fatto con successo - iniziative e supporti regionali all'azione dei nostri istituti di cultura.
Alla luce di quanto detto, il Ministero degli affari esteri intende assumere, come anticipato, il ruolo di indirizzo e coordinamento indispensabile per definire le linee guida dell'azione culturale, tenuto conto di tutti i soggetti che, in Italia, promuovono e trasmettono cultura all'estero. Si ritiene, altresì, essenziale esercitare un collegamento stretto tra l'azione delle ambasciate e quella degli istituti di cultura definiti «strumento», «organi» del ministero; certamente occorre una responsabilizzazione maggiore del capo della rappresentanza diplomatica o consolare. È ovvio, infatti, che la responsabilizzazione è l'altra faccia della competenza e della funzione: quanto più si accentua la centralità, tanto più si accentua la responsabilità del risultato.
Questi aspetti credo trovino corrispondenza in alcune innovazioni previste, anche relativamente alla struttura del sistema finanziario. Ho ricordato l'esigenza di incoraggiare gli enti territoriali ed i governi locali, ma occorre anche definire norme specifiche che consentano ai soggetti preposti la fruizione di finanziamenti aggiuntivi.
Riteniamo che gli istituti di cultura già oggi svolgano - con i pochissimi mezzi a disposizione - un'attività egregia, ricorrendo, ad esempio, a sponsorizzazioni private, lavoro meritorio che la legge deve quanto meno incoraggiare. Alcune previsioni contenute nel disegno di legge governativo mirano, pertanto, proprio a questo, contemplando la specifica possibilità di fruire di contributi e finanziamenti, in primo luogo europei e da parte di fondazioni e istituzioni culturali pubbliche, nonché da imprese private. Ritengo che le sponsorizzazioni per eventi culturali siano davvero uno degli strumenti che, in un'epoca di scarsità di risorse, possano permettere comunque il conseguimento di importanti risultati.
Abbiamo, ovviamente, previsto anche modalità specifiche - usuali in altri paesi ma non da noi - relativamente alla possibilità di versare erogazioni «liberali», per usare termini giuridici, ovvero donazioni, contributi anche da parte delle imprese. Non vedo, infatti, perché non si possa favorire una relazione sinergica tra sistema imprenditoriale e attività di promozione culturale, ciò che rappresenta una delle basi per ottenere una rinnovata internazionalizzazione dell'immagine dell'Italia nel mondo. Sono queste alcune delle grandi linee del provvedimento di cui si discute.
Intendo concludere soffermandomi solamente su altri due aspetti. Il disegno di legge presentato non si occupa solamente degli istituti di cultura, come ho già accennato, ma intende contribuire al conseguimento di quell'obiettivo - che non è uno slogan ma rappresenta un fine politico del Governo - a cui accennavo, ovvero «più Italia nel mondo».
«Più Italia nel mondo» si può certamente realizzare attraverso le nostre missioni di pace e la cooperazione allo sviluppo, ma anzitutto attraverso più cultura italiana, maggior richiamo alla tradizione culturale del nostro paese nel panorama internazionale.
Questo provvedimento è strettamente collegato, cioè, alla complessiva strategia di arricchimento della missione diplomatica italiana tradizionale, e lo è per le ragioni che ho già evidenziato. Dobbiamo comunque tener presente, alla luce di quanto constatiamo nel corso della nostra azione diplomatica quotidiana, a seconda delle varie aree regionali di interesse, che la domanda di cultura italiana non è identica, mutando a seconda che si operi, ad esempio, nel bacino del Mediterraneo o in Russia. A questa domanda siamo già ora in grado di offrire risposte positive e convincenti. E ritengo non vi sia dubbio per nessuno che tali risposte costituiscano uno dei migliori biglietti da visita - ripeto - per rafforzare l'autorevolezza dell'Italia in certe regioni.
Durante il semestre di presidenza italiana, abbiamo promosso e determinato la nascita della Fondazione euromediterranea per gli scambi tra le culture e civiltà, perché ritenevamo che una delle linee guida della nostra azione - a livello europeo - dovesse essere proprio quella di promuovere gli scambi culturali nel bacino del Mediterraneo. Ci siamo riusciti e ritengo che questo risultato si inserisca nel quadro di una vocazione assolutamente naturale per l'Italia. È in atto una grande quantità di progetti culturali in ogni parte del mondo; non c'è luogo dove l'Italia sia presente in cui non venga chiesto di restaurare un monumento, di ridare vita ad un'area archeologica abbandonata.
Abbiamo parlato delle singole attività che cominciano ad essere finanziate secondo un metodo stabilito nelle norme in esame, ma nella pratica già anticipato.
Non svelo un segreto comunicandovi che, in concorso con il ministro Urbani, abbiamo ottenuto un importante contributo di una fondazione bancaria che ci permetterà di restaurare il Monumentum Ancyranum ad Ankara, uno dei patrimoni più importanti di tutta la cultura archeologica del mondo. Lo faremo perché riteniamo che quel monumento sia simbolico per la cultura italiana nel Mediterraneo, costituendone un grande fiore all'occhiello.
Faremo altrettanto per ricostruire - probabilmente per intero - il quartiere italiano di Tienjin, città natale dell'attuale Primo ministro cinese, il quale, in occasione della sua visita in Italia, fra le prime cose, ci domandato di non far mancare contributi in termini di restauro, cultura e sviluppo. Ecco la ragione di questo provvedimento.
Alla luce di tali obiettivi, il personale che prevediamo di reclutare appare indispensabile. Allo stato, operiamo in condizioni di indubbia carenza di risorse umane e questo va ad ulteriore merito di coloro che prestano la loro attività nonostante le difficoltà esistenti.
Da parte nostra, ci siamo fatti in ogni caso carico, malgrado le difficoltà finanziarie, di un limitato intervento, necessario a fronteggiare un fabbisogno di personale assolutamente urgente. È previsto, quindi, un potenziamento anche in termini di risorse.
Mi auguro che, partendo da queste linee, il Parlamento possa rapidamente approvare il disegno di legge del Governo. Credo si tratti di un provvedimento che, al di là degli schieramenti politici, serva al paese intero, chiunque lo governi. Quindi, esprimo l'auspicio che - come finora è avvenuto nelle Commissioni cultura ed affari esteri della Camera - prosegua il dibattito politico con l'intento di arrivare, in tempi ragionevolmente rapidi, all'approvazione del provvedimento presentato.

PRESIDENTE. Ringrazio per la sua esposizione, così chiara e precisa, nonché stimolante, il signor ministro. Approfitto, peraltro, dell'occasione che ci è data per segnalare - come avranno, del resto, autonomamente notato i colleghi - anche oggi, la presenza in questa sede del ministro plenipotenziario Anna Blefari, già ascoltata nel corso della precedente audizione.
La sua presenza testimonia il rapporto che ella costantemente intrattiene con queste Commissioni, impegnate nella riforma degli istituti di cultura, dei quali il ministro plenipotenziario ha la massima responsabilità. Nel ringraziare ancora lei ed il ministro Frattini per la disponibilità manifestata, do la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire.

VALDO SPINI. Signor presidente, ringrazio il ministro per le sue considerazioni, molte delle quali ritengo di poter condividere. Sono tre i punti che intenderei sollevare all'attenzione di ministro e degli onorevoli colleghi.
In primo luogo, non mi sembra che il disegno di legge preveda un incremento di risorse sufficienti a rendere possibile quel salto di qualità che tutti desidereremmo di compiere. Tale preoccupazione acquisisce rilievo soprattutto in ragione dei tagli finanziari attualmente in atto. Non so se le informazioni in mio possesso siano corrette ma, in base ad esse, sembrerebbero imminenti riduzioni anche consistenti delle risorse, con effetti negativi sul già magro bilancio in essere. Poiché, quindi, abbiamo sempre sostenuto, e non solo da questi banchi, la necessità di valorizzare il ruolo della funzione di politica estera anche attraverso gli stanziamenti di bilancio, siamo evidentemente molto preoccupati di quanto sembra profilarsi.
Il secondo punto che vorrei sottoporre al ministro riguarda l'opportunità di intervenire con lo strumento, attualmente utilizzato, della novella legislativa, con relativi rinvii ad articoli e commi di normative precedenti. Non si poteva tentare di dar vita ad un progetto di legge organico, nuovo? Siamo forse ancora in tempo?
Infine, non sarebbe il caso di valutare più attentamente il progetto di legge presentato dal gruppo dei Democratici di sinistra, primo firmatario onorevole Calzolaio, almeno per un aspetto essenziale, relativamente cioè alla struttura preposta ad animare il rapporto con l'esterno, in materia di cultura all'estero? Non solo noi, ma anche autorevolissimi relatori, hanno osservato che la commissione prevista dal disegno di legge governativo è molto burocratica (addirittura arriva ad includere tra i suoi membri un rappresentante delle Politiche agricole e forestali). Mi sembra che la proposta dell'onorevole Calzolaio, da questo punto di vista, contenga invece aperture più ampie e decise alla società. È infatti evidente che questa riforma deve essere capace di attivare una grande partecipazione.

GENNARO MALGIERI. Signor presidente, ringrazio anche io il ministro per le delucidazioni che ci ha fornito sul disegno di legge governativo. Lo ringrazio, in particolare, per avere rilanciato un tema molto caro a chi vi parla e alla mia parte politica, ovvero l'esigenza di assicurare «più Italia nel mondo», avendone constatato, da tempo ormai immemorabile, il progressivo venir meno.
Chi ha avuto la ventura di girare il mondo, occupandosi anche di istituti di cultura, ha potuto toccare con mano questa realtà, diffusamente presente, salvo alcune lodevoli eccezioni che pure vi sono state. I «matrimoni con i fichi secchi», infatti, non sono impossibili, come dimostra il fatto che alcuni istituti di cultura hanno operato davvero in condizioni di totale indigenza, e hanno, ciononostante, conseguito risultati egregi, legandosi alle culture locali, interagendo con le stesse, promuovendo la comprensione della cultura italiana ed importando all'interno di questa - ciò che dovrebbe costituire, a mio avviso, un altro fine strategico da perseguire - le tradizioni, gli usi, i costumi culturali di altri popoli. Il tutto dovrebbe avvenire nella dimensione della multiculturalità che, personalmente, non considero una iattura, come pure Samuel Hungtinton ci fa intendere, dopo aver profetizzato, anni fa, l'ineluttabilità dello scontro fra civiltà.
Ritengo, diversamente, che gli istituti di cultura debbano aprirsi al mondo, signor ministro (e immagino sia proprio questa una delle missioni che lei intenderà promuovere), e aprire il mondo all'Italia: in un sistema globale, infatti, anche la dimensione locale - dal punto di vista culturale - deve avere un senso, concorrendo alla difesa delle varie identità, nell'assunto che queste siano considerate non già dei moloch intorno a cui arroccarsi ma entità in divenire, aperte ad altre, per creare, al di fuori di aspirazioni alla cristallizzazione, la società nuova e complessa alla quale abbiamo interesse a partecipare.
Quindi, un'altra delle missioni culturali da compiere sarà proprio quella di garantire l'avvicinamento, soprattutto in alcune aree del mondo, ad usi, costumi e tradizioni di altri popoli. Reputo questo un obiettivo facilmente raggiungibile, anche perché abbiamo dalla nostra parte, come lei ha appena ricordato, cultura umanistica da un lato e potenziale scientifico-tecnologico dall'altro, senz'altro capaci di fare da ottimo ponte verso altri mondi. Se questo è l'obiettivo strategico che mi pare lei mostra di condividere, mi domando se sia realmente chiaro, innanzitutto a noi - a me in particolare non lo è affatto -, il modo più congruo in cui articolare gli istituti per raggiungere gli scopi prefissati.
Secondo la mia molto personale opinione, che le rivelo con molta schiettezza, approfittando di questa occasione, la formula stessa dell'istituto di cultura, quale si è affermata in Italia, dal 1926 ad oggi, pare assolutamente superata, iperburocratica ed incapace di favorire quell'integrazione tra cultura ed imprese che dovrebbe costituire la premessa dello sviluppo della promozione culturale nel mondo attuale.
Mi domando se allora non sia il caso, cogliendo anche l'invito del collega Spini, di dare vita ad una legge organica completamente nuova, capace di prevedere una fattispecie che contempli tutte le esigenze variamente evidenziate, piuttosto che novellare semplicemente la disciplina vigente apportando ad essa modifiche parziali. Mi chiedo, ancora, se non sia opportuno ripensare gli istituti di cultura e riflettere, anche arditamente - me lo permetta, signor ministro, giacché l'essere piuttosto fantasioso è l'unica dote che ritengo di possedere - sull'ipotesi di dar vita, nell'ambito del Ministero degli affari esteri, a qualcosa di somigliante ad una fondazione, all'interno della quale situare gli istituti di cultura. Per una fondazione, del resto, come lei mi insegna, percepire sostanze e gestire risorse economiche risulterebbe più agevole e rapido di quanto non avviene in presenza di certe strutture burocratiche. Sarebbe un modo di intervenire, peraltro, tutt'altro che nuovo, che mi sembra sia già praticato da altri istituti culturali all'estero.
È un interrogativo rispetto al quale andrebbero svolte alcune riflessioni e che porrò all'attenzione del ministro e dei colleghi, anche in relazione al problema delle risorse finanziarie, cui faceva poc'anzi riferimento il collega Spini. È vero, come rilevavo in precedenza, che talvolta si è riusciti a fare «le nozze con i fichi secchi», ma non sempre e non dovunque questo risulta possibile. Alla luce di ciò, appare dunque essenziale dotare di risorse adeguate gli istituti culturali o, in ogni caso, il Ministero degli affari esteri, che fa cultura: solo in questo modo il nostro paese potrà ancora coltivare l'ambizione di agire culturalmente sullo scenario internazionale.
Signor ministro, lei ha fatto riferimento alla lingua, ai mezzi multimediali, al rapporto fra cultura ed impresa e sono totalmente d'accordo con la sua analisi; aggiungo, inoltre - mi sia consentito evidenziarlo in questa sede, senza voler fare della captatio benevolentiae -, che nelle aule parlamentari un approccio simile, negli ultimi anni, è risultato sostanzialmente carente. Con estrema franchezza, le do pertanto atto della sensibilità dimostrata.
Nel prosieguo del suo intervento, lei ha però fatto riferimento anche ad una connessione maggiore tra gli istituti di cultura e la Dante Alighieri, che mi è sembrata impropria per un semplice motivo: la Dante Alighieri, non certo per responsabilità sua o di questo Governo, è stata lasciata morire. Le risorse di cui dispone non sarebbero neppure sufficienti a finanziare una delle «rivistine politiche» di corrente, di paracorrente, di partito, che abbiamo in Italia.
E poiché la Dante Alighieri ha rappresentato l'unico strumento a nostra disposizione per affermare la diffusione della lingua italiana nel secolo scorso, sarebbe il caso di ripensare il rapporto che le istituzioni di cultura dello Stato dovrebbero intrattenere con questa primaria istituzione culturale.
Analoghe considerazioni valgono, inoltre, per un'altra istituzione, dipendente - seppur non organicamente - dal Ministero degli affari esteri (caso che mi sono già permesso di segnalare al ministro plenipotenziario, Anna Blefari): l'ISIAO. Immaginiamo di creare grandi strutture culturali, paraculturali, con interventi di impresa e finanza, quando in realtà non ci accorgiamo, per esempio, che l'ISIAO (ex ISMEO), fondato da Giovanni Gentile, e diretto per lungo tempo dal professor Tucci, il più grande orientalista del secolo scorso, sta letteralmente morendo.

VALERIO CALZOLAIO. Era un maceratese...

GENNARO MALGIERI. Esattamente. I finanziamenti all'istituto sono stati già tagliati lo scorso anno, mentre per il futuro si preannunciano ulteriori diminuzioni. Mi chiedo allora, senza con ciò voler far polemica - del resto, conosce bene, signor ministro quale stima nutra per lei - che senso abbia parlare di incentivi alla cultura italiana, immaginando cose che sulla carta non ci sono ancora, quando non difendiamo l'esistente. Questo è un punto assolutamente dirimente ed essenziale al buon esito del disegno di legge in esame. Personalmente, le chiedo con molta umiltà, spero con garbo - sebbene la passione che nutro in proposito, talvolta, mi renda irruento - di valutare la necessità di dirimere controversie che già sono alla nostra attenzione, prima di procedere oltre.
Per poter proseguire al di là dei limiti attuali, immagino, inoltre, che non solo per la Dante Alighieri, ma anche per gli altri istituti di cultura - eventualmente rinnovati - debba intervenire un organico rapporto con le grandi istituzioni culturali italiane, assente in questi anni.
Penso all'Accademia dei Lincei, all'Istituto dell'enciclopedia italiana, alla RAI, alla Biennale di Venezia, al grande complesso multimediale di Cinecittà. Non si può fare cultura prescindendo dalle strutture culturali che della cultura costituiscono le tessere; non è plausibile in un paese avanzato come il nostro.
Da ultimo, signor ministro, sono d'accordo con lei nel riconoscere l'esigenza di interagire con le regioni, con gli enti locali, in base al dettato costituzionale. Vorrei però riflettere su un aspetto altrettanto significativo; mi pare, infatti, che le nostre proposte di legge - quella che reca, come prima, la firma dell'onorevole Calzolaio e l'altra, presentata dal sottoscritto e fatta propria dalla Casa delle libertà -, nel corso delle audizioni svolte su questo tema, non abbiano avuto la benché minima attenzione. Se ve ne fosse stata, avremmo ottenuto altri risultati: dalla lettura della proposta Calzolaio, come anche di quella della Casa delle libertà, scaturisce, infatti, una precisa riflessione. Per avere più Italia nel mondo, dal punto di vista culturale ma non solo, come lei stesso, signor ministro, ha avuto modo di sottolineare, c'è bisogno anche di chi interpreti al meglio la cultura italiana. Qualche obiezione, allora, circa i criteri - che non è stato lei a stabilire - per la nomina dei cosiddetti direttori di istituto di chiara fama, ritengo possa essere avanzata.
È possibile verificare come molto spesso - ed è sufficiente, in tal senso, scorrere soltanto alcuni dei curricula attuali, ma anche passati - taluni direttori non siano propriamente, da un punto di vista culturale, in sintonia con determinati paesi. Non citerò il caso di nessuno, poiché ho fin troppi nemici e non intendo iscrivermi al partito di quanti fanno proprio il principio «molti nemici, molto onore»; ritengo, però, che sia giunto il momento di riflettere sull'opportunità di affiancare - se del caso, e solo per i direttori di istituto - ai titolari di competenze specifiche (siano essi professori, accademici, intellettuali, critici), soggetti addetti all'amministrazione pura e semplice, magari interni al Ministero degli affari esteri. Reputo, in ogni caso, essenziale definire dei criteri oggettivi, nei limiti delle possibilità, sottesi alla nomina dei direttori di istituti simili.
Non capisco per quale motivo solo in certi casi (il presidente Adornato me lo può confermare) - ad esempio quando si tratta di nominare, da parte del Governo, il presidente di qualsivoglia istituto - il Parlamento sia chiamato ad intervenire, esprimendo parere sulle nomine con il metodo delle urne e delle palline (peraltro a me molto gradito, da vecchio conservatore quale io sono). Ritengo naturale che il Parlamento, per quanto il suo giudizio non sia vincolante, debba sempre pronunciarsi riguardo ad una nomina che riguardi la rappresentanza dell'Italia all'estero, per di più trattandosi di nomina «politica».
Quindi, tutte le componenti politiche dovrebbero intervenire in merito. Alla luce di ciò mi chiedo se non sia il caso, in questa fase istruttoria, di ripensare i direttori di chiara fama alla luce di queste considerazioni, senza pretendere che siano accolte in toto, ma auspicando che, almeno, possano fungere da base minima di riflessione e discussione tra di noi.
Se questo avverrà, dai nostri lavori non potrà che scaturire un buon provvedimento, capace - almeno sotto l'aspetto esaminato - di soddisfare molte esigenze, di tipo politico ma anche culturale. Al di fuori delle nostre richieste, vi è tutto un mondo, accademico, culturale, universitario, che si aspetta di essere, anche per questa via, valorizzato.

VALERIO CALZOLAIO. Vorrei, in primo luogo, ringraziare il signor ministro per il suo intervento, ricordando che l'audizione si colloca nell'alveo di un'indagine conoscitiva il cui obiettivo è quello di approfondire argomenti preliminari all'eventuale elaborazione - se del caso, in sede di Comitato ristretto, istituito dalle Commissioni congiunte cultura e affari esteri della Camera dei deputati - di un testo unificato delle proposte e del disegno di legge governativo. Dico questo nella consapevolezza del ritardo già accumulato rispetto ai problemi in atto.
Abbiamo ascoltato soltanto da lei, a prescindere dai precedenti ministri degli affari esteri, alcune riflessioni sugli istituti di cultura in due precedenti occasioni, come lei ricorderà. Proprio appena nominato, lei ebbe la cortesia di riferire in Parlamento, concentrando la sua attenzione su tre priorità, una delle quali era rappresentata dal tema degli istituti di cultura italiani in generale e di quelli di cultura all'estero in particolare; poche settimane dopo, nel prosieguo della precedente audizione, lei delineò i punti essenziali del disegno di legge governativo. Il problema è che sono passati vari mesi rispetto a quegli incontri e soprattutto, al momento in cui lei fu nominato ministro degli affari esteri, erano decorsi almeno due anni di legislatura senza che il Governo avesse elaborato il necessario provvedimento in materia.
La pregheremmo, pertanto, di valutare l'esigenza di garantire una forte presenza e un costante contributo del Ministero degli affari esteri ai fini dell'indagine conoscitiva in corso e della prosecuzione del lavoro legislativo che le Commissioni qui riunite svolgeranno. L'auspicio sotteso a tale richiesta è quello di ottenere i risultati sperati nei tempi più rapidi, anche con il contributo politico, oltre che tecnico, del Ministero degli affari esteri all'elaborazione di un testo normativo di riferimento, così che la riforma possa essere approvata prima della fine della legislatura.
Senza entrare nel merito specifico del provvedimento governativo, operazione a cui verrà destinato successivamente il tempo adeguato, vorrei porle alcune domande relative ad alcuni aspetti a mio parere significativi. La prima questione sugli istituti di cultura che le sollevo - inerente alle unità di personale impiegato e ai rapporti di lavoro instaurati - appare anche finalizzata a comprendere se vi sia un vuoto eventuale nei provvedimenti presentati. Nel prospetto che ci ha fatto avere, signor ministro, sono contenuti quadri riassuntivi sui lavoratori, sull'organico necessario.
Le chiederei soprattutto un'opinione sui lavoratori non contemplati in quegli elenchi, ovvero i cosiddetti «contrattisti». Il problema si pone anche in relazione al suo recente incontro con i rappresentanti sindacali dei lavoratori. Sempre che i dati in mio possesso siano esatti - suscettibili, ovviamente, di eventuale smentita - sarebbero circa 1.100 i lavoratori assunti in base a regolare contratto, concluso secondo i parametri di contrattazione italiana; ammonterebbero ad un numero analogo i contrattisti di nazionalità italiana assunti conformemente alla contrattazione del paese estero in cui lavorano. Si tratterebbe, pertanto, di casi tra loro diversificati.
Se non erro, nell'incontro con i rappresentanti sindacali, mi pare tenutosi in data 7 luglio 2004, lei ha ribadito, per questa seconda categoria di contrattisti, ripeto 1.100 individui, ovvero una quota pari ai lavoratori della prima categoria, l'impossibilità di godere di identico trattamento in materia di tutela sindacale, diritto di voto attivo e passivo per le rappresentanze sindacali, alcuni aspetti retributivi, formazione e tutela giuridica. Le ragioni di ciò starebbero nella presenza di un parere negativo dell'ARAN al riguardo. Le domando, allora, come sia possibile risolvere questo problema, particolarmente serio. Come abbiamo avuto modo di ascoltare, nel corso della precedente audizione, da vari direttori di istituto, spesso questo personale è quello decisivo per il radicamento dell'istituto italiano di cultura nella metropoli, nella città, nella capitale in cui è operante.
A tale riguardo, ho personalmente presentato una proposta di legge che chiedo anche ai presidenti delle Commissioni qui riunite di valutare. Riconosco la difficoltà di abbinare la proposta agli altri provvedimenti, trattandosi di un progetto fortemente caratterizzato in senso tecnico, che investirebbe piuttosto la competenza della Commissione lavoro; però, probabilmente, alcune delle tematiche in esso affrontate risultano piuttosto rilevanti per il funzionamento concreto, quotidiano, degli istituti di cultura. Mi pare che nel disegno di legge del Governo come nelle altre proposte non si sia affrontato in modo adeguato il problema. Vorrei, in proposito, conoscere la sua posizione, valutando insieme se non valga la pena individuare un percorso per risolvere la questione nel corso dell'iter parlamentare della riforma.
La seconda domanda che pongo è stata accennata anche dall'onorevole Malgieri. Vi sono alcuni comportamenti concreti del Ministero degli affari esteri che non sembrano perfettamente coerenti non solo con le proposte di legge di iniziativa parlamentare, ciò che è legittimo - in particolare per le proposte dell'opposizione -, ma neppure, forse, con lo stesso impianto del disegno di legge governativo. Le chiedo, pertanto, di chiarirci alcuni profili rispetto ai direttori che ha nominato. I soli casi di Parigi e Mosca hanno richiamato molta attenzione, con correlati riflessi anche in Italia. Non sfugge certamente la drammatica situazione dell'istituto di Mosca: non si tratta di una situazione legata a beghe trascurabili, poiché la vicenda presenta un immediato significato politico-diplomatico. Lo conferma l'impegno che lo stesso ambasciatore ha dovuto profondere per salvaguardare la sopravvivenza dell'istituto, o quanto meno di qualcuno che potesse lavorarci. Vorrei conoscere la sua opinione a questo riguardo.
Ovviamente, il problema in discussione chiama in causa la questione delle nomine - e relativi criteri - dei direttori di istituto di chiara fama. Mi sembra, inoltre, sia scaduto da poche settimane il secondo biennio di carica dell'ottimo direttore dell'istituto di Londra, e vorrei dunque sapere se si sia o meno già provveduto ad una nuova nomina.
Vengo al problema delle risorse finanziarie. Il ministro plenipotenziario Anna Blefari, nel corso della precedente audizione, aveva fatto riferimento al problema dell'eccessiva numerosità delle strutture esistenti, che talvolta ci impedisce di operare un rafforzamento qualitativo e quantitativo degli istituti su cui si concentra maggiormente l'attenzione di politica estera o culturale italiana nel mondo. Già l'onorevole Spini le ha posto un problema sulle risorse attualmente in campo; da parte mia, le chiedo se a suo parere debba essere perseguita la strada del grande numero di istituti o invece una diversa, partendo anche da una possibile differenziazione tipologica, anche in relazione all'ipotesi, avanzata poc'anzi dall'onorevole Malgieri, riguardante l'opportunità di mettere in discussione la tradizionale fisionomia degli istituti di cultura (si pensi, ad esempio, alla definizione di una tipologia peculiare nel caso di alcune strutture, fermo restando il mantenimento di una attività garantita in numerose sedi, secondo il modello tradizionale, per tutti gli altri istituti).
Infine, sollevo un'ultima domanda sull'opportunità di apportare correzioni al modello esistente in via non normativa: non sempre tutto deve essere modificato dal legislatore, anzi, sarebbe stato auspicabile, per quanto possibile, intervenire già a partire da una diretta azione del ministero in merito a certi profili in esame. A titolo esemplificativo, citerò il caso di RAI International. Si faceva precedentemente riferimento alla possibilità di rafforzare, accentuare - coordinandola con tante altre istituzioni italiane - la sua attività. A ben vedere, quasi tutte le nostre comunità nel mondo esprimono riconoscenza, apprezzamento, o, più spesso, dubbi sulla programmazione oppure soltanto sulla sua collocazione oraria. Probabilmente, sarebbe opportuno svolgere una verifica con gli istituti, sia per l'utilizzo dei servizi di RAI International, sia per valutare il contributo che potrebbe provenire della loro esperienza rispetto alla programmazione di questa rete, che finisce per essere comunque «romana», per quanto attenta ai fusi orari, alle lingue e alle esigenze culturali all'estero. Si tratterebbe, allora, di dar vita a talune iniziative interessanti, non richiedenti interventi normativi e capaci allo stesso modo di ripercuotersi con effetto positivo sul sistema.

CLAUDIO AZZOLINI. Signor presidente, sarò necessariamente breve, per consentire al ministro di rispondere all'articolata relazione dell'onorevole Malgieri, che in buona parte condivido. Risparmio, pertanto, a voi tutti di ripetermi. Un primo aspetto che intenderei sottolineare è quello richiamato dai colleghi Malgieri e Calzolaio a proposito delle designazioni, negli istituti di cultura, di personalità di chiara fama o di funzionari di carriera. Nei giorni scorsi abbiamo ascoltato con molto interesse i punti di vista di alcuni direttori di istituti di cultura rispetto alla dicotomia carriera-chiara fama. Ovviamente, ognuno di loro ha espresso al meglio una propria visione del ruolo, delle competenze, delle responsabilità assunte; era nell'ordine naturale delle cose che ciò avvenisse. Tuttavia, così come ha detto lei, signor ministro, necessariamente si impone, per chiunque governi il paese, l'esigenza di operare una scelta univoca rispetto a determinate priorità, in ragione del ruolo che la diffusione della cultura italiana nel mondo esercita ai fini dell'immagine dell'Italia nel panorama internazionale. L'interesse superiore del paese sovrasta, infatti, ogni eventuale ipotetica divisione.
Vorrei inoltre aggiungere un'ulteriore considerazione: questa mattina, in sede di Comitato permanente sui diritti umani, abbiamo discusso di risorse in favore di popolazioni che stanno vivendo in condizioni di fame, disperazione, distruzione (penso in particolare al Sudan) e ci siamo rammaricati che determinati tagli di risorse possano limitare anche il nostro campo di azione rispetto a tali urgenze internazionali. Ora, in questa sede, torniamo a ragionare attorno al problema delle risorse, questa volta in ambito culturale, preoccupati che minori erogazioni finanziarie possano interessare anche la cultura, proprio quando - non me ne voglia chi ci ha preceduto nell'ascolto - è proprio la cultura a far lievitare una diversa concezione della vita e una migliore convivenza civile. La cultura, per certi aspetti, aiuta così anche ad alleggerire il pesante fardello di fame e disperazione che vivono alcune parti del mondo. Per quanto ci riguarda, tanto più il risultato sarà evidente quanto più riusciremo ad esportare l'immagine dell'Italia che, nonostante i momenti di difficoltà, rimane non già «il bel paese» ma un gran bel paese, apprezzato soprattutto all'estero.
È dunque in questo ambito che - come alcuni colleghi hanno suggerito - occorre puntare ed investire. Perciò, mi rammaricherei ancora di più se in tale versante si abbattesse una scure in modo indiscriminato. Lei, signor ministro, ha svolto una dettagliata relazione, e probabilmente, se esprimessi il mio pieno apprezzamento a riguardo, rischierei di essere accusato di piaggeria di parte.
In realtà, lei sa meglio di me quanto la consideri persona sensibile e attenta ai problemi oggi in discussione.

PRESIDENTE. Esprima pure il suo parere, lo faccia...

CLAUDIO AZZOLINI. Lo faccio, urbi et orbi, apertis verbis. Ma il ministro sa altrettanto bene, come sa anche lei, signor presidente, che - al di là della cortesia esistente tra ciascuno di noi - vi sono dei momenti in cui è necessario dirsi le cose con quello spirito del quale il ministro ha richiamato l'esigenza.
Mi preoccuperei oggettivamente, raccogliendo anche gli stimoli lanciati da coloro che mi hanno preceduto, di evitare al massimo che questi istituti, punta avanzata nel mondo del nostro «essere Italia», vengano penalizzati. Vorrebbe dire veramente farsi male da soli.

UMBERTO RANIERI. Sarò brevissimo. Signor ministro, se non riusciremo a ridurre lo scarto esistente tra risorse disponibili - accrescendole - e missioni degli istituti di cultura, rischieremo di ridurre i nostri impegni a mere proclamazioni di intenti. Questo mi sembra un punto cruciale su cui soffermarsi e che almeno la mia esperienza mi porta a sottolineare. L'onorevole Malgieri parlava della possibilità di intervenire in modo radicale sul sistema, introducendo l'idea della fondazione.
In realtà, noi giriamo da anni attorno alla questione delle risorse, problema assai spinoso da risolvere. A tal proposito, sottolineo l'esigenza di avere personale adeguatamente preparato negli istituti di cultura. Anche questo è un punto cruciale. Occorre riflettere su quali garanzie occorrano perché vi sia l'impiego quanto più ampio di personale rispondente ai requisiti necessari.
Infine, si pone il problema, antichissimo, che ritorna ad ogni occasione, di criteri e metodi nell'individuazione delle personalità cui si affida il compito dirigere gli istituti di cultura. Capisco che non è semplice rispondere, non esistendo una ricetta pronta, ma questo è un altro aspetto molto delicato dell'intera materia. Inoltre, sottolineo l'importanza della questione posta dagli onorevoli Spini e Calzolaio circa la necessità di lavorare in Commissione tenendo conto dei contributi e degli indirizzi emersi anche da parte dell'opposizione su questo terreno, con particolare riferimento al lavoro molto serio presentato dall'onorevole Calzolaio.

PRESIDENTE. Non essendovi altri interventi, do la parola al ministro per la replica.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Ringrazio molto i colleghi deputati che hanno formulato rilievi e osservazioni con spirito realmente costruttivo. Il tema delle risorse riguarda evidentemente il Governo, il Parlamento e le pratiche di buona amministrazione. Governi di oggi e di ieri si sono sempre trovati di fronte al problema delle risorse. Sono anch'io convinto, come ha sottolineato l'onorevole Malgieri, che «le nozze con i fichi secchi» si possano fare, diventa però insostenibile pretendere di conseguire certi risultati con strumenti limitati. Non è sostenibile per i funzionari - e il ministro Blefari che con passione e dedizione dirige la struttura della direzione generale è destinataria continua di questo tipo di richieste - far fronte alla complessità dei problemi che si pongono, date le condizioni attuali. Dovremmo non essere più costretti a chiedere sempre al ministro Blefari, nonché ai direttori di istituto, di compiere sforzi continui in un quadro di risorse così esigue. Ogni ministro deve avere senso di responsabilità e, sotto questo punto di vista, mi rendo pienamente conto che, in un periodo di risorse limitate, non si possa pretendere tutto. Ottenere però - se non l'aumento - quantomeno la salvaguardia delle risorse attuali, peraltro modeste (si tratta infatti di 17 milioni di euro per gli istituti di cultura), mi sembra fondamentale. Sotto tale profilo, richiedo l'aiuto del Parlamento. Se, infatti, sarà il Parlamento ad agire, alla luce delle argomentazioni politiche che oggi maggioranza e opposizione hanno messo sul tappeto, la mia richiesta all'interno del Governo uscirà indubbiamente rafforzata.
Voi saprete già, forse, che a fronte di 17 milioni di euro di budget ordinario per la rete degli istituti, questi ultimi riescono a drenare - mediante autofinanziamento - altri 15 milioni di euro.
Ciò va al grandissimo merito degli istituti di cultura che, pure in mancanza di strumenti adeguati, riescono a recuperare - da finanziamenti e sponsorizzazioni - quasi quanto lo Stato mette loro a disposizione. Questo è un argomento ad ulteriore sostegno della richiesta di non operare tagli in un settore così importante. Collego, poi, tali considerazioni a due altri spunti derivanti da alcuni dei vostri interventi: mi riferisco, in primo luogo, all'alternativa tra novella legislativa e testo unico, e, in secondo luogo, alla possibilità di risolvere alcuni problemi in via non normativa. Da parte mia, sono in linea di massima sempre favorevole al riordino legislativo, cioè all'idea di un testo unico. Credo che il testo unico però, qualora lo si elabori senza affrontare normativamente le questioni aperte da risolvere, ovvero in mancanza di adeguate modifiche e di un'opportuna novella legislativa, rischi di diventare il modo per non riformare mai l'esistente.
Infatti, se il testo unico sarà un atto meramente compilativo, si limiterà ad effettuare la ricognizione delle norme esistenti, senza con ciò introdurre soluzioni. Un testo unico modificativo interverrebbe, invece, in seguito ad una modifica legislativa, di cui oggi ragioniamo, mediante iniziativa del Governo e sotto forma di decreto del Presidente della Repubblica.
Non escludiamo comunque il riordino giuridico in materia. Certamente, si osserva che affrontare l'intero impianto sistematico della norma oggi, tenuto conto del già notevole ritardo accumulato, potrebbe comportare dei rischi. Preferirei, pertanto, enucleare le modifiche normative e successivamente studiare l'elaborazione di un testo unico di compilazione dell'intera disciplina, in cui far rientrare la parte già modificata. Sempre che ciò non si traduca in un dispendio ulteriore di tempi, sono dunque generalmente favorevole alla filosofia dei testi unici. Sono stato a lungo ministro della funzione pubblica e perciò non rinnego quanto ho sostenuto allora.
Quanto all'altro aspetto, relativo alle possibili modifiche da effettuare in via non normativa, la mia risposta è favorevole. Si possono garantire, così, molte semplificazioni. Ciò detto, vorrei soffermare l'attenzione di queste Commissioni sul rischio di vanificare meccanismi simili, richiamando, emblematicamente, un caso significativo. Talvolta la legge, per semplificare, delegifica, cioè riconosce, per il futuro, la possibilità che un certo intervento si compia senza la disposizione normativa. Nella conversione del decreto sulla pubblica amministrazione, che credo sia stato già presentato alla Camera dei deputati, è contenuto un intero articolo il quale semplifica fortemente molte procedure relative al personale del Ministero degli affari esteri. Sento dire che per snellire il decreto, molto ampio, si vorrebbe eliminare, tra le altre, proprio quella disposizione.
Per coerenza, prego almeno i deputati e i presidenti di queste Commissioni di ricordare - lo farò anch'io - che quando intervengono iniziative di semplificazione sarebbe opportuno non eliminarle. È vero che quel decreto è divenuto un grande contenitore ma, se proprio dobbiamo togliere qualcosa, pregherei di non intaccare proprio le semplificazioni introdotte. Lo dirò in altre sedi istituzionali, cioè al ministro per i rapporti con il Parlamento, e - visto che mi è stata data l'occasione - lo faccio presente, ora, anche a queste Commissioni.

VALERIO CALZOLAIO. Secondo le voci che abbiamo sentito cadrebbe l'intero decreto, non solo quella norma...

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Questo sarebbe ancora un altro problema. Non vorrei che cadesse, però, soltanto quella norma sulle semplificazioni.
L'onorevole Malgieri ha poi posto una serie di questioni, alcune già sollevate dall'onorevole Spini e altre anche dall'onorevole Calzolaio. Sulle strutture burocratiche, il Governo ed io siamo d'accordo nel cercare vie di semplificazione. Se la commissione nazionale è ritenuta burocratica e meritevole di un alleggerimento, non sarò certo io ad oppormi.
Onorevole Malgieri, sono pienamente d'accordo sul coinvolgimento delle grandi istituzioni culturali. Ciò che posso fare, sin d'ora, è rendere noto che, riguardo alla Dante Alighieri, l'idea - da tradurre, eventualmente, in più chiare disposizioni normative - è di investire nella società.
L'obiettivo è quello di recuperare un patrimonio formidabile che, in alcune sedi, esercita un ruolo ancor più efficace dell'istituto di cultura, ad esempio in termini di biblioteca, di dotazione libraria. Rilanciamo, dunque, la Dante Alighieri, nonché le altre istituzioni culturali.
Sono d'accordo, inoltre, sul collegamento organico. Quanto all'ISIAO, rendo noto che ne è scaduto il consiglio, mentre ho avanzato già due mesi fa una proposta di riforma dell'istituto per potenziarne il ruolo di attore nella rete culturale. Ho, allo scopo, chiesto al segretario generale di svolgere una riflessione approfondita proprio per rilanciare la struttura. L'idea di fondo, dunque, è non solo di non abbandonare l'ISIAO ma addirittura di promuoverne l'attività.
Sono anche aperto ad una soluzione più coraggiosa ed innovativa per gli istituti di cultura. Non sono invece del parere, onorevole Calzolaio - si tratta però di una riflessione che apro soltanto adesso e che voi potrete approfondire nel corso delle prossime settimane - di avere dovunque un istituto con analoga struttura e funzione. Ritengo, infatti, che fare politica estera voglia dire operare una scelta. Quindi, dobbiamo scegliere di avere «più Italia» solo laddove sia presente un interesse strategico. Alla luce di ciò, ipotizzare livelli diversi nei ranghi degli istituti è un'idea che mi persuade pienamente. È chiaro che per fare questo dovremo individuare criteri più oggettivi di quelli attuali, per nominare le personalità davvero strategiche in alcuni istituti ai fini della missione italiana. Perdere, invece, in alcune strutture, in nome di criteri più oggettivi, questa potenzialità, credo sia pericoloso. Lascerei, dunque, intatta la potenzialità esistente, arricchendola, semmai, di criteri più oggettivi, considerato che certe scelte rispondono ad un interesse strategico del paese.
Dobbiamo decidere dove sia più opportuno che un certo istituto operi attingendo, ad esempio, dalla Dante Alighieri locale per ciò che gli occorre, senza causare ulteriori duplicazioni, e dove, diversamente, collocare una struttura più articolata che risponda ad esigenze maggiormente strategiche. A titolo esemplificativo, potrei citare un caso a me particolarmente caro, quello degli istituti nell'area mediorientale, nel bacino del Mediterraneo, in Russia o negli Stati Uniti: in tali aree si afferma chiaramente un interesse strategico di politica estera e pertanto sarà lì che dovremo investire. L'idea di pensare a livelli differenziati di rango mi trova pertanto favorevole. Certo, non mi sottraggo anche a riflessioni più coraggiose.
Per quanto riguarda le ulteriori questioni sollevate, rendo noto all'onorevole Malgieri che stiamo già concretamente definendo il progetto teso alla creazione di una fondazione, dal nome significativo «Marco Polo», con il compito di promuovere congiuntamente il sistema di impresa e cultura. Il segretario generale ne ha preparato lo statuto e contiamo di dar vita in tempi molto rapidi, quando le strutture mi consegneranno il progetto, a questo soggetto. Sarà una fondazione con dei cantieri regionali, finanziata dalle imprese. I cantieri diverranno luoghi in cui elaborare idee.
È chiaro che gli istituti costituiranno lo strumento operativo del sistema, ma è nella fondazione che viene individuato il fattore di centralità, diventando il luogo dove i vari cantieri regionali, in una sinergia tra imprese e cultura, lanceranno proposte. La rete degli istituti avrà il compito di realizzare quest'obiettivo. La proposta sarà probabilmente presentata in veste ufficiale in occasione delle conferenza degli ambasciatori, prevista tra due settimane.
Un'ultima riflessione intendo svolgere sui direttori degli istituti di chiara fama. Esistono, infatti, in materia, onorevole Calzolaio, alcuni problemi che sto affrontando personalmente e che spesso nascono da questioni legate a rapporti personali. Per quanto riguarda Parigi, ritengo che i problemi relativi ai corsi di lingua italiana siano superati o in fase di superamento; per Mosca, sapete che si sono susseguite due ispezioni, mentre ho ricevuto recentemente un rapporto ispettivo molto approfondito che sto valutando personalmente.
L'ultima riflessione la dedico alla RAI. Dico senza mezzi termini di non essere soddisfatto di quanto la RAI fa per la politica estera, né dell'attività di RAI International, su cui ho raccolto dirette lamentele. Reputo che il problema fondamentale da risolvere sia quello di una scarsa attenzione in materia. Basti pensare che una struttura come RAI Med, la quale potrebbe diventare una CNN italiana per il Mediterraneo, è abbandonata.
Ho avuto personalmente incontri con autorevolissimi esponenti della RAI che mi hanno dato rassicurazioni in proposito, ma a quelle rassicurazioni non sono seguite azioni concrete. Confermo, pertanto, la mia totale insoddisfazione in proposito e lo dichiaro con sincerità. Le nostre comunità italiane hanno il diritto di seguire programmi in cui si diffonda la cultura del paese: tali programmi, però, allo stato attuale, risultano assenti. Non escludo neppure un contatto formale con il Parlamento se sarà richiesto, da dedicare espressamente alla comunicazione pubblica del sistema Italia nel mondo.
Così facendo, stimoleremo, forse, con la voce del Parlamento, la RAI a fare ciò che ritengo sia suo dovere.
Sui lavoratori, la questione, onorevole Calzolaio, riguarda un problema dell'ARAN. Nutro, infatti, perplessità sulla possibilità di intervenire con legge in materie negoziali. Credo che il ministro della funzione pubblica dovrebbe rinnovare la direttiva all'ARAN e vedo con preoccupazione una norma di legge che entri in materia di garanzie sindacali, quando l'Agenzia ritiene che non siano ammesse.

PRESIDENTE. Prima di concludere l'audizione, mi sia consentito svolgere un brevissimo intervento, più in veste di relatore che di presidente della III Commissione.
Sono concorde con le proposte da lei avanzate, circa la possibilità di usare lo strumento giuridico più opportuno per raggiungere alcuni scopi specifici: assicurare gli strumenti adeguati a coloro che debbono operare; dare, infine, all'opinione pubblica la sensazione che questi strumenti servano. Mi pare che ciò, nel campo della cultura, costituisca un elemento fondamentale.
Per quanto riguarda il testo unico, introducendo la seconda parte dei colloqui intrattenuti con il ministro Blefari, facevo cenno proprio a questo. Senza essere vincolato ad una definizione, ìndico quale sia lo strumento legislativo più semplice e più efficace possibile da utilizzare. Ciò detto, sono, in ogni caso, favorevole alla delegificazione, nella misura in cui questa assicuri la semplificazione del quadro attuale. Quindi, sotto questo punto di vista, assicuro al ministro che troverà nel relatore ogni possibile collaborazione.
Dichiaro conclusa l'audizione.




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