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Audizione del Ministro Buttiglione, VII Comm. Cultura Camera, 7 luglio
2005-07-14

COMMISSIONE VII - CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE
Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di giovedì 7 luglio 2005


PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
FERDINANDO ADORNATO
La seduta comincia alle 14,05.


Sulla pubblicità dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.
(Cosi rimane stabilito).


Seguito dell'audizione del ministro per i beni e le attività culturali, Rocco Buttiglione, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, il seguito dell'audizione del ministro per i beni e le attività culturali, Rocco Buttiglione, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che nella seduta del 28 giugno scorso il ministro ha svolto la sua relazione ed ha fornito alcune risposte ad una prima serie di domande.
Nel ringraziare il ministro per la disponibilità manifestata, do a lui la parola per una breve precisazione.

ROCCO BUTTIGLIONE, Ministro per i beni e le attività culturali.

Signor presidente, la precisazione che vorrei offrire riguarda alcune affermazioni inesatte fatte nel corso del nostro precedente incontro.


In quell'occasione, l'onorevole Grignaffini
ha richiamato la norma che ha introdotto il silenzio-assenso in materia di verifica dell'interesse culturale dei beni di proprietà pubblica.

Sempre in quell'occasione, molti hanno parlato di svendita del patrimonio culturale di appartenenza pubblica, ma nessuno dei paventati effetti sconvolgenti per la tutela del nostro paese si è realizzato.

Nell'arco temporale in cui questo principio - che ora non opera più - è stato applicato, l'amministrazione ha fissato, di intesa con l'agenzia del demanio, i criteri e le modalità di redazione e trasmissione delle schede relative agli immobili da dismettere ed è sempre riuscita a chiudere entro i termini previsti le verifiche richieste, mostrando di saper far fronte a circostanze anche straordinarie con professionalità ed efficienza. Informo, inoltre, che nessun provvedimento è passato con il silenzio-assenso, relativamente a questa amministrazione.

I buoni risultati ottenuti hanno prodotto un'ulteriore conseguenza: con il recente decreto del febbraio 2005, il ministero e l'agenzia del demanio si sono dati reciprocamente atto della cessazione del periodo di prima applicazione della norma sul silenzio-assenso e, nel riconfermare i criteri e le modalità precedentemente definiti per lo svolgimento delle verifiche, hanno stabilito che d'ora innanzi, avverso l'eventuale silenzio osservato dal ministero nei confronti delle istanze di verifica dell'interesse culturale, lo strumento a cui i soggetti interessati potranno affidarsi sarà il ricorso al TAR.


Sullo stesso argomento, voglio anche rammentare il successo recentemente ottenuto nei confronti di un tentativo quasi portato a compimento, consistente nella reintroduzione del meccanismo del silenzio-assenso in materia di beni culturali e paesaggistici.
Mi riferisco ad alcuni emendamenti approvati dal Senato in sede di esame del disegno di legge di conversione del cosiddetto decreto-legge sulla competitività, volti a consentire al commissario straordinario per gli interventi infrastrutturali e strategici urgenti di procedere senz'altro alla realizzazione delle opere, decorsi 60 giorni dalla richiesta di parere alle amministrazioni competenti.

L'eliminazione di tali disposizioni al testo successivamente licenziato dalla Camera credo vada considerata, oltre che un successo, anche l'espressione della sensibilità di questo Governo nei confronti della tutela dei beni culturali.
Alla luce di queste considerazioni, ritengo pertanto che le osservazioni a suo tempo espresse dalle onorevoli Grignaffini e Melandri siano state inesatte e forse anche ingenerose.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per la sua precisazione. Do quindi la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre eventuali domande.

ANDREA GIORGIO FELICE MARIA ORSINI.
Signor ministro, desidero cogliere questa occasione per esprimerle tutto il mio personale apprezzamento e la mia soddisfazione per la scelta compiuta nel secondo Governo Berlusconi di attribuirle la titolarità di questo dicastero. Il suo non è un ministero come tanti altri, pur importanti e significativi; esso presenta, infatti, una propria specificità, riguardando una materia non solo delicatissima - la quale comprende temi assai complessi, e fin troppo discussi, dalla libertà alla pluralità di espressione - ma anche strettamente correlata a ciò che è in grado di esprimere l'anima e l'identità di una collettività.
Pertanto, è indubbiamente significativo il fatto che la direzione del Ministero per i beni e le attività culturali sia stata affidata ad un uomo di cultura come il professor Buttiglione. Quando dico «uomo di cultura» non mi riferisco al fatto, peraltro ben noto, che il professor Buttiglione è un illustre accademico, poliglotta, esperto di San Tommaso come nessun
altro; mi riferisco, piuttosto, ad un'altra definizione, intesa come consapevolezza di un sistema di valori costitutivi di un'identità e di un quadro di riferimento comuni, non per imporli - come pure vorrebbe una certa vulgata relativistica - ma al contrario proprio per farne un punto di riferimento per il più pluralistico dei dibattiti. Oggi, si tende spesso a dimenticare che è proprio il pluralismo ad implicare l'esistenza di identità specifiche, forti, consapevoli, orgogliosamente affermate. Il ministro Buttiglione ha dimostrato, anche nel recente passato, il coraggio di pagare di persona per aver affermato la propria identità culturale, politica, anche religiosa, e credo che questo sia un titolo di merito da apprezzare particolarmente.
Di lei, signor ministro, apprezzo inoltre la lealtà e il coraggio con cui ha rivendicato, anche nel corso della prima parte di questa audizione, la continuità con l'opera del suo predecessore, il ministro Urbani. Ritengo che il ministro Urbani abbia fatto cose molto importanti, in condizioni estremamente difficili. Non è questa la sede per ricordarle tutte - non sono mancate e non mancheranno le occasioni -; voglio soltanto ricordare il difficilissimo sforzo, compiuto in un momento finanziariamente quasi drammatico, di mantenere le risorse e ridurre al massimo i tagli e le limitazioni finanziarie per il suo ministero. Ricordo la dignità con la quale si è opposto a questo tentativo inevitabile, da parte del Governo, di contenere le risorse disponibili per la cultura. Giustamente, il ministro Buttiglione afferma che si è comunque raggiunta una soglia minima di finanziamenti, al di sotto della quale sarà impossibile spingersi: al riguardo, ritengo che il ministro potrà contare sull'apporto non solo della maggioranza, non solo degli amici di Forza Italia, ma anche dei colleghi dell'opposizione, che reputo parimenti consapevoli del problema esistente.
La sua relazione, signor ministro, conteneva molti altri spunti significativi, alcuni dei quali forse sono stati colti solo parzialmente da qualche intervento dei colleghi dell'opposizione. L'onorevole Grignaffini ironizzava in modo forse inopportuno sul concetto di «anima» di una collettività, di un paese, della tradizione, riferito ai beni culturali, ricordando come, a suo giudizio, il Governo finora, attraverso il ministro Urbani, abbia privilegiato una visione «mercantile» - termine inteso in senso negativo, deteriore, dalla collega - dei beni culturali. Io credo sia un atto di grave ritardo culturale considerare alternativi, reciprocamente escludentisi, due aspetti invece assolutamente complementari, cioè tutela e valorizzazione dei beni culturali come parte di una identità collettiva e nello stesso tempo come risorsa economica. Ritengo che i due profili siano assolutamente coerenti, se non altro perché il bene culturale, inteso come risorsa turistica, è espressione di un paese che merita di essere conosciuto, visitato, proprio in quanto dotato di un'identità e di un'anima capaci di esercitare fascino e attrarre visitatori.
Certamente tale capacità è correlata a tutta una serie di considerazioni sul funzionamento del sistema paese, dalle infrastrutture alla sicurezza, aspetti di cui non è il caso di parlare in questa sede. Ad ogni modo, non avrebbe senso immaginare l'Italia come meta di turismo culturale se non si avesse una consapevolezza forte dell'identità, del valore, del significato della nostra storia, della nostra tradizione, delle grandi espressioni del pensiero, dell'arte e della spiritualità che caratterizzano il nostro paese. In questo senso, è fondamentale il concetto che tutela e valorizzazione, come ricordava giustamente il ministro, siano connesse alla fruizione. Il bene culturale non fruibile è un bene culturale fondamentalmente morto, inutile, privo di qualsiasi ragione d'essere. In proposito, ritengo che il codice dei beni culturali varato dal ministro Urbani, di cui ho avuto il privilegio di essere relatore in questa Commissione, abbia consentito di compiere molti passi avanti, garantendo anche un migliore e più organico coinvolgimento dei privati.
Sono lieto, infine, che il ministro abbia ricordato come la norma sul silenzio-assenso, proprio grazie a quanto il suo predecessore e la nostra Commissione (in sede di parere sul provvedimento) hanno fatto, sia stata applicata solo in regime transitorio ai beni culturali; il ministro ha quindi evidenziato che nonostante l'opposizione ed altri avessero gridato alla svendita e ad ulteriori gravi pericoli, nulla è accaduto, e soprattutto che il silenzio-assenso per i beni culturali non esiste più, come avevamo detto e come l'opposizione auspicava.

Vengo ora ad un'altra questione significativa affrontata dal ministro, a proposito dello spettacolo. Il ministro ricordava che quella dello spettacolo è prima di tutto un'industria, ancorché abbia specificità che non ci consentono di ricondurla sic et simpliciter soltanto ad una logica di mercato. La logica di mercato, tuttavia, come avviene per qualunque industria, deve esistere, sebbene non sia esclusiva. Quindi, immaginare che l'industria culturale possa continuare ad essere meramente assistita, significa non fare il bene né dei conti pubblici, né dello spettacolo, né della promozione culturale. Questo non soltanto per l'antica e un poco demagogica ma pur sempre vera considerazione che i sussidi riconosciuti alle attività culturali e allo spettacolo siano per gran parte il risultato di una redistribuzione di ricchezza al contrario, dato che è la collettività dei cittadini, compresi i più poveri, a pagare la possibilità per pochi - e normalmente piuttosto benestanti - di assistere ad una rappresentazione teatrale d'avanguardia (talora forse un poco improbabile) o ad opere cinematografiche
per soli addetti ai lavori, ma anche per la ragione più complessiva che non si favorisce uno sviluppo sano, né dal punto di vista culturale né da quello industriale, consentendo di esistere a tutti in modo indiscriminato, senza una politica, senza scelte, senza una valutazione di qualità. So benissimo che intendersi sul concetto di qualità è molto difficile, però le discriminanti devono esistere. Ritengo che quanto fatto dal ministro Urbani relativamente alla ridefinizione del finanziamento per il cinema sia stato un passo in avanti considerevole, tenendo conto che la politica seguita in passato di spese «a pioggia» ha di fatto prosciugato le risorse esistenti. È pertanto impossibile procedere come si è fatto sinora.
Concludendo, condivido il senso e l'impostazione generale della sua relazione, ministro. Ritengo che ci siano le premesse perché nei pochi mesi che operativamente ci separano dalla fine della legislatura il percorso avviato possa essere completato e forse ridefinito con qualche stimolo in più. Ritengo che tutti i componenti della Commissione sarebbero felici di lavorare con spirito collaborativo, costruttivo e leale in questo senso.

GABRIELLA CARLUCCI. Ringrazio il ministro Buttiglione - che avrà in carico la tutela dei beni culturali in questo scorcio di legislatura - per averci illustrato obiettivi ed indirizzi programmatici del suo ministero. Dobbiamo prendere atto con grande soddisfazione dell'impegno del dicastero per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio, anche attraverso la più stretta relazione fra pubblico e privato per migliorare l'offerta dei servizi culturali, per favorire una cooperazione internazionale in grado di tutelare anche il patrimonio culturale di altri paesi, per una possibile rivisitazione del recente codice dei beni culturali e del paesaggio, per l'auspicabile definizione della figura professionale di restauratore
e conservatore dei beni culturali ed anche una più stringente tutela dell'interesse archeologico di aree interessate alla realizzazione di opere pubbliche.
Va dato atto al ministro di tutto questo, come pure della continuità rispetto all'azione del suo predecessore.

Apprezziamo, inoltre, l'intento di ampliare alle persone fisiche la possibilità di effettuare erogazioni liberali nell'ambito dei beni e delle attività culturali, fatto molto importante anche per il settore dello spettacolo. Auspichiamo che l'iniziativa del nuovo ministro, nei pochi mesi che ci separano dalla fine della legislatura, possa contribuire a creare un clima di serenità per il mondo dello spettacolo, che da troppo tempo è costretto a confrontarsi con gravi ristrettezze economiche (del resto, gli ultimi tagli al Fondo unico per lo spettacolo sono recenti).
Si tratta di un impegno prioritario al fine di salvaguardare l'eccellenza artistica italiana e dare così una dignità professionale a tutti coloro che operano nel settore dello spettacolo e che consentono la diffusione della cultura dello spettacolo in Italia e all'estero.
Sono alquanto critica sui provvedimenti varati dal ministro Urbani con riferimento al cinema: infatti, a un anno di distanza queste misure mostrano tutti i loro limiti. Tali limiti erano stati paventati, nella discussione in questa Commissione, per la rigidità di una visione che, pur condivisibile nel merito e nelle finalità, ha invece impoverito il sistema produttivo italiano, penalizzando in particolar modo i nuovi autori ed i nuovi registi.
Il famoso product placement, del quale tanto si è discusso e che effettivamente negli Stati Uniti d'America ed in altri paesi dove è stato utilizzato ha dato grandi risultati, in Italia non è risultato quello strumento efficace ed in grado di attrarre capitali privati e dell'industria nel cinema. Tale
istituto, individuato come lo strumento per implementare i finanziamenti nei riguardi del cinema, a poco più di un anno dalla sua attuazione si è dimostrato un vero e proprio flop, non sostenendo i nuovi autori, i nuovi produttori e i nuovi registi.
D'altra parte, la crisi del cinema italiano è sotto gli occhi di tutti: è sufficiente in tal senso registrare il calo delle presenze oppure la tenuta del sistema a sala nei confronti del cinema italiano. Si tratta di dati evidenti che dimostrano una scarsa presenza del cinema italiano a fronte della preponderante ed assoluta predominanza del cinema statunitense, ma anche di altre cinematografie come quella francese e quella inglese. Il cinema italiano è dunque marginale e poco rappresentato nelle grandi kermesse internazionali.
A mio avviso, per il cinema occorrono una serie di interventi correttivi volti in primo luogo ad aiutare i giovani talenti. Infatti, se la riforma del «sistema del cinema» è tuttora condivisibile sul piano dei principi, dando spazio al merito in senso produttivo, il metodo utilizzato ha invece contratto la possibilità di produrre. Per questo, occorrono interventi correttivi volti ad aiutare i talenti ad emergere, intervenendo in uno di quei pochi settori del sistema Italia in grado di valorizzare il talento e di veicolarlo all'estero. Il cinema è infatti un veicolo formidabile per proporre la nostra cultura ed in particolare il made in Italy. Prendo dunque atto dell'impegno volto a proporre la predisposizione di una direttiva comunitaria per la creazione di un mercato della produzione cinematografica di dimensione europea. È un obiettivo auspicabile che andrebbe realizzato in tempi rapidissimi.
Occorre inoltre incrementare le risorse destinate al cinema: la nostra proposta era contenuta nel disegno di legge, che
adesso investe soltanto lo spettacolo dal vivo, ed era rappresentata dal famoso tax shelter, che sappiamo essere un meccanismo costoso, ma sicuramente efficace per supportare tutte le forme di spettacolo. Il problema delle risorse infatti non riguarda esclusivamente il cinema; esso investe tutte le forme di spettacolo, la danza, il circo, la musica, che si confrontano costantemente con i tagli del Fondo unico per lo spettacolo, al quale si attinge costantemente per far fronte a svariate esigenze. Tuttavia, non ci rendiamo conto che del mondo dello spettacolo fanno parte oltre 200 mila lavoratori, identificabili non soltanto con chi stipula contratti continuativi di portata miliardaria, ma anche con chi deve semplicemente vivere di questo. Pertanto, i costanti tagli per l'allestimento di opere di prosa comportano la riduzione delle tournée e del periodo nel quale si lavora. In tal modo, si riduce il guadagno di tanta gente che vive soltanto di questo.
In conclusione, chiediamo al ministro un impegno volto a difendere le risorse del Fondo unico per lo spettacolo, rovesciando questa logica. Ci apprestiamo ad esaminare ed approvare i documenti di bilancio, nell'ambito dei quali occorre proteggere questi finanziamenti rivolti allo spettacolo.
Le chiediamo quindi un impegno nei riguardi degli oltre 200 mila lavoratori che operano nel mondo dello spettacolo. Le chiediamo inoltre di agevolare l'iter di approvazione della legge quadro sullo spettacolo, calendarizzandola velocemente nell'agenda dei lavori parlamentari, prima alla Camera e poi al Senato. Sappiamo che purtroppo le diverse opinioni sul punto hanno ostacolato il cammino di questo provvedimento; chiediamo tuttavia al ministro di agevolare l'iter legislativo del provvedimento, indispensabile per il Fondo unico per lo spettacolo.

La preoccupazione riguarda le risorse economiche, in particolare quelle relative alla prosa: del paventato taglio del 10 per cento che dovrebbe riguardare la categoria del settore prosa vi è stata nelle scorse settimane una riduzione per i soli teatri stabili, che avevano una media del 4 per cento. La grande preoccupazione investe ora le compagnie private (il 4 per cento riguardava infatti teatri stabili pubblici), che temono che il taglio del 10 per cento possa gravare ulteriormente sulle imprese private, determinando una sperequazione che già esiste con il teatro stabile, settore sempre privilegiato rispetto alle imprese private, che però si occupano di tante attività.
Un'ultima questione riguarda l'esigenza di assicurare le più ampie garanzie sindacali ai lavoratori che operano nello spettacolo e che sono ancora considerati alla stregua dei lavoratori atipici; in tal senso, chiediamo al Governo di onorare questi lavoratori, riconoscendo loro la dignità umana e professionale dovuta nei riguardi di chi opera per la diffusione sociale e culturale dello spettacolo.

ANTONIO PALMIERI. Ho molto apprezzato il discorso sui cosiddetti «caschi blu» della cultura, perché in effetti questo apporto della nostra cultura nel mondo come restauratori consente quasi di figurarci quali «restauratori di pace». Si tratta di qualcosa che deve essere valorizzato maggiormente anche nei riguardi dell'opinione pubblica italiana e dei paesi dove questo avviene.
Vorrei svolgere talune ulteriori considerazioni. Condivido l'impostazione vigorosamente identitaria che anche il collega Orsini ha riconosciuto nel suo intervento. Apprezzo altresì l'invito alla «resistenza del Piave» sul bilancio, per cui avremo un ministro alpino che sarà inaggirabile, uncontournable su questa linea e al quale non faremo mancare il nostro apporto.

Nel merito, vorrei sottolineare come nel corso del suo intervento uno dei tratti cruciali sia stato un concetto che può essere sintetizzato in uno slogan: «usiamo bene ciò che abbiamo». Lei in tal senso ha fatto riferimento all'uso delle nuove tecnologie e alle possibilità che queste possono rappresentare per valorizzare il patrimonio artistico.
Le segnalo una notizia dei giorni scorsi: si è conclusa la gara per il portale Italia.it., che rappresenta sicuramente una grande opportunità. Occorre vigilare su tale opportunità perché non venga sprecata, in quanto può rappresentare quel «cancello aperto» al mondo, attraverso il quale sostenere il turismo culturale.
In conclusione, segnalo di non aver riscontrato, nel corso della sua relazione, alcun riferimento allo sport. Certamente la nostra Commissione ha lavorato in modo unitario, attraverso l'adozione di importanti provvedimenti in favore dello sport dilettantistico e di base, che rappresentano formidabili «tessitori» di pace e di integrazione nel nostro paese. Abbiamo lavorato per lo sport in favore dei disabili e per un museo dello sport; abbiamo effettuato un'indagine conoscitiva sul calcio professionistico; infine ricordo le Olimpiadi di Torino del prossimo anno. In effetti, su tale versante occorrerebbe ribadire l'attenzione del ministero che lei dirige e che può anche contare su un uomo dell'intraprendenza sportiva e della cultura del calibro del sottosegretario Pescante.

PRESIDENTE. Do la parola all'onorevole Lolli.

GIOVANNI LOLLI. Vorrei innanzitutto evidenziare come in effetti dalla relazione del ministro non sia possibile cogliere alcun riferimento allo sport. Ad un'attenta lettura della relazione consegnata dal ministro, non risulta infatti alcun cenno in tal senso; si tratta di un documento intitolato «Linee
programmatiche per l'attività del Ministero»: spero quindi di non incappare in una critica di ingenerosità! Non ho intenzione di infierire; tuttavia, intendo sottoporre al ministro alcune riflessioni: l'assenza di ogni riferimento allo sport corrisponde purtroppo ad una cultura largamente maggioritaria, molto diffusa nella politica italiana, di centrodestra e di centrosinistra.
È un problema ampiamente sottovalutato dalla politica, ma al contempo assai presente nella vita sociale e civile dei cittadini italiani. Le farò pervenire un recente studio effettuato su tale argomento: si parla addirittura di oltre 25 milioni di praticanti sportivi in questo paese. Probabilmente, non si tratta soltanto di un fenomeno quantitativamente esteso, ma anche qualitativamente in via di trasformazione. Per esempio, esso contribuisce, pur tra mille problemi, a determinare una quota consistente del prodotto interno lordo, essendo anche lo spettacolo più seguito in Italia, quindi rappresentando una leva decisiva per altre attività connesse. Penso, per esempio, a tutta la vicenda relativa allo sviluppo delle piattaforme televisive. Si tratta, inoltre, di un'attività che coinvolge in maniera più o meno diretta un'articolazione di soggetti pubblici, privati e del privato-sociale. È quindi un grande fenomeno, in profonda trasformazione.
Tuttavia, a questo fenomeno di grande importanza e fortemente in crescita non corrisponde un'attività legislativa, un sistema organizzativo e, per così dire, di governo all'altezza. Si è creata quindi una forte contraddizione tra le domande e le aspettative, molto complesse, che provengono dallo sviluppo concreto del fenomeno, e le risposte che si rinvengono in un «cartello» istituzionale e di governo fermo in definitiva alla legge adottata nel 1942.
Tale contraddizione comporta effetti vistosi, che determinano un gap fra il nostro paese e gli altri. Vorrei segnalarne alcuni. Per la scuola, esiste una convenzione europea che prevede che nelle scuole secondarie debbano essere impartite almeno tre ore di educazione fisica. In Italia se ne praticano soltanto due ed addirittura si è dovuto contrastare il tentativo di ridurle ad una sola ora. Siamo inoltre l'unico paese nel quale non esiste un'attività motoria formativa degna di questo nome nella scuola primaria.
Sul piano della sanità, da quasi tutte le indagini e gli studi sulle malattie emerge che lo sport è un'attività preventiva essenziale. Tuttavia, questo aspetto è di fatto ignorato.
Infine, vi è la questione dell'impiantistica e dello sport dilettantistico: come mai in Italia esiste un mondo dilettantistico così esteso, con oltre 100 mila società dilettantistiche, che è un fenomeno che non esiste in altra parte del mondo? La mia spiegazione è la seguente: lo Stato non ha predisposto, come avviene in tutti gli altri paesi moderni, un degno servizio per far fronte alla domanda di sport da parte dei cittadini. La società ha quindi provveduto ad organizzarsi da sé, attraverso un enorme movimento di volontari, in condizioni legislative proibitive, al limite della illegalità e in una situazione di vero e proprio tormento per questi cittadini.
Esiste quindi un gap notevole: è sufficiente in tal senso considerare la portata della «battaglia» strategica consumatasi ieri tra due grandi paesi come la Francia e l'Inghilterra per l'assegnazione dei giochi olimpici del 2012.
Viviamo in un paese che storicamente, ed anche negli ultimi quattro anni, continua a marcare su questo problema un ritardo ed una disattenzione gravi. Sono stato tuttavia impreciso: non è vero che questo Parlamento si sia completamente disinteressato rispetto al tema. Anzi, anche il lavoro svolto in
questa Commissione, del quale do atto alla presidenza e a tutti i colleghi, è stato diretto ad attribuire una minima organicità alle tante misure adottate, che sono apparse spesso assai frammentarie e tese a fronteggiare qualche emergenza legata alla violenza o al fallimento di una società sportiva professionistica. In questa Commissione si ha dunque a disposizione il frutto di un'attività tesa a mettere ordine all'interno di questa materia.
Per esempio, in questa legislatura, insieme, abbiamo ripreso il contenuto di un articolo di una legge finanziaria precedente. attraverso il quale abbiamo cominciato a dare una prima sistemazione logica ai problemi fiscali e giuridici delle società sportive.
Abbiamo inoltre svolto una indagine sul calcio professionistico e prodotto, alla fine, un documento unitario, votato unanimemente dalla Commissione, nel tentativo innovativo e serio di risolvere i problemi concreti del settore.
Tuttavia, nonostante la presenza nel di Governo un sottosegretario molto informato e particolarmente acuto, spero che, da questo punto di vista, lei voglia marcare una discontinuità: siamo partiti male ma siamo ancora in tempo per correggere la rotta. Sono state, di fatto, disattese le indicazioni che avevamo fornito nell'ambito dell'indagine condotta sul sistema calcio in merito alla riforma di tale sistema. Ebbene, leggendo i giornali in questi giorni si scopre che ci risiamo. Vedrà cosa accadrà nei prossimi giorni: squadre sull'orlo del fallimento, deputati che si mobilitano in difesa di questa o quella città e così via.
In realtà, fino a quando non si introdurranno le riforme, fino a quando non si affronteranno in maniera strutturale i
problemi di questo mondo così complesso, continueremo inesorabilmente ad alimentare polemiche: noi ci avevamo provato ma non ci siamo riusciti.
Il Governo, dal canto suo, in occasione di quell'indagine, aveva preso l'impegno di aprire un tavolo per mettere insieme province e comuni e presentare una proposta di snellimento delle procedure al fine di trasformare gli stadi in strutture polivalenti e polifunzionali, sul modello di quanto già avviene in altri paesi: anche questa ipotesi è rimasta tale.
Spero che nei prossimi giorni - se lo vorrà, insieme a noi - lei possa trovare il modo di occuparsi della questione. Nel frattempo, però, vorrei segnalarle un altro problema emergente. So che si aggira misteriosamente nelle stanze dei diversi ministeri uno strano decreto di cui non sono riuscito a prendere visione. Si tratta di un decreto di trasformazione di un istituto importantissimo: il credito sportivo. Vorrei capire che cosa si sta preparando e se sono vere le indiscrezioni che filtrano, secondo cui si penserebbe di prendere il cash di questo istituto, cioè le riserve che sono state prodotte dal 1957 ad oggi dallo sport italiano (si tratta del 2,4 per cento dei proventi riscossi da Totocalcio e simili). Purtroppo, per una serie di motivi che non è il caso di discutere in questa sede, questo istituto, nel corso della sua attività, non è stato messo in condizione di funzionare realmente a favore dei comuni e delle società sportive, i veri titolari ed esercenti degli impianti.
Tuttavia, non avendo noi altre grandi risorse pubbliche a cui attingere, quella è la grande riserva che potrebbe consentire un ammodernamento del sistema degli impianti sportivi nel nostro paese, che - lo ripeto - è un sistema quantitativamente in linea con quello degli altri paesi europei, ma dal punto di vista della concezione degli impianti medesimi necessita di adeguamento ed ammodernamento. Stiamo attenti:
se, attraverso questo decreto, si arriverà a depatrimonializzare questo istituto, pure a vantaggio di altre soluzioni certamente altrettanto degne, ciò si tradurrà in un depauperamento delle possibilità di attuare una politica sportiva innovativa.
Per questo motivo la prego innanzitutto, se ha notizie in merito, di riferirle ora in questa sede e, in ogni caso, di seguire nei prossimi giorni con particolare attenzione anche questa vicenda.

ANTONIO PALMIERI. Vorrei soltanto rimarcare che per fortuna lo Stato non si è occupato dello sport; per fortuna che la società si è autorganizzata per rispondere alla domanda di sport.

ANDREA COLASIO. Signor ministro, ho apprezzato le sue dichiarazioni e molti dei punti da lei sottolineati. Per quanto concerne il silenzio-assenso, è bene essere chiari visto che si tratta di una battaglia che ci ha coinvolti in prima linea.

Il decreto in essere, quello approvato, ha modificato l'articolo 20 della legge n. 241; tuttavia, esiste un problema tecnico, perché l'articolo 20 della legge n. 241 parla esplicitamente di patrimonio culturale. La norma in oggetto sul silenzio-assenso è preliminare e propedeutica alla definizione e alla verifica dell'interesse culturale, ergo è fuori, tanto per essere chiari!
Poiché si discute sulle modalità della procedura e il silenzio-assenso definisce la scansione temporale entro la quale il dirigente regionale può stabilire se il bene abbia o meno un valore intrinseco, è evidente che il silenzio-assenso, applicato al valore intrinseco di un bene culturale, non ha senso, perché non è una procedura accertativa: era questo l'oggetto del contendere.

Poiché ho molto apprezzato ciò che lei ha riferito e poiché non è pertinente la norma che è stata modificata, la invito a darmi una risposta in questo senso: è disposto a modificare, ad annullare tale ipotesi?

Sono d'accordo con lei sul fatto che non si sia prodotto alcun effetto devastante, ma questo perché il nostro sistema delle sovrintendenze è un «corpaccione» che sa mettere in moto difese inerziali; conseguentemente era sufficiente produrre una risposta positiva sull'interesse culturale. Tuttavia ciò non è corretto e ritengo che sia sbagliato il principio dell'articolo 27 del decreto n. 269 perché si introduce un principio contrario a tutta la nostra storia e alla legislazione sul patrimonio culturale, dalla legge Casati del 1912 alla legge del 1939.

Attendo quindi una dichiarazione esplicita da parte sua perché si tratta di un principio che contrasta con la nostra storia: occorre abrogare il disposto dell'articolo 27, che introduce un criterio aberrante.


In secondo luogo, ho molto apprezzato il riferimento all'anima, anche perché un suo predecessore, seppure in altro contesto nazionale - penso a Malraux -, proprio nel 1959 evocava le maison de la culture quali le grandi cattedrali gotiche come il luogo in cui doveva prodursi quella emozione tale da fare sì che un soggetto porti l'animo oltre il confine della sua anima. Ciò è estremamente interessante perché attiene alla dimensione identitaria. Giustamente, il bene culturale è costitutivo della nostra identità; quindi, altro che oggetto o prerequisito funzionale per politiche turistiche! Sicuramente può essere anche questo, ma le nostre pietre, piazze, i nostri borghi medievali, le chiese, i monasteri sono il punto di snodo, come lei evocava, tra passato e presente. Insomma, si tratta del luogo di confine dove si costruiscono processi identitari.
Allora, va anche detto che la specificità, nel nostro patrimonio culturale, è data da questa non soluzione di continuità tra testo e contesto, nel senso che noi abbiamo a disposizione una sorta di museo territoriale diffuso. Pertanto, vanno valutate attentamente le modalità con cui oggi, a fronte di quello che personalmente ritengo essere un processo di territorializzazione delle politiche della cultura, si valutano i modelli istituzionali da adottare e mettere in atto.
Francamente, non leggo la valorizzazione come un processo negativo (sono d'accordo con lei), anzi, questa non è mai stata correlata alla riduzione a merce del nostro patrimonio culturale. Si tratta di una modalità che sottolinea, invece, la necessità della fruizione. Proprio perché il bene culturale è un bene squisitamente identitario e relazionale, senza fruizione, esso rischia di essere un tempio separato dalla comunità cui invece appartiene, quindi un elemento non costitutivo della sua identità.
Così come giustamente lei evocava, l'estetica crociana qualche problema lo crea perché è dentro la logica del puntiforme, del bello singolarmente inteso. Invece oggi una moderna politica dei beni culturali deve essere a rete. Giustamente lei ha richiamato l'integrazione del nostro sistema museale. In particolare, ricordo che né voi, né noi abbiamo applicato l'articolo della Bassanini che prevedeva, finalmente, il passaggio agli enti locali di gran parte del nostro patrimonio culturale che - ripeto - è «minore». Lei, signor ministro, giustamente ha sottolineato il ruolo dei governi territoriali come punto di snodo sia per l'attività, sia soprattutto - aggiungo - per le politiche dei beni culturali. Le ricordo che in Sicilia l'autonomia speciale esiste dal 1947: personalmente, ritengo paradossale che regioni come Toscana o Veneto ne siano ancora prive, tanto più che, attualmente, vi sono tutte
le condizioni perché lo Stato, inteso come struttura centrale, eserciti una funzione di verifica e di controllo sulla logica vincolistica, alla luce della giustiziabilità del vincolo stesso, che non potrà più risultare privo di motivazione.
Fatte queste premesse, vorrei soffermarmi sui reali problemi che il suo ministero, signor ministro, sarà chiamato ad affrontare. Dobbiamo tener conto, purtroppo, di alcuni fattori negativi, quali il tasso di invecchiamento del personale della sovrintendenza - problema particolarmente gravoso -, o l'inadeguatezza delle risorse disponibili. Riguardo a questo ultimo aspetto, il suo predecessore è caduto, come abbiamo fatto notare spesso in questa sede, nella grande trappola dell'Arcus: riteneva di poter disporre di 5.250 miliardi di vecchie lire, quando invece - come lei saprà bene - le risorse si sono ridotte a circa 200 miliardi. Le politiche culturali promosse dal suo predecessore erano interamente impostate sull'assunto implicito - poi rivelatosi errato - di poter contare su risorse crescenti. Questo ha ovviamente generato non pochi problemi: della quota di finanziamenti - compresa tra 3 mila e 5 mila miliardi - invocata dal ministro Urbani, per l'implementazione delle politiche culturali, non si è mai avuto traccia. In proposito, una risposta potrebbe pervenire dall'attivazione di risorse esterne, che ritengo essenziali: ben vengano, quindi, le fondazioni! Lei ha evocato, giustamente, il caso di Torino, che sicuramente è emblematico. Ritengo però che sia comunque necessario, signor ministro, lavorare di più nel senso indicato: sono ancora moltissimi i complessi museali territoriali che non dialogano con il sistema delle fondazioni. Al riguardo, il suo ministero potrebbe svolgere un grande ruolo.
Venendo, poi, alle politiche dello spettacolo, non possiamo che esprimere preoccupazione per le conseguenze del decreto-legge
n. 106 che, paradossalmente, proprio mentre è in corso di definizione la legge quadro in materia, riduce ulteriormente il FUS, il quale - considerata la spesa storica e la mancata indicizzazione - ha conosciuto un decremento pari al 40 per cento.
Vorrei fare un'ulteriore considerazione: crediamo che i governi territoriali, le regioni possano e debbano svolgere un grande ruolo nella promozione di rapporti nuovi tra centro e periferia, finalizzati ad accrescere la domanda culturale. Come ho già avuto occasione di rammentare, infatti, la legge Corona ed il FUS non hanno consentito di raggiungere questo obiettivo in quelle aree che, non a caso, definisco di «deserto culturale». Esaminando i dati disaggregati sulla distribuzione del FUS è possibile riscontrare l'esistenza di «centri» e «periferie» e, ahimé, in più di trent'anni di FUS, tale articolazione non è mutata. Ecco perché ritengo determinante affermare ora un mutamento in termini di modelli istituzionali. In tal senso, crediamo che le regioni siano i soggetti più vicini alla comunità territoriale e possano e debbano svolgere il loro ruolo dialogando con i territori di riferimento. Purtroppo, ministro, gli emendamenti da voi presentati vanificano il lavoro che nella Commissione il relatore ha svolto per anni, di intesa con le regioni, reintroducendo, di fatto, un processo di centralizzazione nelle commissioni e nelle strutture ministeriali: nutriamo grande stima per queste ultime, resta ferma, tuttavia, la loro incapacità di interazione con il territorio.
Apprezzo, inoltre, il riferimento alle specialità culturali, ed è evidente che il cinema - in ciò concordo con l'onorevole Carlucci - debba muoversi solo in un contesto europeo. Apprendo con favore che proprio la collega - la quale ha seguito l'iter del provvedimento intervenuto nel settore - dichiari, in questa sede, che qualcosa non ha funzionato, soprattutto per la promozione di nuovi autori e produttori. Si presti anche attenzione al fatto che il settore cinematografico nel nostro paese dovrà confrontarsi con nuovi avvenimenti a breve scadenza. Ritengo ragionevole ritenere che proprio entro la fine del 2005 grandi imprese lanceranno la playstation 3, o Intel, un'innovazione tecnologica che consentirà di spostare il luogo di fruizione del prodotto cinematografico dalle sale alla propria abitazione. Nell'apprezzare il lavoro svolto dalla commissione Vigevano, suggerisco di concentrare gli sforzi comuni particolarmente sulla gestione dei diritti informatici: è sicuramente necessario saper coniugare l'identità, la storia e la tradizione, ma soprattutto è fondamentale capire che l'innovazione tecnologica impone - e mi auguro di ottenere risposte in merito - una maggiore attenzione anche a ciò che, con formula sintetica, possiamo definire «dilemma digitale».

FLAVIO RODEGHIERO. Ringrazio, in primo luogo, il signor ministro per la sua relazione e mi compiaccio che sia proprio lui a ricoprire questo ruolo, per la sua personale ma anche istituzionale esperienza nell'ambito delle politiche comunitarie. Ciò gli consentirà di valutare le iniziative da intraprendere in materia di beni e attività culturali in termini comparativi, parametrandole a quanto avviene in Europa; gli permetterà di coordinare alcune misure significative (come è già stato detto a proposito della direttiva che si desidera venga proposta dalla Commissione europea sul cinema) e di lavorare perché a livello europeo l'integrazione raggiunga i livelli istituzionali, consentendo a noi di coordinarci non solo con l'Unione europea ma anche con il Consiglio d'Europa e, in alcuni specifici settori, con l'UNESCO.
Alla luce di quanto è stato detto dai colleghi in questa sede, vorrei anche ringraziare del lavoro svolto il ministro precedente, Giuliano Urbani, avendo egli dimostrato attenzione non solo alle problematiche ministeriali, con tutta la sua sensibilità e competenza, ma anche alle realtà locali, sebbene molti degli interventi intrapresi a riguardo non abbiano ottenuto la stessa pubblicità di altre iniziative ministeriali. Lo ringrazio per l'attenzione rivolta ai beni culturali locali, anche in termini finanziari. È una considerazione che ritengo necessario svolgere, anche alla luce della continuità che sembra caratterizzare certe iniziative che si è ritenuto di intraprendere a livello ministeriale.
Sul valore del patrimonio culturale, sul significato dei beni culturali in termini di identificazione di una collettività e di integrazione con un certo territorio, non possiamo che condividere, naturalmente, le considerazioni già espresse in questa sede. Si tratta di un tema complesso ed articolato, evidentemente correlato alle competenze locali. In tal senso, potremmo aprire una riflessione molto ampia sulle osservazioni formulate nel corso di questa audizione circa i progetti di autonomia speciale in materia culturale. È certamente interessante il progetto proposto dalla regione Toscana, benché individuare soluzioni in termini di specialità esprima ancora un modo di pensare tipicamente italiano: il caso tedesco, che lei conoscerà bene, signor ministro, dove esiste un ministro per la cultura in ogni land, esprime, ad esempio, un modello federalista responsabile di aver dato luogo ad una suddivisione di competenze senza ricorrere a concetti di specialità. Nel sistema federale tedesco, in altri termini, è proprio la componente identitaria a spiegare la ripartizione di competenze tra i länder in ambito culturale sul territorio.
Si è già parlato del FUS e del tentativo del ministro Urbani di limitare i tagli al suo dicastero, attraverso l'Arcus: sebbene riconosca l'importanza e l'incisività dello strumento - nonostante la decurtazione delle risorse operata -, ritengo che la Commissione debba ottenere in tempi brevi un'informativa più ampia sulle attività svolte, anche per riflettere e confrontarsi con maggiore chiarezza su alcune scelte.
Il ministro ha bene evidenziato, poi, la necessità che il capitolo cultura sia stralciato dalla direttiva Bolkestein: in tal senso, potrà contare sul contributo che intendiamo offrire anche in qualità di componenti - tra cui io stesso mi annovero - della Commissione politiche dell'Unione europea, affinché sia possibile - per quanto ci compete nell'ambito della fase ascensionale di partecipazione alle decisioni europee - approvare sollecitamente le opportune modifiche a questa direttiva.
Si è colto, tra le righe della sua relazione, un atteggiamento di profondo rispetto verso il mondo della cultura, emblematico di un approccio positivo teso alla valorizzazione della libertà e dell'autonomia di questo settore. Tuttavia, credo debba essere preminente, rispetto a ciò, l'indicazione di una assunzione di responsabilità da parte di chi gestisce le risorse a disposizione. Penso al fondo, alle fondazioni lirico-sinfoniche, al contesto di comparazione europea, alla necessità di attestarci agli standard europei in termini retributivi (in Italia siamo ancora a 16 mensilità) e di ore lavorate, alla necessità di concludere contratti sui parametri europei e farli rispettare. Penso alla limitatezza della programmazione, quando l'Opéra Bastille con i suoi quattro teatri rappresenta un'opera tutti i giorni, senza parlare del rapporto sproporzionato fra settore amministrativo ed artistico. Da questo punto di vista, sarebbe anche interessante rapportarci alla Francia che finanzia solamente due istituzioni, l'Opéra Bastille di Parigi e quella di Strasburgo, mentre tutto il resto è di competenza regionale.
Facendo riferimento al testo unico, relativamente allo spettacolo dal vivo, a noi dispiace che non sia stata posta
alcuna attenzione alla necessità di razionalizzare la disciplina fiscale. Crediamo che questo sia, in tutti i settori ed anche in quello del cinema, la vera chiave di volta: in particolare, faccio riferimento all'applicazione dell'IVA al 10 per cento sui fonogrammi, sui CD, sui DVD musicali e sugli altri strumenti analoghi, al fine di favorire la diffusione della cultura musicale, nonché su tutti i contratti connessi alla realizzazione degli spettacoli, per avvicinarci almeno in parte al 4 per cento vigente in Europa. Credo che vada incrementata la strada delle erogazioni liberali. È già stato evidenziato con riferimento all'estensione delle persone fisiche.
Tuttavia, vi sono altre iniziative che potrebbero essere adottate, in relazione alla filosofia della quale il ministro si è fatto portavoce nell'intervenire nel settore: penso, ad esempio, alla valorizzazione dei principi indicati nella legge 11 agosto 1991, n. 266, al fine di favorire la collaborazione delle associazioni di volontariato e delle cooperative giovanili a sostegno dei servizi di fruizione dei beni culturali. Vi sono tante proposte di legge sul tema e dipende anche da noi la calendarizzazione delle stesse.
Chiedo tuttavia un impegno del Governo a fronte anche di talune «ombre oscure» che vi sono nella gestione di alcune realtà: penso a quella dei musei, che sono enti separati, soggetti al Ministero delle finanze in quanto spazi nei quali si detengono beni dello Stato, su cui auspico un intervento efficace.
Allo stesso modo, in tema di promozione degli interventi dei privati e di erogazioni liberali, penso alla realtà delle ville venete, una realtà tanto importante come patrimonio privato-pubblico (e penso anche alla realtà tuscolana e a quella partenopea), rispetto alla quale vi è la necessità di rivedere la legge del 2 agosto 1982, n. 512.


Si tratta di una competenza del Ministero delle finanze, ma rientra anche in quell'operazione di sostegno al settore delle attività culturali, alla luce della filosofia che il ministro ha illustrato nella sua relazione. Credo che in tal senso occorra un maggior coordinamento fra i ministeri competenti.

Allo stesso modo, per quanto concerne la valorizzazione, come sottolineato anche dal ministro Urbani nella sua relazione, del brand italiano nel contesto internazionale, occorre coordinarsi maggiormente insieme agli enti competenti sia statali sia regionali, i quali troppo spesso mostrano una tendenza alla dispersione di iniziative, che ostacola la valorizzazione del nostro patrimonio.

FABIO GARAGNANI. Non ripeterò alcune considerazioni già svolte da altri colleghi; tuttavia, intendo rivolgere un invito al ministro nel senso di dare una maggiore dimensione nazionale agli interventi in materia culturale. È vero che contano le autonomie regionali, ma credo anche che in una materia come questa la frammentazione rischi di produrre diversità di interventi e di approcci, non rispondendo a quelle esigenze ricordate in molti interventi. In particolare, in materia di istruzione e di beni culturali ed artistici, elementi identitari del nostro paese, occorre predisporre una nuova dimensione.
In secondo luogo, occorre tenere presente la necessità di non enfatizzare la dimensione economicista dei medesimi, valorizzando quella culturale, che deve essere rilevante nella politica del Ministero per i beni e le attività culturali. In questo senso, e non per contraddire il collega Colasio, dinanzi alle necessità - e si pensi ai problemi posti dalle diverse sovrintendenze - credo che un processo di centralizzazione a livello ministeriale possa essere utile ed opportuno, dal momento che molto spesso gli enti locali e le regioni non riescono dal punto di vista economico a far fronte a determinati oneri.

Pongo inoltre l'esigenza, della quale ho già parlato con il precedente ministro Urbani, di rivedere la legge sulle fondazioni lirico-sinfoniche: la legge ha sì colmato una serie di vuoti, ma ha mostrato determinate lacune, soprattutto sotto il profilo dell'allocazione delle risorse e sul piano del ruolo dei privati. Occorre intervenire per evitare che quasi tutti gli enti lirici chiudano. In una situazione relativamente soddisfacente vi è soltanto la Scala di Milano, sia pure con alcuni problemi. Pertanto, occorre porsi il problema di una modifica e non di uno snaturamento della normativa, nell'ottica secondo la quale i problemi fondamentali delle fondazioni lirico-sinfoniche non possono essere risolti soltanto in una dimensione di pareggio o di attivo di bilancio. È necessario in particolare verificare per quale ragione il finanziamento privato, sul quale si contava moltissimo negli scorsi anni, non abbia dato i risultati sperati. Chiudiamo le fondazioni lirico sinfoniche perché non ci sono sufficienti finanziamenti privati?
Un'ultima considerazione concerne la materia degli enti culturali: mi domando se non sia il caso di abbandonare una mentalità consociativa, che ha sempre caratterizzato la storia dell'Italia repubblicana nel finanziamento della spesa storica e nelle garanzie a rendite di posizioni consolidate, senza alcuna verifica precisa e puntuale sulla validità dei progetti culturali. In sostanza, è opportuno che gli enti culturali beneficino, anno per anno, di determinati contributi senza alcun esame particolare? In questo modo disincentiviamo l'ingresso di altri organismi culturali ed interculturali che ne avrebbero la
possibilità e la titolarità. Anche in questa materia, assai delicata, occorre affrontare il problema all'insegna di una politica largamente innovativa.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro ed i colleghi intervenuti, ricordando che in un'altra seduta avrà luogo la replica del ministro.
Rinvio quindi il seguito dell'audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle 15,15.

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