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Camera dei deputati. Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 144 del 14/5/2002

2002-05-14

Seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, recante disposizioni finanziarie e fiscali urgenti in materia di riscossione, razionalizzazione del sistema di formazione del costo dei prodotti farmaceutici, adempimenti ed adeguamenti comunitari, cartolarizzazioni, valorizzazione del patrimonio e finanziamento delle infrastrutture (2657) (ore 11,33).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 15 aprile 2002, n. 63, recante disposizioni finanziarie e fiscali urgenti in materia di riscossione, razionalizzazione del sistema di formazione del costo dei prodotti farmaceutici, adempimenti ed adeguamenti



comunitari, cartolarizzazioni, valorizzazione del patrimonio e finanziamento delle infrastrutture.
Ricordo che nella seduta del 10 maggio si è conclusa la discussione sulle linee generali.
(Esame dell'articolo unico - A.C. 2657)
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione (vedi l'allegato A - A.C. 2657 sezione 1), nel testo delle Commissioni (vedi l'allegato A - A.C. 2657 sezione 2).
Avverto che le proposte emendative presentate sono riferite agli articoli del decreto-legge, nel testo delle Commissioni (vedi l'allegato A - A.C. 2657 sezione 3).
Avverto altresì che non sono state presentate proposte emendative riferite all'articolo unico del disegno di legge di conversione.
Comunico che l'onorevole Tolotti ha ritirato la sua firma da tutte le proposte emendative presentate.
Avverto inoltre che la I Commissione Affari costituzionali ha espresso i prescritti pareri, che sono distribuiti in fotocopia (vedi l'allegato A - A.C. 2657 sezione 5).
Avverto, infine, che la Presidenza non ritiene ammissibili, ai sensi dell'articolo 96 -bis, comma 7, del regolamento, in quanto non strettamente attinenti al contenuto del decreto-legge, le seguenti proposte emendative (vedi l'allegato A - A.C. 2657 sezione 4): Maninetti 2.4, in quanto riguarda la proroga del termine di trasmissione all'Agenzia delle entrate dei dati fiscali e contributivi da parte di sostituti di imposta; Leo 2.1, in quanto volto ad escludere alcuni soggetti dal versamento dell'IRAP; Leo 2.01, in quanto esclude, in presenza di alcune condizioni, l'applicazione dell'IRAP; Leo 2.02, che dispone la non concorrenza, ai fini della formazione del reddito di impresa, dei contributi a fondo perduto, erogati in favore delle imprese e dei soggetti danneggiati dagli eventi alluvionali del 1994 e del 2000; Stradiotto 2.03, che reca interpretazione autentica in materia di ICI sui fabbricati strumentali delle cooperative; Pagliarini 2.04, relativo all'applicazione dell'imposta sostitutiva sul risultato maturato sulle gestioni individuali di portafoglio; Gambini 3.100 e Stradiotto 3.11, relativi ai casi di esclusione delle detrazioni dell'imposta relativa a prestazioni alberghiere e somministrazioni di alimenti e bevande; Pinza 5.30 e Crosetto 5.37, che disciplinano l'incompatibilità dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo delle fondazioni; Alberto Giorgetti 6.1 e 6.2, che riguardano la disciplina dell'imposta sostitutiva per le società operanti nella gestione ed erogazione di servizi pubblici locali e disciplina della rivalutazione dei beni; Mazzarello 7.04, Duca 7.03 e 7.02, che riguardano la disciplina fiscale dei concessioni di beni demaniali rilasciate dalle autorità portuali; Patria 9.3, che riguarda l'esclusione dalle imposte sui redditi e dall'IRAP dei crediti relativi alle operazioni di cartolarizzazione dei crediti costituenti patrimonio separato.
Passiamo agli interventi sulle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Letta. Ne ha facoltà.
ENRICO LETTA. Signor Presidente, il dibattito che arriva....
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente avevo chiesto di intervenire.
PRESIDENTE. Non l'avevo vista, parlerà dopo l'onorevole Letta.
ANTONIO BOCCIA. Avevo chiesto di intervenire sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Onorevole Boccia, non me ne sono accorto, nessuno me lo ha detto, ho visto scritto il nome dell'onorevole Letta nell'elenco di coloro che intendevano intervenire e gli ho dato la parola. Ormai l'onorevole Letta ha iniziato parlare, quando avrà concluso, lei prenderà la parola sull'ordine dei lavori.
Prego, onorevole Letta.



ENRICO LETTA. Il dibattito che ci apprestiamo ad iniziare giunge alla fine di un periodo durante il quale ci sono stati molti pronunciamenti a livello internazionale e nazionale che hanno creato, in tutti noi, una situazione di allarme che ci ha spinto a guardare in modo diverso la discussione che oggi cominciamo. Se, infatti, è vero che il Governo ha presentato, ormai diverse settimane fa, questo testo, è anche vero che quanto è accaduto nel frattempo ci spinge a guardare al testo oggi in discussione con occhi nuovi e con attenzione differente.
In particolare, credo che a cambiare il clima intorno a questo provvedimento sia stato, la settimana scorsa, l'intervento della Banca d'Italia sullo stato dei conti pubblici: un intervento assolutamente grave, inatteso - in quanto arrivato dopo una serie di pronunciamenti dell'istituto di via Nazionale che andavano in altra direzione - e che, proprio perché inatteso, ci deve obbligare, oggi, ad affrontare in modo diverso le tematiche trattate nel decreto-legge al nostro esame.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi invito a prendere posto! Consentitemi di ascoltare l'intervento dell'onorevole Letta. Prego, onorevole Letta, prosegua.
ENRICO LETTA. Come se non bastasse, l'intervento della Banca d'Italia, contestualmente è giunto l'intervento della Commissione europea, anch'esso netto e significativo. Ebbene, penso che tutto ciò, oggi, ci debba far affrontare questa discussione sulla base dei dati e, soprattutto, in un clima diverso rispetto a quello che ha accompagnato l'arrivo del testo in aula.
Il presente provvedimento ha la forma del decreto-legge, e secondo noi ciò già prova che i contenuti sono poco chiari. Questi, infatti, non sono stati chiariti fino ad oggi, ed ovviamente ci attendiamo che elementi di chiarimento possano finalmente essere portati nel corso della discussione odierna. L'assenza di chiarimento riguarda innanzitutto il punto base dell'intera discussione, cioè i motivi che hanno spinto il Governo a ricorrere alla decretazione d'urgenza per un provvedimento che costruisce un sistema articolato, complesso, per certi versi barocco, in riferimento a materie rispetto alle quali la decretazione d'urgenza stessa non ha alcun motivo per essere adottata. Ci attendiamo che, proprio durante l'esame degli emendamenti, ciò che non è accaduto fino ad ora possa finalmente verificarsi: mi riferisco al fatto che il Governo, che anche questa mattina non «brilla» per la sua presenza in aula, spieghi il motivo profondo, vero, per il quale è stata affrontata la materia dei conti pubblici attraverso un decreto-legge.
ANTONELLO SORO. Presidente, dov'è il Governo?
ENRICO LETTA. Ad aggiungere elementi di complessità, che ovviamente ci allarmano profondamente, è stata poi la dichiarazione della Corte dei conti - più volte ribadita - che ha accompagnato l'arrivo del provvedimento in aula.
Dico tutto questo perché credo che, sulla materia dei conti pubblici, i contorni ed i confini che dividono maggioranza ed opposizione debbano essere più sfumati rispetto a quanto accade in riferimento alle altre questioni delle quali discutiamo. La discussione dovrebbe infatti vederci affrontare la materia con un atteggiamento diverso rispetto alla semplice e normale contrapposizione dialettica esistente tra maggioranza ed opposizione, come d'altra parte sarebbe dovuto avvenire in passato quando già si discusse di conti pubblici: stiamo infatti dibattendo del loro assetto e del loro equilibrio, cioè di una materia che interessa ognuno di noi, sia la maggioranza, che oggi governa, sia l'attuale opposizione, che domani governerà.
Perché le nostre preoccupazioni, perché le nostre paure? Innanzitutto, perché questo testo è sottoposto alla nostra attenzione dopo che ormai con le cifre (che, alla fine, sono quelle che contano) è stato documentato in modo chiaro il fallimento della legge finanziaria. Oggi tale fallimento è sotto ai nostri occhi e



riguarda, sicuramente, il versante delle entrate ma, riteniamo, anche quello delle uscite. Come giudicare, altrimenti, uno strumento che doveva servire a promuovere lo sviluppo del nostro paese e che, invece, oggi ci consegna cifre legate alla crescita del prodotto interno lordo che, per quest'anno, sono pari a circa la metà della crescita realizzata nell'ultimo anno di Governo dell'Ulivo? Come giudicare, altrimenti, il fatto che alla fine, rispetto alla politica delle entrate articolata dalla legge finanziaria, a nostro avviso, non più di un terzo dei probabili e possibili introiti nelle casse dell'erario copriranno effettivamente il lato delle entrate?
Il flop di questa legge finanziaria è, evidentemente, una delle motivazioni, se non la principale, con la quale dobbiamo fare i conti nel giudicare questo provvedimento. Esso, infatti, è figlio del fallimento della legge finanziaria e questa è probabilmente la motivazione che sta alla base del metodo (decretazione d'urgenza), dell'affanno con il quale il Governo sta affrontando questa materia, del tentativo, goffo ma pericoloso, di raddrizzare la piega che la legge finanziaria ha dato alla situazione del bilancio dello Stato e, soprattutto, del rapporto tra le politiche economiche del Governo e lo sviluppo.
A nostro avviso, il limite più profondo di questo provvedimento sta nella logica che, purtroppo, torna sempre ad emergere e che potremmo definire «l'eterno ricominciamento».
Vi è un Governo che affronta tutte le materie con la convinzione o, almeno, con il tentativo di far passare la convinzione che tutto ciò che era in campo e che è stato fatto fino ad oggi su questi temi sia da cancellare. Credo che questo sia un errore grave, non nei confronti di chi in precedenza ha realizzato quelle riforme, ma nei confronti del paese. Vorrei dire di più: si tratta di un errore grave per la maggioranza, perché con questo metodo non si otterranno risultati (pensiamo al caso del sud ed alle politiche per il Mezzogiorno).
Entrando nel merito di questo provvedimento, vorrei chiedere al Governo ed ai colleghi della maggioranza come ritengano che questa complessa e articolata costruzione di nuove società (Infrastrutture Spa e Patrimonio dello Stato Spa, di cui rapidamente parlerò dopo) possa essere collegata, posta in sintonia o in coordinamento, possa essere complementare e non intralciare il lavoro che l'agenzia del demanio sta svolgendo già da un po' di tempo e che, per certi versi, ha le stesse finalità delle nuove società proposte. Il tutto avviene in una situazione di drammatica incertezza. Saremmo quasi portati a pensare che il Governo e la stessa maggioranza non abbiano le idee ben chiare su cosa stia facendo l'agenzia del demanio: se essa stia portando avanti i suoi obiettivi, quelli individuati in base alle scelte operate dalla legge, e se vi siano o meno informazioni al riguardo; ci chiediamo se abbiano compreso ciò di cui la stessa si sta occupando.
Accanto a questo punto, l'altro elemento che ci sembra particolarmente complesso e portatore di difficoltà, paragonabili semplicemente all'aprire un vaso di Pandora, è quello della superficialità con la quale si affronta il raccordo tra le politiche che verranno toccate da questo provvedimento e tutti gli altri poteri dello Stato. Credere, immaginare o sperare che con questo provvedimento e con i poteri che esso conferisce al Ministero dell'economia si possano superare gli altri poteri dello Stato, a partire soprattutto dagli enti locali, mi sembra il modo migliore per dimostrare che quella della Lega in questo Governo è una presenza «per un piatto di lenticchie». Questo è un provvedimento dirigista che supera gli enti locali imponendo loro di farsi commissariare dal Governo centrale.
Questo provvedimento non arriverà a raggiungere il suo obiettivo perché, se Dio vuole, il nostro sistema è solido dal punto di vista delle garanzie costituzionali. Questo provvedimento avrà come risultato naturale quello di aprire una valanga di contenziosi che opporranno gli enti locali, le comunità locali, i loro rappresentanti ed i nuovi amministratori di questi soggetti al Governo centrale. Sarà proprio l'apparente



semplificazione, che il Governo vuole tanto sottolineare, l'elemento che renderà inattuabile l'intero provvedimento.
Un terzo punto che voglio sottolineare è l'assoluta genericità del provvedimento: la genericità, quando è fatta per decreto-legge, è estremamente preoccupante. Una cosa generica fatta per decreto-legge non può non farci pensare che dietro ci sia qualcosa altro. Come altro si può giudicare la finalità che viene data alla società Infrastrutture Spa di finanziare lo sviluppo economico? Cosa vuol dire finanziare lo sviluppo economico? Abbiamo intenzione di creare altre società che riprendano la strada del passato? Il Governo, se è questo che vuole fare, lo dica. Il Governo, quando ieri era opposizione, criticava il Governo dell'Ulivo sulle politiche di privatizzazioni e sulla graduale liquidazione dell'IRI. Cosa dice, oggi, questo Governo rispetto ad un provvedimento che disegna in nuce tutte le condizioni perché nasca un nuovo IRI? È questa la finalità? Credo sarebbe molto meglio se di queste cose discutessimo alla luce del sole. Ritengo che su questi temi la necessità di avere chiarezza sia l'elemento principale.
Concludo dicendo che, se questa sarà la strada che il Governo intende seguire fino in fondo su questa materia, da parte nostra non potrà che esservi un'opposizione molto più dura di quella che abbiamo fatto fino adesso su questi testi e su questi provvedimenti.
Credo che questo provvedimento abbia nascoste in sé alcune finalità che non possiamo non considerare, soprattutto per quanto ho detto fino adesso. Questo provvedimento ha in sé una bomba ad orologeria.
PRESIDENTE. Onorevole Letta...
ENRICO LETTA. Si tratta di una bomba in grado di «scassare» le finanze pubbliche ed il bilancio pubblico. Vorrei soltanto farvi notare...
PRESIDENTE. Onorevole Letta, il tempo a sua disposizione è scaduto da 35 secondi.
ENRICO LETTA. Termino, signor Presidente, dicendo che quello al nostro esame è stato criticato dall'ex ministro del bilancio Cirino Pomicino come un provvedimento che potrebbe scassare il bilancio pubblico: credo che conclusione migliore per un intervento di questo genere non potrebbe esserci (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Onorevole Boccia, se vuole intervenire ora sull'ordine dei lavori, ne ha facoltà.
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, lo farò successivamente.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Micheli. Ne ha facoltà.
ENRICO LUIGI MICHELI. Signor Presidente, signor ministro che non c'è (Commenti dei deputati del gruppo di Forza Italia), sul terreno della politica economica l'Italia, come viene rilevato da più parti a livello interno ed internazionale, si trova in una preoccupante situazione di impasse. Finiti gli anni del risanamento, realizzati dai Governi di centrosinistra con una rigorosa politica economica - quelli che ci hanno consentito l'ingresso nell'Unione monetaria -, si ipotizzava un periodo di grande espansione: in verità, solo gli anni 2000 e 2001, particolarmente il 2000, hanno dato una crescita del 3 per cento. Serve a poco, dunque, continuare a declamare parole di propaganda, quasi ci trovassimo in una eterna campagna elettorale, accusando inutilmente i predecessori di tutte le nequizie possibili e promettendo il regno di Utopia, salvo rinviarlo di mese in mese per la semplice verità che non esiste e non può esistere.
Signor ministro, in buona sostanza la realtà è che la Banca d'Italia, in contrasto con il suo ultimo ottimismo di maniera, denuncia che in febbraio il debito pubblico ha raggiunto la quota record di 1 milione 358 mila euro. Pur considerando la stagionalità, il Governo dovrebbe spiegare



- per esempio, con trasparenza - e chiarire il significato e la portata della fantomatica operazione swap che, se c'è stata, serve solo a prendere tempo.
Frattanto registriamo che in un anno il debito della pubblica amministrazione è salito del 3,7 per cento, l'inflazione resta sopra il livello del 2 per cento, i consumi sono fiacchi, gli investimenti pubblici e privati non decollano, nonostante la pretenziosa legge che porta il nome del ministro che non c'è, la Borsa ristagna, le privatizzazioni sono bloccate mentre infuria la disfida delle nomine e del famoso programma di opere pubbliche non è partito alcunché: si cita quale avvio la Salerno-Reggio Calabria dove sono avviati solo i venti cantieri che aprì il centrosinistra.
Dunque, signor ministro, l'economia italiana galleggia a mezz'aria, costretta a ciò dall'ormai cinica, cronica contraddizione tra la realtà e il sogno, nello specifico tra la verità e l'enfasi promozionale del Presidente del Consiglio. In coscienza devo dire che sappiamo, per averlo provato, che cosa significhi fare i conti con una congiuntura internazionale insufficiente, in presenza, tra l'altro, di una politica di bilancio necessariamente costrittiva; quello che però non sappiamo, perché non lo abbiamo mai fatto, è camminare sul filo, sospeso nell'aria, degli annunci pericolosamente propagandistici, diffusi a piene mani prima, durante e dopo la campagna elettorale. Per le previsioni ottimistiche circa la crescita si è detto il 3,1 per cento, poi si è calati al 2,3 per cento, che rimane l'obiettivo del Governo, mentre gli osservatori internazionali parlano, ormai, dell'1,3-1,4 per cento. In questi casi affidarsi al culto del presente, creando una soluzione di continuità con il passato e considerando il futuro un'astrazione, è un grave errore; lo stesso discorso vale per la cosiddetta finanza creativa, che sta alla base delle due megasocietà sulle quali mi soffermerò un attimo, cioè la Patrimonio e la Infrastrutture.
Signor ministro, lei sa bene che un'azienda qualsiasi quando annaspa in una crisi strutturale e vede progressivamente calare i propri indici di redditività, salire l'indebitamento con il relativo carico di interessi passivi, consumarsi la consistenza patrimoniale, prima di affondare afferra il salvagente della rivalutazione finanziaria, degli asset in suo possesso e cerca per questa via di evitare lo scoglio del codice civile e, quindi, del fallimento.
È chiaro, però che, se la medesima azienda non procede rapidamente a migliorare la struttura produttiva e la profittabilità, non avrà scampo perché le manovre di rivalutazione patrimoniale producono effetti cartolari e, oltretutto, costituiscono una extrema ratio non ripetibile.
Questa è la sensazione che si ha esaminando gli articoli 7 e 8 del decreto-legge. Infatti, ci troveremmo nella condizione specifica in cui un consiglio di amministrazione qualsiasi contestasse all'amministratore delegato l'asfitticità di una manovra limitata nel tempo i cui effetti sono solo finanziari, senza intaccare i motivi di fondo all'origine della crisi.
Signor ministro, la verità è una: la rivalutazione e le successive dismissioni degli asset di proprietà dello Stato dovrebbero essere diretti correttamente a riduzione del debito. Non vi è dubbio che l'amministratore delegato che utilizzasse il ricavato della vendita per finanziare la spesa corrente, invece che ricapitalizzare l'azienda, sarebbe da giudicare del tutto inadeguato ad espletare il suo mandato.
I meccanismi indicati per la costituzione della società Patrimonio Spa non determinano gli effetti di una positiva gestione e valorizzazione degli immobili. Si cerca di realizzare surrettiziamente un'operazione dedicata a conseguire benefici nel breve periodo per la finanza pubblica, il tutto al di fuori di qualsiasi intervento strutturale e con una visione del «tirare a campare» giorno dopo giorno.
Le reali finalità perseguite dal provvedimento in esame traspaiono chiaramente dallo stesso regime normativo che regola la società. In particolare, i beni immobili facenti parte del patrimonio dello Stato sono trasferiti, in deroga alle norme del codice civile, sulla base di un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze; quindi, al di fuori di criteri di classificazione e rigorosa valutazione che sono previsti.




La vera finalità del decreto-legge si evince chiaramente dalla norma che autorizza la società ad effettuare operazioni di cartolarizzazione. La previsione di tali interventi, a fronte dei beni immobili trasferiti, evidenzia la volontà del Governo non già di razionalizzare la gestione e di assicurare la migliore utilizzazione degli immobili - operazione che potrebbe anche essere utile nell'interesse del paese -, quanto di portare avanti un'iniziativa strumentale, finalizzata a determinare nell'immediato un beneficio di carattere nominalistico.
La configurazione prevista e il sistema dei poteri di indirizzo e di vigilanza attribuiti al Ministero danno luogo ad un assetto assolutamente ibrido nel quale, dietro lo schermo societario, si configura un organismo i cui elementi essenziali sono pubblicistici. Allora, in questo viluppo burocratico, dov'è la società per azioni?
La stessa situazione si realizza con riferimento alla società Infrastrutture Spa. Infatti, è il Ministero dell'economia e delle finanze a formulare le linee direttrici per l'operatività della società, potendo adottare provvedimenti specifici ove i comportamenti operativi dell'azienda non siano coerenti con le strategie adottate.
In sostanza, il provvedimento attribuisce un potere oltre modo discrezionale al Ministero dell'economia nella gestione delle scelte della società: un potere sorprendentemente inedito quanto pericolosamente esteso.
In conclusione, signor ministro - che purtroppo non c'è -, è chiaro che questo modo fantasioso - che qualcuno ha definito disinvolto - di gestire il presente e di programmare il futuro non è perfettamente coincidente con quel senso dello Stato che suggerisce all'uomo di Governo di non adottare politiche fuorvianti rispetto alla realtà dei problemi oppure, ancor peggio, coup de théâtre, come quel famoso buco televisivo.
La nostra posizione sul complesso del provvedimento è radicalmente negativa, nel merito e nel metodo. Se le sue scommesse, signor ministro, risulteranno - come è prevedibile - avventate, a pagare caro sarà l'Italia.
%Frattanto, gli esiti della sua azione sono sotto gli occhi di tutti: non ha ridotto la spesa; la crescita è lenta; non ha ridotto la pressione fiscale; gli investimenti non aumentano, con buona pace del presidente della Confindustria, spesso inutilmente schierato a fianco del Governo. Il trend di crescita occupazionale nasce con i Governi di centrosinistra, quando l'indice della disoccupazione è sceso sotto il 10 per cento.
Onestà intellettuale richiederebbe che, a questo punto, ci si confrontasse oggettivamente con il quadro degli scarsi risultati raggiunti. Purtroppo, so bene - e concludo - che ella non scenderà dal suo cavallo, signor ministro, e che eviterà in tutti i modi di farlo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Tolotti. Ne ha facoltà.
FRANCESCO TOLOTTI. Signor Presidente, c'è una prima osservazione da fare: il provvedimento che oggi viene sottoposto all'attenzione dell'Assemblea fa giustizia di tante sterili polemiche sui buchi e sugli extradeficit presunti, ereditati dai precedenti Governi di centrosinistra. È il caso di evocare la favola di Pierino e il lupo: il lupo lungamente evocato - il buco - si materializza proprio quando cominciano a fare sentire i loro effetti o, meglio, i loro rovinosi effetti le manovre di politica economica e finanziaria di questo Governo.
Non a caso il 2001 si è chiuso nel quadro dei parametri previsti dal centrosinistra, nonostante le lavagne strumentalmente esibite dal ministro Tremonti in TV e nonostante le grida di allarme strumentalmente reiterate. Ora, invece, il ministro ci propone un provvedimento che si configura come una manovra correttiva, se lo si vuole giudicare con animo sereno, lasciando per il momento da parte le fondate preoccupazioni sui poco trasparenti meccanismi finanziari e di bilancio che potrebbe innescare. Si badi bene: si tratta di una manovra tanto più necessaria in quanto questo Governo si ostina a tener



fermi per il 2002 scenari economici ed obiettivi di crescita e di rapporto deficit-PIL che tutte le valutazioni e le proiezioni degli organismi internazionali e delle agenzie indipendenti giudicano irrealistici e da correggere al ribasso. Questa manovra è tanto più necessaria anche alla luce del reale quadro economico e finanziario attuale, richiamato efficacemente poco fa dall'onorevole Micheli.
Perché, dunque, c'è bisogno di una manovra correttiva? E perché il Governo occulta il segno correttivo di questa manovra, mentre dovrebbe rivendicare l'esercizio di un atto di responsabilità? L'unica risposta possibile è che la difficile situazione attuale chiama in causa la responsabilità diretta di un Governo la cui politica economica e finanziaria si è rivelata iniqua e fallimentare; da tempo l'opposizione di centrosinistra chiede di poter verificare in termini di chiarezza e trasparenza gli effetti economici e finanziari dei provvedimenti assunti. A titolo di esempio, quali sono i costi a regime, in termini di minor gettito per l'erario, dell'abolizione della tassa sulle donazioni e sulle eredità megamiliardarie? Si tratta di un provvedimento che ha riguardato pochi cittadini ma che, verosimilmente, ha pesato in misura significativa in termini di minor gettito. E ancora, siamo sicuri che sulla difficile situazione cui si cerca di porre rimedio non abbia in alcun modo pesato e non peserà anche in futuro il clamoroso fallimento della normativa per l'emersione dal sommerso e dal lavoro nero, da cui ci si aspettava l'emergere di 900 mila posizioni lavorative, con un gettito stimato intorno ai 3 miliardi di euro? Quanto alla stessa Tremonti-bis, che secondo il suo estensore avrebbe dovuto «autocoprirsi» finanziariamente, è possibile valutarne, in termini accettabilmente precisi e non generici, le ricadute effettive sugli equilibri di bilancio?
E ancora, le ripetute cartolarizzazioni, a parte i problemi che ci hanno causato - per esempio, quella del Lotto in sede comunitaria ed europea -, possono davvero essere considerate come panacee o non è il caso di rendersi conto che, per la loro natura contingente e non strutturale, esse non costituiscono strumenti utilizzabili se non in determinate situazioni perché non possono sostenere una politica di risanamento ed equilibrio strutturale del bilancio e della finanza dello Stato?
L'interrogativo è evidentemente retorico ma non inutile, anche alla luce dei contenuti del provvedimento odierno. Innanzitutto, ancora una volta dobbiamo denunciare l'abuso della pratica della decretazione d'urgenza e la cattiva abitudine di affastellare in un unico provvedimento temi tra loro eterogenei: in questo caso, passiamo dalle imprese farmaceutiche alle banche, alle cooperative, alle fondazioni bancarie, alla ricapitalizzazione dell'Alitalia, e si potrebbe continuare.
Per questo motivo, abbiamo presentato emendamenti soppressivi volti ad escludere dal decreto materie che dovrebbero essere affrontate con altro respiro. Tuttavia, non abbiamo rinunciato ad emendamenti correttivi ed integrativi, nel tentativo di eliminare le contraddizioni e le storture più evidenti e macroscopiche, e non abbiamo rinunciato a misurarci sul terreno di un provvedimento che nelle sue scelte fondamentali respingiamo. In ogni caso, ci siamo impegnati a introdurre elementi di ragionevolezza, buon senso e responsabilità amministrativa e di Governo, elementi che abbiamo potuto registrare anche grazie alle audizioni informali consentite - e gliene diamo volentieri atto - dai presidenti Giorgetti e La Malfa, in sede di Commissioni congiunte (Bilancio e Finanze). Soprattutto l'audizione della Corte dei conti si è rivelata estremamente importante sia sul versante dell'analisi del provvedimento, sia su quello delle proposte emendative e correttive: proprio gli emendamenti da noi presentati agli articoli 7 e 8 fanno tesoro delle indicazioni provenienti da quell'audizione.
Vorrei soffermarmi, prima di affrontare il tema centrale delle società Patrimonio Spa e Infrastrutture Spa, su alcuni aspetti contraddittori e sbagliati del decreto-legge cui cerchiamo di porre rimedio con i nostri emendamenti. L'articolo 3, oltre a ridurre i prezzi dei farmaci che



sono stati definiti con una contrattazione di natura privatistica tra imprese farmaceutiche e pubblica amministrazione e oltre a modificare le modalità brevettuali, non solo per i farmaci da brevettare, ma anche per i farmaci già brevettati, interviene in termini dirigistici sulle spese per convegnistica delle aziende farmaceutiche. Non si comprende perché la pubblica amministrazione debba decidere l'entità di una qualunque posta del bilancio di un'impresa privata. L'obiettivo condivisibile di spostare fondi e investimenti dalla promozione di convegni di dubbia utilità alla ricerca, allo sviluppo e all'innovazione tecnologica dovrebbe essere perseguito, come prevedono i nostri emendamenti, non con clausole restrittive da socialismo reale, quanto piuttosto con un'adeguata politica di incentivazione che riconosca crediti a chi investe in sviluppo, ricerca e innovazione tecnologica.
L'articolo 5 si occupa di fondazioni bancarie e lo fa in una evidente ottica di ripubblicizzazione che i nostri emendamenti contrastano, prevedendo la riduzione della percentuale massima del 75 per cento di presenza degli enti pubblici locali a percentuali via via più ridotte. Ma oltre al merito del provvedimento, che non condividiamo, va sottolineato come sia inaccettabile che una questione così importante e delicata, quale la natura o il ruolo delle fondazioni, debba essere sempre affidata a interventi emendativi dell'ultimo momento: è accaduto con la legge finanziaria; accade di nuovo in questo decreto-legge. Inoltre, una questione così importante e delicata è stata sottratta ad una discussione aperta, serrata ma trasparente, che coinvolgesse anche le autonomie locali e la società civile nelle sue molteplici articolazioni.
Considerazioni non dissimili si possono fare sull'articolo 6; gli emendamenti che presentiamo, prevalentemente soppressivi, vogliono sottolineare come il progressivo adeguamento ai principi comunitari - come recita la formulazione della rubrica dell'articolo 6 - non abbia, in realtà, nulla a che vedere con l'operazione che si sta compiendo sulle cooperative. È un'operazione penalizzante, un attacco che lede - come ricordava in discussione generale l'onorevole Pennacchi - il principio stesso della polimorfia istituzionale dei soggetti di impresa all'interno del mercato capitalistico. È un attacco già avviato in occasione della legge sulla riforma del diritto societario, con la distinzione tra cooperazione costituzionalmente riconosciuta e non riconosciuta, che riserva al Governo amplissimi margini di discrezionalità. A tutt'oggi non si sa a quale punto sia la riforma organica del settore cooperativo, previsto dall'articolo 5 della legge sopra richiamata relativa alla revisione del diritto societario. Per questo sarebbe saggio, prima di definirne il regime fiscale, determinare la natura giuridica di questi soggetti - le cooperative - alla luce della già richiamata distinzione tra cooperazione costituzionalmente riconosciuta e non riconosciuta, tenendo anche conto che, in sede europea, è pendente un ricorso in ordine alla discriminazione che interessa cooperative e banche popolari di credito cooperativo.
Il cuore del provvedimento è comunque costituito dagli articoli 7 e 8. Gli emendamenti presentati sono, in prima istanza, soppressivi delle due società (Patrimonio dello Stato Spa e Infrastrutture Spa) previste dal decreto-legge. Con questi emendamenti soppressivi non si intende negare in via di principio l'opportunità di individuare strumenti, anche innovativi, per rispondere alla duplice esigenza di valorizzare il patrimonio dello Stato e di promuovere, con opportuni strumenti finanziari, la costruzione delle opere pubbliche e la realizzazione delle infrastrutture necessarie al nostro paese.
Il giudizio negativo si concentra su alcuni aspetti che vale la pena di sintetizzare. Il meccanismo complessivo configura il tangibile rischio di proiettare nominalmente fuori dal bilancio statale spese di grande rilevanza, relative ad infrastrutture ed opere pubbliche, sottraendole alla contabilità dello Stato ma, di fatto, finanziandole con garanzie a carico dello Stato. Non caso, nell'ambito della discussione sulle linee generali, si è richiamato il



precedente, non certo positivo, degli assegnati emessi dal governo rivoluzionario francese sulla base della garanzia dei beni confiscati agli ecclesiastici. Dunque, si contesta, non l'adozione di nuovi strumenti, ma il rischio che tutto si risolva in operazioni di ingegneria finanziaria, che potrebbero far risultare nel bilancio statale entrate fittizie a fronte di un futuro debito certo, anche se questo debito è formalmente collocato presso un soggetto esterno alla pubblica amministrazione, la società per azioni. Più in dettaglio, non si possono inoltre trascurare, per quanto concerne la Patrimonio dello Stato Spa, i problemi di coordinamento e potenziale conflitto con la recentemente costituita agenzia del demanio - lo ricordava nel suo intervento l'onorevole Letta -, così come non si può sottovalutare il fatto che i beni patrimoniali dello Stato non risultino sempre, come è ovvio, di facile valorizzazione e siano alienabili, non per il loro intero ammontare, ma per una quota significativamente modesta.
Alla luce delle considerazioni testé espresse, è forte l'esigenza - che si manifesta nei nostri emendamenti agli articoli 7 e 8 - di evitare che il meccanismo delle sue società previste dal decreto-legge si traduca in un artificio per eludere i parametri del patto di stabilità e per poter fare ricorso all'indebitamento occulto.
Per scongiurare questa eventualità, sarebbe davvero opportuno raccogliere la sfida che l'onorevole Pennacchi ha lanciato in sede di discussione sulle linee generali del provvedimento in esame che oggi riproponiamo: trasformate queste strutture in enti di diritto pubblico. Ciò permetterebbe di rispondere positivamente alla sollecitazione esplicita ed autorevole della Corte dei conti, la quale, nella memoria depositata in occasione dell'audizione presso le Commissioni congiunte, testualmente raccomanda il rispetto, non solo delle regole europee, ma anche dei canoni di buon andamento e di sana gestione che suggeriscono di non abusare di tecniche contabili che consentono di registrare entrate immediate, a scapito dei futuri equilibri di finanza pubblica o che trasferiscono sotto la linea oneri rilevanti, a danno della conoscibilità, da parte in primo luogo del Parlamento, delle risultanze effettive della gestione.
Le nostre proposte emendative affrontano anche due ultimi aspetti: il primo riguarda la straordinaria concentrazione di poteri, di competenze, di responsabilità, di discrezionalità insomma che il presente provvedimento pone in capo al Ministero dell'economia e che va di pari passo con il rischio sempre più concreto di uno svuotamento delle prerogative del Parlamento. Il secondo - e concludo signor Presidente - è costituito dagli incroci consentiti dal provvedimento tra le società Patrimonio Spa ed Infrastrutture Spa, ma anche fra Patrimonio Spa, Cassa depositi e prestiti, sue società collegate ed altre in mano al Tesoro. A questo proposito, la Corte dei conti sostiene che il collegamento tra le due società...
PRESIDENTE. Onorevole Tolotti, il tempo a sua disposizione è terminato.
FRANCESCO TOLOTTI. ... può generare non solo rischi di impoverimento del patrimonio statale non giustificati, ma anche difficoltà insormontabili per una compiuta resa del conto anche nei suoi effetti patrimoniali, dovuto al Parlamento (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Fluvi ne ha facoltà.
ALBERTO FLUVI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo di fronte ad un ennesimo decreto-legge; è uno strano modo, il vostro, di intendere il governo del paese, la dialettica parlamentare tra maggioranza ed opposizione, nonché il confronto in Assemblea tra Governo e Parlamento. Non so se il ministro Giovanardi tenga quotidianamente aggiornata la tabella relativa ai provvedimenti adottati dal Governo, ma mi sembra che siamo vicini alla quota di 50 decreti-legge; onestamente, si tratta di una bella media, in



meno di un anno dell'attività del Governo di centrodestra. È soprattutto - permettetemi - un metodo singolare per una maggioranza che ha i numeri sia alla Camera sia al Senato.
Sui provvedimenti importanti o si usa la strada della decretazione d'urgenza, fino ad imporre la fiducia quando si nota che la maggioranza è recalcitrante, oppure si segue un'altra strada, quella della legge delega. Mi auguro, signor Presidente - lo dico anche e soprattutto ai colleghi della maggioranza - che questo non sia il metodo che contraddistinguerà l'intera legislatura.
Il decreto-legge al nostro esame rappresenta di fatto - lo hanno affermato molto più autorevolmente di me i colleghi Letta e Micheli - una correzione in corsa della situazione di finanza pubblica e vi è più di un elemento per dubitare che sia l'ultima correzione per questo anno; una correzione più che giustificata che giunge in Parlamento - ironia della sorte - ad un anno dal 13 maggio del 2001, dopo l'avvertimento della Commissione europea, la tirata di orecchie del Fondo monetario internazionale, della Banca europea, dell'OCSE e perfino - novità degli ultimi giorni - della Banca d'Italia.
Avreste potuto seguire una strada diversa, quella del confronto parlamentare su un disegno di legge del Governo, ed avreste potuta percorrerla, sapendo di poter contare oggi su di una opposizione che, nella passata legislatura, da maggioranza, ha fatto del risanamento dei conti pubblici il suo punto di riferimento, la sua cartina di tornasole.
È stata la costante attenzione ai conti pubblici, assieme alla pratica della concertazione, che ha permesso all'Italia di ridurre il debito pubblico e di centrare l'obiettivo della moneta unica, di innescare, in sostanza, quel circolo virtuoso che ha permesso di coniugare assieme crescita economica ed occupazionale, di impostare su basi più solide il nuovo sviluppo per l'Italia.
Domenica scorsa, un autorevole commentatore pubblicava, sul più diffuso quotidiano italiano, la sua analisi su un anno del Governo Berlusconi e concludeva dicendo, in maniera sibillina, che Berlusconi ha vinto, ma non ha convinto. Non ha convinto perché la crescita del PIL è inferiore alle previsioni di circa un punto percentuale, le entrate tributarie continuano a deludere, il debito pubblico continua ad aumentare. Anche oggi, Francesco Giavazzi commenta nuovamente la strategia finanziaria del ministro Tremonti: una crescita rallentata nel 2002 condizionerà lo sviluppo anche per l'anno prossimo e tutto ciò influirà sui conti pubblici; sarà quindi molto complicato mantenere gli obiettivi per il 2002 e soprattutto raggiungere il pareggio di bilancio nel 2003. Ma non ha convinto anche per quell'ottimismo che il Presidente del Consiglio ed il ministro del tesoro distribuiscono a piene mani e che non trova poi riscontro nella realtà di tutti i giorni; non ha convinto perché i cittadini, le famiglie e le imprese cominciano a misurare la distanza fra i provvedimenti che interessano il Presidente del Consiglio e quelli che invece riguardano tutti i cittadini: scudo fiscale, rogatorie, falso in bilancio, da un lato, acutizzazione dello scontro sociale, promesse non mantenute, a cominciare dalla riduzione delle tasse, dall'altro.
Voi state vanificando gli sforzi che tutti gli italiani hanno compiuto nel corso degli anni '90 per far rientrare il debito pubblico e per soddisfare così i parametri previsti dal Trattato di Maastricht. Oggi, con questo decreto-legge, il Governo rivela la sua vera natura, ove mai ve ne fosse stato bisogno. Da una parte, penalizza un settore importante della nostra economia, quello cooperativo, dall'altro ripropone vecchi metodi che ritenevamo superati; penso al settore farmaceutico. Poi, cercate di eludere le regole della trasparenza, attraverso la esternalizzazione dei debiti - penso alle due società patrimonio dello Stato ed infrastrutture - e infine, con un emendamento sulle fondazioni bancarie, volete arrivare a controllare il cuore del sistema finanziario italiano.
Lo abbiamo già detto nel corso della discussione relativa alla riforma del diritto



societario: non condividiamo questo vostro atteggiamento punitivo nei confronti del mondo cooperativo. Abbiate perlomeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Cosa vuol dire, per esempio, progressivo adeguamento ai principi comunitari del regime tributario delle società cooperative, quando sapete benissimo che non vi sono specifiche disposizioni nella normativa comunitaria così come nelle iniziative assunte dalle istituzioni europee in materia di cooperative? Non attribuite allora la colpa all'Europa: assumetevi le vostre responsabilità e chiamate le cose con il loro nome. In ordine al problema dei farmaci, stiamo tornando agli anni '90: state riproponendo quella commistione fra Stato e mercato che ha prodotto danni nefasti.
Alcuni giorni fa, il collega Agostini, intervenendo in aula, ha fatto riferimento a quella che, con una simpatica battuta, ha definito la scuola di Posillipo. Credo che stiate facendo impallidire anche i massimi esponenti di quella scuola. Si era intrapresa, attraverso la politica dei prezzi dei farmaci, una politica industriale: siamo tornati alla politica dei prezzi dei farmaci come politica di bilancio pura e semplice.
L'onorevole Nicola Rossi, intervenendo durante la discussione sulle linee generali, ha evidenziato le conseguenze di un sistema che mischia tetti di spesa e prezzi amministrati. E la conseguenza è una sola: ci sarà sempre un'industria che cercherà di utilizzare metodi «non ortodossi» per spuntare il prezzo del farmaco voluto. È un film che abbiamo già visto in tutti gli anni ottanta. La ragione sta - e voi lo sapete bene - in un rapporto distorto tra Stato e mercato che state riproponendo.
Stamattina sul Corriere della sera, Giavazzi ci ricordava come il caso Enron abbia focalizzato l'attenzione sugli effetti della scarsa trasparenza dei bilanci pubblici e privati e sulle scappatoie oggi consentite dalle regole europee. Sicuramente non è un caso che l'articolo compaia proprio oggi, nel momento in cui inizia la discussione sul provvedimento in esame.
Dovrebbero far riflettere le norme che consentono al ministro dell'economia e delle finanze di istituire le società Patrimonio dello Stato Spa e Infrastrutture Spa e, soprattutto, dovrebbero far riflettere i legami fra le due società. È evidente, anche per chi non è uno specialista del settore, che il disegno complessivo consiste nell'occultare una parte del debito pubblico: partecipazioni statali Spa esterne alla contabilità dello Stato, che non concorrono alla formazione del debito pubblico. E, come nel caso Enron, un artificio contabile di esternalizzazione dei debiti consente l'immediata riduzione degli squilibri del bilancio pubblico ed apre la possibilità, però, di futuri incrementi della spesa pubblica.
Infine, vorrei fare una riflessione sull'emendamento relativo alle fondazioni. Anche qui, ogni commento è superfluo. Durante l'esame della legge finanziaria 2002, il ministro Tremonti fece approvare un emendamento che conteneva una delega sulle fondazioni. Questa delega prevedeva un regolamento attuativo che ora è all'esame del Consiglio di Stato. Nel dubbio di un giudizio critico da parte del Consiglio di Stato, il ministro Tremonti ha congelato il tutto per tornare in aula e far approvare, attraverso un altro emendamento, una variazione alla delega che si adatti al regolamento già predisposto. Ora, sappiamo tutti di cosa stiamo parlando: 89 fondazioni bancarie ed un patrimonio stimato di circa 36 miliardi di euro, di 5 mila 400 miliardi delle vecchie lire di erogazioni. Sappiamo però anche che l'ACRI (l'associazione delle casse di risparmio), il forum del terzo settore, la conferenza episcopale e la compagnia delle opere giudicano negativamente l'emendamento ed anche il CNEL si è espresso con accenti critici sul rischio di una ripubblicizzazione delle fondazioni. Ma non importa. Non importa ascoltare queste critiche, perché l'obiettivo è un altro: mettere le mani sul sistema finanziario italiano, a cominciare dalle grandi banche (penso a Unicredito, Intesa Bci e San Paolo IMI).
Ma siete proprio sicuri, colleghi della maggioranza, che questa finanza creativa,



di cui il ministro Tremonti è il principale interprete, serva a valorizzare il ruolo dell'Italia in Europa, a far crescere il sistema imprenditoriale italiano, a rendere il sistema Italia competitivo con i paesi più avanzati del mondo? Siete proprio sicuri di voler consegnare un potere così grande nelle mani del ministro dell'economia?
Faccio solo tre esempi (ma potrei farne degli altri): la delega fiscale che abbiamo approvato l'altra settimana, le fondazioni bancarie, la costituzione di Patrimonio dello Stato Spa e di Infrastrutture Spa. Il ministro Tremonti - e concludo - fino ad oggi non ha centrato una sola previsione; ma forse non è questo che gli interessa, il suo obiettivo è un altro. E si comincia a percepire, anche fra i parlamentari della maggioranza, questo fastidio per una così grande concentrazione di poteri. Sta a voi, però, consentire o meno di percorrere questa strada. Grazie, signor Presidente (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).





...
Si riprende la discussione.
(Ripresa esame dell'articolo unico - A.C. 2657)
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, il presidente del gruppo della Margherita, l'onorevole Castagnetti, ha inviato una lettera al Presidente della Camera con la quale chiede di verificare l'ammissibilità di alcuni emendamenti, che, in sede di esame da parte della Commissione, sono stati aggiunti al testo del provvedimento che stiamo esaminando.
Signor Presidente, ricorderà che, all'inizio della seduta, prima che iniziasse l'esame del disegno di legge di conversione, ho insistito per prendere la parola, poiché ritenevo corretto che fosse fornita una risposta alla nota trasmessa al Presidente della Camera dall'onorevole Castagnetti. Poiché vedo che si procede con l'esame del provvedimento, sento il dovere di ripresentare la questione. Mi sembra evidente che la risposta, giunta con i fatti poiché l'esame del disegno di legge è cominciato, sia negativa. Tuttavia, se mi consente, signor Presidente, anche per una questione di fair play (mi rendo conto che, in questo momento, mostra tutta la sua disponibilità e l'attenzione), credo sia necessario un annuncio ufficiale da parte del Presidente della Camera. Non so come intenda regolarsi. Per quanto mi riguarda, a questo punto dei lavori parlamentari - è stato il preavviso di venti minuti, quindi, presto s'inizierà a votare - non posso non sollecitare una risposta. Vorrei sapere cortesemente se il Presidente intenda compiere una verifica sulle ammissibilità. Vi sono dei precedenti: è accaduto, in passato, che il Presidente della Camera, anche se - lo devo riconoscere - in occasioni eccezionali e straordinarie, abbia cambiato orientamento rispetto alle decisioni assunte dai presidenti delle Commissioni sull'ammissibilità. Vorrei, dunque, sapere se il Presidente della Camera intenda compiere tale verifica e, magari, assecondare le richieste da noi formulate.
PRESIDENTE. Onorevole Boccia, lei è talmente bravo che, nel porre le domande, si dà anche le risposte.
Come giustamente ha rilevato, il fatto stesso che il Presidente Casini non abbia risposto, di per sé, rappresenta una risposta, chiaramente negativa. Tuttavia, lei ha sollevato un problema di fair play che



ritengo legittimo. Credo quindi di poterle assicurare che, prima della votazione dell'articolo 5, il Presidente risponderà alla lettera che gli è stata inviata.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Morgando. Ne ha facoltà.
GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, il provvedimento al nostro esame è molto importante. Esso delinea strategie di politica economica molto rilevanti.
Le comunico che non intendo prendere la parola fin quando non sarà presente qualcuno ai banchi del Governo. Sarebbe logico, infatti, che ci fosse un rappresentante del Ministero dell'economia, poiché stiamo discutendo di questioni di grande rilievo riguardanti quel Ministero.
Posso accettare la presenza formale, in rappresentanza del Governo, anche di sottosegretari di altri dicasteri, ma non intendo parlare senza una presenza nei banchi del Governo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevole Morgando, ci sono, in rappresentanza del Governo, l'onorevole Mammola e l'onorevole Cursi.
ROBERTO GIACHETTI. L'onorevole Cursi non è ai banchi del Governo!
PRESIDENTE. Onorevole Morgando, lei sa che, dal punto di vista della legittimità procedurale, la presenza del Governo è in questo momento pienamente garantita. Allo stesso modo in cui lei è libero di parlare o meno, il ministro è libero di essere presente oppure no.
GIANFRANCO MORGANDO. Certo, adesso, il problema è risolto, almeno formalmente perché, dal punto di vista sostanziale, come lei capisce, l'onorevole Mammola...
PRESIDENTE. Onorevole Cursi, dia un segno di presenza, per cortesia.
GIANFRANCO MORGANDO. ...ed anche l'onorevole Cursi svolgono un ruolo molto importante, ma - credo - non di grande rilievo ai fini della discussione del provvedimento al nostro esame.
Peraltro, stiamo affrontando tale discussione mentre al Ministero dell'economia e delle finanze è in corso un approfondimento su due degli articoli più importanti del provvedimento: gli articoli 7 e 8, relativi alle società Patrimonio dello Stato Spa e Infrastrutture Spa. In altre parole, mentre il Parlamento discute e delibera, è in corso un confronto, nel Governo, sugli argomenti all'esame del Parlamento. Comunque, desidero ugualmente svolgere il mio intervento.
Nella relazione al provvedimento, si afferma che l'obiettivo principale del decreto-legge è quello di controllare la dinamica dei saldi di finanza pubblica. Ne avevano già parlato i giornali, qualche giorno prima che il Governo adottasse il decreto-legge, e tutti noi eravamo convinti di trovarci di fronte, finalmente, ad una presa d'atto, da parte del Governo stesso, delle difficoltà che stavano caratterizzando l'andamento dei conti pubblici e che, a partire dal dibattito sul disegno di legge finanziaria (come ha ricordato il collega Letta), manifestando grande preoccupazione, avevamo a più riprese denunciato. Ci aspettavamo, dunque, una presa d'atto del peggioramento dei conti pubblici ed un'iniziativa che andasse nella direzione di una correzione.
Ci confortavano anche le indiscrezioni giornalistiche relative al contenuto del provvedimento che il Governo si apprestava ad adottare. Ricorderete che si ipotizzava un blocco dell'utilizzo dei fondi speciali previsti dalla legge finanziaria, vale a dire di decisioni che andavano in direzione di un più pregnante intervento di controllo dell'andamento dei conti pubblici. Ebbene, nel provvedimento non abbiamo trovato traccia di tutto ciò. Se leggete la relazione tecnica, che evidenzia gli effetti concreti sulla finanza pubblica delle norme contenute nel decreto-legge, troverete soltanto in alcune di esse effetti



duraturi e reali sulla finanza, segnatamente nell'articolo relativo alle cooperative e in pochissimi altri.
In realtà, il cuore del provvedimento non è costituito da una manovra strategica sui conti pubblici, ma da qualcos'altro di più complesso e di più articolato: siamo di fronte ad una sommatoria di interventi eterogenei il cui nocciolo è da rinvenire negli articoli 7 e 8, nell'introduzione, cioè, di modalità innovative di gestione del patrimonio pubblico e di finanziamento di importanti strutture.
Allora, tanto per cominciare, questo provvedimento non affronta i problemi relativi alla dinamica dei saldi di finanza pubblica, per la cui soluzione, come abbiamo visto, era stato adottato.
Che vi fosse bisogno di questo lo sappiamo bene; i giornali economici, qualche giorno fa, hanno dato molto rilievo alle posizioni che, ufficialmente, la Commissione dell'Unione europea ha assunto e ai giudizi che essa ha formulato in ordine all'andamento della finanza pubblica del nostro paese. L'articolo de Il Sole 24 ore del 24 aprile afferma che, a giudizio della Commissione europea, i conti pubblici italiani sono sotto esame e gli sforzi del Governo sono inadeguati al raggiungimento dell'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2003 e sono troppo legati a misure una tantum. Il deficit pubblico - prosegue la valutazione della Commissione europea - che il Governo prevede scenda il prossimo anno allo 0,5 per cento, in realtà, si attesterà intorno all'1,4 per cento. L'andamento dell'economia, che il Governo prevede crescerà intorno al 2,4 per cento il prossimo anno, in realtà, si attesterà intorno all'1,4-1,5 per cento. In altre parole, queste previsioni della Commissione europea, utilizzate come base per formulare quel giudizio preoccupato in ordine all'andamento dei nostri conti pubblici, sono confermate dalle valutazioni di tutti i principali organismi di analisi congiunturale, sia pubblici sia privati, che operano in Europa e nel mondo, a partire dal Fondo monetario internazionale. Questo significa che i problemi ci sono, e noi ci aspettavamo che nella relazione trimestrale di cassa, che il Governo ha consegnato al Parlamento qualche giorno fa, questi problemi finalmente emergessero.
In realtà, come voi sapete, la relazione trimestrale di cassa non fa altro che confermare le previsioni dell'autunno dello scorso anno in ordine all'andamento dell'economia relativamente alle grandezze di finanza pubblica, ed introduce una marginalissima ipotesi di correzione non, per la verità, nella relazione trimestrale di cassa, ma nell'allegato aggiornamento della relazione previsionale programmatica, dove si dice che l'analisi di sensitività circa l'andamento dell'economia mondiale potrebbe far ipotizzare che il tasso di crescita si collochi nell'anno prossimo intorno all'1,9 per cento, con il conseguente indebitamento delle pubbliche amministrazioni pari allo 0,7 per cento del PIL nel prossimo anno. Si formula poi un'altra ipotesi, sempre facendo questa analisi di sensitività - mi ha interessato molto questo termine -, secondo la quale il PIL potrebbe crescere all'1,5 per cento e l'indebitamento si assesterebbe allo 0,9 per cento del PIL. In questo modo il Governo ha nascosto nelle pieghe di un aggiornamento della relazione previsionale programmatica i primi dubbi su quello che sta avvenendo nella nostra economia, confermando, in realtà, le valutazioni ufficiali che sono radicalmente discordanti rispetto a tutti gli orientamenti.
Il Governo ha presentato un provvedimento che ha motivato come intervento correttivo, parlando in realtà di altro. La situazione è ben paradossale se non ci fosse una spiegazione - e concludo così questa prima parte del mio intervento -, se il parlare d'altro, in realtà, non nascondesse una perversa volontà - l'ho già sentito questa mattina in qualcuno degli interventi - d'introdurre sofisticati strumenti per occultare i probabili dati negativi, per nascondere l'andamento negativo della nostra economia e dei nostri conti pubblici. Non si tratta di una mia personale ipotesi; una valutazione di questo genere è autorevolmente contenuta nella



memoria che la Corte dei conti ha consegnato durante l'audizione alle Commissioni bilancio e finanze riunite.
La Corte dei conti, auspicando che la società Patrimonio dello Stato Spa venga inclusa nel conto consolidato delle pubbliche amministrazioni, afferma esplicitamente che questa collocazione è necessaria per eliminare spazi consentiti da una diversa soluzione di impiego di tecniche contabili finalizzate ad aggiustamenti dei conti pubblici. Cioè la Corte dei conti si preoccupa che qui qualcuno voglia nascondere le cifre reali e che ci si trovi in presenza dell'introduzione di strumenti di finanza creativa finalizzata ad operazioni di occultamento di dati finanziari e non ad interventi strutturali che consentano di migliorare l'andamento della nostra economia.
Passo ad una seconda osservazione della quale ho già avuto modo di parlare in quest'aula ma che riprendo perché è molto importante. Questa osservazione riguarda la copertura del provvedimento. Non mi dilungherò molto perché ho già illustrato una pregiudiziale di costituzionalità che il nostro gruppo aveva presentato in materia, intendo tuttavia tornare sull'argomento perché anche in questo caso posso riprendere le questioni richiamate dalla Corte dei conti nell'audizione che ho ricordato.
Signori rappresentanti del Governo, questo provvedimento è senza copertura, soprattutto per gli effetti che possono derivare al bilancio dello Stato dalla norma prevista in relazione alla costituzione della società Infrastrutture Spa. Tale norma prevede che a carico dello Stato sia attribuita la garanzia degli interventi di finanziamento operati da questa società.
L'emendamento introdotto in Commissione, o meglio annunciato stamattina al Comitato dei nove dal relatore, che prevede la facoltatività dell'estensione di questa garanzia, non risolve il problema né lo risolve la modifica alla norma introdotta in Commissione che prevede che questa garanzia venga inserita nell'apposita tabella allegata al bilancio dello Stato contenente gli elenchi degli obiettivi per i quali è assicurata la garanzia prestata dallo Stato. Non lo risolve perché nel bilancio dello Stato le risorse appostate per questa finalità sono assolutamente insufficienti o inadeguate e, come dice la Corte dei conti, tali stanziamenti sono riferiti, tutt'al più, alla legislazione vigente e non prevedono quindi coperture per le innovazioni legislative. Ho voluto sottolinearlo perché si tratta di un elemento importante da noi richiamato in più occasioni e nel corso dell'esame di più provvedimenti: stiamo approvando una legge priva di copertura i cui rischi dal punto di vista della finanza pubblica sono rilevanti con riferimento alla grande quantità di risorse finanziarie che dovranno essere attivate dalla società Infrastrutture Spa. Prego il Governo di prendere in considerazione questo argomento perché, secondo noi, si tratta di una questione assolutamente dirimente.
Tralascio alcune considerazioni che intendevo fare sulle due società e concludo con un'ultima osservazione su un aspetto molto importante: il Blitz del provvedimento. Siamo ormai abituati - altri interverranno su questo punto -, in materia di fondazioni bancarie o di fondazioni ex bancarie, ad assistere ad interventi Blitz da parte del Governo. Con un emendamento inopinatamente presentato nel corso della discussione in Commissione è stata apportata una modifica all'articolo 11 della legge finanziaria introducendo una nuova normativa in materia di fondazioni. Questo emendamento è inammissibile. Signor Presidente, intendo annunciare formalmente tale violazione regolamentare, così come ha fatto prima di me l'onorevole Boccia. Si tratta di un emendamento inammissibile in base ai criteri dettati per l'ammissibilità degli emendamenti ai decreti-legge e voglio che ciò venga formalmente registrato agli atti del dibattito della Camera dei deputati.
Signor Presidente, ho concluso. Avrei voluto sviluppare su questo punto alcune considerazioni leggermente più ampie, ma mi limiterò a dire solamente quanto segue: su questo tema vi è un dibattito aperto, nel



quale in più occasioni è intervenuto il ministro dell'economia e delle finanze...
PRESIDENTE. Onorevole Morgando, lei ha già esaurito il tempo a sua disposizione.
GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, sto per concludere. In questo dibattito è intervenuto il ministro dell'economia e delle finanze andando un po' sopra le righe, definendo corruttori coloro che hanno svolto funzioni all'interno dell'importante sistema delle fondazioni bancarie. Ebbene, questo termine è significativo. Sui temi di politica economica il Governo si muove tra la demagogia e l'insulto, tra la bugia e la reticenza, si muove (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)...
PRESIDENTE. Onorevole Morgando, mi dispiace, ma il tempo a sua disposizione, le ripeto, è esaurito.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Visco. Ne ha facoltà.
VINCENZO VISCO. Signor Presidente, trovo abbastanza simbolico il fatto che questo decreto-legge venga in votazione nell'anniversario della vittoria del Polo delle libertà alle elezioni dell'anno scorso, ed altrettanto simbolico considero il fatto che tale provvedimento rappresenti in realtà una minimanovra correttiva, una micromanovra correttiva. La presenza al tavolo dei nove di componenti delle Commissioni finanze e bilancio costituisce proprio la dimostrazione di ciò che ho appena detto. Ci troviamo di fronte ad una correzione minima: il decreto-legge, infatti, vale 1.500, forse 2.000 miliardi di vecchie lire, non di più; tuttavia, si tratta di un intervento che dà il segno dell'affanno, della difficoltà.
Onorevoli colleghi, un anno fa ciò che ci veniva detto, ciò che era stato promesso agli italiani, era un cambiamento radicale e rapido della situazione economica, oltre che politica, del paese. Vi erano non solo gli improbabili contratti con gli elettori, ma anche strategie precise, che portarono subito dopo ad indicare cifre altrettanto precise. Tutti ricorderete che, proprio nel momento in cui si cominciavano a manifestare alcuni riflessi della crisi americana sull'economia europea, in Italia si continuava, invece, ad affermare che saremmo cresciuti, ancora nel 2001, a tassi molto elevati e nel 2002, 2003, 2004 ad un ritmo maggiore al 3 per cento, in quanto saremmo stati in grado, sostenevano il Governo e l'attuale maggioranza, di forzare lo sviluppo, di accelerarlo, di eliminare le pastoie, di creare fiducia, di cambiare le aspettative.
Sono convinto che molti di coloro che sostenevano ciò, anche se non tutti, credevano effettivamente in queste affermazioni, erano in buona fede. Ebbene, forse ora è il caso di iniziare a ragionare, e non dico sulla base dei risultati, in quanto si tratterebbe di polemiche banali: basterebbe infatti consultare i dati per accorgersi di come l'anno scorso la crescita sia stata inferiore al 2 per cento, tra l'altro grazie agli andamenti della prima parte dell'anno (ad esempio, l'incremento dell'occupazione si è verificato tutto nella prima metà dell'anno).
La riflessione che si deve compiere, la questione rilevante è chiedersi e verificare se quel modello di sviluppo, quell'idea di Italia, fossero corretti o sbagliati. Personalmente, ho sempre considerato molto naïf e provinciale l'idea che lo sviluppo dell'economia italiana dipendesse da qualcosa che fosse interamente nelle disponibilità di chi governa; l'integrazione economica, infatti, fa sì che sia solo una parte residuale a dipendere dalle decisioni dell'esecutivo, e questa parte residuale, in Italia, esiste ed è robusta. Forse si sarebbe potuto e dovuto far leva sul Mezzogiorno per poter avere, eventualmente, un tasso di crescita lievemente più alto di quello registrato in altri paesi.
Tuttavia, immaginare che avremmo potuto discostarci da ciò che normalmente accade nel mondo era abbastanza ingenuo e si sta dimostrando del tutto irrealistico e irrealizzabile. Vi è di più: il Governo ha attuato una tipologia di interventi (anche se nessuno ascolta, la visione era questa)



volti a realizzare un'economia deregolamentata, in cui, in prospettiva, vi fossero meno tasse, dando luogo ad una gestione dei mercati finanziari più simile a quella che si verifica in Irlanda piuttosto che in Germania o negli Stati Uniti e, quindi, essenzialmente ad una visione da paradiso fiscale. Ciò che avete fatto è molto semplice: avete abolito l'imposta sulla successione, avete deregolamentato le norme di bilancio e una serie di altre regole del gioco, avete approvato il provvedimento a favore della sanatoria per il rientro dei capitali. Tutto ciò non corrispondeva soltanto alla manifestazione della volontà di calare la gu



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I danni del terremoto ai musei di Zagabria

29-03-2020
Le iniziative digitali dei musei, siti archeologici, biblioteche, archivi, teatri, cinema e musica.

21-03-2020
Comunicato della Consulta di Topografia Antica sulla tutela degli archeologi nei cantieri

16-03-2020
Lombardia: emergenza Covid-19. Lettera dell'API (Archeologi del Pubblico Impiego)

12-03-2020
Arte al tempo del COVID-19. Fra le varie iniziative online vi segnaliamo...

06-03-2020
Sul Giornale dell'Arte vi segnaliamo...

06-02-2020
I musei incassano, i lavoratori restano precari: la protesta dei Cobas

31-01-2020
Nona edizione di Visioni d'Arte, rassegna promossa dall'Associazione Silvia Dell'Orso

06-01-2020
Da Finestre sull'arte: Trump minaccia di colpire 52 obiettivi in Iran, tra cui siti culturali. Ma attaccare la cultura è crimine di guerra

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