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in difesa dei beni culturali e ambientali

Contributo dei VERDI ad un programma per i beni culturali e ambientali

Contributo ad un programma

per i beni culturali e ambientali

Rivalutare l’art. 9 della Costituzione e l’interesse generale

Occorre riportare al centro di ogni discorso la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, lucidamente prevista all’art.9 della Costituzione. Salvaguardare in tal modo l’interesse generale tante volte manomesso, in questi ultimi anni, mediante l’alienabilità dei beni culturali pubblici, la Patrimonio SpA, la logica delle Scip, i condoni (edilizio e ambientale), l’indebolimento delle leggi di tutela e degli organismi ad essa preposti, centrali e periferici.

Di conseguenza, “no”, per sempre, in modo inequivocabile a nuovi condoni e cancellazione della Patrimonio SpA.

Ristabilire l’inalienabilità dei beni culturali pubblici

Occorre ristabilire il principio, plurisecolare nella legislazione italiana, secondo il quale tutti i beni culturali pubblici sono inalienabili salvo le eccezioni stabilite dagli organismi di tutela. Come misura immediata, riadottare il regolamento n.283 Melandri del settembre 2000, notevolmente garantista in tal senso..

La cultura come valore in sé, indipendente dal valore economico

E’ indispensabile un accordo chiaro, inequivoco su questo punto fondamentale: la cultura e i suoi beni hanno valore “in sé e per sé” e non in quanto sono “produttivi” e fruttano denari, profitti, ecc. Non c’è alcuna distinzione fra gli Uffizi e il museo di paese, fra il Colosseo e la più sperduta area di scavo, fra la grande basilica e la chiesa di montagna, il grande Parco fruibile da milioni di persone e il Parco quasi inaccessibile e così via. Non c’è insomma bene maggiore e bene minore. Esiste invece un “contesto” generale da rispettare, rigorosamente.

La questione del Codice Urbani

Appare necessaria un’opera di “ricostruzione” nella legislazione di salvaguardia, tornando al Testo Unico dei Beni Culturali del 1999, eventualmente modificato e integrato in alcune parti, e affossando il confuso e ambiguo Codice Urbani la cui attuazione risulta quanto mai incerta e che sta andando, non a caso, molto a rilento. Le ultime applicazioni del Codice Urbani appaiono sconvolgenti, basate su di una filosofia inaccettabile.

Affossare la legge delega per l’ambiente

Non merita altro che l’affossamento la devastante legge delega ambientale in corso di approvazione. Anche qui occorre ricostruire pazientemente il preesistente tessuto legislativo che sul piano ambientale è stato ampiamente smagliato e addirittura lacerato, redigendo nuovi Testi Unici per materia, seguendo scrupolosamente le direttive europee ora disattese.

Chiarire in tale ambito il rapporto Stato-Regioni

E’ indispensabile chiarire, finalmente, nell’ambito di questa “ricostruzione” legislativa dei Beni culturali e ambientali, il rapporto Stato-Regioni-Enti locali in base all’articolo 9 della Costituzione e di un Titolo V riveduto e corretto (si spera). Senza più scissioni fra tutela e valorizzazione, puntando sulla salvaguardia del patrimonio nazionale e su accordi regionali e locali di programma, mirati e garantiti.

Quale governo per i Beni Culturali?

A nostro avviso, occorre prevedere la ricostruzione di una forma di governo per i Beni Culturali e Ambientali (secondo l’ancora perfetta definizione spadoliniana) seguendo il filo storico che connette in Italia, in modo organico, ambiente-paesaggio-beni culturali. Tale forma di governo deve esaltare il ruolo dei tecnici competenti e risultare la più specifica e la più mirata possibile alla tutela attiva del patrimonio: paesistico e storico-artistico. La stessa esperienza in atto di Ministero della Cultura ha in realtà indebolito i beni culturali e paesistici anziché rafforzarli. Essa va analizzata e ridiscussa.

Analogo discorso va fatto per il Ministero dell’Ambiente nel quale sono state operate incredibili distorsioni strutturali di ogni genere.

No ad un Ministero che metta insieme turismo e beni culturali. Il turismo è una importante attività produttiva, ma la logica dell’utilizzo turistico non può essere quella che presiede alla politica dei beni culturali e ambientali. L’Italia è ancora al 1° posto per l’attrattiva esercitata sul turismo mondiale da arte e storia, mentre, significativamente, natura e spiagge, aggredite dal cemento, sono scivolate molto indietro. Prima viene la salvaguardia della “materia prima”. Da essa procedono accordi di programma, piani di valorizzazione turistica, ecc.

Riorganizzare la rete delle Soprintendenze

Bisogna procedere alla riorganizzazione sistematica del governo centrale dei Beni culturali e della rete di Soprintendenze in base ad alcuni criteri di fondo: a) riportare in onore merito e professionalità; b) selezionare le competenze in modo tecnico-scientifico e con la massima trasparenza; c) investire in un programma di formazione dei nuovi quadri, fissando standard di elevata qualificazione tecnica, scientifica e gestionale d’intesa con gli enti pubblici territoriali. Tutto ciò in pieno accordo con le Università e in base alle direttive europee.

Rendere decisamente più leggera e più qualificata, sul piano strettamente meritocratica, la struttura centrale, eliminando le direzioni regionali e i poli museali che hanno scisso i musei dal territorio e conferendo un’ampia autonomia gestionale alle soprintendenze

Archivi e Biblioteche

Rafforzare il settore archivistico, prevenendo la moltiplicazione di archivi centrali “privilegiati”, come quello recentemente istituito per la Presidenza del Consiglio.

Riorganizzare la rete delle biblioteche, distribuendo i compiti tra Stato, enti locali e Università, lasciando allo Stato poteri di coordinamento ed emanazione di standard per la tutela e la qualità dei servizi al cittadino.

In generale: no a forme di spoil-system che si sono dimostrate odiose e discriminatorie. Sì alla meritocrazia. La politica faccia un passo indietro.

Nuova dignità per il Consiglio Nazionale dei BC

Appare necessario restituire al Consiglio Nazionale (oggi Superiore) dei Beni culturali la funzione di organismo democratico e tecnico-scientifico: al suo interno vanno discusse e approfondite le linee strategiche e gli atti più significativi delle politiche per i beni culturali e paesistici. Funzione totalmente negata ad esso dalla gestione Urbani (lo stesso Codice dei Beni culturali non vi è stato discusso, neppure per qualche minuto).

Chiarire il ruolo dei privati e delle società di servizi

Appare urgente mettere a fuoco, in modo inequivocabile, il ruolo dei privati e delle società di servizi. I primi vanno indubbiamente agevolati sul piano fiscale per sponsorizzazioni, donazioni e dazioni a musei e ad altre istituzioni culturali. I primi da incentivare fra i primi sono tuttavia i proprietari di dimore, di giardini e di raccolte storiche per i lavori di restauro e di recupero, tornando alle agevolazioni della legge n.510. Diciamo no alla privatizzazione dei musei e delle raccolte pubbliche alla maniera del Museo Egizio di Torino. Massimo favore invece per Fondazioni private che, senza fini di lucro, vogliano – come già fa meritoriamente il FAI – occuparsi del patrimonio privato, restaurandolo e riproponendolo.

Quanto alle società di servizi, il loro ambito di azione deve essere quello – d’altronde fondamentale per utilità - dei servizi museali, senza sovrapposizioni con la regia tecnico-scientifica di musei, aree e siti archeologici, ecc. che deve rimanere in capo al personale dirigente della tutela.

Una legge-quadro per l’urbanistica che rispetti il paesaggio

Diciamo no alla “controriforma” urbanistica (ddl. Lupi in corso di discussione) con la quale si intende sostituire alla pianificazione nell’interesse generale la contrattazione fra Ente locale e detentori di aree. In luogo di essa, varo di una legge-quadro nazionale per l’urbanistica che fornisca alle Regioni le linee-guida per legiferare ed operare in modo attento e coerente con le realtà e con le vocazioni territoriali.

Pieno appoggio ad una legislazione e ad una azione politica la quale, anzitutto a livello regionale e locale, integri pianificazione paesistica e pianificazione territoriale, puntando al massimo risparmio possibile di beni primari e quindi di terra libera da insediamenti e a coltivo, a prato e a bosco, invertendo così una disastrosa tendenza in atto alla dissipazione del territorio, alla conurbazione, allo spreco continuo di terra e di acqua.

Una legge-quadro nazionale per i centri storici

Pieno appoggio ad una legislazione e ad una azione politica che, sul modello del progetto Veltroni rimasto purtroppo nel cassetto, puntino al recupero dei centri storici a fini abitativi e alla riqualificazione residenziale e sociale dei quartieri degradati. Una politica che deve diventare autentica strategia urbana, attraverso una costante azione a livello regionale, provinciale e comunale.



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