LEGGI
BENI IN PERICOLO
INTERVENTI E RECENSIONI
RASSEGNA STAMPA
COMUNICATI DELLE ASSOCIAZIONI
EVENTI
BIBLIOGRAFIA
STORIA e FORMAZIONE del CODICE DEI BENI CULTURALI E DEL PAESAGGIO
LINK
CHI SIAMO: REDAZIONE DI PATRIMONIOSOS
BACHECA DELLE TESI
per ricevere aggiornamenti sul sito inserisci il tuo indirizzo e-mail
patrimonio sos
in difesa dei beni culturali e ambientali

stampa Versione stampabile

Delibera della Corte dei Conti 2 / 2003 - Relazione concernente l’attività di catalogazione dei beni culturali di interesse archeologico, architettonico, artistico storico e demoetnoantropologico
2003-01-17

Corte dei Conti

Catalogazione dei beni culturali
di interesse archeologico, architettonico,
artistico storico e demoetnoantropologico

Indagine 7.1

Magistrati relatori:
Ø Cons. Luigi GALLUCCI
Ø Cons. Maurizio GIORDANO

Indice



1. Oggetto dell’indagine, pag. 1

2. La “nozione” di catalogazione dei beni archeologici, artistici e storici, architettonici e demoetnoantropologici pag. 3

3. I riferimenti normativi, pag. 8

4. L’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, pag. 15

4.a Le competenze nella materia della catalogazione ed il processo di informatizzazione delle relative attività, pag. 15

4.b L’attività di programmazione dei beni da catalogare, pag. 24

4.c L’organizzazione amministrativa e le risorse finanziarie, pag. 26

4.d I rapporti con le regioni e con gli altri enti catalogatori, pag. 30

5. L’attività di catalogazione delle soprintendenze, pag. 32

5.a Organizzazione, risorse finanziarie e produzione catalografica pag. 32

5.b Il lavoro di catalogazione: metodi e costi dell’attività di
catalogazione affidata ai collaboratori esterni pag. 37

6. La direttiva del Ministro per l’azione amministrativa (2002)
e la questione degli indicatori pag. 40

6.a Un indicatore di produttività pag. 45

7. Sintesi e conclusioni pag. 47


Allegato 1 pag. 52

1. Oggetto dell’indagine


La presente indagine, relativa agli aspetti organizzativi e finanziari dell’attività di catalogazione dei beni culturali per la parte in cui tale attività è riconducibile alla competenza del Ministero per i beni e le attività culturali, nelle sue strutture centrali e periferiche (Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, d’ora in poi ICCD; direzioni generali; soprintendenze di settore), è stata disposta dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni centrali dello Stato con deliberazione n. 49/2001/G del 12 dicembre 2001.

Nell’inserire una tale analisi nel proprio programma annuale di controllo, la Sezione centrale ha ritenuto che le attività realizzate attraverso la catalogazione dei beni culturali, quale organizzazione sistematica della conoscenza del patrimonio storico, artistico, archeologico e architettonico del nostro Paese, rappresentino un settore di primaria rilevanza tra quelli affidati dall’ordinamento al Ministero per i beni e le attività culturali.

Lo stesso Ministero, d’altro canto, è per primo, consapevole della particolare importanza che le attività in parola sono venute ad assumere per la migliore tutela del patrimonio, sia al fine di preservarlo da ogni tipo di rischio di perdita o deterioramento, sia per una documentata conoscenza e fruibilità del vastissimo complesso di beni culturali, mobili e immobili, presenti in Italia.

Soltanto per ricordare gli atti più recenti, il Ministro, nelle proprie direttive sull’azione amministrativa e sulla gestione per gli anni 2000 e 2001, ha individuato tra i prioritari obiettivi di carattere generale quelli di “proseguire e accelerare le operazioni di inventariazione, precatalogazione e catalogazione dei beni culturali” (art. 1, lett. a del decreto ministeriale in data 25 maggio 2000) e di “realizzare il catalogo dei beni culturali mediante l’uso di tecnologie informatiche” (decreto ministeriale in data 8 gennaio 2001, n.77/UL, pag. 3, lett. c).

Anche nella direttiva generale per l’anno 2002 (decreto ministeriale n. 1550 del 5 febbraio 2002) il “censimento, catalogazione e digitalizzazione del patrimonio culturale” assume rilevanza strategica . E’ da sottolineare come la direttiva preveda (anche per ”l’obiettivo catalogazione”) una serie di indicatori diretti a misurare l’efficacia, l’economicità e l’efficienza dell’azione amministrativa.

I dati e le valutazioni esposte nella presente analisi sono state formulate previo espletamento di una attività istruttoria che si è mossa in due principali direzioni.

La prima, ha avuto riguardo alle attività poste in essere dall’ICCD nel triennio 1999-2001, attraverso l’analisi dell’utilizzo delle risorse finanziarie disponibili (di natura ordinaria e straordinaria) destinate alla costituzione e gestione del catalogo generale dei beni culturali, nonché della predisposizione degli strumenti per la valutazione dei dati elaborati dai soggetti (istituzionali) catalogatori.

Una particolare attenzione è stata dedicata alle attività poste in essere ai fini della implementazione del Sistema informativo del catalogo dei beni ambientali, architettonici, archeologici, artistici e storici e demoetnoantropologici e di ogni altra iniziativa assunta, nell’arco temporale in riferimento, nel settore della informatizzazione dei servizi.
La seconda, è stata nel senso di verificare – attraverso l’esame dei dati e delle informazioni acquisiti attraverso un apposito questionario predisposto d’intesa con l’ICCD - l’attività svolta dai soggetti catalogatori ed, in particolare, dalle soprintendenze competenti per materia e per territorio.
Poiché scopo primario dell’analisi è quello di verificare lo stato del processo di conoscenza del patrimonio culturale nazionale realizzato attraverso il catalogo generale, i dati relativi alle schede di catalogo prodotte nel triennio 1999-2001 sono stati posti in confronto con quelli relativi al patrimonio già catalogato e con quanto, ancora, deve essere realizzato. E ciò al fine di analizzare, non solo il buon uso delle risorse finanziarie poste a disposizione dell’amministrazione nel triennio in riferimento, ma anche di indagare in merito all’adeguatezza delle risorse finanziarie rispetto a quanto deve, ancora, essere realizzato.
Sin da subito è opportuno fornire alcuni dati utili ad inquadrare e delimitare il “campo” della catalogazione. Le schede di catalogo realizzate alla data del 31 dicembre 1998 ( di produzione statale e regionale) erano circa 4,8 milioni, mentre il lavoro di catalogazione da effettuare veniva stimato in circa 5,6 milioni di schede. Ciò, avendo a riferimento un patrimonio catalogabile indicato, per larga approssimazione, in 10,4 milioni di beni .




2. La “nozione” di catalogazione dei beni archeologici, artistici e storici, architettonici e demoetnoantropologici

Nel paragrafo che segue si dirà più diffusamente della disciplina normativa relativa alla attività di catalogazione dei beni archeologici, artistici e storici, architettonici e demoetnoantropologici.
Occorre, però, sin da subito sottolineare come l’art. 16 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490 detta, ora, la disciplina almeno dei principi sottesi all’attività di catalogazione dei beni culturali ai fini del “censimento del patrimonio storico e artistico nazionale” e regola i rapporti tra la competenza dello Stato e quella di regioni, province e comuni secondo i principi stabiliti dall’art. 149 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112, che riserva allo Stato, anche con la cooperazione delle regioni, la definizione delle metodologie comuni da seguire nell’attività di catalogazione (comma 4 lettera e).
L’importanza dell’attività di catalogazione risiede nel suo essere uno strumento di conoscenza finalizzato principalmente alla tutela ed alla valorizzazione dei beni e delle attività culturali. La catalogazione non è, quindi, (solo) attività di individuazione e di conoscenza del bene culturale (esigenza cui possono e devono corrispondere l’inventariazione dei beni o, che dir si voglia, le operazioni di censimento delle cose d’arte), bensì è strumento assai più complesso che risponde a finalità di conoscenza “ragionata” dei beni per la loro tutela (se beni privati, anche ai fini dell’apposizione del vincolo), per la individuazione degli interventi di restauro effettuati o da effettuare, per la predisposizione delle misure di protezione dai diversi fattori di rischio cui i medesimi sono o possono essere esposti.
In definitiva, la catalogazione ha come obiettivo la conoscenza sistemica del patrimonio e non solo il rilevamento quantitativo dei beni.
Quello della catalogazione è, allora, un sistema che deve dar conto della consistenza, in termini identificativi, quantitativi e qualitativi, del patrimonio culturale da tutelare, secondo moduli sempre “aperti” in quanto suscettibili di richiedere approfondimenti successivi. E’, quindi, per sua natura un’attività in fieri che, in linea astratta, non può mai considerarsi conclusa, vuoi per la necessità del continuo aggiornamento e integrazione di quanto già schedato, vuoi per il rinvenimento di nuovi beni (si pensi, in particolare, ai reperti archeologici), vuoi per gli sviluppi della ricerca storico-critica.
E’ stato, allora, detto bene che le attività di catalogo non possono essere considerate operazioni a breve o lungo termine, bensì un “servizio permanente”, al quale è affidata la ricerca, l’aggiornamento e l’incremento della documentazione, strumentale all’attività di tutela del bene intesa nel senso più ampio: dall’apposizione del vincolo, sino agli interventi di restauro.
Si comprende, allora, la rilevanza di una tale attività nel nostro Paese che, con una fortunata espressione (A. Paolucci), venne definito il “museo Italia”.
La “storia” della catalogazione è assai antica ; essa – tralasciando riferimenti ancora più lontani nel tempo, rinvenibili in disposizioni adottate dallo Stato pontificio e dagli Stati preunitari - può farsi risalire alla legge 12 giugno 1902, n. 185 (prima legge organica dello Stato unitario in materia di tutela del patrimonio artistico) che attribuì all’elenco o catalogo dei beni culturali un particolare valore, in quanto l’inclusione nell’elenco assumeva efficacia costitutiva ai fini della tutela dei beni medesimi .
La necessità di un inventario preventivo, avente un siffatto valore, per la tutela dei beni culturali venne, però superata, prima dalla legge 20 giugno 1909, n. 364 (che, per i beni appartenenti a privati) introdusse l’istituto della “notifica di importante interesse” e, poi, definitivamente, dalla legge organica in materia di beni culturali 1 giugno 1939, n. 1089.
Tale ultima legge prescriveva, all’art. 4, ai rappresentanti degli enti pubblici territoriali e istituzionali, degli enti morali e delle istituzioni legalmente riconosciute, l’obbligo di presentare l’elenco descrittivo delle cose indicate nell’art. 1, appartenenti agli organismi da esse rappresentati, ancorché, all’elenco venisse riconosciuto, ai fini della tutela, un valore (non costitutivo, ma) meramente dichiarativo.
Si tratta, peraltro, di disposizione tuttora vigente che è, ora, riprodotta nell’art. 5 del testo unico sui beni culturali e ambientali approvato con il d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490.
Se questi sono i lontani precedenti, è da dire che il termine catalogazione assume, spesso, un valore polisenso che comprende ogni operazione, anche di inventario o di precatalogo, diretta al censimento dei beni appartenenti al patrimonio culturale.
Il catalogo rappresenta, in senso proprio, l’insieme delle notizie aventi carattere storico, artistico, giuridico relativo alle cose di interesse culturale, per ognuna delle quali viene formato un documento unitario denominato scheda (di catalogo). In tal senso, e’ stato, anche, sottolineato come l’inventario dovrebbe costituire solo la fase dell’avvio di una indagine da validare e da arricchire comunque attraverso le ulteriori verifiche e le ricerche suppletive che la catalogazione comporta .
D’altro lato, ancora oggi, nella legislazione e negli atti ufficiali del Ministero ricorrono i termini di inventario, precatalogo e catalogo, intendendosi con essi indicare un processo, non necessariamente consequenziale, di progressivo affinamento delle corrispondenti operazioni.
L’origine delle incertezze sulla reale nozione dell’attività di catalogazione sono, forse, da ricondurre alle norme più antiche dirette alla “redazione dell’inventario dei monumenti e degli oggetti d’arte” (r.d. 26 agosto 1907, n. 707, che già prefigura l’inventario come attività di catalogazione) ed alla tenuta di “regolari inventari” dei beni “contenuti nei musei e nelle gallerie governative” (r.d. 30 gennaio 1913, n. 363, art. 5).
Queste ultime nozioni di inventario hanno, poi, trovato sviluppo, prima nel r.d. 14 giugno 1923, n. 1889 (“Norme per la compilazione del catalogo dei monumenti e delle opere di interesse storico, archeologico e artistico” ) e, poi, nelle disposizioni del r.d. 26 agosto 1927, n. 1917 (“Regolamento per la custodia, conservazione e contabilità del materiale artistico, archeologico, bibliografico e scientifico”). Il regolamento del 1927 (artt. 1-17) prevede, per le raccolte artistiche ed archeologiche, le indicazioni che devono essere contenute nei cataloghi e dispone, altresì, che, con riguardo a cose di diversa specie (quadri, statue, ceramiche ecc.), possano essere tenuti cataloghi generali separati. Quanto alle operazioni di inventario (artt. 27-31) è ben chiaro che si tratta, in queste ipotesi, di attività diversa e ulteriore (rispetto alla predisposizione del catalogo) che ha riguardo alla presa in carico del bene da parte del consegnatario (capo d’istituto) ed ai criteri per l’individuazione del valore di stima.
Si delinea, così, un quadro normativo che è ancora vigente, almeno nelle sue linee generali; occorre aggiungere che in epoca successiva non sono state adottate disposizioni organiche diverse o ulteriori, aventi uguale rango nella gerarchia delle fonti, sulla attività di catalogazione. Lo stesso art. 16 del d.lgs. 490/1999 rimanda, quanto a procedure e modalità di catalogazione, ad un regolamento (non ancora emanato) da adottarsi ai sensi della legge 400/1988.
Interventi normativi di carattere episodico, per lo più legati al finanziamento di piani straordinari, sono, comunque, rinvenibili nella legislazione più recente.
La legge 19 aprile 1990, n. 84 (di cui si dirà più diffusamente nel capitolo seguente) finanzia, tra l’altro, programmi destinati alla inventariazione e catalogazione dei beni culturali, stabilendo che ad ogni progetto diretto al recupero di beni mobili o immobili venga, obbligatoriamente, allegato il relativo materiale catalografico (art. 1, comma 7) .
La legge 10 febbraio 1992, n. 145 dispone la “prosecuzione dell’attività di inventariazione, precatalogazione e catalogazione dei beni culturali “ (art. 1, comma 2 lett. d) e detta i criteri cui devono ispirarsi i relativi progetti che debbono, in ogni caso, riguardare in via prioritaria i beni esposti a maggior rischio di sottrazione e distruzione. In particolare, l’art. 2 comma 5, dispone che i progetti “devono prevedere un censimento o una inventariazione di massima dei beni archivistici e una precatalogazione dei beni storico-artistici”.
Ritornano, così, anche nella più recente legislazione i concetti di censimento e di inventariazione, accanto a quelli di precatalogazione e catalogazione che, ancora una volta, innescano una confusione prima terminologica e, poi, concettuale che le direttive operative del Ministero non sembra, in verità abbiano mai completamente risolto.
Ciò nulla toglie alla circostanza che le metodologie di catalogazione si siano, sviluppate e perfezionate grazie all’opera dell’ICCD, cui ai sensi dell’art. 13 del d.p.r. 805/1975 (disposizioni fatte salve, prima, dall’art. 6 del d.p.r. 368/1998, istitutivo del Ministero per i beni e le attività culturali e, poi, dall’art. 17 del d.p.r. 29 dicembre 2000, n. 441), compete, appunto, di fissare la metodologia e curare l’unificazione dei metodi delle attività in parola.
Ciò che, forse, può rilevarsi è la circostanza che al processo di affinamento delle metodologie del catalogo, non si sono accompagnati indirizzi coerenti e univoci diretti a sviluppare operazioni coordinate di conoscenza materiale del patrimonio culturale (anche mediante semplici operazioni di inventariazione), cosicché è nozione comune (che, peraltro, non consta essere mai stata smentita) come non si abbia, ancora, precisa ed esaustiva nozione nemmeno degli stessi beni culturali di proprietà dello Stato .
E’ pur vero che l’ICCD, nel predisporre la struttura dei flussi di conoscenza acquisibili in via informatica tramite il nuovo Sistema Informativo Generale del Catalogo (infra capitolo 4a.2), ha elaborato, e fonda la sua azione, su tre differenti livelli di conoscenza (a) l’inventario, (b) il precatalogo, (d) il catalogo vero e proprio.
La nozione di inventario, però, in un siffatto contesto, non viene ad assumere una sua dignità concettuale e, se ad essa non si accompagnano precise indicazioni volte a privilegiare le relative operazioni, rischia di restare astretta dalle attività di precatalogo e catalogo che, ove divengano assorbenti, possono persino rendere regressivo l’obiettivo di pervenire, in tempi ragionevoli, alla conoscenza della reale consistenza del patrimonio di beni culturali del nostro Paese .
In buona sostanza se, da una parte, non si può non disconoscere l’esigenza dell’amministrazione di disporre di un patrimonio di conoscenze che garantisca attendibilità scientifica, aggiornamento e contestualizzazione dei dati raccolti ai fini della corretta gestione dei beni e del territorio, occorre, dall’altra, che una tale esigenza venga coniugata con la necessità di perseguire un obiettivo indefettibile che è quello di giungere al censimento del patrimonio storico e artistico nazionale. In tal senso, d’altro canto, si esprime il comma 1 dell’art. 16 del decreto n. 490 del 1999, che finalizza, come mezzo a scopo, la catalogazione al censimento.
Soltanto l’amministrazione può compiutamente definire attraverso quali azioni e secondo quali priorità sia possibile, in tempi ragionevoli, compiere significativi progressi nel senso appena detto: se, cioè, sia più produttivo privilegiare operazioni generali di inventariazione ovvero di precatalogazione, razionalmente programmate, ed in un contesto che non trascuri gli oneri finanziari a ciò necessari.
Ciò che si può dire è che, allo stato, nonostante le non indifferenti risorse stanziate, l’obiettivo è ancora lontano dall’essere raggiunto vuoi per la mancanza di prioritari, precisi indirizzi in tal senso, vuoi perché alcune soprintendenze hanno privilegiato e privilegiano la completezza della scheda di catalogo, vuoi per la difficoltà obiettiva di gestire così complessi flussi di informazioni e dati.

In una recente analisi, effettuata, per incarico del Ministero per i beni e le attività culturali-ICCD, dall’Istituto privato di ricerche CLES sono stati analizzati nel dettaglio flussi e modalità della catalogazione nel tentativo di configurare una strategia che incentivi la qualità dell’azione dell’Istituto e consenta di arrivare a una puntuale definizione dei criteri di programmazione delle attività catalografiche sull’intero territorio nazionale.
L’analisi si colloca in un momento “storico” di particolare rilievo per le attività di catalogazione dei beni culturali, che coincide – nella consapevolezza che lo sviluppo delle attività medesime non può prescindere dall’esistenza di un compiuto processo di informatizzazione delle relative attività – con l’avvio della fase “pilota” di verifica del “Sistema Informativo Generale del Catalogo” che, una volta entrato a regime, dovrebbe essere in grado, oltre ad informatizzare i relativi processi, di modificare profondamente la pratica stessa della catalogazione, mettendo a disposizione on line il patrimonio di schede.



3. I riferimenti normativi

Nel paragrafo che precede sono stati ricordati alcuni dei riferimenti normativi che presiedono alla attività di catalogazione.
Occorre, ora, aggiungere che, nel 1969 – quando ancora la materia dei beni culturali e ambientali era compresa nella sfera di competenza del Ministero per la pubblica istruzione – venne istituito, in seno alla direzione generale delle antichità e belle arti, l’Istituto centrale per il catalogo, per rispondere all’esigenza della piena tutela del bene culturale e al fine di garantire, oltre alla sua conoscenza, anche l’esistenza di un documento, rigorosamente completo in tutti i suoi elementi, da conservare in una sede istituzionale. Il compito dell’Istituto era, così, quello di promuovere le attività di catalogazione, di fornire un indirizzo metodologico all’opera delle soprintendenze e di formare un archivio generale del patrimonio artistico nazionale.
Nel 1973, avveniva la fusione, sotto una unica direzione, dell’ufficio centrale del catalogo e del gabinetto fotografico nazionale (con annessa aereofototeca), venendo a realizzarsi un più stretto collegamento programmatico ed operativo degli organismi preposti alla formazione degli archivi generali del catalogo.
Con il d.p.r. 3 dicembre 1975, n. 805, istitutivo del nuovo Ministero per i beni culturali e ambientali, la funzione della catalogazione trova definitiva sistemazione nell’ambito del neo istituito ICCD che, insieme agli altri istituti centrali (del restauro, del catalogo unico delle biblioteche, della patologia del libro) , viene a costituire il complesso degli organismi tecnici centrali del Ministero, con compiti di promozione, di indirizzo metodologico ed operativo e di coordinamento delle attività svolte, nei settori di rispettiva competenza, non solo dagli uffici periferici della stessa amministrazione e di altre amministrazioni statali, ma dalle stesse regioni; queste ultime, ai sensi dell’art. 149, comma 4, lett. e del d.lgs. 112/1998, chiamate a cooperare con lo Stato alla definizione delle metodologie comuni nelle attività di catalogazione dei beni di rispettiva appartenenza.
Prima di delineare il quadro delle competenze dei soggetti catalogatori diversi dallo Stato (e, quindi, in primo luogo delle regioni e, per quanto attiene ai beni ecclesiastici, della Conferenza episcopale italiana) occorre ribadire che la produzione normativa statale relativa, in genere, all’attività di catalogazione si limita, in un arco temporale di più di venti anni (dall’istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali – 1975 - sino alle disposizioni contenute nell’art. 149 del d.lgs. 112/1998 e nell’art. 16 del d.lgs. 490/1999) a una serie di disposizioni volte a finanziare, in un più generale contesto di valorizzazione dei beni culturali, specifici programmi di catalogazione.
Si tratta, in particolare, degli interventi disposti dalle leggi 28 febbraio 1986, n. 41; 20 maggio 1988, n. 160; 19 aprile 1990, n. 84.
Il primo intervento, finalizzato “alla realizzazione di iniziative volte alla valorizzazione dei beni culturali attraverso l’utilizzazione di tecnologie avanzate”, è disposto dall’art. 15 della legge finanziaria 41/1986, che contestualmente autorizza la spesa di 300 miliardi per il 1986 e 300 miliardi per il 1987, di cui il 50 % da riservare al Mezzogiorno.
Le suddette iniziative dovevano concretizzarsi in progetti istruiti dal Ministro per i beni culturali ed ambientali, d’intesa con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale.
La legge definisce le aree di intervento prioritarie e cioè il patrimonio archeologico, il patrimonio architettonico e urbanistico, il patrimonio librario, il patrimonio letterario e linguistico, il patrimonio storico archivistico, le arti figurative e le arti minori; per l’attuazione dei progetti è previsto lo strumento della concessione.
Si tratta in buona sostanza di programmi che, finalizzati alla “valorizzazione” dei beni culturali, appaiono doversi realizzare in progetti diretti alla conoscenza ragionata e razionale dei beni medesimi.
La legge 160/1988, di conversione del decreto legge 86/1988, recante, tra l’altro, norme in materia di occupazione giovanile e mercato del lavoro, nell’istituire (art. 6) il “fondo per il rientro della disoccupazione”, attribuisce – nell’ambito di uno stanziamento di 533 miliardi di lire per il 1998 – priorità al finanziamento di piani o progetti tra i quali sono annoverati quelli relativi alla “manutenzione e valorizzazione dei beni culturali”.
La legge n. 84/1990 dà maggiore organicità al quadro normativo degli interventi già disposti nel 1986, attraverso la previsione di un piano organico di inventariazione, catalogazione ed elaborazione della carta del rischio dei beni culturali.
Più in dettaglio, in base a tale legge, il Ministero per beni culturali è chiamato a realizzare un programma di interventi nell’ambito delle attività e dei compiti istituzionali di catalogazione, inventariazione, prevenzione e salvaguardia dei beni culturali e ambientali diretto:
- all’avvio di un piano organico di inventariazione e catalogazione, secondo criteri uniformi, dei beni - pubblici e privati – storico-artistici, architettonico-ambientali, archeologici, storico-scientifici, linguistico-etnografici, archivistici e librari, nonché di tutti quei beni che costituiscono una rilevante testimonianza della storia della civiltà e della cultura;
- all’elaborazione di una carta conoscitiva aggiornabile della situazione di rischio del patrimonio sopra menzionato, con relativa banca dati;
- al potenziamento delle attività di ricerca e formazione finalizzate alla tutela e valorizzazione del patrimonio”.
La direzione tecnico-scientifica dei progetti è affidata ai competenti istituti centrali e agli organi periferici del Ministero, con la possibilità di avvalersi della collaborazione di università, di istituti di ricerca e di enti specializzati, mediante apposite convenzioni.
Il relativo onere è quantificato in 130 miliardi per l’anno 1989. Per ciò che riguarda, in particolare, i primi due punti dell’attuazione del programma (inventariazione e catalogazione nonché elaborazione di una carta conoscitiva del patrimonio nazionale) l’art.1 comma 6 riserva una somma non inferiore all’80% dell’intero stanziamento.
Va tenuto presente che nel piano organico previsto dalla legge 84/90 si prende atto dei risultati già conseguiti, in ottemperanza di quanto previsto dalla precedente legge 41/86, considerandoli, implicitamente, un presupposto per la prosecuzione organica degli interventi.
In particolare, la continuità viene garantita, anche, attraverso la disposizione secondo la quale le convenzioni finalizzate alla realizzazione dei progetti debbono prevedere l’impiego preferenziale del personale che abbia svolto attività di catalogazione od intervento sui beni culturali presso gli istituti dipendenti dal Ministero dei beni culturali e ambientali o nei progetti di cui all’art.15 della legge 41/86 (art. 2, comma 3 e art. 3 comma 2) e 160/1988 (art. 6).
Quanto ai risultati prodotti dagli interventi realizzati in esecuzione delle leggi testé ricordate occorre premettere che, in ragione anche del notevole lasso di tempo intercorso dalla prima delle leggi di finanziamento, è risultato oltremodo complesso disporre di dati precisi e concordanti in merito alla effettiva utilizzabilità, ai fini all’arricchimento del patrimonio conoscitivo gestito dall’ICCD, dei prodotti derivanti dai progetti approvati in esecuzione delle leggi medesime.
Un dato positivo risiede, certamente, nella circostanza che i progetti (nel numero di 39) approvati e finanziati ai sensi della legge 41/1986, la stragrande maggioranza dei quali hanno interessato i beni di interesse archeologico, architettonico, ambientale, artistico, storico (con un finanziamento pari a 475,482 miliardi, rispetto ai 45,754 miliardi destinati al settore degli archivi ed ai 56,801 miliardi destinati a quello delle biblioteche statali) hanno costituito il primo tentativo di ricognizione e classificazione dei beni, con il conseguente trattamento dei relativi dati mediante tecnologie informatiche , in collegamento con sistemi di registrazione di immagini fotografiche e/o grafiche .
I fattori di criticità sono da rinvenire non tanto nella circostanza che i progetti approvati presentano, spesso, natura assai diversa, sia nella impostazione delle rilevazioni, sia nella tipologia dei beni da indagare, quanto piuttosto perchè realizzati su supporti informatici presto divenuti obsoleti e che hanno richiesto e ancora richiedono una complessa (e onerosa) attività diretta al recupero, spesso anche solo parziale, dei dati e delle informazioni raccolte.
In buona sostanza i 600 miliardi stanziati dalla legge speciale del 1986, vuoi per difetti di coordinamento tra le varie iniziative, vuoi per la pluralità di soggetti concessionari, vuoi per la mancanza di un efficace sistema informatico che potesse recepire i risultati dei diversi progetti non sembrano aver prodotto risultati particolarmente apprezzabili e ciò a fronte di un prodotto quantificato in circa un milione di schede di catalogo, un considerevole numero delle quali non utilizzabili o utilizzabili soltanto grazie a successivi progetti di recupero.
Vi sono, naturalmente delle eccezioni, pur di rilievo; per il settore delle arti si ricorda il progetto relativo all’automazione delle fototeca nazionale, e, per quello delle biblioteche statali, il progetto relativo al sistema beni librari, che ha consentito il completamento e lo sviluppo del servizio bibliotecario nazionale (SBN).
Maggiormente positivi, agli effetti della catalogazione del patrimonio culturale, sembrerebbero essere i risultati prodotti dalle convenzioni stipulate dal Ministero in esecuzione del d.l. 86/1988 convertito nella legge 160/1988, dalla legge 84/1990, nonché i progetti di inventariazione, precatalogazione e catalogazione finanziati (con non meno di 100 miliardi di lire) dalla legge 145/1992. Le due ultime disposizioni, infatti, sono più chiaramente indirizzate verso la catalogazione attraverso la previsione dell’utilizzo di criteri uniformi e soprattutto con la previsione esplicita che agli istituti centrali del Ministero, ciascuno per la materia di propria competenza, sia intestato il compito di sovrintendere e di coordinare i vari progetti.
E’ da dire che l’amministrazione, già in attuazione della legge 160/1988, ha posto in essere una struttura organizzativa interna volta ad esercitare un controllo reale sulla realizzazione dei progetti finanziati in convenzione, avvalendosi di standard consolidati per quanto attiene alla informatizzazione delle tipologie di dati ivi previsti.
In esecuzione della legge appena citata, sette progetti hanno riguardato specificamente le attività di catalogazione ed hanno prodotto 372.460 schede per un costo complessivo di 171.327 miliardi di lire (con un costo medio per scheda di 460.000 lire).
I progetti finanziati dalla legge 84/1990 sono stati 35 ed hanno consentito la realizzazione di 411.971 schede di catalogo per un costo di quasi 85 miliardi di lire (con un costo medio per scheda di 206.000 lire) .
Non si è in grado di determinare gli effetti concreti sull’accrescimento del patrimonio complessivo catalogato dei finanziamenti di cui alla legge 145/1992, in quanto l’accredito diretto delle relative somme agli uffici periferici ed un presumibile insufficiente controllo sull’attuazione dei programmi, fanno sì che nemmeno l’ICCD è stato in grado di quantificare i risultati a consuntivo prodotti dall’intervento normativo in parola.

Resta da dire della competenza alla catalogazione da parte di enti diversi dallo Stato ed, in particolare, da parte delle regioni e degli enti locali territoriali (sul punto vedi, anche, infra capitolo 4.d).
In proposito occorre premettere che tracciare un quadro di sintesi degli ambiti di competenza dello Stato e degli altri enti di autonomia nella materia della catalogazione sconta una prima considerazione, e cioè che il pur scarno – e assai datato – impianto normativo (dello Stato) che regola le attività in parola deve essere letto con riferimento a due diversi aspetti: l’uno ha riferimento all’obbligo di inventariazione e catalogazione dei beni di proprietà statale , l’altro ha riguardo alla catalogazione come attività finalizzata, più in generale, alla tutela dei beni culturali a prescindere dal regime di appartenenza.
In buona sostanza sembra potersi dire che la disciplina dell’attività di catalogazione effettuata dagli uffici statali, pur potendo avere a riferimento non solo i beni di proprietà del demanio statale ed estendendosi a quelli dei privati e, potenzialmente, anche a quelli degli enti territoriali (in quanto soggetti al regime della tutela), non esclude che regioni, province e comuni provvedano autonomamente a catalogare i beni di loro proprietà, così come non esclude che altre istituzioni proprietarie di beni culturali, quali, in primo luogo, le autorità religiose, effettuino le attività di catalogazione nei riguardi del proprio (peraltro, immenso) patrimonio storico e artistico .
E’, infatti, da considerare che i “poteri” dello Stato – e per esso del Ministero per i beni e le attività culturali – nella materia della catalogazione sono determinati dall’art. 13 del d.p.r. 805/1975 e consistono nella competenza (a) ad elaborare programmi di catalogazione generale fissandone la metodologia; (b) a promuovere e coordinare l’attività di catalogazione, curandone l’unificazione dei metodi; (c) a costituire e gestire il catalogo generale dei beni culturali.
Si può osservare, allora, che quella dello Stato non è un’attività esclusiva o almeno lo è relativamente a quel che concerne la tenuta del catalogo generale dei beni e la fissazione dei criteri metodologici sottesi alle attività in parola.
Da tale ambito di competenza, residua la possibilità che soggetti diversi dallo Stato provvedano autonomamente alle attività esecutive di catalogazione del proprio patrimonio culturale, pur potendosi e dovendosi raccordare, quanto alle metodologie di azione con il Ministero.
Ed in effetti, numerose regioni hanno adottato una propria disciplina normativa della materia in questione le cui linee direttrici appaiono, nel più dei casi, essere costituite (a) dalla competenza ad esercitare la catalogazione dei beni culturali di appartenenza (ed, in primo luogo, su quelli contenuti nei musei di interesse locale ex art. 47 del d.p.r. 24 luglio 1977, n. 616); (b) dalla previsione che tale attività si svolga in raccordo con l’autorità statale preposta alle attività di tutela.
Si tratta, ora, di verificare se e come tale assetto sia stato modificato dalle più recenti disposizioni legislative: dalle norme adottate in attuazione della legge 15 marzo 1997, n. 59 di conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni e agli enti locali, sino alla riforma del titolo V , parte II della Costituzione recata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3.
L’art. 149 (comma 4, lett. e) del d.lgs. 112/1998 continua a riservare allo Stato la competenza alla definizione degli standard metodologici sottesi alla attività di catalogazione, sia pure assicurando, anche in tale materia, il riconoscimento di un ruolo attivo alle regioni anche al fine di “garantire l’integrazione in rete delle banche dati regionali e la raccolta e l’elaborazione dei dati a livello regionale”.
L’art. 16 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali approvato con d.lgs. 490/1999 “fotografa” il quadro delle competenze stabilendo che il Ministero deve assicurare la catalogazione dei beni culturali per il censimento del patrimonio storico e artistico nazionale (comma 1), mentre regioni, province e comuni curano la catalogazione dei beni culturali loro appartenenti, nonché, informatone il Ministero, degli altri beni culturali presenti sul proprio territorio.
In sintesi si può, allora, dire che: 1) lo Stato ha la responsabilità (a) delle metodologie della catalogazione, sia pure cooperato dalle regioni; (b) della tenuta del catalogo generale; 2) l’attività esecutiva di catalogazione può, indifferentemente, essere effettuata dallo Stato (su tutti i beni culturali siano essi di proprietà pubblica o privata), dalle regioni e dagli altri enti territoriali non solo sui beni loro appartenenti, ma, in raccordo, con il Ministero sugli altri beni presenti sul territorio di rispettiva competenza .
Tali precetti normativi sono alla base del provvedimento della Conferenza Stato regioni 1 febbraio 2001 (pubblicato in G.U. 8 marzo 2001, n. 56). Con tale provvedimento viene confermato (art. 1) che l’ICCD provvede alla unificazione ed emanazione degli standard e metodologie da seguire nelle attività di catalogazione dei beni culturali, validi sull’intero territorio nazionale, in ciò avvalendosi della cooperazione delle regioni. L’ICCD, inoltre, è responsabile del “Sistema Informativo Generale del Catalogo”, mentre ogni regione è tenuta ad istituire (art. 3) un proprio sistema informativo che, in connessione con il sistema centrale dell’Istituto, costituisce punto di riferimento in àmbito regionale per le attività di catalogazione e di documentazione.
Il quadro appena descritto appare “resistere” alle recenti modifiche costituzionali nel senso di una definizione della Repubblica maggiormente orientata in senso autonomistico.
Ed, invero, il nuovo art. 117 Cost. continua a riservare allo Stato la competenza in materia di beni culturali (comma secondo, lett. s), mentre è riservata alla competenza concorrente dello Stato (per quanto attiene alla determinazione dei principi fondamentali) e delle regioni quella relativa alla “valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione delle attività culturali”. Non può, infatti essere recato in dubbio che le attività legate alla catalogazione dei beni culturali, prima tra tutte quella di fissare i criteri metodologici attraverso cui esse debbono essere svolte, siano riconducibili alla nozione di tutela, secondo quanto previsto, del resto, dall’art. 149 del d.lgs. 112/1998 , mentre soltanto in via gradata e di riflesso può ritenersi (anche sulla base dei concetti definitori di “valorizzazione” di cui all’art. 152 del d.lgs. 112/1998) che la nozione di catalogazione possa essere compresa (ma mai esaurirsi) nel concetto di valorizzazione.



4. L’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione

4.a Le competenze nella materia della catalogazione ed il processo di informatizzazione delle relative attività

4.a.1 Oggetto di catalogazione è il bene che abbia rilevanza, dal punto di vista artistico o storico-culturale, ai fini della conoscenza, gestione, conservazione e valorizzazione.
La catalogazione del patrimonio culturale consiste, come si è già avuto occasione di sottolineare, essenzialmente nell’ordinare, secondo criteri omogenei e condivisi, i dati conoscitivi relativi al patrimonio medesimo; ne consegue, pertanto, che quest’attività costituisce il presupposto per la conservazione dei beni, poiché è possibile conservare solo ciò della cui esistenza si è a conoscenza.
La conoscenza e la documentazione dei beni culturali rappresentano, allora, i presupposti essenziali ed irrinunciabili per ogni misura di tutela e di valorizzazione.
In linea generale, disporre d’informazioni analitiche e strutturate, cioè di schede di catalogo, consente di decidere consapevolmente le priorità e il tipo degli interventi per la conservazione e il restauro ed inoltre di limitare i furti ed il commercio clandestino dei “pezzi” e di rivendicare all’occorrenza la proprietà degli oggetti.
Pertanto la disponibilità dei dati catalografici interessa sia i proprietari dei beni culturali, tenuti dalla nostra legislazione a garantirne la conservazione, sia gli organi statali preposti alla tutela. Inoltre anche le regioni e gli enti locali sono interessati alla conoscenza ordinata e metodica del patrimonio in ragione delle loro funzioni istituzionali in materia di valorizzazione e promozione dei beni di interesse culturale.
Perché il singolo bene possa considerarsi identificabile e conosciuto occorre che di esso venga fornita una definizione corretta ed univoca, la sua collocazione e le sue dimensioni, per poi entrare nel dettaglio, con diverse informazioni che ne consentano una descrizione corretta.
Ai sensi del d.p.r. n. 805 del 1975, il referente istituzionale dell’intera attività di catalogazione sul territorio nazionale è l’ICCD, che promuove e coordina l’attività esecutiva di catalogazione, curando l’unificazione e la diffusione dei metodi attraverso: (a) la costituzione e gestione del catalogo generale dei beni, (b) l’elaborazione delle metodologie catalografiche, (c) la predisposizione degli strumenti di controllo per la validazione dei dati, (d) la realizzazione di progetti culturali con istituzioni nazionali ed internazionali.

4.a.2 L’analisi del sistema di catalogazione non può essere condotta prescindendo da una ricostruzione delle fasi che portano alla produzione dell’insieme dei documenti scientifici che sono alla base della scheda di catalogo.
Nel definire il processo produttivo della scheda di catalogo è necessario tenere in considerazione il fatto che tale processo sta attraversando una fase di transizione che porterà, una volta entrato a regime il Sistema Informativo Generale del Catalogo, notevoli cambiamenti al processo stesso.
L’inizio del processo è rappresentato dalla programmazione a livello locale, ovvero dall’individuazione dei beni che si ritiene debbano essere catalogati. I progetti sono inviati agli uffici dell’ICCD dove vengono esaminati per verificarne la coerenza con le linee guida contenute nelle circolari che l’Istituto emette, con l’indicazione dei riferimenti generali e degli obiettivi principali. Compete alle soprintendenze la fase operativa che prende il via con la richiesta all’ICCD dei numeri di catalogo generale, attività, questa, che consente all’Istituto medesimo di valutare il volume delle schede “in lavorazione”. Si procede, successivamente, alla scelta dei catalogatori e degli altri soggetti incaricati della produzione di tutti i documenti necessari per la compilazione della scheda di catalogo e quindi all’assegnazione ai tecnici di progetti specifici. Una volta terminati gli elaborati, prima di inviare una copia dei materiali all’ICCD, i proprietari dei beni, se privati, firmano le schede (onere, questo, previsto dall’art. 1 del r.d. 1889/1923 ), che giunte in Istituto vengono nuovamente controllate, sia dal punto di vista scientifico, sia da quello formale al fine di verificare che le informazioni contenute nella scheda, oltre ad essere corrette, siano compatibili con i previsti standard.
Infine, le schede corrette vengono archiviate presso l’ICCD .
Secondo lo schema concettuale definito dal medesimo Istituto, per le diverse tipologie di oggetti raggruppati (secondo criteri di affinità tecnica o logistica) in alcune grandi classi, sono previsti modelli diversi di rilevamento e di organizzazione delle informazioni ad essi riferibili, tutti riconducibili ad un principio generale che individua nell’univocità dell’oggetto di catalogazione l’elemento aggregante. Un tale schematismo convenzionale consente di pervenire ad un oggetto univoco, non solo quando questo sia costituito da un oggetto semplice, ma anche quando esso sia composto da parti e oggetti distinti, pur tuttavia definibili univocamente.
Sono previsti diversi criteri “convenzionali” di approccio e quindi di organizzazione delle informazioni che hanno riferimento sia alla natura dell’oggetto, sia alla qualità e quantità delle informazioni ed al livello di approfondimento conoscitivo che si può o si vuole definire.
Esistono perciò tre “livelli” di indagine che sono rappresentati dalle schede di (a) inventario, (b) precatalogo, e (c) catalogo .
La scheda di inventario (a) è un sottoinsieme della scheda di catalogo-precatalogo, limitato alle voci essenziali per l’identificazione del bene rilevato.
La scheda di precatalogo (b) è l’insieme dei dati desumibili dall’osservazione diretta del bene e del suo contesto con un rinvio alla bibliografia fondamentale di facile consultazione.
La scheda di catalogo (c), infine, è l’insieme dei dati desunti da una ricerca scientifica esaustiva, con le connessioni gerarchiche e relazionali rispetto al contesto e alla configurazione del bene.

4.a.3 La complessità delle attività appena descritte consente di comprendere come l’utilizzo di idonei supporti informatici sia, ormai, uno strumento indispensabile affinché i diversi interventi di inventariazione e catalogazione non restino scoordinati e annullati nelle difficoltà di consultazione di una gran mole di materiale cartaceo.
Un archivio d’informazioni gestito con strumenti informatici è, infatti, il mezzo più rapido ed efficiente non solo per catalogare qualsiasi tipo d’informazione e poterla poi recuperare, ma anche per poter effettuare in qualsiasi momento verifiche, correzioni, aggiunte. Un procedimento, infatti, di spoglio manuale e non automatico, permette raramente di recuperare più informazioni contemporaneamente e di collegarle le une alle altre sulla base di elementi comuni.
Le complesse operazioni per il passaggio dalle schede cartacee - che costituivano (e, almeno in parte, costituiscono ancora oggi) il catalogo generale dei beni culturali di interesse archeologico, storico-artistico ed ambientale, conservate presso le diverse soprintendenze e, in copia, presso l'ICCD - ad un sistema informatizzato di acquisizione, elaborazione e messa in comune dei dati, hanno avuto inizio nei primi anni novanta, dapprima con il programma “Saxa”, utilizzato presso molte soprintendenze archeologiche e per i beni storico-artistici, e, quindi, con il programma “Desc”, che interessava tutte le tipologie di beni, compresi quelli architettonici ed ambientali.
Tali programmi hanno consentito una comunicazione tra periferia e centro con supporti magnetici o via rete, indipendentemente dai diversi programmi e strumenti informatici all'epoca utilizzati.
Si è venuta, così, configurando quell'architettura del nuovo Sistema Informativo Generale del Catalogo, basato su un documento omnicomprensivo (la scheda di catalogo) di cui la scheda di precatalogo e la scheda di inventario costituiscono sottoinsiemi semplificati basati sui diversi livelli di indagine e retti da una serie di normative che disciplinano, tra l’altro, i campi di individuazione, descrizione, stato di conservazione, attribuzione, collocazione, allegati multimediali, del bene considerato.
Il progetto per il nuovo Sistema Informativo Generale del Catalogo (SIGEC) disegnato dall’ICCD costituisce l’elemento portante del futuro sistema di catalogazione.
Il d.p.r. 805/75, come si è detto, ha attribuito all’ICCD il compito di costituire e gestire il catalogo generale dei beni architettonici, archeologici, storico-artistici e ambientali, missione istituzionale che il Ministero ha inteso tradurre nell’impegno affidato a quell’Istituto di costituire ed implementare il Sistema Informativo Generale del Catalogo.
L’evoluzione è notevole perché si passa da una visione identificativa del singolo bene ad una concezione unitaria e complessa del patrimonio.
Il SIGEC si presenta, infatti, come un sistema di banche dati distribuite sul territorio nazionale e realizza un sistema integrato che gestisce unitariamente funzioni e processi svolti ai diversi livelli della struttura operativa del Ministero preposta alla catalogazione, integrando sia gli strumenti e i prodotti già resi disponibili dall’ICCD, sia la mole di dati fin qui caricati nel sistema (1.000.000 di schede di catalogo; 390.000 in corso di bonifica ai fini del “caricamento”; con un incremento previsto dell’ordine di 2.000.000 schede di catalogo già informatizzate e pronte per essere integrate in tempi brevi al Sistema ).
L’architettura del Sistema Informativo del Catalogo è modulare e si articola in quattro sottosistemi: (a) “alfanumerico” (documentazione catalografica); (b) “multimediale” (documentazione grafica, fotografica e audiovisivi); (c) “cartografico” (documentazione cartografica); (d) “utente”.
I primi tre sottosistemi gestiscono l’intero ciclo produttivo dei dati, l’ultimo, l’”utente”, non opera sui dati, ma alimentato dagli altri sottosistemi e dai dati resi disponibili dai sistemi esterni, li elabora organizzandoli sulla base di esigenze diversificate di fruizione e li rende disponibili.
Il sottosistema “alfanumerico” tratta i dati testuali relativi ai beni, contiene il modulo di “gestione delle normative”, riveste la funzione strategica di “scrivere le normative”, a cui il sistema allinea automaticamente tutti gli strumenti. Inoltre il sottosistema “alfanumerico” consente di integrare in un unico ambiente i dati riferiti a normative diverse ed a versioni diverse della stessa normativa, rendendo la gestione dei dati del tutto indipendente dalle normative.
Il sottosistema “multimediale” consente la ricerca per immagini correlate con le ricerche effettuate integrandosi con gli altri sottosistemi. Tale funzionalità si rende necessaria ad esempio per l’espletamento delle procedure di esportazione dei beni e per ottimizzare la ricerca visiva di beni culturali trafugati o ritrovati.
Il “cartografico” consente di selezionare porzioni territoriali sulle quali operare ricerche di beni immobili, beni mobili o di beni demoantropologici compresi nel territorio d’interesse.
Il sottosistema “utente”, infine, informa ed indirizza l’utente all’interno del Sistema del Catalogo Generale inteso come sistema delle banche dati distribuite sull’intero territorio nazionale, comprendendo anche le informazioni sui dati contenuti nei sistemi esterni al Ministero. In questo ambito sarà possibile conoscere quali dati sono disponibili in ciascun sistema esterno, con quali modalità sono accessibili, chi ne è il proprietario, qual è il loro livello di aggiornamento. Nel medesimo contesto sono considerati anche i requisiti particolari legati alla sicurezza dei dati e pertanto sono previsti canali di accesso specifici per ciascuna tipologia di utenza individuata: all’utente generico sarà consentito l’accesso solo ad informazioni minime, mentre l’accesso completo al sistema sarà riservato esclusivamente all’amministrazione.
La gestione della procedura della realizzazione del catalogo è posta in essere attraverso il programma COSMOS (Catalogo Organizzato Sistematico Multimediale delle Opere della Sapienza) che costituisce un sistema "guidato" della normativa, vale a dire del complesso di regole, criteri di definizione, procedure, strutture, controlli che devono essere adottati dai diversi operatori nell'acquisizione dei dati da catalogare e da "pubblicare" nel sistema in modo tale da essere recepiti automaticamente, senza richiedere interventi di manutenzione o di implementazione del software.
Tale programma si articola, schematicamente, in un:
a) sistema di generazione e gestione della normativa: insieme di norme che governa la catalogazione di un bene culturale (entità, autore, cronologia, bibliografia, ecc.);
b) sistema operazionale: parte dell'architettura che consente di effettuare e controllare tutte le fasi di produzione delle informazioni riguardanti i beni culturali, dalla fase di catalogazione a quella di validazione di inserimento del dato nel catalogo generale dell' ICCD. Esso riguarda la gestione dei differenti tipi di dato già descritti (alfanumerico, multimediale, di localizzazione cartografica) in modo integrato sia ai fini della confluenza dei dati, a prescindere dal percorso di produzione delle informazioni di catalogazione, sia ai fini del controllo e dell'accesso;
c) sistema di consultazione (sottosistema utente) che ha l'obiettivo di offrire meccanismi per la consultazione e la presentazione dei dati validati dal sistema operazionale ed entrati nel catalogo generale ICCD.
Il processo di catalogazione, sfruttando appieno le potenzialità dello strumento informatico, diviene più snello ed efficace grazie alla possibilità di garantire la gestione unitaria dei flussi dei dati catalografici nell’ambito dell’intera struttura nazionale in tutte le fasi del processo: dalla compilazione iniziale (soprintendenze ed enti preposti), alla validazione finale (ICCD ed enti preposti).
Il Sistema consente, nella sostanza, di realizzare la migliore integrazione dei dati in un contesto informativo che permette, da un lato, di estrarre le informazioni immagazzinate in qualsiasi periodo e, dall’altro, di verificare costantemente la coerenza, il completamento e la non sovrapposizione dei dati.

4.a.4 E’ da dire che particolarmente lunga e laboriosa è stata la gestazione del processo che ha portato, soltanto sul finire del 2001, al funzionamento del nuovo Sistema informatizzato del catalogo.
La legge 10 febbraio 1992, n. 145 stanziò 397 miliardi da destinare ad interventi organici di tutela e valorizzazione dei beni culturali; nell’ambito di tale finanziamento, 10 miliardi vennero destinati, come previsto dall’art. 1, comma 2, lett. d, al completamento e razionalizzazione del Sistema informativo centrale del Ministero riferito alle attività di catalogazione.
Tuttavia in ragione anche di incertezze sul soggetto che dovesse gestire le relative procedure, soltanto nel 1997 i relativi fondi vennero accreditati all’ICCD, alla cui responsabilità venne ricondotta l’esecuzione del progetto. Esso si basa, essenzialmente, su due principali componenti; l’una è costituita dalla progettazione, realizzazione ed avvio dell’architettura centrale, l’altra dall’inserimento nel sistema di quattro Soprintendenze (Venezia, Pisa, Taranto, Milano) e dal collegamento con due Uffici esportazione (Milano, Genova) e con il nucleo tutela patrimonio artistico dell’Arma dei Carabinieri.
Risale sempre al 1997 la predisposizione del capitolato tecnico, redatto dall’ENEA, sulla base delle indicazioni scientifiche dell'ICCD e su cui venne acquisito il parere favorevole dell’AIPA, contenente alcune osservazioni cui, peraltro, l'ICCD risulta essersi conformato.
A seguito di bando di gara, l'appalto è stato, quindi, aggiudicato al Raggruppamento Temporaneo di Imprese costituito da Engineering Ingegneria Informatica S.p.a. e Sirti Sistemi S.p.a., previa valutazione operata da una Commissione di esperti esterni costituita con decreto dirigenziale n. 5 del 7 luglio 1998, per un importo pari a lire 6.696.060.000 IVA inclusa.
Il contratto base tra ICCD e RTI n. 613/1999 è stato poi completato con atti aggiuntivi tra le stesse parti (n. 615 del 15 gennaio 2000, n. 723 del 25 luglio 2001, n. 754 del 21 febbraio 2002) e con ulteriori contratti con la SIRTI per l'adeguamento del Centro elaborazione dati dell'ICCD (n. 658 del 3 agosto 2000, per lire 299.938.500 al netto dell'IVA), con la Soc. Engineering Ingegneria Informatica per assistenza sistemistica (n. 659 del 3 agosto 2000 per lire 55.000.000 al netto dell'IVA), con il Consorzio Pisa Ricerche per la consulenza sul sottosistema operazionale cartografico (n. 663 del 18 agosto 2000 per lire 85.800.000 al netto dell'IVA), ed, infine, ancora, con la Engineering Ingegneria Informatica per assistenza sui sistemi installati presso il CED dell'ICCD esclusi quelli oggetto del contratto base (n. 721 del 21 giugno 2001, per lire 49.400.000 al netto dell'IVA).
I lavori di realizzazione del progetto, di cui al contratto base, della durata originaria di 30 mesi, di cui 18 di sviluppo e 12 di avviamento ed ottimizzazione sono iniziati nel febbraio 2000 ed hanno subito alcuni slittamenti temporali concordati tra le parti. Il termine della prima fase, fissato in un primo momento all’agosto 2002, è slittato al mese di novembre, entro il quale saranno effettuate le operazioni di collaudo. Da questa data ha inizio il periodo di avviamento ed ottimizzazione di dodici mesi che concluderà la fase di avvio del sistema preludendo alla sua estensione a tutto il territorio nazionale.
Perché ciò si possa realizzare è , naturalmente, indispensabile la previsione di un adeguato piano finanziario, così come è necessaria, sotto il profilo organizzativo, l’individuazione di quelli che saranno i “punti terminali” dell’operazione (quali le singole soprintendenze, i poli regionali e interregionali).
La tabella che segue illustra, in dettaglio, l’andamento delle operazioni finanziarie sottese alla realizzazione del Sistema.


Sistema Informativo Generale del Catalogo– finanziamento £. 10.000.000.000 -
Impegni effettuati Erogazione Residuo da erogare
1999 2000 2001 2002
Pubblicità bando di gara£.10.456.000 - 10.456.000 - - -
Compensi componenti comm.ne aggiudicatrice£.114.000.000 114.000.000 - - - -
Direzione lavori Ing. Romano£. 209.430.000 - - 83.772.000 83.772.000(€ 43.264,63) 41.886.000(€ 21.632,31)
Contr. RTI 613/99£.6.696.060.000 - - 821.178.000 3.604.041.010(€ 1.861.331,84) 2.270.840.990(€ 1.172.791,50)
Telena£. 15.163.200 - 10.759.200 - 4.404.000(€ 2.274,48) -
Benincasa contr. 625/00£. 70.799.040 - 47.653.200 23.145.840 - -
Ing. Balla£. 23.031.755 - - - 8.022.840(€ 4.143,45) 15.008.915(€ 7.751,46)
SIRTI contr. 658/00£. 359.926.200 - - 359.926.200 - -
ENGINEERING contr. 659/00£. 61.380.000 ** - - - 45.368.400(€ 23.430,82) -
De Luca contr. 662/00£.18.000.000 - 18.000.000 - - -
Consorzio Pisa ricerche contr.663/00£. 102.960.000 - - 43.320.000 36.503.990(€ 18.852,74) 23.136.010(€ 11.948,75)
ENGINEERING contr.721/01£. 59.280.000 - - - - 59.280.000(€ 30.615,56)
Spectrum grafics£. 18.600.000 - - 18.600.000 - -
Atto agg.vo (723/01) al contr. 613/99£. 405.000.000 - - - - 405.000.000(€ 209.165,04)
Atto agg.vo (754/02) al contr. 613/99£.316.230.000 - - - - 316.230.000(€ 163.319,17)
** contratto risolto parzialmente in accordo con il contraente

In conclusione è da dire che la realizzazione da parte dell’ICCD del SIGEC si inserisce coerentemente nel processo di “digitalizzazione” delle pubbliche amministrazioni al fine di incrementarne l’efficienza e di consentire la messa in rete di una quantità enorme di dati, così moltiplicando esponenzialmente le chances di sviluppo.
Di questo processo può, anzi, costituire elemento di particolare rilievo, dal momento che solo attraverso l’informatica è possibile raccogliere informazioni, gestirle e interrelazionarle al fine di giungere alla catalogazione e al censimento dell’immenso patrimonio culturale del nostro Paese; attività, quest’ultima, che, nonostante le non indifferenti risorse finanziarie investite negli ultimi venti anni, non può dirsi realizzata.
Ancora troppe sono le realtà, di beni sia pubblici, sia privati, che sfuggono per motivi diversi ad una indagine accurata delle autorità preposte alla tutela dei beni culturali. Se ciò può trovare spiegazione con riguardo ai beni posseduti dai soggetti privati, nel timore di “esternalizzare” il possesso di beni il cui valore commerciale può, anche, essere rilevante, appare meno giustificabile con riguardo ai beni appartenenti al demanio dei comuni, delle province, delle regioni e dello Stato.
Non si dubita che il nuovo Sistema di catalogo informatizzato realizzato su impulso dell’ICCD, sia lo strumento idoneo perché si realizzi una decisa inversione di tendenza nelle attività di conoscenza e nelle possibilità di utilizzo dei dati acquisiti.
Inoltre, in ragione di quanto sin qui detto, il SIGEC può costituire lo strumento perché si realizzino significativi passi in avanti nel processo di completamento del censimento del patrimonio culturale del nostro Paese.
Una tale attività di completamento non deve essere sottovalutata, e ciò soprattutto, oggi, che recenti iniziative legislative (art. 33 della legge finanziaria 2002; costituzione della “Patrimonio dello Stato spa”, ai sensi della legge 112/2002) sono intese ad incrementare la redditività del patrimonio dello Stato, attraverso forme di affidamento della gestione dei beni culturali a soggetti privati o di trasferimento della proprietà. Perché ciò possa realizzarsi nel migliore dei modi – e perché siano evitati i rischi della dispersione e depauperamento del patrimonio culturale - è indispensabile che, l’amministrazione per prima, abbia piena conoscenza dei beni di sua proprietà e del loro valore culturale e patrimoniale.
Diverse condizioni sono allora indispensabili perché l’investimento realizzato attraverso la costituzione del SIGEC sia veramente efficace. Si elencano quelle che appaiono essere di maggior rilievo:
· completamento e sviluppo del SIGEC realizzando, quanto prima, il collegamento (a) con tutti gli uffici catalogatori dello Stato (soprintendenze e istituti centrali), (b) con le regioni e perché ciò si possa concretizzare sono evidentemente necessari i relativi finanziamenti;
· uno sforzo particolare per procedere alla rapida digitalizzazione delle schede cartacee;
· acquisizione a sistema di tutte le schede e relativa documentazione in possesso delle soprintendenze e loro informatizzazione;
· indirizzi precisi e concordanti volti a realizzare, in via prioritaria, un progetto di inventariazione dei beni presenti sul territorio, salvo che non sia ritenuta maggiormente opportuna (per motivi scientifici o di economicità) la “saldatura” di tale fase con quella della precatalogazione.
In un tale contesto non mancano elementi di criticità collegati, per alcuni versi, a quanto appena detto.
Il più importante è dato dalla circostanza che il progetto SIGEC è, allo stato, solo parzialmente realizzato nel senso che i fondi stanziati hanno, come si è visto, consentito la “costruzione” e l’avvio della struttura centrale e la sua connessione (sperimentale) con solo quattro soprintendenze. E’ di tutta evidenza come una operazione così complessa perché possa considerarsi veramente realizzata necessita il suo pieno completamento.
Completamento che, nella fattispecie richiede la piena integrazione con, almeno, tutti gli uffici statali interessati alla catalogazione attraverso la realizzazione di una rete generale in grado di veicolare i dati da ciascuno di essi elaborati e dotando i medesimi degli indispensabili supporti informatici.
Appare, quindi, dover costituire impegno prioritario dell’amministrazione – una volta conclusasi la fase di sperimentazione – individuare le risorse finanziarie finalizzate ad integrare l’attività di tutti i soggetti catalogatori – o, almeno, di quelli da essa dipendenti – nell’architettura del SIGEC.
Qualora ciò non avvenisse, non solo non si risolverebbero, ma anzi si acuirebbero, i problemi connessi alla tenuta, da parte dell’ICCD, di un archivio generale di dati che era, ed è ancora oggi, in parte cartaceo, in parte informatizzato e che, oltre ad impegnare risorse umane e finanziarie per la necessaria trasposizione dei dati dall’uno all’altro “formato”, rende questi di difficile consultabilità e fruibilità.



4.b L’attività di programmazione dei beni da catalogare

Di particolare importanza è il ruolo che l’ICCD assume per quanto attiene alla programmazione annuale delle attività di catalogazione . In questo paragrafo si delineano le linee generali attraverso cui tale attività si esplica, mentre per alcuni profili di criticità si rinvia alle osservazioni contenute nei capitoli 5 e 6.
Occ



news

01-04-2021
RASSEGNA STAMPA aggiornata al giorno 1° aprile 2021

16-02-2021
Audizione del Professor Salvatore Settis presso Assemblea Regionale Siciliana

08-02-2021
Appello di Italia Nostra - sezione di Firenze: Manifesto Boboli-Belvedere, febbraio 2021

31-01-2021
La FCdA contro il nuovo attacco all’archeologia preventiva e l’estensione del silenzio-assenso

18-01-2021
Petizione Petizione "No alla chiusura della Biblioteca Statale di Lucca"

27-12-2020
Da API-Mibact: La tutela nel pantano. Il personale Mibact fra pensionamenti e rompicapo assunzioni

25-12-2020
CORTE CONTI: TUTELA PATRIMONIO BASATA SU LOGICA DELL’EMERGENZA

03-09-2020
Storia dell'arte cancellata, lo strano caso di un dramma inesistente, di Andrea Ragazzini

06-06-2020
Sicilia. Appello di docenti, esperti e storici dell'arte all'Ars: "Ritirate il ddl di riforma dei Beni culturali"

06-05-2020
Due articoli da "Mi riconosci? sono un professionista dei beni culturali"

05-05-2020
Confiscabile il bene culturale detenuto all’estero anche se in presunta buona fede

30-04-2020
In margine a un intervento di Vincenzo Trione sul distanziamento nei musei

26-04-2020
Vi segnaliamo: Il caso del Sacramentario di Frontale: commento alla sentenza della Corte di Cassazione

25-04-2020
Turismo di prossimità, strada possibile per conoscere il nostro patrimonio

24-04-2020
Un programma per la cultura: un documento per la ripresa

22-04-2020
Il 18 maggio per la Giornata internazionale dei musei notizie dall'ICOM

15-04-2020
Inchiesta: Cultura e lavoro ai tempi di COVID-19

15-04-2020
Museums will move on: message from ICOM President Suay Aksoy

08-04-2020
Al via il progetto di formazione a distanza per il personale MiBACT e per i professionisti della cultura

06-04-2020
Lettera - mozione in vista della riunione dell'Eurogruppo del 7 aprile - ADESIONI

30-03-2020
Da "Finestre sull'arte" intervista a Eike Schmidt

30-03-2020
I danni del terremoto ai musei di Zagabria

29-03-2020
Le iniziative digitali dei musei, siti archeologici, biblioteche, archivi, teatri, cinema e musica.

21-03-2020
Comunicato della Consulta di Topografia Antica sulla tutela degli archeologi nei cantieri

16-03-2020
Lombardia: emergenza Covid-19. Lettera dell'API (Archeologi del Pubblico Impiego)

12-03-2020
Arte al tempo del COVID-19. Fra le varie iniziative online vi segnaliamo...

06-03-2020
Sul Giornale dell'Arte vi segnaliamo...

06-02-2020
I musei incassano, i lavoratori restano precari: la protesta dei Cobas

31-01-2020
Nona edizione di Visioni d'Arte, rassegna promossa dall'Associazione Silvia Dell'Orso

06-01-2020
Da Finestre sull'arte: Trump minaccia di colpire 52 obiettivi in Iran, tra cui siti culturali. Ma attaccare la cultura è crimine di guerra

Archivio news