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(3344) - 5ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 653 del 07/04/2005 Conversione in legge del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell' ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale
2005-04-07


Riprende l'esame sospeso nella seduta del 5 aprile 2005.


Il senatore RIPAMONTI (Verdi-Un), intervenendo sull’ordine dei lavori, segnala l’esigenza di prevedere un termine più ampio per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge in esame, rispetto a quello già fissato per lunedì 11 aprile, alle ore 12.

Tenuto conto, infatti, della complessità delle materie in esame, nonché dell’interruzione dell’attività parlamentare di domani, in relazione alle esequie per la morte di Giovanni Paolo II, il suddetto termine potrebbe risultare oggettivamente troppo ristretto per consentire ai Gruppi parlamentari gli approfondimenti necessari al fine di elaborare le relative proposte emendative.



Il senatore LEGNINI (DS-U), prendendo anch’egli la parola sull’ordine dei lavori, concorda sull’eccessiva ristrettezza dei tempi a disposizione per l’esame del provvedimento in titolo. Oltre alle questioni segnalate dal senatore Ripamonti, fa presente che il Governo, secondo alcune anticipazioni degli organi di informazione, si accingerebbe a presentare una serie di emendamenti che intervengono tra l’altro su materie, come quella della riforma del diritto fallimentare, da tempo all’esame del Parlamento in relazione ad altri disegni di legge, per i quali sono già stati elaborati testi molto articolati, condivisi da un ampio ventaglio di forze politiche. Chiede quindi al Governo se tali notizie corrispondano o meno al vero, rilevando che qualora le stesse venissero confermate, occorrerebbe necessariamente prevedere dei tempi più ampi di discussione.



Il sottosegretario VEGAS, in replica al senatore Legnini, precisa che il Governo sta effettivamente valutando la possibilità di presentare emendamenti al citato disegno di legge n. 3344, tra i quali ve ne potrebbero essere alcuni che incidono su materie già da tempo all’esame del Parlamento. Premesso che eventuali esigenze di coordinamento con proposte normative già elaborate dagli organi parlamentari potranno essere affrontate solo in sede di esame dei testi, ritiene comunque che la Commissione bilancio debba essere lasciata libera di valutare le singole materie nel loro complesso, indipendentemente da soluzioni normative già proposte o adottate. Si dichiara comunque disponibile a confrontarsi sulle varie questioni nel modo più ampio possibile, compatibilmente con le scadenze imposte dal calendario dei lavori parlamentari.



Il presidente AZZOLLINI, prendendo atto delle esigenze segnalate dai colleghi, in ordine ai tempi di svolgimento dei lavori in Commissione, propone di spostare il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge in titolo alle ore 18 di lunedì 11 aprile e, qualora non fosse possibile concludere la discussione generale nella presente seduta, di proseguire la stessa nella seduta antimeridiana di martedì 12 aprile. Posto comunque che i tempi dei lavori della Commissione sono strettamente correlati alle scadenze imposte dal calendario dell’Assemblea, che prevedono l’incardinamento del provvedimento in esame già per la mattina di giovedì 14 aprile, si riserva di chiedere chiarimenti sui tempi dell’iter previsti per l’Assemblea.



Il senatore CADDEO (DS-U) rileva l’opportunità di verificare la possibilità di disporre uno slittamento dell’inizio dell’esame in Assemblea: il termine di giovedì 14, infatti, appare troppo ravvicinato per consentire un adeguato approfondimento in Commissione dei temi trattati, particolarmente ampi e complessi.



La Commissione conviene, infine, con la proposta del Presidente di fissare un nuovo termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge in esame, per le ore 18 di lunedì 11 aprile.



Dopo che il PRESIDENTE ha dichiarato aperta la discussione generale, prende quindi la parola il senatore RIPAMONTI (Verdi-Un), per ricordare che l’opposizione aveva da tempo segnalato il problema cruciale della perdita di competitività dell’economia italiana, già in occasione della discussione sulle leggi finanziarie 2004 e 2005. Tuttavia il Governo e la maggioranza che lo sostiene non hanno mai voluto assumere serie iniziative al riguardo, cosicché le misure presentate oggi appaiono non solo insufficienti, ma del tutto tardive. Ricordando che tali interventi sono suddivisi in due distinti ma paralleli provvedimenti, uno presentato in Senato (ovvero il disegno di legge in esame, di conversione del decreto legge n. 35 del 2005), e l’altro presentato alla Camera dei deputati (atto Camera n. 5736), rileva il carattere frammentario ed eterogeneo degli stessi, che non risponde alle esigenze del Paese, la cui economia appare stagnante, priva di fiducia e di una chiara strategia di sviluppo.

Sottolinea come tale situazione sia frutto delle erronee scelte di politica economica del Governo in carica, e non, come spesso pretestuosamente dichiarato, di crisi economiche internazionali, posto che vi sono altri Paesi anche nell’area dell’euro che continuano a crescere e a svilupparsi, anche a tassi molto sostenuti. Il Governo, nei suoi quattro anni di permanenza in carica, ha scelto di puntare su una liberalizzazione selvaggia dei mercati, a partire da quello del lavoro (cita a titolo di esempio la polemica pretestuosa sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), con il risultato di creare una pletora di forme contrattuali atipiche (oltre quaranta, secondo taluni osservatori), le quali però non hanno rilanciato l’economia, ma aggravato la situazione di precarietà di molti lavoratori. Ricorda come molte famiglie facciano fatica ad arrivare alla fine del mese, ciò che ha determinato la nascita di fenomeni nuovi di impoverimento e di riduzione forzata dei consumi (la cosiddetta sindrome della quarta settimana). Critica ancora le scelte del Governo in tema di finanza pubblica, con il ricorso reiterato ai condoni e alle misure una tantum, che non hanno ridato stabilità ai conti pubblici. Altrettanto fallimentare è stato poi il taglio delle tasse inserito nell’ultima legge finanziaria, che non è stato avvertito dalla gran parte dei cittadini, ma solo dai redditi medio-alti.

Dinanzi a queste emergenze, confermate anche dall’ISTAT, che ha recentemente comunicato i dati sulla crescita prevista per il PIL nel 2005, di poco superiore all’1 per cento, sottolinea ancora una volta come il pacchetto di misure a favore della competitività proposto dal Governo appaia del tutto insufficiente e inadeguato, essendo tra l’altro frutto non di un serio confronto con le parti sociali, in quanto le stesse sono state chiamate nei mesi scorsi solo a partecipare ad incontri di facciata, in cui il Governo si è limitato ad annunciare decisioni già prese.

Passando ad esaminare nel dettaglio le disposizioni del decreto-legge in conversione, mentre sarebbe stato necessario predisporre nuove misure, con un’adeguata dotazione finanziaria, rileva che il provvedimento non stanzia in realtà risorse aggiuntive, ma piuttosto "ricicla" fondi già previsti nelle precedenti leggi finanziarie per circa 4 miliardi di euro nel triennio 2005-2007, di cui 800 milioni nel primo anno (nel quale sarebbero invece serviti maggiori stanziamenti).

Sempre nel triennio 2005-2007, vi sono poi 6 miliardi di euro derivanti dalla revisione degli incentivi alle imprese, di cui un terzo volto a favorire la ricerca, ed il resto a favore del Mezzogiorno e delle aree più disagiate. Richiama poi gli ulteriori 750 milioni di euro, stanziati per le grandi opere, spia evidente della cronica carenza di fondi in questo settore: anche in tal caso però non sono risorse aggiuntive, ma fondi già stanziati sottratti agli incentivi alle imprese previsti dalla legge n. 488 del 1992.

Cita, inoltre, 750 milioni di euro stanziati per favorire l’avvio del sistema di previdenza integrativa, che dovrebbe avvalersi dei fondi del TFR non più vincolati presso le imprese. Al riguardo fa presente che si tratta di una manovra non coerente, perché per consentire il decollo della previdenza integrativa occorre un serio sistema di incentivi e di agevolazioni fiscali, che possano garantire rendimenti adeguati ai lavoratori per invogliarli a investire le risorse del TFR. Peraltro, pur riconoscendo che si tratta di questioni che si trascinano ormai da parecchio tempo e che rimontano anche alla responsabilità dei Governi del centrosinistra, rileva che il Governo Berlusconi non ha ancora emanato i decreti legislativi di attuazione delle deleghe per l’avvio della previdenza integrativa, di cui alla legge n. 243 del 2004, né ha previsto l’estensione del sistema anche ai dipendenti pubblici, ciò che sarebbe invece indispensabile.

Richiama quindi i fondi stanziati per gli ammortizzatori sociali, ammontanti a 460 milioni di euro, di cui 170 già previsti nella legge finanziaria 2005, che riguardano essenzialmente il potenziamento della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria. Da ultimo, segnala la previsione di sgravi fiscali per le donazioni a favore delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS), sottolineando come le disposizioni in materia debbano essere attentamente esaminate, per evitare che si traducano in una sorta di regalo che vada a beneficiare solo determinati enti a scapito di altri.

In conclusione, evidenzia come, nelle misure sinteticamente richiamate, il Governo abbia a suo avviso compiuto una serie di scelte errate, smantellando istituti già consolidati ed efficaci, per introdurre nuove formule la cui utilità appare invece dubbia. In particolare, nel campo degli ammortizzatori sociali, critica lo svuotamento degli istituti della programmazione negoziata e dei contratti d’area, lo smantellamento della legge n. 488 del 1992, alla quale si sono via via sottratti i fondi necessari ed infine, particolarmente grave, il sostanziale danno arrecato ai cosiddetti incentivi automatici. Questi interventi, che si erano rivelati particolarmente efficaci, sono stati infatti resi inutilmente burocratici e assoggettati ad una sorta di supervisione da parte delle autorità politiche, introducendo nuovamente forme di clientelismo che si sperava fossero state definitivamente superate. D’altra parte, rileva come la previsione di incentivi erogati solo per il 50 per cento in via automatica, affidando il restante 50 per cento alle ordinarie procedure bancarie, oltre ad essere inutilmente macchinosa, comporta dei tempi di attuazione assai lunghi, che non rispondono alle esigenze del sistema produttivo del Paese e del rilancio dello sviluppo. Si dichiara disponibile, su tale punto, ad avviare un serio confronto con il Governo e con le forze di maggioranza, sottolineando l’esigenza di privilegiare, in una riforma del sistema degli incentivi alle imprese, forme di tipo automatico e che coinvolgano realmente i livelli decisionali territoriali, che sono i soli in grado di esprimere le esigenze effettive delle imprese.

Per quanto concerne il tema della ulteriore riduzione delle imposte, annunciata più volte dal Governo, ritiene che la scarsità delle risorse finanziarie a disposizione imponga necessariamente delle scelte di politica economica e quindi delle priorità. Tuttavia gli sgravi fiscali già operati dal Governo con la precedente legge finanziaria hanno dimostrato scarsissima efficacia: la maggior parte dei contribuenti non ne ha beneficiato ed i consumi non sono stati incentivati; viceversa, i pochi soggetti che se ne sono avvantaggiati, cioè quelli con redditi medio-alti, hanno orientato i loro consumi verso beni di lusso o di tipo sofisticato, in gran parte importati dall’estero. Ritiene invece che le risorse disponibili debbano essere indirizzate verso la riduzione del cosiddetto cuneo fiscale, ossia al sostegno dei redditi da lavoro, nonché al potenziamento della ricerca e della formazione dei lavoratori, posto che non si può pretendere di rilanciare la competitività del Paese con una forza lavoro impiegata in maniera precaria e priva di specializzazione, e al conseguimento di obiettivi di sviluppo sostenibile.



Il senatore FASOLINO (FI) evidenzia come il decreto legge n. 35 del 14 Marzo 2005 in conversione, abbia rivisitato la disciplina delle concessioni alle agevolazioni per investimenti produttivi, predisponendo altresì una serie di misure per favorire la competitività del nostro sistema economico. Sottolinea, così, che il massiccio attacco dei prodotti cinesi ed orientali in genere ha ispirato le norme contenute nell’articolo 1, che contemplano il rafforzamento del sistema doganale sia in termini selettivi e di filtro a prodotti contraffatti sia in termini di migliore funzionalità per assicurare le esportazioni. Richiama poi le norme contenute negli articoli 2, 3 e 4, volte a dare risposta ai nodi cronicamente irrisolti dell’elefantiasi burocratica e regolamentare, come pure quelle di cui agli articoli successivi 5, 6 e 7, che affrontano il nodo delle infrastrutture, degli investimenti in ricerca e sviluppo e della diffusione delle tecnologie.

Esprime altresì apprezzamento per le norme che agevolano il raggiungimento di una dimensione europea per la piccola impresa, con relativo premio di concentrazione, le disposizioni in materia di agricoltura e turismo (articoli 9, 10 e 12), le disposizioni in materia di previdenza complementare (articolo 13) e di incremento degli investimenti in capitale umano (articolo 14), osservando che esse, oltre a produrre effetti benefici su tutto il territorio nazionale, dispiegheranno il massimo della loro efficacia sulle aree più svantaggiate, come il Mezzogiorno.

In tal senso, particolare importanza rivestono gli articoli 8 e 11. In particolare, l’articolo 8 interviene a modificare la legge n. 488 del 1992, prevedendo come agevolazione pubblica la concessione di un contributo in conto capitale e parallelamente di un prestito pubblico ad un tasso agevolato (non inferiore allo 0,50 per cento annuo) unitamente ad un finanziamento bancario a tasso di mercato, mediante una procedura semplificata di cui richiama i tratti essenziali.

In relazione alle succitate misure, ritiene poi opportuno ribadire le ragioni a sostegno dell’intervento pubblico nel mercato del credito del Mezzogiorno, che vanno ascritte a due fattori fondamentali: l’imperfezione del mercato del credito e la scarsa imprenditorialità. La modesta efficienza del mercato del credito è dovuta a quelle che gli economisti definiscono "asimmetrie informative"; tale situazione si realizza quando la banca non possiede, né riesce ad ottenere, le necessarie informazioni sulla situazione economica-finanziaria dell’impresa richiedente credito e conseguentemente non è in grado di poter valutare la reale "rischiosità" dell’operazione creditizia. Tale difficoltà ad ottenere informazioni finanziarie risulta più marcata nel caso di piccole e medie imprese, tipologia aziendale molto diffusa nel nostro Paese soprattutto nel Mezzogiorno, per ragioni di malintesa riservatezza, di inadeguatezza dei sistemi contabili nonché per fattori di tipo ambientale. Sottolinea come tali asimmetrie informative, unite al maggior rischio imprenditoriale nell’area meridionale, conducano in definitiva ad una minore offerta di credito alle imprese del Sud, le quali vengono a trovarsi in una situazione di svantaggio rispetto agli imprenditori del Centro-Nord.

Ricorda poi come lo Stato, nel tempo, abbia cercato di porre rimedio a tale fenomeno attraverso la creazione ed il consolidamento di banche pubbliche e approntando una legislazione che prevedeva la concessione di agevolazioni creditizie e fiscali, per la realizzazione di attività produttive nel Mezzogiorno d’Italia. Tuttavia l’attività di tali banche ha perso importanza, in quanto il processo di liberalizzazione del settore bancario, avviato negli anni novanta, ha condotto al trasferimento della proprietà delle succitate banche dallo Stato ad istituti finanziari privati ed agli investitori, anche a causa della situazione finanziaria critica in cui versavano gli istituti di credito meridionali a seguito di prestiti non andati a buon fine e ritenuti difficilmente recuperabili, sebbene, ad esempio, tale situazione per il Banco di Napoli si era in realtà dimostrata molto meno grave di quanto previsto, per cui, forse anche per mera scelta politica, si è attuata la liquidazione precipitosa di una grande banca con sei secoli di vita.

Conclude osservando come, negli ultimi tempi, si sia ripresa l’idea della creazione di una o più banche per il Sud (secondo il progetto avanzato dall’ex ministro dell’economia Tremonti), in quanto l’assenza di grandi istituti storicamente radicati nel Mezzogiorno pesa non poco sul finanziamento di rilevanti progetti infrastrutturali ed imprenditoriali. In tal senso, come osservato anche in un recente convegno svoltosi presso la sede dell’Assindustria di Salerno, un ruolo propositivo potrebbe essere svolto dalla Cassa depositi e prestiti, attraverso una rinnovata partecipazione a società finanziarie regionali, per il sostegno degli indispensabili investimenti nei principali settori infrastrutturali.



Il senatore MICHELINI (Aut) rileva come dei provvedimenti che vogliano realmente favorire la competitività dovrebbero accompagnare la manovra di finanza pubblica ed essere orientati ad incrementare lo sviluppo. Viceversa, il complesso delle misure varato dal Governo interviene in ritardo, ben quattro mesi dopo l’approvazione della manovra finanziaria, e si presenta in maniera eterogenea, sia in quanto suddiviso in due provvedimenti (ossia il decreto legge n. 35 del 2005 in conversione al Senato con il citato disegno di legge n. 3344, ed il disegno di legge n. 5736 all’esame della Camera dei deputati), sia in quanto costituito da disposizioni molto onerose che trattano materie assai diverse tra loro, che richiama sinteticamente.

In tale congerie di disposizioni manca però, a suo avviso, un filo conduttore che consenta di valutare l’effetto complessivo di tali misure in relazione allo sviluppo economico. Sarebbe stato infatti legittimo aspettarsi che il Governo fornisse almeno una stima dell’aumento atteso, in termini di crescita del PIL, per effetto delle disposizioni in esame, posto che esistano modelli econometrici che consentono di effettuare questi calcoli. Invece le relazioni tecniche dei provvedimenti a favore della competitività, pur segnalando gli effetti derivanti sulla finanza pubblica, non recano indicatori di sintesi sugli effetti in termini di PIL, per cui non si capisce se lo stesso vada o meno a crescere. Nell’attuale contesto di liberalizzazione e privatizzazione introdotto dal Governo, sottolinea come tale indicazione sarebbe stata assolutamente necessaria.

Passando poi ad esaminare gli effetti recati dal decreto-legge in conversione sulla finanza pubblica, rileva che per il 2005 si prevede un aumento della spesa pubblica di 804 milioni di euro, di cui 519 milioni coperti mediante il ricorso ai fondi speciali e 193 milioni mediante riduzione di altre spese: si tratta quindi di utilizzi di vecchie risorse, mentre le risorse aggiuntive vengono previste solo per 91 milioni di euro, derivanti dalle maggiori accise sulla birra e sui superalcolici. Per quanto concerne il disegno di legge in esame alla Camera, sempre per il 2005 rileva effetti negativi sulla spesa pubblica pari a 25 milioni di euro, di cui 15 derivanti da riduzioni di entrata e 9 da maggiori entrate prodotte da un aumento delle accise sui tabacchi.

In definitiva, sottolinea che l’effetto complessivo è quello di un sia pur leggerissimo aumento della spesa pubblica, che determina un peggioramento dell’indebitamento netto della pubblica amministrazione. Sebbene si tratti di un effetto trascurabile in termini di incidenza sul PIL, appare tuttavia preoccupante in termini di tendenza, in quanto si inserisce in un quadro della finanza pubblica già molto compromesso, come testimoniano le recenti previsioni della Commissione europea, sui conti pubblici italiani: ad esempio, per l’anno in corso si prevede un andamento tendenziale del rapporto deficit-PIL pari al 3,6 per cento, contro il 2,7 per cento stimato dal Governo italiano. A ciò si aggiunge peraltro un ulteriore problema derivante dalla revisione dei criteri di contabilizzazione dell’ANAS, che potrebbe peggiorare ancora la situazione.

Passando ad esaminare le singole misure contenute nel decreto legge in conversione, sottolinea come si potrebbero formulare diversi giudizi sulle stesse, a volte anche positivi: mancano tuttavia gli elementi sufficienti per una valutazione approfondita degli effetti complessivi. Richiama, a titolo di esempio, l’articolo 3, commi 3, 4 e 5, che sottraggono ai notai il compito di iscrivere nel pubblico registro automobilistico (PRA) l’acquisto degli autoveicoli ed i successivi passaggi di proprietà. Secondo l’associazione dei notai, da tali misure deriverebbero risparmi per 30 milioni di euro per quanto concerne la prima iscrizione nel PRA (peraltro a suo tempo sollecitata dagli stessi notai), mentre in relazione all’affidamento delle trascrizioni dei successivi passaggi di proprietà a soggetti diversi dal notariato, vi sarebbero una serie di problemi. I notai sostengono che tale scelta, oltre a dare minori garanzie di certezza sotto il profilo giuridico, comporterebbe una sensibile riduzione delle loro entrate, stimabile in 120 milioni di euro, con conseguente calo anche del relativo gettito fiscale. La relazione tecnica però non considera tali effetti e ritiene invece le suddette disposizioni neutrali dal punto di vista finanziario.

Richiama poi l’articolo 10 comma 2, che fissa aumenti delle accise sulla birra e sui prodotti alcolici. In base alla relazione tecnica, vi sarebbe un aumento delle accise per il 2005 pari al 70,33 per cento, cui si aggiungerebbe il connesso incremento dell’IVA del 14,07 per cento, con un aumento complessivo delle imposte pari all’84,40 per cento. Al riguardo fa presente che l’associazione dei produttori di categoria (Assobirra) ritiene che da tale disposizione deriverebbe un aumento dei prezzi dei prodotti al consumo del 24 per cento, che si va però a sommare all’altro aumento previsto dalla legge finanziaria del 2004, pari al 14 per cento. In definitiva, secondo i produttori, negli ultimi due anni le decisioni del Governo hanno determinato una crescita dei prezzi finali della birra di quasi il 38 per cento, che ha ridotto sensibilmente il consumo: sempre secondo i dati dell’Assobirra, infatti, nel 2004 vi sarebbe stato un calo del 4,5 per cento rispetto all’anno precedente e di un ulteriore 1 per cento nel primo bimestre del 2005. Se tali dati fossero confermati, la riduzione dei consumi sarebbe tale da assorbire completamente il maggior gettito derivante dall’aumento delle accise, così vanificando la manovra del Governo. Anche in tal caso, tuttavia, la relazione tecnica non considera gli effetti indiretti della disposizioni.

Pur consapevole che le segnalazioni delle categorie interessate dovrebbero essere attentamente valutate e verificate, ritiene che le stesse pongano comunque in evidenza l’esistenza di possibili, ulteriori effetti finanziari legati alle disposizioni citate, che dovrebbero essere esplicitati e quantificati dal Governo. Viceversa la relazione tecnica non considera tale eventualità, e poiché tale tendenza sembra interessare molte parti della cosiddetta manovra sulla competitività, sollecita il Governo a fornire più puntuali elementi di riscontro sugli effetti degli interventi proposti, in mancanza dei quali non sarebbe possibile dare una valutazione compiuta sul provvedimento nel suo insieme.



Il senatore CADDEO (DS-U) fa presente che il provvedimento interviene in una fase estremamente avanzata rispetto all’attuazione delle strategie europee di Lisbona ed alle esigenze del Paese e che il carattere di urgenza, stante il suddetto ritardo, sembra giustificato soprattutto da ragioni di natura elettorale.

Per comprendere l’ampiezza delle difficoltà attraversate dall’economia nazionale rispetto al resto del mondo occorre considerare che l’economia mondiale sta attraversando una fase di elevata crescita al 4,7 per cento mentre il commercio mondiale è aumentato addirittura nel 2004 del 10 per cento. Dai dati dell’ISTAT risulta, invece, che si sta riducendo la quota di scambi commerciali del Paese e anche la crescita del PIL è stata estremamente ridotta nel 2004 rispetto anche a quella di altri partner europei. L’aumento dei tassi di interesse e del costo delle materie prime rappresentano ulteriori segnali di allarme sul futuro dell’economia nazionale e, corrispondentemente, dei conti pubblici. Anche i dati sull’occupazione in crescita riflettono in realtà gli effetti di una maggiore regolarizzazione dell’immigrazione e del maggior ricorso a forme di lavoro atipiche. Per quanto concerne il Mezzogiorno, poi, il dato più allarmante è costituito dalla recente riduzione dell’occupazione dopo l’andamento particolarmente brillante degli anni precedenti. Tutti questi elementi denunciano l’assenza di una politica industriale ed economica mirata allo sviluppo di tale area del Paese sin dall’inizio dell’attuale legislatura.

Occorre quindi rilanciare la competitività del sistema industriale italiano senza tuttavia seguire le ricette finora adottate. Infatti, la scelta di ridurre le imposte al fine di dare impulso ai consumi si è dimostrata fallimentare sia perché la suddetta riduzione è stata finanziata con l’incremento di altre imposte indirette, a detrimento dei titolari di redditi medio-bassi, sia perché il maggior vantaggio fiscale è stato destinato ai redditi più alti favorendo l’acquisto di beni di consumo prevalentemente importati. La riduzione delle imposte ha anche determinato un assorbimento di risorse che sarebbe stato necessario impiegare altrimenti a favore di un rilancio della politica industriale. Senza risorse non è possibile rafforzare la competitività del sistema produttivo e, da questo punto di vista, l’assenza di nuove risorse rappresenta anche il limite principale del provvedimento in esame. Anche le riforme cosiddette "a costo zero", in grado di conferire maggiore flessibilità ai mercati, già introdotte dal Governo, non si sono rivelate efficaci: per quanto attiene il mercato del lavoro, è aumentato il precariato e non sono stati previsti elementi volti a rafforzare il mercato nel suo complesso, per quanto attiene al funzionamento della libera circolazione delle merci, le iniziative risultano ferme sul tavolo della trattativa delle Regioni, per i servizi, poi, è stata bloccata la liberalizzazione dell’energia, mentre per la liberalizzazione delle professioni il provvedimento prevede alcune disposizioni che segnano un ritorno al passato.

Il provvedimento non contiene, quindi, elementi di rottura rispetto alle politiche adottate in precedenza e non introduce nemmeno fattori di impulso per la competitività in grado di segnare una svolta per l’economia del Paese.

In merito ai singoli aspetti trattati dal provvedimento in esame, fa presente che innanzitutto, per quanto concerne le norme sulla SIMEST (articolo 1 comma 6) l’elevazione del limite massimo di intervento al 49 per cento equivale ad una nuova statalizzazione della presenza delle imprese che delocalizzano le attività all’estero con effetti negativi sull’economia di tali realtà produttive. Per quanto attiene alle modifiche alla legge fallimentare (articolo 2 commi da 1 a 4), pur condividendo la proposta di ridurre i tempi della revocatoria e l’introduzione di un "accordo di ristrutturazione", ritiene che si tratti di interventi parziali che non hanno effetti significativi. Per quanto concerne poi il sostegno alla ricerca (articolo 6 commi da 1 a 7), l’approccio del Governo appare estremamente debole sia perché la quota di risorse destinate in Italia alla ricerca rimane la più bassa rispetto a quella degli altri paesi europei, sia perché non sono contemplati interventi per la formazione del personale. In merito, poi, alle misure relative al finanziamento pubblico agevolato (articolo 8, comma 1), per quanto utili, non rispondono alle esigenze del Paese né a quelle delle imprese che vogliono investire in innovazione e ricerca per la loro esiguità.

Sulla riforma degli incentivi alle imprese, l’obiettivo dichiarato dal Governo è quello di garantire nuovi investimenti per 750 milioni di euro, con il risultato di bloccare per i prossimi due anni le risorse a favore delle imprese. L’insufficiente volume di risorse interessate dal provvedimento rappresenta, in realtà, la principale debolezza della proposta governativa.

Il nucleo centrale della scelta politica operata dal Governo per il Mezzogiorno è sorprendentemente in linea con la penalizzante politica già intrapresa con la Tremonti-bis disegnata a favore delle imprese del Nord. Infatti, le risorse da destinare alle infrastrutture strategiche ed alla riqualificazione delle città vengono prelevate dal fondo rotativo per le aree sottoutilizzate. In altre parole, il fallimento della legge cosiddetta Lunardi viene parzialmente compensato sottraendo ulteriori risorse al Meridione. Inoltre, viene scelta la società Sviluppo Italia quale strumento operativo per l’individuazione degli interventi snaturalizzando l’originaria missione attribuita a tale società. Con il decreto-legge le viene poi attribuita la funzione di gestire le crisi societarie in alcuni settori industriali, funzione precedentemente svolta dalla Gepi, e viene avviata una nuova campagna di partecipazioni statali.

Dal punto di vista strettamente politico, la valutazione complessiva del provvedimento è negativa in quanto per favorire la competitività vengono sottratte risorse alle aree sottoutilizzate, non vengono attuate efficaci politiche economiche dal lato dell’offerta, si interviene soprattutto nei distretti industriali tralasciando gli aiuti alle altre imprese, vengono stanziati insufficienti risorse per favorire la ricerca e l’innovazione, non viene adottata una politica adeguata per la riqualificazione delle risorse umane e ambientali nel Mezzogiorno e vengono bloccati per almeno due anni gli incentivi alle imprese invece di prevedere una fiscalità agevolata per tale area del Paese.

La ricetta alternativa di politica economica che l’opposizione intende proporre consiste invece nel trasformare il Meridione in una piattaforma di nuova industrializzazione attraverso interventi per la ricerca e l’introduzione di crediti di imposta con meccanismi automatici che, ferma restando la libertà dell’impresa di individuare la sede più opportuna per fare innovazione, rimettano al CIPE la scelta del settore di intervento. Si vuole in tal senso far sì che la legge n. 488 del 1992 possa operare eliminando ogni intermediazione politica. Ulteriori strumenti di politica economica che si intende proporre sono la riduzione del costo del lavoro per le nuove assunzioni nelle aree con minore sviluppo del Paese, lasciando alla società Sviluppo Italia la possibilità di recuperare la missione inizialmente affidatale. Per quanto concerne il settore del turismo, si propone un’aliquota IVA al 10 per cento sulle attività recettive da concordare, naturalmente, in sede europea. Infine per quanto concerne le infrastrutture nel Mezzogiorno occorre individuare delle priorità tra le quali indubbiamente rientrano lo sviluppo dei porti in quanto il Paese sta perdendo la sfida di competitività con gli altri Paesi, e in particolar modo con la Spagna, non riuscendo a porre in essere efficaci strategie volte ad intercettare i crescenti flussi di traffico mercantile proveniente da aree ad elevato ritmo di espansione, quali la Cina e l’India.

Questi strumenti innovativi, volti a favorire l’offerta e ad utilizzare meglio le risorse del Mezzogiorno, rappresentano le proposte avanzate dall’opposizione rispetto al piano d’azione del Governo che, dettato dai tempi elettorali, non stanzia nuove risorse e blocca gli incentivi attualmente vigenti.



Il senatore MORANDO (DS-U) rileva che la difficoltà principale attraversata dal Paese dal punto di vista economico è quella della crescita insufficiente. Infatti dal 2001 si sono accentuati i fattori negativi di carattere strutturale che determinano una graduale erosione della capacità competitiva del sistema produttivo italiano. Si tratta di fattori presenti anche prima dell’inizio dell’attuale legislatura, sebbene la principale responsabilità dell’Esecutivo sia ascrivibile all’inadeguata capacità di reazione. Infatti, in un periodo in cui la congiuntura internazionale ha registrato un andamento estremamente positivo, né l’Europa, né tanto meno l’Italia hanno approfittato di tale scenario.

Le risposte di politica economica finora adottate dal Governo hanno interessato soprattutto il lato dei consumi che, sebbene siano cresciuti poco, hanno comunque mantenuto un andamento positivo, mentre i problemi principali si sono registrati dal lato dell’offerta, come dimostrano i differenziali di crescita del Paese rispetto a quelli di altri partner europei quali la Germania e la Francia.

Il problema politico di fondo è quello di definire quale sia la priorità da affrontare: ovvero se continuare con politiche di incentivo alla domanda o se invece il vero problema del Paese sia dal lato dell’offerta.

Se una riduzione delle imposte pari a 6 miliardi di euro a regime, ed una acquisita flessibilità nel rispetto dei parametri del Patto di stabilità e crescita rappresentano volumi di risorse significative, che possono determinare effetti positivi su un’economia chiusa con prezzi rigidi e in presenza di cambi flessibili, tuttavia, in un’economia globale con cambi rigidi (almeno nell’ambito dell’Unione europea) e con prezzi soggetti alle spinte concorrenziali da parte di tutte le altre economie mondiali, l’effetto di politiche di incentivo alla domanda è quello di non incrementare significativamente il tasso di crescita e di favorire, al contrario, lo sviluppo delle altre economie più competitive. A tale ragionamento, qualcuno eccepisce che vi è una contraddizione tra i dati di incremento dei consumi e la percezione di un forte decremento del potere d’acquisto dei salari, tuttavia i due fenomeni risultano compatibili se si tiene conto che in qualche modo è aumentata l’occupazione e tale aumento ha inciso sulle statistiche sui consumi. Neppure risulta condivisibile l’individuazione delle cause dell’attuale situazione economica del Paese nell’eccessiva competitività esercitata dalla Cina. Infatti, l’inefficienza in alcuni settori della Pubblica amministrazione (in particolar modo i tempi lunghi della giustizia civile italiana), la scarsa formazione del personale, le carenze infrastrutturali e la mancata liberalizzazione dei servizi rappresentano questioni strutturali che nulla hanno a che vedere con la Cina e che non trovano soluzione in una politica protezionistica. Dopo aver espresso alcune perplessità sulla necessità di introdurre con norma legislativa misure concernenti le dogane che, a suo giudizio, avrebbero potuto trovare soluzione con un atto amministrativo, rileva che i settori prioritari di intervento per una politica economica concentrata sul lato dell’offerta sono le specializzazioni produttive, l’innovazione tecnologica e, soprattutto, la formazione. In particolare, rispetto a quest’ultimo problema, rileva come nel Meridione vi siano delle elevate potenzialità anche se studi empirici hanno rilevato che le performance dei giovani in quest’area del Paese sono significativamente inferiori, per ragioni evidentemente connesse al funzionamento del sistema della formazione, rispetto a quelle di altre aree del Paese.

Invita pertanto il Governo a prendere atto che negli ultimi anni non sono state scelte le priorità giuste per risolvere i problemi di lungo periodo.

Per quanto attiene, poi, alle misure previste nel provvedimento in esame fa presente che le nuove iniziative relative al diritto fallimentare sono volte principalmente a garantire, attraverso una riduzione drastica dei beni e dei tempi della revocatoria fallimentare ed una possibilità di "ripartenza pulita" del fallito la possibilità di recuperare le realtà produttive ancora in grado di operare senza determinare il collasso del sistema. Esse rappresentano scelte condivisibili da non compromettere con ulteriori modifiche successive. Per quanto attiene agli interventi in materia di professioni, ritiene necessario prevedere interventi più consistenti perché vi sono norme, quali quella dell’iscrizione obbligatoria all’albo per l’espletamento di funzioni, come la consulenza legale nelle Pubbliche amministrazioni, per le quali è richiesta l’abilitazione professionale, che appaiono andare nella direzione diametralmente opposta alla liberalizzazione. Per quanto concerne, poi, gli interventi per la ricerca e l’università, rileva un eccessivo dirigismo nell’impostazione dei nuovi compiti attribuiti al CIPE, ritenendo invece più opportuna l’introduzione di crediti di imposta automatici per le imprese rimettendo ad esse, attraverso una compartecipazione alle relative spese, la selezione degli interventi a maggior valore aggiunto, così come per le università ritiene che sarebbe più opportuno che fossero i privati a selezionare gli enti deputati a fare ricerca. Una soluzione alternativa potrebbe invece essere quella di prevedere un bonus per nuove occupazioni di carattere automatico, limitando semmai, per ragioni di scarsità di risorse, i settori beneficiari. Le misure peraltro previste dal decreto stanziano un ammontare di risorse eccessivamente scarso.

I problemi generali del sistema si amplificano poi nell’area del Mezzogiorno nella quale aumenta il tasso di persone disoccupate e, elemento ancora più preoccupante, si riduce la speranza di trovare nuova occupazione. Si tratta di una questione esplosiva dove svolge un peso rilevante il fenomeno del sommerso. Le soluzioni finora individuate dal Governo, rispetto ad un problema di estrema attualità, quale quello del sommerso, sono state errate perché non si è provveduto a far corrispondere, nella contrattazione, il livello del salario alla produttività, né si è pensato di ridurre, almeno per alcune aree del Mezzogiorno, il cuneo fiscale e contributivo. Inoltre nel Mezzogiorno è necessario incrementare la dotazione finanziaria destinata all’istruzione.

Un altro obiettivo a medio e lungo termine dovrebbe essere infine quello di ridurre l’entità del volume del debito, in quanto soltanto attraverso quest’azione si possono recuperare risorse da impiegare per lo sviluppo.

Conclude ribadendo la necessità di definire delle priorità nelle scelte di politica economica e preannuncia la presentazione di un limitato numero di emendamenti in materia, tra l’altro, di liberalizzazioni e di quelle riforme che non hanno un impatto diretto sui conti pubblici, ritenendo quest’ultimo un contributo utile in un contesto economico nazionale fortemente pregiudicato.



Il senatore GRILLOTTI (AN) rileva che in generale si riscontrano concrete difficoltà nel rilancio dell’economia nazionale e nella promozione dello sviluppo. I principali fattori di erosione della competitività delle imprese italiane sono gli elevati costi fissi che le imprese debbono sopportare rispetto ai competitori europei che con i differenziali di inflazione, conseguenti anche all’introduzione dell’euro, hanno ulteriormente pregiudicato il tessuto industriale del Paese. Non condivide l’idea di coloro che ritengono che la crescita registrata a livello internazionale rappresenti un’opportunità mancata per il Paese, in quanto oltre al suddetto problema dei costi fissi elevati, alcuni paesi, quali la Cina e l’India, stanno reperendo ingenti volumi di materie prime. I due fattori congiuntamente determinano un blocco dell’economia nazionale.

Ritiene che per risolvere i problemi strutturali del Paese occorre dimostrare la capacità di ridurre il debito pubblico in valore assoluto liberando risorse per lo sviluppo. A tale fine occorrono indubbiamente scelte coraggiose e unità di intenti con l’opposizione operando la riduzione di spese nei settori dove si registrano maggiori sprechi. Per quanto attiene al provvedimento in esame, condivide le misure per il rafforzamento del sistema doganale, in quanto proteggono il made in Italy dalle contraffazioni auspicando che le sanzioni penali vengano effettivamente applicate e svolgano una funzione deterrente, quelle sul fallimento, che ritiene idonee a garantire in futuro un afflusso di nuovi investimenti in Italia nonché quelle sulla semplificazione amministrativa, sebbene occorre garantire l’efficacia del controllo da parte degli organismi preposti e accelerare i tempi di applicazione delle norme stesse.

Per quanto concerne le norme modificative della legge finanziaria, non condivide l’abrogazione del comma 82, concernente il contrasto al rischio di atti illeciti per gli enti che utilizzano finanziamenti pubblici, in quanto a suo giudizio si tratta di una norma di rigore, così come l’abrogazione del comma 540, concernente la rideterminazione della rendita catastale di opifici e mobili costituiti per attività industriale, per la quale, se riteneva troppo eccessiva l’iniziale disposizione, ritiene altrettanto eccessiva la totale abrogazione.

Rileva, poi, che altri interventi contenuti nel decreto-legge rappresentano delle ulteriori misure di iniziative già avviate con le precedenti leggi finanziarie, quali ad esempio le misure per la ricerca e l’innovazione tecnologica, le norme sulle ONLUS sul terzo settore, in merito alle quali chiede al Governo di poter fornire chiarimenti sull’efficacia dei precedenti interventi legislativi.

Per quanto attiene alle misure relative al settore dell’agricoltura, manifesta la propria sorpresa nel non aver trovato l’abrogazione dell’articolo 1, comma 551, della precedente legge finanziaria, concernente l’impugnabilità di provvedimenti amministrativi relativi a misure comunitarie, dietro al quale riconosce che vi sono rilevanti implicazioni di carattere politico. Infine rileva che avrebbe ritenuto più opportuno prevedere anche disposizioni concernenti il turismo e la cultura, settori per i quali gli obiettivi di incentivo allo sviluppo sarebbero immediatamente perseguibili, anche alla luce dei suddetti problemi di competitività connessi ai costi fissi delle imprese.



Il presidente AZZOLLINI, in considerazione dei lavori in Assemblea, propone di rinviare il seguito dell’esame della discussione generale alla prossima seduta che si terrà martedì prossimo alle ore 11,30.



La Commissione conviene con la proposta del Presidente e il seguito dell’esame viene quindi rinviato.



SCONVOCAZIONE DELLE SEDUTE DELLA COMMISSIONE E DELLA SOTTOCOMMISSIONE PER I PARERI ODIERNE POMERIDIANE E NOTTURNE E DI DOMANI



Il PRESIDENTE avverte che le sedute della Commissione e della Sottocommissione per i pareri, già convocate per oggi alle ore 15 e alle 15,15 e alle ore 20,30 e 20,45 e quelle di domani venerdì 8 aprile, già convocate per le ore 9 e 9,15 e le ore 15 e 15,15, non avranno luogo.



Prende atto la Commissione.



La seduta termina alle ore 11,55.




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