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Camera - Seduta n. 533 del 25 ottobre 2004 (Modifica all'articolo 9 della Costituzione in materia di ambiente e di ecosistemi)(II parte)
2004-10-25

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, indubbiamente in quest'aula stiamo compiendo un atto molto importante, perché stiamo mettendo mano ad un articolo fondamentale della Costituzione, inserito addirittura tra i suoi principi fondamentali. Per la verità, mi dispiace che, nel discutere i presupposti generali di quest'atto, la presenza dei parlamentari, comprendendo anche il rappresentante del Governo, sia notevolmente inferiore a quella dei funzionari e dei resocontisti, a dimostrazione che, passata la buriana ed il furore interessato alla modifica di una parte della Costituzione, ciò che potrebbe raccogliere un consenso più ampio interessa poco o nulla. È un paradosso del quale dobbiamo farci carico e su cui dobbiamo riflettere con molta attenzione, altrimenti è inutile parlare delle future generazioni.
Credo che, nel dibattito costituzionale, abbiamo perso una grande occasione e in tal senso vi è un rimpianto nei confronti della Costituente. Il problema non riguarda gli equilibri tra maggioranza e minoranza né l'esito finale di questa discussione che ad essi invariabilmente è legato. Esso attiene alla qualità del dibattito (peraltro, ho scoperto che ci ascoltano più persone di quante ne immaginiamo attraverso le trasmissioni di rete, televisive e radiofoniche). La gente si attende da noi qualche parola più alta, non dico un insegnamento, perché sarebbe troppo ambizioso, ma un conforto intellettuale alle sue ricerche e alle sue intuizioni. Molti giovani si pongono determinate domande (chi ne ha in casa lo sa), ma giustamente non si accontentano di risposte individuali, anche se materne e paterne; vogliono risposte collettive che entrino nel circolo del dibattito generale, perché essi, anche se sono giovani e anche se non hanno ancora l'età per votare, già si sentano cittadini. Quindi, onorevoli colleghi, dovremmo sentirci caricati di una responsabilità che va oltre, soprattutto quando in un testo così impegnativo citiamo le future generazioni.
Collega Schmidt, non ho potuto seguire tutti i lavori della Commissione; del resto, non mi competeva e non si può fare tutto. Tuttavia, non mi sento un abusivo in questo dibattito, sia perché sono cofirmatario di una proposta di legge abbinata sia perché la Costituzione riguarda tutti e non ci sono nicchie di competenze da vantare o quarti di nobiltà da esporre al pubblico. Penso che, diversamente dalla discussione cui ho fatto riferimento precedentemente, siamo di fronte ad un testo che, al di là di ogni sua possibile modificabilità (e noi, per ora, non rinunciamo alle nostre proposte emendative), rappresenta un po' di comune sentire. Non a caso, è un testo breve e tutti i testi di valore in Costituzione sono brevi. Già ho ricordato che l'articolo 70 della Costituzione, per fortuna ancora in vigore, da una riga e mezzo è stato portato da questa Assemblea a 147 righe.
Mi auguro che il popolo abrogherà un simile obbrobrio, una simile lungaggine, segno evidente di una logica compromissoria, che procede per giustapposizione di concetti, che non opera quel filtro dell'esperienza comune che un popolo, attraverso i suoi rappresentanti, può produrre in determinati momenti storici, determinando la levatura delle Costituzioni.
Ora, perché noi stessi abbiamo voluto mettere mano all'articolo 9 della Costituzione, che tuttavia poteva stare benissimo in piedi così com'è? Perché ci rendiamo conto che vi è una evoluzione nella tecnica, nella società, nel sentire comune delle persone. Da quello squarcio di dibattito che vi è stato, ho sentito dire che i costituenti allora non potevano sapere, perché l'ambiente era ottimo. Non è così! Non ero nato nel 1948 (ma di lì a poco ciò sarebbe accaduto: ma questo non ha nessuna importanza); tuttavia, sono solito leggere i libri, le storie e anche la tradizione orale. Non era ottimo l'ambiente nel 1948; non è che mancasse ai costituenti di allora una esperienza pratica; l'ambiente non era buono. Certo, se per ambiente intendiamo la fatidica cartolina del pino marittimo sul golfo di Napoli, allora esso era molto più bello nel 1948 (per come adesso è ridotto il golfo di Napoli), ma se per ambiente noi assumiamo un significato culturalmente più impegnativo - l'insieme delle relazioni dell'uomo con la natura, con gli oggetti che lo circondano - , allora, esso non era ottimo. Quale differenza tra i costituenti di allora - e questo è il primo punto che vorrei sottolineare, Presidente - e quelli di oggi? La differenza è la presa di coscienza.
Questo è un punto che non va mai eliminato nelle nostre discussioni. Non è che l'ambiente era ottimo prima ed è peggiorato adesso - sì, anche questo è successo (e lo dirò) per molti aspetti - ; il problema di fondo è che la percezione dell'ambiente, la consapevolezza della sua centralità per la vita umana, per la sopravvivenza del pianeta, per le generazioni a cui dobbiamo pensare, a cui in fondo è dedicata la vita di noi tutti, volenti o nolenti, questa sì che è cambiata. In mezzo, tra il 1948 ad oggi, ci sono stati i grandi movimenti, che soprattutto hanno contrassegnato l'ultimo trentennio che sta alle nostre spalle. Per movimenti non intendo, signor sottosegretario, solamente i no-global, che io amo moltissimo: intendo i movimenti intellettuali, i movimenti religiosi, i movimenti di popoli interi, i quali hanno preso coscienza, una coscienza che prima storicamente non avevano. Qui siamo di fronte ad una acquisizione dell'umanità, che non è sempre uguale a sé stessa, perché la cultura intesa come insieme di cognizioni, di sentimenti, di passioni, di saper dire e di saper fare, fortunatamente, cresce, e il legislatore ad essa si rapporta. Certo, esistono legislatori più geniali, che anticipano i movimenti culturali, non dico di secoli, ma di qualche decennio (non ce ne sono molti, purtroppo, non ne vedo tanti in questo momento; certamente non in quest'aula tra di noi), ma è già importante registrare queste acquisizioni culturali. I movimenti non si creano; il compito del politico non è creare movimenti, ma riconoscerli, capirli, interpretarli, rispondere positivamente. Allora, tra il 1948 ed oggi, vi è di mezzo non solamente un peggioramento dell'ambiente, che ci impone di elevare questa questione a grande tema politico, ma vi è soprattutto una diffusa consapevolezza di interi popoli, di movimenti, di gente che ha donato la vita per difendere l'ambiente in cui sta (questo crea la differenza).
Il fatto che l'ultimo premio Nobel sia stato consegnato a chi ha dedicato la vita alla tutela dell'ambiente è significativo - specie considerando che tale persona ha operato in una zona in cui certamente non solo l'ambiente ma altresì la fame, la sete, le miserie, le guerre, la povertà e le violenze costituiscono, apparentemente, i problemi principali - di un cambiamento culturale intervenuto con riferimento a questo nostro pianeta, ancora l'unico che abbiamo. A ciò dobbiamo rispondere; e positivamente, cerchiamo di rispondere.
Non rinuncerò, per quanto mi riguarda, a presentare proposte emendative; però, indubbiamente, riconosco che ci troviamo dinanzi ad un testo pensato, un testo nel quale si intravede un lavoro comune. A tale proposito, non mi piace la parola bipartisan in quanto fa riferimento ad una logica di alternanza ed all'esistenza di due soli poli, anziché alla multipolarità, a me più gradita. Peraltro, nel testo non si ravvisa un'impostazione bipartisan ma una multipolarità; vi si contiene un po' di Vandana Shiva, un po' di Walden Bello, un po' dell'ultimo premio Nobel circa il cui nome la memoria, in questo momento, mi fa difetto; me ne scuso. Quel bel viso di donna sorridente cui, finalmente, nel modo dovuto, è stato consegnato un premio Nobel non tardivo; di solito, infatti, i premi Nobel guardano, purtroppo, al passato, premiando chi, per così dire, ha già dato. Una volta tanto, invece, si premia chi è ancora in grado di dare; ciò è veramente importante e appunto in questo senso affermo che si tratta di un premio ben consegnato. È la dimostrazione che, tra tante miserie, tanti dolori e tanti drammi, ogni tanto, per così dire, l'intelligenza fa capolino nel genere umano, facendo premio su tutto.
Dunque, siamo dinanzi, lo ribadisco, ad un testo importante. Pur senza rinunciare alla presentazione di proposte emendative - del resto, collega Schmidt, lei sa che sono proponente di una proposta di legge alquanto più ampia -, devo, però, apprezzare gli elementi significativi contenuti nel testo in esame. Anzitutto, l'idea della biodiversità; si tratta di un concetto affermatosi con qualche difficoltà anche nella comunità scientifica. Un concetto, tuttavia, fondamentale alla cui affermazione nel senso comune della gente sono legate le sorti del pianeta.
Se non mi accusate - come ha fatto il collega Perrotta dianzi, un po' impropriamente - di speculazione politica, aggiungo che un concetto di questa natura cozza con la logica delle multinazionali in campo agricolo; stride con la logica degli OGM; è l'esatto contrario della costruzione di semi geneticamente modificati.
Sono contento che lo vogliate inserire in Costituzione ma ricordo, allora, come bisognerà che i nostri Governi, a prescindere dal loro colore politico - che, a tale proposito, purtroppo, rileva assai poco - difendano poi la Costituzione nelle assisi internazionali.
Quando gli indiani sosterranno di non poter cedere il genoma del loro riso - tralascio il nome specifico - in quanto ciò produrrebbe una uniformazione assolutamente incompatibile con un multimillenario modello di alimentazione, oltre che con i piaceri del gusto moderno, bisognerà difendere tali indiani. Non bisognerà, invece, sostenere le ragioni delle grandi multinazionali, le quali vogliono possedere il monopolio con la scusa di una generalizzazione delle colture e, quindi, di un'agevolazione del lavoro agricolo, il che, peraltro, è del tutto falso.
Quando ci si opporrà all'ipotesi di operare su viventi non umani - sul vivente umano, infatti, almeno a parole, siamo tutti d'accordo; ma, ahimé, gli esperimenti sul vivente non umano sono propedeutici a quelli sull'uomo - modifiche atte a permettere una maggiore resistenza a determinate condizioni ambientali, ebbene, bisognerà intervenire nei consessi internazionali, anche criticando quei Governi - quali quello americano, e non solo - che non firmano gli accordi internazionali concernenti tali materie.
Bisognerà pur dire che le contestazioni mosse dai popoli e dai movimenti alle regole imposte dal WTO - avvenute a Cancun, a Doha e, prima ancora, a Seattle - non erano prive di senso. Si può discutere se tali contestazioni fossero esagerate o estremistiche, tuttavia, se si accetta il testo in esame (perfino nella versione proposta dalla Commissione affari costituzionali, curata dall'onorevole Schmidt), il loro carattere radicale, nel significato etimologico del termine - nel senso che cercavano di andare alla radice del problema, addirittura alla radice scientifica di un tema, elevando verso la politica quel tema e, al contempo, dando alla politica una base scientifica e non ideologica -, non potrà essere negato.
Vorrei segnalare che ci troviamo in un periodo che un grande filosofo contemporaneo ancora vivente, cui auguriamo lunga vita, Paul Ricoeur (ormai ultranovantenne), ha definito «della fragilità dell'identità». Tale definizione filosofica può contenere l'intera vicenda politica dei nostri giorni; l'identità, infatti, è minacciata da diversi fattori, innanzitutto dal tempo che modifica le cose.
Il concetto di tempo ha un'incidenza sulla natura. In tutto il novecento, infatti, si potrebbe leggere la storia della scienza attraverso la chiave del tempo. Vorrei ricordare che l'anno prossimo ricorrerà il centenario dell'elaborazione della teoria della relatività ristretta di Albert Einstein, uno dei punti essenziali che hanno messo in dubbio le certezze, almeno in Occidente. Infatti, così come Marx pose fine all'idea della pacificazione dell'ordine sociale con il tema della lotta di classe e così come Freud, con la scoperta dell'inconscio, mise in dubbio l'unicità della nostra coscienza, Albert Einstein pose in discussione l'unidirezionalità del tempo ed il carattere piano dello spazio. Tempo e spazio, affermò, sono funzioni di un'unica curvilinea; essa costituisce i confini dell'universo, che a sua volta è in espansione.
Noi non sappiamo cosa c'è dietro questo universo e cosa c'è al di là, ma si tratta del futuro della ricerca. Certo, noi italiani avremmo poco da dire, tranne quei concittadini che si recano a studiare all'estero, dal momento che la ricerca su questo tema è così mediocre; vorrei osservare, al riguardo, che abbiamo «scambiato» perfino il progetto Galileo, che ci potrebbe aiutare, con uno sconto sulle quote latte (ma si tratta di una parentesi quadra di carattere polemico che abbandono immediatamente).
È nel tempo che avviene l'evoluzione - o involuzione, ma ciò ha poca rilevanza - dell'ambiente. Non vi è dubbio, infatti, che il vigente articolo 9 della Costituzione, nella parte in cui parla di paesaggio, contenga una visione «statica» del medesimo, ma vorrei osservare che non era possibile andare al di là delle cognizioni scientifiche di cui si disponeva allora. È vero che Einstein aveva già elaborato la teoria della relatività ristretta, tuttavia non vi era ancora la diffusione di idee come il principio di indeterminazione, la fisica quantistica e l'interrelazione dei fenomeni umani con l'ambiente. In altre parole, vorrei dire che il pensiero scientifico non aveva ancora elaborato quanto ha potentemente - sottolineo potentemente - prodotto (purtroppo, non nel nostro paese), nella seconda metà del novecento, sulla scia di questi grandi pensatori.
Pertanto, non rimproveriamo i Costituenti di allora - che, anzi, erano avanti sul loro tempo: siamo noi ad essere indietro rispetto al nostro! -, e poniamoci almeno al passo! Pensiamo all'ambiente, allora, come qualcosa che si modifica e che viene da noi modificata; dunque, non può essere definito come «natura» immobile e statica. Pertanto, la definizione di ambiente naturale non possiede un significato scientifico, ma risiede nella relazione dialettica con l'agire umano.
Ma questo agire umano, a suo modo, ha come limite del proprio campo di azione, l'ambiente. La cultura del limite è il grande prodotto del pensiero sociologico e scientifico degli ultimi trent'anni. Quando ci siamo accorti di avere una potenza creativa, modificativa e distruttiva dell'ambiente circostante - non mi riferisco solo alla bomba atomica, ma alle piaghe inferte alla natura dallo sviluppo e dalla produttività, a fini civili e non solo militari -, è comparsa nelle menti più coscienti e pensose l'idea che esista un limite. Tale limite non è invalicabile; non è un limite divino; non è un divieto; non è un «non puoi andare al di là»; è un limite che afferma la necessità di rimanere in un rapporto dialettico con la natura: che tu modifichi lei, ma lei modifica te e che in questa relazione bisogna restare. Se si distrugge uno dei due elementi - o la natura o l'uomo - tale relazione dialettica non può esistere e la civiltà non procede, anzi regredisce: si arriva al disastro.
Ciò vale anche per l'analisi del comportamento delle classi e dei ceti sociali nella società. Marx, infatti, non diceva affatto, come hanno sostenuto poi i sovietici che l'hanno «imbalsamato», che il socialismo è inevitabile; non se lo sognava nemmeno. Nel 1848, egli disse: esiste la lotta di classe. L'esito è o il socialismo inteso come una nuova civiltà o la barbarie: le classi, nella loro lotta, possono distruggere se stesse. L'esito non è dato. Così avviene nella relazione tra l'uomo e la natura: noi possiamo distruggere la natura e la natura può distruggere noi. L'unico modo possibile è il limite per entrambi. Quando si parla di ambiente, pertanto, non si pensa all'inviolabilità delle foreste, al fatto che non si può schiacciare un ragno velenoso - so che il Presidente del Consiglio ha alcuni problemi con i ragni: ne abbiamo già parlato e, quindi, sarà sensibile a questa citazione -, ma al fatto che si può anche modificare la foresta vergine; se la si distrugge, tuttavia, si distrugge anche l'aria che essa produce.
Se, per produrre carne per ingrassare bambini americani obesi, si uccidono tutti gli animali e si finalizza l'agricoltura alla produzione di carne che deve essere macellata, si è idioti, perché si farebbe prima a dare da mangiare a detti bambini ciò che si dà da mangiare gli animali (naturalmente coltivato un po' meglio e condito in modo diverso). Ciò intendo per un rapporto dialettico continuo, per cui vi è un limite per entrambi e tale limite non è fissato, non deriva da Dio (almeno per un non credente; poi, se qualcuno pensa che vi sia, meglio per lui). È, comunque, un limite che si sposta dialetticamente in avanti. Se noi pensassimo che questo non è l'unico pianeta possibile e, come afferma l'ultimo numero della rivista Limes, riprendessimo gli studi sui viaggi spaziali nel tempo, scoprendo altri luoghi in cui razze più o meno simili alla nostra possono prosperare, il discorso si amplierebbe ancora, ma temo che ciò riguardi molte generazioni future.
La biodiversità rappresenta la molteplicità del diverso, che garantisce quel processo continuo di miglioramento delle specie, che già naturalmente è avvenuto nella storia, fin dall'inizio del mondo che ci ha preceduto. Non si tratta, sull'argomento, di essere darwiniani o di pensare alla creazione. Si può pensare che l'uomo derivi dalla scimmia, così come che Dio abbia creato Adamo ed Eva. Non m'interessa l'inizio, ma tutto ciò che ne è seguito è indubbiamente un processo naturale di selezione e di miglioramento delle specie, garantito dall'assoluta molteplicità delle stesse.
Se riduciamo questa molteplicità, come avviene per le piante, come avviene per gli animali e persino per gli uomini, attraverso i genocidi che ancora si consumano nel mondo moderno, riduciamo la possibilità di evoluzione e riduciamo la possibilità di cultura: ci isteriliamo in una identità fine a se stessa, melanconica e reazionaria nel senso filosofico del termine. E, quindi: biodiversità.
Per quanto riguarda la seconda questione, non mi dilungherò, ma ci tengo a dire qualche parola per sottolineare l'importanza che attribuisco a questo tema (tanto, abbiamo poco da fare e l'aula è deserta): parlo per i posteri o per i figli che stanno a casa, più semplicemente e modestamente.
Ritengo che - questa è una critica che muovo nell'ambito della sinistra che dovrebbe sedere alle mie spalle - non si debba semplicemente parlare di sviluppo sostenibile. Si tratta, infatti, tutto sommato, di un'idea nobile, ma un po' datata. Mi riferisco all'idea che ci debba essere lo sviluppo e che lo sviluppo costa. Poiché le fabbriche sporcano gli uomini e le cose, occorre stare attenti che non lo facciano troppo: in altri termini, cerchiamo di sostenere questo sviluppo in modo tale che non distrugga l'ambito entro il quale esso avviene.
Secondo me, oggi (forse, non ieri) potremmo andare oltre: potremmo, cioè, pensare che tra ambiente e sviluppo vi sia una tale concatenazione che la difesa e la tutela dell'ambiente siano, essi stessi, un fattore di sviluppo, anche economico.
Per quanto riguarda i beni culturali, ciò è assolutamente evidente: basta che lei, signor Presidente, si rechi tutte le mattine in piazza Risorgimento e veda la fila interminabile di persone che vanno a visitare i Musei vaticani, per capire che quella è una ricchezza economica inestimabile, e, se venisse tutelata, non so se varrebbe come una fabbrica; ma certo, visto che quei visitatori non sono lì gratis e, comunque, devono consumare nei bar e nei ristoranti vicini, tali beni rappresentano una ricchezza. Questo è un esempio evidentemente banale, ma lo faccio per non sembrare che stia solamente con la testa in aria: guardo anche ai fenomeni concreti.
Il discorso, evidentemente, è molto più interessante se lo riferiamo ai problemi dell'energia. Molti esperti - non tutti, perché la comunità scientifica ovviamente ha, al suo interno, diversi pareri - ci dicono che il punto di non ritorno nelle fonti di energia non rinnovabili è già stato superato. Alcuni sostengono che il 51 per cento delle riserve di carbone e di petrolio esistenti sulla terra siano già state consumate. Altri (gli economisti a cui sono più vicino) dicono che, forse, ciò non è del tutto vero; però, è vero che, poiché scavare il petrolio costa molto di più, ciò può farsi solo in grandi dimensioni e, quindi, non tutto il petrolio giacente è fruibile dal punto di vista economico. Ciò spiega anche il motivo per cui il terrorismo insiste su questo terreno.
Allora, se riferiamo il problema dell'energia a un tema di carattere economico generale, scopriamo che, sia che abbiano ragione coloro che sostengono la tesi secondo cui il 51 per cento delle risorse energetiche è già stato consumato, sia che abbiano ragione gli economisti che dicono che, comunque, sarebbe antieconomico scavare, sia ancora che abbiano ragione coloro che dicono «va bene così, madama la marchesa», in ogni caso, varrebbe la pena di puntare sulle fonti di energia alternativa. Varrebbe la pena di puntare sulle biomasse, sull'energia eolica, su quella solare in forme e in quantità molto maggiori rispetto a quanto attualmente non si faccia.
Ciò comporta, evidentemente, un migliore rapporto con l'ambiente e, nello stesso tempo, implica che, siccome questo tipo di ricerca e di applicazione costa, dà occupazione e mette in moto l'economia (una volta si diceva che, se il mattone gira, anche l'economia gira), la tutela dell'ambiente è un fattore dello sviluppo economico. Non è semplicemente qualcosa che un po' lo ostacola ma che va preservata, come in una nicchia. Non so se mi spiego.
I Costituenti del 1948 non potevano avere questa consapevolezza. È evidente che ciò era impossibile. Ancora vigeva in tutto il mondo il fordismo e la produzione centralizzata in grandi fabbriche e l'Italia era ancora un paese prevalentemente agricolo. La modificazione avvenne con il boom economico tra il 1958 e il 1962. Come potevano vedere essi tutti questi problemi?
Tuttavia, noi oggi li vediamo. Siamo nani sulle spalle di giganti, come diceva San Bernardo nel XXXII canto del Paradiso, citato egregiamente da Benigni in televisione e quindi conosciuto da tutti gli italiani a memoria (l'Inno alla vergine). Che ci stiamo a fare sulle spalle dei giganti? Per dormire o, per quanto siamo piccoli, per vedere un po' più in là di quanto videro questi gitanti, che sono i costituzionalisti passati? Credo che dovremmo vedere un po' più in là e riconoscere la loro grandezza ma fare anche di più. È un obbligo e siamo qui per questo, altrimenti sarebbe meglio che ci dedicassimo ad altro.
Infine, naturalmente, avrei voluto che nel testo della Commissione comparisse il concetto di «beni comuni dell'umanità». È un problema di carattere generale che è stato affrontato in tutti i forum mondiali del movimento noglobal e in tutte le conferenze. Aria, acqua ed energia sono beni comuni. Cosa significa? Significa che sono beni che non possono essere gestiti dal mercato. Vi devono essere dei limiti invalicabili alla proprietà privata o ai monopoli di qualunque natura. Debbono essere considerati beni fruibili da tutti i cittadini. Sotto questo aspetto sì che nell'antichità si stava meglio, perché questo è il paradosso della modernità. Almeno l'aria e l'acqua erano beni fruibili comunemente, anche dai poveri, dai poverissimi e perfino dai paria. Oggi non lo sono più, perché c'è questa privatizzazione della natura, di ciò che sta sopra, sotto o a livello del territorio e bisognerebbe fermarla. Per questo per noi sarebbe importante costituzionalizzare tale principio.
Infine, concludo con una citazione che ho già fatto. Sono molto contento che venga inserito il concetto del rispetto degli animali perché il nostro rapporto con il vivente non umano è decisivo. Vorrei, nell'immagine utopica che ho della società in cui vorrei vivere e nella quale non vivrò mai, ma spero e mi auguro che chi mi seguirà un giorno ci vivrà, che per ogni uomo ci fosse almeno un animale, perché anche questa è una bella diversità.
C'è un libro molto bello di un autore barese, Franco Cassano, che descrive la diversa dimensione che un pesce o un gatto possono avere di ciò che li circonda, delle dimensioni, oppure come può essere guardare le cose dall'alto o dal basso, come una giraffa. Questa pluralità dei punti di vista che esistono in natura andrebbe valorizzata.
Per dire quanto sono d'accordo nell'inserire il tema degli animali, ripeto una citazione che ho già fatto - il dottore lo sa bene - ma, siccome è morto Jacques Derrida, è un omaggio piccolissimo che voglio fare a questo grande filosofo a me così caro. Jacques Derrida scrisse: il fascismo comincia quando si insulta un animale o anche l'animale che è nell'uomo. Pertanto, proteggere e rispettare gli animali è anche un modo per rispettare noi stessi, ivi compresi, senza offesa per alcuno, quelli che pazientemente mi hanno fin qui ascoltato. Grazie, Presidente (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo e del deputato Schmidt).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.



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