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Commissioni Riunite III e VII - Resoconto di giovedì 11 novembre 2004 (Istituti italiani di cultura all'estero)
2004-11-11

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE DELLA VII COMMISSIONE DOMENICO VOLPINI
La seduta inizia alle 13,55.

(Le Commissioni approvano il processo verbale della seduta precedente).



Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).



Audizione di rappresentanti della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sugli istituti italiani di cultura all'estero, l'audizione di rappresentanti della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO.
Do la parola al professor Giovanni Puglisi, presidente della Commissione, ringraziandolo per la sua presenza.


GIOVANNI PUGLISI, Presidente della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO. Vorrei scusarmi per avere in parte determinato uno spostamento della data prevista originariamente per l'audizione, avendo incontrato insormontabili problemi, nel rispettare la data precedentemente fissata, in relazione agli impegni assunti nella veste di rettore della Università IULM di Milano. Svolgerò innanzitutto una breve premessa. Nella giornata di oggi le Commissioni hanno la cortesia di audirmi in qualità di presidente della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO. Intendo volentieri fornire un contributo in questa veste, ma, considerato il profilo specifico dell'audizione, che concerne i progetti di legge di riforma degli istituti italiani di cultura all'estero, mi trovo nella condizione di poter offrire un apporto più ampio, avendo ormai da quasi otto anni la fortuna e l'onore di essere vicepresidente della Commissione nazionale per la promozione della cultura italiana all'estero, che rappresenta proprio l'organo centrale ai sensi della legge n. 401 del 1990, che i progetti di legge all'attenzione di queste Commissioni intendono riformare. Mi trovo quindi nella condizione di essere componente della Commissione costituita ai sensi della legge n. 401 a partire dal suo insediamento e ne sono, come detto, il vicepresidente da quasi otto anni. In seno alla Commissione di cui trattasi, sono uno dei tre membri designati dal Presidente del Consiglio dei ministri. Credo che la Commissione rappresenti l'organo clou dell'impianto della politica culturale italiana all'estero ed in questi anni ho avuto modo di registrare difficoltà, incongruenze e, in qualche caso, anche taluni dati positivi.
Vorrei, per non tediare troppo coloro che hanno la cortesia di seguirmi, focalizzare su almeno tre punti il mio contributo all'esame di questi provvedimenti legislativi. I punti da richiamarsi sono, a mio avviso, i seguenti: la Commissione nazionale; la questione dei direttori degli istituti di cultura di ruolo e di chiara fama, usando un'espressione che ritengo orribile; infine, la questione delle risorse.
In ordine al primo profilo, ritengo che tale Commissione rappresenti un organo estremamente importante, a condizione che riesca a mantenere la funzione di raccordo tra le diverseistituzioni preposte alla promozione della cultura italiana all'estero, e a condizione di svolgere questa attività ai fini di una programmazione strategica e anche della valutazione dei risultati conseguiti. Attualmente, tale Commissione difficilmente riesce a fare tutto questo, ancorché in molti punti della legge istitutiva può essere ritrovato il richiamo a tali esigenze.
Vorrei aggiungere che oggi la Commissione presenta in qualche modo un numero congruo di componenti rispetto agli obiettivi da conseguire. Fanno attualmente parte della Commissione, ex officio, esponenti di istituzioni e soggetti che rappresentano la cosiddetta società civile e culturale.
Nei progetti di legge all'esame, la Commissione viene, a mio avviso, eccessivamente ipertrofizzata: vengono coinvolti i ministeri. Non ricordo se anche il Ministero delle politiche agricole sia coinvolto: sicuramente l'agricoltura può essere intesa come un momento fondante di una politica suscettibile di trasformarsi in un'attività di promozione culinaria e di prodotti italiani, un'attività quindi lato sensu culturale. Tuttavia, che la Commissione abbia la necessità strategica di coordinare questo tipo di politiche, in funzione della promozione della cultura, appare alquanto forzato.
In ogni caso, quanto al numero dei componenti, occorre dire che una Commissione pletorica non funziona mai, in primo luogo perché è assai difficile riunire i membri, quanto meno il numero di membri equivalenti al cosiddetto quorum strutturale. A tal fine, inserire la solita prassi per cui in seconda convocazione è sufficiente, dal punto di vista del quorum strutturale, un numero qualsiasi di presenti, corrisponde ad una finzione.
La seconda questione concerne invece le risorse: se pensiamo ad una Commissione ampia, dobbiamo anche ipotizzare una Commissione i cui componenti provengano non necessariamente dalla città di Roma, ma anche dal territorio nazionale, che è «più lungo che largo»: quindi, vi è la necessità di rimpinguare le risorse destinate a missioni e a trasferimenti.
In questa sede, posso portare l'esperienza della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO, che ho l'onore di presiedere in questo momento. Quest'ultima è arrivata a contare un numero di quasi 130 membri (129 componenti, credo): operazione corretta, perché ha consentito di allargare, negli anni, la composizione della Commissione, al fine di ricomprendervi molte espressioni della società civile, del mondo della cultura, della scienza e dell'ambiente. Tuttavia, il risultato è che da due anni non riesco a riunire la Commissione nazionale italiana per l'UNESCO: questo non tanto per la carenza di risorse - anche se le risorse a mia disposizione, a causa dei drammatici tagli, non mi consentono nemmeno di gestire l'ordinaria amministrazione - quanto proprio per l'ampio numero dei componenti.
In questo caso, ho promosso una riforma della composizione della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO - all'attenzione dell'ufficio legislativo del Ministero degli affari esteri ed in attesa di avere il «concerto» dei ministri competenti - che riduce drasticamente i membri da 120 a 35. Con questi ultimi, divisi al cinquanta per cento fra membri rappresentanti delle istituzioni - per lo più i ministeri, che hanno sede a Roma - e altri rappresentanti, ho ridotto l'onere derivante per l'amministrazione al minimo, al fine di consentirne un funzionamento effettivo. La stessa logica vale per una Commissione del genere: vi è quindi il problema di tenere conto di esigenze di economia e di funzionalità.
Vi è inoltre un problema di legittimità etica e culturale nella partecipazione ad una Commissione del genere, in funzione sia delle strategie progettuali sia dei ruoli e delle responsabilità che essa assolve.
Personalmente, reputo invece essenziale ricondurre la Commissione nazionale entro i confini dell'attuale normativa, naturalmente senza blindatura: ben vengano, quindi, quelle integrazioni e sostituzioni necessarie ad assicurare migliore funzionalità e maggiore efficacia d'insieme.
Riguardo al problema dei direttori, sono convinto che promuovere la cultura italiana all'estero costituisca un impegno serio. Veniamo da una storia complessa - gli onorevoli parlamentari lo sapranno meglio di me -, quella di un reclutamento effettuato in modo estemporaneo attraverso processi idoneativi. L'80 per cento circa del personale attualmente preposto alla promozione della cultura italiana all'estero proviene da un reclutamento idoneativo che - come loro sanno - non determina valutazioni, o perlomeno, non dando luogo a valutazioni comparative, non produce risultati di merito adeguati. Questo, talvolta, con tutto il rispetto per chi oggi ricopre certi ruoli, influisce sulla qualità complessiva del sistema: non è un caso che le ultime immissioni effettuate sulla base di concorsi dedicati, con selezioni derivanti da valutazioni comparative, abbiano prodotto risultati di gran lunga migliori, con soggetti molto più motivati, più professionalizzati ed idonei ad un'efficace e incisiva politica di diffusione della cultura italiana all'estero. Da questo punto di vista, ritengo in primo luogo che il direttore di istituti italiani di cultura ed il personale in genere addetto a tali strutture debbano essere reclutati con concorsi mirati e in secondo luogo che debba essere incoraggiata, all'interno dei sistemi formativi dell'istruzione superiore, ogni forma di canalizzazione diretta, nelle università o negli istituti di istruzione superiore di alta qualificazione, alla formazione di personale dedicato.
In Italia, l'autonomia universitaria nel bene ha aperto delle opportunità significative - di cui sono consapevole, in qualità di docente - e nel male ha «moltiplicato», come nella parabola evangelica dei pani e dei pesci, i suoi prodotti, spesso non legandoli ad una valutazione di qualità. Volendo però trarre soprattutto il bene dalle cose, riconosciamo che, allo stato, il ventaglio di possibilità che il sistema universitario, in alcune realtà in particolare, offre si è notevolmente ampliato. Alla luce di ciò, importante sarebbe, allora, che il meccanismo legislativo trovasse il modo di riconoscere questo passaggio, stabilendo e assicurando un'apertura selettiva ad un universo che non sia magmatico, ove tutti i laureati, di qualsiasi disciplina (da farmacia a scienze politiche, a biologia, lettere o giurisprudenza) abbiano la facoltà di concorrere e che dia, in particolare, preferenza a canali formativi dedicati, eventualmente mantenendo una possibilità di approssimazione, attraverso la previsione di gradi di specializzazione successivi.
Questo è un investimento che riconosco essere più complesso ma anche più significativo, perché teso alla valorizzazione del processo di inserimento dei soggetti nell'amministrazione.
Naturalmente, rimane aperto il problema di quelle personalità chiamate, come ricordavo all'inizio, con il termine orribile di «chiara fama», espressione che sembra rammentarmi un periodo molto triste e nero della storia politica italiana, quando il riconoscimento di questo titolo significava altro nella storia della nostra università. Preferirei, pertanto, si cominciasse a pensare ad un'altra dizione. Personalmente, in ragione di quanto mi è stato possibile valutare sinora, ho maturato la convinzione che l'esperienza di questi soggetti non sia stata né brillante né positiva. Tranne alcuni casi particolarmente importanti e significativi, di grande levatura e pregio (Gioacchino Lanza Tomasi a New York, Pietro Corsi a Parigi, Giorgio Pressburger a Budapest, Mario Fortunato a Londra, recentemente), l'esperienza è drammaticamente negativa.
In proposito, comunico loro - posso riferirlo perché mi trovo in Parlamento, nel corso di un'audizione parlamentare, e non ritengo di rivelare un segreto di ufficio parlando in questa sede -, che la Commissione di cui trattasi è stata convocata la prossima settimana, proprio per prendere in esame un caso - responsabile, fra l'altro, di aver recentemente attratto l'attenzione dell'opinione pubblica e dello stesso Parlamento - divenuto talmente critico da richiedere l'intervento dell'organo competente. Non so se il fatto che alcuni problemi si siano presentati sia imputabile a responsabilità dei soggetti coinvolti, o al mancato funzionamento del meccanismo selettivo: ritengo però che, in fondo, i due elementi si sposino in maniera egregia.
Probabilmente, se invece di mantenere l'ipotesi delle quote riservate ai direttori - destinati sempre a grandi sedi, a «sedi vetrina», importanti per la politica culturale italiana all'estero -, si promuovessero veri e propri «ambasciatori della cultura» - orientamento che sembra emergere da qualche iniziativa parlamentare -, chiamati ad agire per progetti mirati, in sinergia con gli istituti di cultura ma privi della responsabilità di gestirli, effettueremmo un'operazione forse più proficua.
Nell'ipotesi, invece, che il Parlamento dovesse decidere per il mantenimento della quota riservata, faccio forti inviti affinché non si incrementi il numero dei direttori di chiara fama, perché già dieci sono molti, e rivolgo un caldo appello a che - pur mantenendo la discrezionalità politica della scelta - non si prescinda, nella maniera più assoluta, da due parametri, la competenza culturale e la professionalità (intese dal punto di vista delle capacità manageriali di promozione culturale, nella fattispecie). La scelta politica, infatti, non può essere compensativa della loro eventuale mancanza. Esprimendo un giudizio obiettivo, senza riferimenti di alcun genere al presente e al passato, osservo che i casi di caduta sono stati proprio quelli in cui il criterio di scelta politica ha prevalso sul criterio della qualità e della professionalità. Da questo punto di vista, ritengo che valga per tutti - si tratti o meno di direttori di chiara fama - la necessità di procedere ad una valutazione efficace ed ex post dell'operato di questi soggetti, rapportando, possibilmente, la parametrazione stipendiale al risultato ottenuto, per una quota incentivante. Qualora non si desse corso ad un meccanismo simile, e svolgere attività presso un istituto di cultura all'estero significasse soltanto adempiere ad un ufficio tra i molti possibili, eseguire incarichi in altri paesi si trasformerebbe, per coloro che fossero chiamati a svolgere funzioni al di fuori del territorio nazionale, soltanto in una corsa ad una più alta remunerazione, senza offrire nessuna garanzia della qualità del lavoro svolto.
Vorrei dedicare, infine, una battuta, avviandomi verso le conclusioni del mio intervento, al problema dei lettori e degli addetti scientifici. Mi sono ignote le ragioni per cui i primi debbano trovarsi alle dipendenze dei consoli; ritengo, comunque, che il meccanismo dei lettori di lingua italiana all'estero debba essere reso sinergico e strategico rispetto alla politica di incentivazione della cultura italiana - e come tale rientrare in modo pieno nelle competenza della Commissione -, divenendo anche più compensativo delle politiche rivolte agli addetti e ai direttori. Lo stesso vale per gli addetti scientifici: il nostro è un paese strano, che già nelle dizioni mette in evidenza una crisi culturale quando si parla di discipline scientifiche e di discipline umanistiche, come se le discipline umanistiche non fossero scientifiche, oppure quando si parla di scienze umane, come se esistessero scienze disumane.
Anche in questo caso, gli addetti scientifici rappresentano il momento significativo di un aspetto fortemente caratterizzante la storia della cultura italiana. Non credo che Galileo amasse essere collocato nella storia della scienza piuttosto che nella storia della filosofia; non credo che Pontecorvo amasse essere definito in maniera netta un fisico, quando poi tutti sappiamo che all'origine della storia del pensiero i fisiocrati sono stati i primi filosofi della storia dell'umanità. La categorizzazione, se mi permettete, banale, in base alla quale è possibile dire che esistono gli addetti scientifici inseriti in un registro completamente separato da quello della promozione culturale, è una semplificazione probabilmente funzionale a logiche di potere interne alle ripartizioni delle competenze ministeriali piuttosto che a logiche di sinergia culturale.
Ritengo positiva l'individuazione di addetti culturali in quelle sedi dove non è presente un istituto italiano di cultura. Naturalmente, vorrei rivolgere un appello per fare in modo che questa operazione sia svolta secondo logiche selettive, che non sono quelle del bon a tout faire.
La diplomazia ha grandi capacità e competenze nel nostro paese: abbiamo eccellenti diplomatici che hanno la sensibilità di essere esperti tanto sul versante della cultura e della scienza quanto sul versante dell'economia e della politica. Tuttavia, l'invito che mi permetterei di rivolgere è quello per cui quando si ritiene di mandare un addetto culturale non valgano soltanto le logiche della anzianità o della non anzianità o ancora quelle della turnazione di carriera, ma anche, in questo caso, una valutazione di merito sull'interesse a questo settore. In ultima battuta, vorrei svolgere un'osservazione riguardante le risorse. Credo non sia pensabile ipotizzare un serio sviluppo della cultura italiana all'estero, considerando la carenza di risorse che normalmente registriamo in termini di investimenti in questo settore. Credo sia necessario un serio incremento di risorse finanziarie, dal momento che questo fanno gli altri paesi. Siamo il fanalino di coda nell'ambito del settore, considerando la Francia, la Spagna e la Germania. Siamo stati recentemente sorpassati nel campo della ricerca e credo sia assurdo ritenere che si possa portare avanti un discorso importante in questo campo con le risorse finanziarie di oggi.
Occorrono inoltre risorse umane, nel senso di un necessario potenziamento della direzione generale della Farnesina che si occupa delle politiche culturali. Questa direzione non può essere la Cenerentola delle direzioni generali! Lo dico da vicepresidente di quella Commissione e da presidente della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO.
Se mi consentite di concludere la mia relazione con una battuta, vorrei dire che quando mi viene assegnato del personale presso la Commissione nazionale italiana per l'UNESCO, soprattutto quando si tratta di personale non richiesto, chiedo in genere di sapere quale sia l'handicap di secondo grado, posto che quello di primo grado è quello che gli consente di accedere alla direzione delle politiche culturali. In presenza di un secondo grado di handicap, questo personale viene inviato presso la Commissione nazionale italiana per l'UNESCO.
È una battuta, probabilmente ingrata, considerato il livello egregio ed eccellente del personale del quale dispongo; tuttavia, è una battuta il cui intento è meramente provocatorio, al finedi porre l'accento sulla necessità che il personale destinato alle politiche della cultura sia di alta qualità e non di risulta.


PRESIDENTE. Ringrazio il professor Puglisi per la sua relazione.
Dichiaro conclusa l'audizione.


La seduta termina alle 14,20.



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