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Interrogazione n. 3-04315: Ipotesi di estensione al settore dei beni culturali delle norme sulla «semplificazione amministrativa» -
2005-03-09

PRESIDENTE. L'onorevole Pisicchio ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-04315 (vedi l'allegato A - Interrogazioni a risposta immediata sezione 7).

PINO PISICCHIO. Signor Presidente, onorevole ministro, la pubblica opinione e le associazioni per la tutela dei beni culturali hanno espresso preoccupazione ed allarme per il paventato allargamento al settore dei beni culturali delle norme sulla «semplificazione amministrativa».

Secondo tali norme, infatti, si potrebbe determinare il micidiale paradosso dell'applicazione al settore dei beni culturali della cosiddetta DIA (dichiarazione di inizio di attività) che, implicando il meccanismo del «silenzio-assenso», vanificherebbe ogni azione di tutela per i beni medesimi.

In questo modo, palazzi di valore storico potrebbero essere deformati irreparabilmente, preziose collezioni d'arte alienate in un contesto in cui, peraltro, le sovrintendenze registrano difficoltà.

Vorremmo domandare al ministro quali immediati e concreti interventi intenda assumere per impedire, se fosse così come paventato, un così forte pregiudizio a danno dell'inestimabile patrimonio culturale italiano.

PRESIDENTE. Il ministro per i beni e le attività culturali, onorevole Urbani, ha facoltà di rispondere.

GIULIANO URBANI, Ministro per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, l'interrogazione mette insieme almeno due questioni che vorrei tenere distinte.

Un conto è infatti la denuncia di inizio attività, la cosiddetta «DIA», che consente al privato di intraprendere una determinata attività senza alcun atto autorizzativo preventivo, altro conto invece è il cosiddetto silenzio-assenso, che si verifica quando, decorso un certo lasso di tempo dalla domanda di autorizzazione, la mancata pronuncia dell'amministrazione equivale ad una provvedimento favorevole.

Effettivamente, in una primissima bozza di atto normativo ipotizzato dagli uffici di altre amministrazioni, la denuncia di inizio attività si estendeva anche alla materia dei beni culturali, ma, a seguito delle osservazioni formulate anche dai miei uffici, tale ipotesi è stata prontamente e definitivamente abbandonata.

Diversa questione, come si è detto, è quella del silenzio assenso. Posso comunicare fin d'ora che i miei uffici hanno espresso, nelle riunioni preparatorie del prossimo Consiglio dei ministri, precise obiezioni riguardo all'applicabilità di tale princìpio ai procedimenti relativi ai beni vincolati.

In sintesi, l'istituto del silenzio assenso, per meccanismi suoi propri, non si può infatti applicare ai beni vincolati.

La tutela si esprime essenzialmente nel vincolo e consiste nel conservare e proteggere il bene per trasmetterlo alle future generazioni. L'autorizzazione a modificare i beni, in sostanza, è un'eccezione alla regola generale e richiede un intervento espresso e motivato sui presupposti che giustificano questa eventuale deroga.

Il silenzio assenso, al contrario, capovolge la logica stessa della tutela, facendo dell'uso derogatorio del bene la regola, e riducendo il divieto ad eccezione.

Devo sottolineare che spesso l'autorizzazione ad eseguire un intervento su bene vincolato è sottoposto a misure e a condizioni, per assicurare al meglio l'interesse pubblico alla conservazione del bene.

L'applicazione meccanica della regola del silenzio assenso precluderebbe in radice tale possibilità.
In ogni caso, il silenzio assenso porrebbe difficili problemi di coordinamento con il codice dei beni culturali, introducendo, tra le altre cose, una curiosa ed inaccettabile asimmetria tra i procedimenti dello Stato che verrebbero sottoposti al silenzio assenso, e quelli delle regioni che invece non sarebbero sottoposti a tale princìpio.

In conclusione, tengo a rilevare che il sistema di protezione del bene culturale fondato sul vincolo, in quanto perfettamente conforme alla migliore tradizione liberale di questo paese, ubbidisce ad una logica diversa.
Le libertà del privato non possono non riconoscere la preminenza dell'interesse di tutti a trasmettere ai nostri figli le testimonianze di civiltà e di cultura espresse dai beni culturali. Il vincolo non nega infatti le libertà del privato, ma esprime la necessità di dettare una regola di convivenza tra la proprietà e l'interesse pubblico, di conservazione del valore culturale del bene.
Questa regola deve essere formulata espressamente con un atto dell'amministrazione e non può essere desunta dal semplice passaggio del tempo.
Queste sono le considerazioni che ribadirò al prossimo Consiglio dei ministri.

PRESIDENTE. L'onorevole Pisicchio ha facoltà di replicare.

PINO PISICCHIO. Signor Presidente, avremmo desiderato ascoltare parole definitive da parte del ministro: stimiamo il professor Urbani, anche come accademico e come sensibile uomo di cultura.

Con il professor Urbani vorrei dunque rileggere l'articolo 9 della Costituzione nel capoverso che statuisce la tutela del patrimonio storico-artistico della nazione. Il senso della prescrizione costituzionale è chiarissimo: «Nessuna norma dell'ordinamento può mettere in discussione il patrimonio artistico del paese, considerato un bene fondamentale da garantire e tutelare».
Non so se, come talvolta viene detto, in Italia sia conservato davvero un terzo di tutto il patrimonio artistico mondiale; se l'Unesco ha ritenuto di riconoscerci il più alto numero di siti tutelati, qualche ragione ci sarà.

So per certo che la bellezza e l'estetica aiutano a vivere una cittadinanza più consapevole e un'esistenza più umana. Se il provvedimento sulla semplificazione amministrativa, rispetto al quale il ministro dice oggi parole di rassicurazione, avesse coinvolto anche il settore dei beni artistici questo si sarebbe tradotto in una sorta di licenza a praticare lo scempio delle nostre città, dei nostri monumenti e dei nostri paesaggi. Si sarebbe dato il via alla deformazione dei palazzi artistici, al cambiamento definitivo degli assetti urbanistici di valore storico, alla destinazione all'oblìo di siti archeologici, senza contare l'effetto collaterale dell'agevolare l'esportazione dei beni culturali.

Si dice che i beni culturali siano consegnati ai contemporanei con un vincolo: è un prestito temporaneo che ci obbliga a trasferire a chi viene dopo di noi le stesse opere artistiche nelle condizioni in cui le abbiamo ricevute da chi ci ha preceduto. Ritengo che in questo concetto vi sia una grande verità.
Le parole che il ministro ha detto alimentano in noi ancora la speranza la quale si aggiunge ad un'altra speranza...

PRESIDENTE. Onorevole Pisicchio, concluda.

PINO PISICCHIO. ...che non vada a finire con la sanatoria sulle aree vincolate (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Popolari-UDEUR, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Unione).

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata.
Sospendo la seduta che riprenderà alle 16,15.

www.camera.it


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